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A linha

VTM

Entramos de manhã e encontramos pessoas a melhorar, outras na mesma e algumas bastante piores. Fazemos análises, pedimos exames, alteramos a terapêutica, discutimos casos, corrigimos aquilo que conseguimos corrigir e esperamos que o organismo faça a parte dele.

Na maioria das vezes, queremos acreditar que controlamos alguma coisa, mas depois surge algo que nos faz lembrar que não controlamos assim tanto.

Há doenças demasiado graves. Corpos demasiado frágeis. Diagnósticos que chegam mais tarde do que esperávamos. Tratamentos que já não conseguem alterar o rumo. Há situações em que fazemos tudo aquilo que sabemos, aquilo que devemos e aquilo que podemos e, mesmo assim, nada disso chega.

No início, a morte faz muito barulho. Ficamos a pensar se podíamos ter feito mais. Voltamos às análises. Aos sinais vitais. À medicação. Àquela decisão tomada horas antes. Procuramos naquele emaranhado de acontecimentos o momento exato onde talvez pudéssemos ter mudado o fim da história.

Nem sempre existe alternativa. Com o tempo aprendemos uma coisa estranha: a morte continua a tocar-nos, mas já não nos pode parar. Há outro doente à espera. Outra febre. Outra falta de ar. Outro familiar que quer saber se o pai está melhor. Outro telefone a tocar. E nós seguimos.

Pode parecer frio visto de fora. Talvez até pareça desumano conseguir sair do quarto de alguém que acabou de morrer e, minutos depois, entrar noutro quarto e anunciar ao utente que ele está melhor, e que poderá ir para casa, para junto dos seus.

Não é indiferença. É sobrevivência. Não deixamos de sentir. Aprendemos apenas a guardar aquilo que sentimos num lugar onde não nos irá impedir de continuar a cuidar dos que ainda cá estão.

E talvez isso seja uma das coisas mais difíceis que a Medicina ensina. Passamos anos a aprender como manter pessoas vivas e muito pouco tempo a aprender o que fazer dentro de nós quando não conseguimos, até percebermos que a morte não é necessariamente uma derrota. Às vezes é, simplesmente, só um ponto onde a Medicina consegue acompanhar alguém, e depois desse ponto, temos de continuar, por muito que custe.

No início vemos a morte como um ponto final. Com o tempo, talvez aprendamos a vê-la como uma vírgula. A história daquela pessoa termina ali, mas a nossa não. Respiramos fundo, fechamos a porta e seguimos para o quarto seguinte.

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Chi vota contro la stretta alla Cina non difende l’Europa. La versione di Gambino

Un brutto incidente, quello accaduto oggi a Strasburgo in occasione della risoluzione sui rapporti tra Unione europea e Cina, in cui viene chiesta una risposta “più forte” nei confronti degli squilibri commerciali con Pechino. Mentre il centrodestra composto da Ecr e Ppe ha votato compatto per il sì, le opposizioni si sono divise: Avs e Pd astenuti, M5s e vannacciani contrari. Con il centrodestra solo Elisabetta Gualmini, Pina Picierno e Irene Tinagli.

ALBERICO GAMBINO FDI

“Viene da pensare che in Italia c’è un gruppo politico a cui non stanno a cuore gli interessi dell’Europa, mentre quelli della Cina sì”, dice a Formiche.net l’eurodeputato di Ecr/FdI Alberico Gambino, vicepresidente della commissione per gli Affari esteri e membro della commissione per la sicurezza e la difesa del Parlamento Europeo, secondo cui “anziché essere uniti e dimostrarsi patrioti, questi partiti remano contro gli interessi in Italia degli italiani e in questo caso dell’Europa e delle industria europee, una deriva che cozza non poco con i proclami di responsabilità che il Pd continua a fare, dipingendosi un partito responsabile e in grado di guidare l’Italia: è vero esattamente l’opposto”.

Non va dimenticato infatti che il deficit commerciale dell’Unione Europea nei confronti della Cina ha superato i 360 miliardi di euro annui, per questa ragione Bruxelles ha iniziato a riconsiderare i propri strumenti di difesa economica, tramite iniziative mirate. Già due giorni fa Francia e Germania in una lettera aperta avevano chiesto alla Commissione europea di attivare nuovi strumenti di difesa: pur se non citata esplicitamente nella lettera indirizzata da Merz e Macron a Von der Leyen, appare evidente il riferimento alla Cina dell’iniziativa: “Abbiamo bisogno di uno strumento credibile nelle mani della Commissione che consenta una reazione decisiva e sistemica – ovvero attivabile tramite maggioranza qualificata inversa – e l’adozione di misure forti, fino all’esclusione immediata dal mercato interno se necessario”. L’azione si tradurrebbe in un blocco immediato (il cosiddetto kill switch), consentendo a Bruxelles di reagire rapidamente tramite poteri in capo alla Commissione.

L’eurodeputato meloniano ritiene che con la Cina “bisogna avere un’interlocuzione e un dialogo sempre aperto ovviamente, ma ciò non significa essere succubi o silenti dinanzi a regole che valgono solo per noi e che stanno causando moltissimi danni alle imprese europee”. E aggiunge: “Negli anni passati l’Ue si è assuefatta al green deal mettendo da parte gli interessi dell’industria europea. Adesso bisogna recuperare il tempo passato, ma non sarà una cosa semplice. Noi siamo l’Europa e abbiamo dimostrato di poter superare i momenti difficili, come dimostra la storia del secolo scorso: abbiamo le intelligenze, le capacità e l’industria competitiva per poterlo fare. E la politica dovrà accompagnare questa rinascita”.

Con quali obiettivi? “Non avere un padrone, spiega, ma porsi allo stesso livello di Usa e Cina, per potersi sedere ai tavoli che contano e ovviamente pensare allo sviluppo del territorio a tutto tondo. Se non daremo energia all’industria perderemo competitività, posti di lavoro, capacità di contare e pesare nelle assise internazionali. Questo cambio di consapevolezza nasce dal 2022, da quando il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha iniziato a far sentire la propria voce a Bruxelles per dire che così non si può più andare avanti. E oggi la sterzata dell’eurocamera ricalca in toto le osservazioni che Meloni ha più volte fatto nei consigli europei: il tema degli squilibri commerciali con Pechino.

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Antes de la cerveza y mucho antes de la agricultura: así se drogaban los cazadores de la Edad de Hielo

Dos esqueletos hallados en la isla indonesia de Sulawesi tenían algo raro en la boca. No eran caries, ni el desgaste habitual de una dieta dura. Eran unos surcos profundos y redondeados en los dientes, un patrón que ningún arqueólogo había visto antes y que nadie sabía explicar. La respuesta, publicada en la revista Science […]

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Diventare medico è una scelta, non una vocazione

Una buona programmazione del fabbisogno di medici è indispensabile. Però non basta. Perché il numero dei posti può essere deciso amministrativamente, ma le scelte dei giovani dipendono dagli incentivi che le diverse professioni e specialità mediche offrono.

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I medici mancano dove c’è carenza di programmazione

Aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina non serve perché i medici mancano solo in alcuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt’altro discorso vale invece per gli infermieri.

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