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Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

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La proposta in 7 punti dell'Iran agli USA: "Pronte le contromisure, ma resta la via diplomatica"

 

L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.

Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"

Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."

In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.

Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.

La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz

Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:

  1. Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.

  2. Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.

  3. Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.

  4. Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.

  5. Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.

  6. Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.

  7. Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.

Il nodo centrale del negoziato

Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.

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Cina, il Laos diventa un nuovo punto della cooperazione militare di Pechino

 

La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.

L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.

Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.

L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.


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L'attacco a Maduro e la resistenza cubana: la testimonianza di un militare sopravvissuto

Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.

Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.

"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".

Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.

"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".

Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.

"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".

"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".

Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.

"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.

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Sheinbaum sulla presenza di membri dei cartelli messicani in Ucraina

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.

"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.

Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.

"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.

Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.

Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.

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L'Iran chiarisce quando riaprirà lo Stretto di Hormuz

 

L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.

Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.

Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.

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Iran: Gli USA nascondono i danni: oltre 80 aerei distrutti"

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato giovedì che le reali perdite subite dagli Stati Uniti a seguito della guerra contro la Repubblica Islamica superano di gran lunga le cifre ufficiali.

«A maggio, il Congressional Research Service ha riconosciuto che le forze armate iraniane avevano distrutto 42 aerei militari statunitensi. Ora siamo a 81, ma il numero reale è molto più alto», ha scritto sul suo profilo X.

In May, the Congressional Research Service admitted that Iran’s Armed Forces had taken out 42 U.S. military aircraft. Now: 81. Real toll is far higher. Proof? CENTCOM won’t let a sitting Senator inspect bases it claims are fine. You can fool all the people some of the time... https://t.co/eB3fRrJFt4

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) October 8, 2026

Come una delle «prove» di questo insabbiamento, il ministro degli Esteri ha affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «non permette a un senatore in carica di ispezionare le basi che sostiene essere intatte».

«Si può ingannare tutto il popolo per un po' di tempo...», ha concluso, con un chiaro riferimento alla celebre frase attribuita ad Abraham Lincoln.

Araghchi si riferiva al senatore democratico Chris Murphy, che di recente ha denunciato di essere stato ostacolato dal Pentagono nell'accesso alla base qatariota di Al Udeid, bersaglio frequente degli attacchi di rappresaglia iraniani.

In seguito al rifiuto, il legislatore ha accusato l'amministrazione di Donald Trump di aver orchestrato uno «sforzo incostituzionale» e una «campagna deliberata» per nascondere al Congresso e all'opinione pubblica l'entità reale dei danni, il numero di vittime e il costo complessivo del conflitto scatenato contro l'Iran.

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Lo Yemen attacca l'aeroporto di Riyadh e lancia un avvertimento alle compagnie aeree

 

Secondo fonti locali, lo Yemen ha intensificato gli attacchi contro l'Arabia Saudita, colpendo due aeroporti internazionali e abbattendo un drone di fabbricazione turca gestito dalle forze saudite.

"Le nostre Forze Armate sono riuscite a colpire l'aeroporto King Khalid di Riyadh con un missile balistico, centrando il bersaglio con precisione e provocando l'interruzione delle operazioni scalo", ha annunciato il generale di brigata Yahya Sari, portavoce delle forze yemenite. Nella stessa occasione, il generale ha lanciato un duro monito alle compagnie aeree internazionali sui rischi legati ai sorvoli dello spazio aereo saudita: "Ribadiamo per l'ultima volta il nostro avvertimento a tutte le compagnie del mondo: il cielo saudita è diventato teatro di operazioni militari, ad eccezione dello spazio aereo sopra La Mecca e Medina".

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Nel frattempo, le autorità saudite e l'Autorità Generale per l'Aviazione Civile hanno confermato gli attacchi condotti contro le strutture dell'aeroporto Re Khalid di Riyadh e dell'aeroporto internazionale di Abha, nel sud-ovest del Regno. Il bilancio provvisorio parla di tre morti e almeno 36 feriti, a testimonianza del costo umano ed economico del prolungato conflitto tra Riyadh e lo Yemen.

Oltre ai raid aeroportuali, le forze yemenite hanno colpito con missili balistici e da crociera diverse concentrazioni di truppe saudite a Jizan e ostacolato l'avanzata verso lo stretto di Bab el-Mandeb.

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— ??????/ ???? ???? (@Yah_Saree) October 8, 2026

Sul fronte aereo, il portavoce Sari ha annunciato l'abbattimento di un drone da ricognizione armato Bayraktar Ak?nc? di fabbricazione turca, intercettato con sistemi di difesa aerea nella provincia di Taiz mentre compiva azioni ostili. L'Ak?nc? è un velivolo da combattimento bimotore di punta prodotto dall'azienda Baykar: dotato di 20 metri di apertura alare, è in grado di operare fino a 40.000 piedi di altitudine e trasportare 1,5 tonnellate di carico utile.

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"Operazioni sotto falsa bandiera": l’accusa dell’Iran a USA e Israele

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha denunciato che Stati Uniti e Israele stanno ricorrendo a un'operazione "sotto falsa bandiera" per giustificare la loro aggressione militare contro l'Iran.

«Le operazioni sotto falsa bandiera sono un vecchio trucco: si fabbrica l'incidente, si attribuisce la colpa alla controparte e se ne provocano le conseguenze», ha dichiarato Baqai sul proprio profilo X. Nel suo messaggio, il portavoce ha condiviso un breve video documentario sulla storia di queste strategie comunicative e militari utilizzate dagli Stati Uniti e dal regime israeliano negli ultimi settant'anni per costruire narrazioni di comodo, generare panico e legittimare aggressioni illegali.

False flags are an old craft: manufacture the incident, assign the blame, and harvest the consequences. In a world where the American and international public is weary of an unlawful war of aggression against Iran, and where the aggressors have no honest way to justify a war of choice, even a raft made of lies can look like salvation to those who are drowning.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 7, 2026

A corredo del video, Baqai ha aggiunto: «In un mondo in cui l'opinione pubblica americana e internazionale è ormai esausta di una guerra di aggressione illegale contro l'Iran, e in cui gli aggressori non hanno alcun argomento onesto per giustificare un conflitto deliberato, persino una zattera fatta di menzogne può sembrare un'ancora di salvezza per chi sta annegando».

Sulla scia dell'escalation, Washington e Tel Aviv hanno dato avvio a un'offensiva militare contro l'Iran, alla quale Teheran ha risposto prendendo di mira obiettivi israeliani nei territori occupati e basi statunitensi dislocate nella regione. Dopo quaranta giorni di scontro aperto, ad aprile era entrato in vigore un cessate il fuoco culminato, il 17 giugno, con la firma di un Memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti mediato dal Pakistan. Tuttavia, la decisione del presidente statunitense Donald Trump di rescindere l'accordo e riprendere i raid ha riacceso le ostilità, spingendo Teheran a reagire colpendo nuovamente le basi americane e decretando la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Nel quadro di questa grave crisi internazionale, si sono verificati diversi attacchi di matrice incerta ai danni di Paesi terzi della regione – tra cui le incursioni alle raffinerie della compagnia saudita Aramco, il lancio di un missile balistico nello spazio aereo turco, il raid con droni contro l'aeroporto azero nel Nakhchivan e l'attacco alla sede del Primo Ministro del Kurdistan iracheno – condotti con l'obiettivo politico di addossarne la responsabilità all'Iran.

«Tuttavia, la condotta di Teheran rappresenta la chiave per ricomporre il puzzle: a differenza delle provocazioni ombra, tutte le operazioni militari condotte dall'Iran vengono rivendicate ed esplicitate in modo ufficiale», sottolinea il documentario. Per la dirigenza iraniana, la risoluzione definitiva del conflitto resta subordinata al pieno riconoscimento dei diritti legittimi del Paese.

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In Spagna la crisi della casa diventa il terreno decisivo della campagna elettorale

La Spagna tornerà alle urne il 29 novembre, con quasi otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Pedro Sánchez ha motivato la decisione con la crescente difficoltà di governare senza una maggioranza parlamentare stabile, ma dietro l’accelerazione elettorale c’è anche una precisa valutazione politica. Nelle ultime settimane il governo socialista era sotto pressione per la crisi migratoria di Ceuta e per le vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti del PSOE.

Poi il caso di Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla casa in cui viveva da oltre settant’anni dopo un aumento spropositato dell’affitto, ha cambiato improvvisamente l’agenda nazionale. Le proteste contro la crisi abitativa si sono rapidamente estese in tutto il Paese, trasformando lo slogan “Ni una Maricarmen más” in un simbolo della crescente mobilitazione sociale. Il governo ha reagito con due decreti urgenti su affitti e sfratti, ma il Congresso li ha respinti il 2 ottobre con i voti contrari di PP, Vox e Junts. È stata la sconfitta parlamentare che ha fatto scattare il calendario elettorale.

Ma, soprattutto, la crisi della casa ha offerto a Sánchez una nuova “finestra di opportunità”: un tema sul quale le proposte tradizionalmente associate alla sinistra raccolgono ampi consensi. Il problema è che cambiare l’agenda non significa ancora cambiare i rapporti di forza. I sondaggi continuano a indicare il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo come prima forza, seguito dal PSOE e da Vox. Le proiezioni attribuiscono a PP e Vox complessivamente 202 seggi, ben oltre i 176 necessari per la maggioranza assoluta. A sinistra, inoltre, la situazione è complicata dalla frammentazione.

Il nuovo Frente Amplio cerca di riunire diverse formazioni progressiste, mentre Podemos punta a una candidatura comune dell’area alla sinistra del PSOE. Il tempo però stringe e il sistema elettorale spagnolo penalizza fortemente la dispersione dei voti. Le elezioni del 29 novembre saranno quindi una partita tra blocchi, ma anche una corsa contro il tempo per la sinistra. Sánchez prova a giocare la carta della casa prima che l’agenda torni a essere dominata da immigrazione, scandali e crisi politica.



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Nessuna epidemia a Irkutsk: l’OMS conferma la valutazione russa

Le autorità sanitarie russe hanno concluso la verifica sul rispetto dei protocolli di biosicurezza nella regione di Irkutsk, senza rilevare alcuna emergenza legata alla manipolazione di agenti patogeni. Anche l’OMS ha valutato come non rischioso il caso di polmonite acquisita in comunità registrato nella regione.

I test effettuati su una dipendente di un istituto anti-peste, inizialmente colpita da una polmonite di origine sconosciuta, non hanno individuato microrganismi riconducibili alla sua attività professionale.

Tra i suoi contatti sono stati invece rilevati due casi di Covid-19 e due di rinovirus. Il monitoraggio del 90% dei contatti si è concluso senza evidenziare problemi sanitari legati a malattie infettive. Rospotrebnadzor sottolinea inoltre che nella regione si registrano normalmente circa 16.000 casi settimanali di infezioni respiratorie acute, senza alcun aumento nelle ultime due settimane.

Il Cremlino ha invitato la popolazione a fare riferimento alle comunicazioni ufficiali delle autorità sanitarie, definendo false gran parte delle informazioni circolate sui media. La situazione epidemiologica a Irkutsk, conclude Rospotrebnadzor, rimane sotto controllo e senza rischi epidemici per la popolazione.

 

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Zakhrova: dove sono le autorità europee quando la polizia francese «calpesta e schiaccia i ragazzini»?

L'Eliseo tace mentre la polizia francese "calpesta e schiaccia i ragazzi" durante le proteste studentesche. Questa la denuncia di Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

"L'unica cosa che mi preoccupa davvero al riguardo è il silenzio dell'Eliseo sulle azioni della polizia; credo che tutti abbiano visto quelle immagini ieri, tutti coloro che seguono l'agenda politica internazionale. Quella stessa polizia francese - a parte il termine 'calpestare', l'unica altra parola che posso usare è 'schiacciare' - stava schiacciando i propri ragazzi senza la minima considerazione", ha affermato Zakharova.

Inoltre, la portavoce ha sottolineato il silenzio da parte dell'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, nonché dei membri dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (PACE).

“Il secondo punto che mi ha colpito. E dov’è Kaja Kallas? Qualcuno può svegliarla? […] E dove sono loro, per così dire, nella loro Bruxelles, in quella loro PACE, dove sono tutti? Questo è il loro momento di gloria”, ha detto.

Secondo la portavoce, "finalmente tutto è andato come piace a loro". "Voglio sentire almeno una volta - quando dal loro punto di vista non ci sono altre ragioni o opzioni se non quella di non fare una dichiarazione - almeno una volta una dichiarazione reale o una dichiarazione che si avvicina ad essere reale, su come le persone pacifiche e disarmate non possono essere trattate in questo modo, direi direttamente anche i bambini, gli scolari, gli studenti", ha aggiunto.

"Probabilmente avrei dovuto usare altre espressioni: detenere, arrestare, ma purtroppo non posso, perché quello che abbiamo visto ieri e in questi giorni non può essere descritto con il tradizionale lessico politico o giuridico. Questo non è un arresto. [...] Questo è semplicemente un massacro, un autentico massacro", la sua amara chiosa.

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Europe Has the Economic Power to Stand Up to China — It Is Time Brussels Used It

 

For years, the European Union has struggled with a peculiar contradiction in its dealings with China. The EU is one of the largest and wealthiest trading blocs on earth, capable of determining access to a market of some 450 million relatively affluent consumers, yet it frequently conducts foreign policy as though it were the supplicant.

Hilde Vautmans, the Belgian Renew Europe MEP and European Parliament rapporteur on EU-China political relations, is right to challenge this timidity.

Her report, debated this week in Strasbourg, does not advocate severing relations with Beijing. Nor should it. China is too economically important and too influential on questions ranging from climate change to international security for Europe simply to close the door.

But dialogue must not become an alternative to action.

“Europe has economic power. It’s time to use it,” Vautmans told Parliament ahead of the vote. That sentence ought to be pinned above every desk in the European Commission dealing with China.

The figures make the case brutally clear. In 2025 the EU imported €559.4 billion of goods from China while exporting just €199.6 billion in the opposite direction. The resulting deficit was €359.8 billion — almost €1 billion every day.

As EU Today reported recently, Commission President Ursula von der Leyen has herself warned of a potential “second China shock”, with subsidised Chinese industrial production threatening European manufacturers.

Fine words. But Beijing has heard fine words before.

The Commission’s preferred formulation remains “de-risking, not decoupling”. There is sense in that distinction. Nobody seriously proposes shutting down trade with the world’s second-largest economy. But de-risking becomes meaningless if every risk identified is followed by another dialogue, another working group and another opportunity to postpone difficult decisions.

Indeed, the Commission acknowledges that European companies operating in China face regulatory obstacles, inadequate intellectual-property protection, restrictions on data flows and pressures associated with technology transfer.

Europe possesses formidable weapons with which to respond: anti-dumping duties, anti-subsidy measures, foreign-investment screening, the Foreign Subsidies Regulation, the Anti-Coercion Instrument, procurement restrictions and controls on strategically sensitive technologies.

These instruments should not be deployed indiscriminately. But neither should they sit polished in the armoury while Beijing exploits European openness.

Vautmans is particularly right to connect economics with security and values. China cannot reasonably expect privileged access to European markets while helping sustain the Russian war machine. The European Parliament’s own research service describes Beijing as a “decisive enabler and dual-use provider”, including through goods entering Russian weapons and drone supply chains.

If Chinese companies materially assist Russia’s ability to wage war against Ukraine, Europe should be prepared to impose a direct economic price. The same principle should apply to human rights.

EU Today has warned repeatedly that Brussels’ ritualised engagement with Beijing risks becoming precisely that: ritual.

We reported earlier that the EU-China Human Rights Dialogue risks losing credibility, pointing to the continuing imprisonment of Swedish citizen Gui Minhai and Uyghur academic and Sakharov Prize laureate Ilham Tohti. After round upon round of discussions, Beijing has learnt that European expressions of “deep concern” are inexpensive things to endure.

The problem is hardly new. Years ago, EU Today highlighted calls for concrete EU action over goods associated with forced labour in China, including demands for tougher restrictions on entities implicated in abuses against Uyghurs.

Yet repression continues. In March this year China adopted its new Law on the Promotion of Ethnic Unity and Progress. The European Parliament subsequently condemned what it described as intensified repression and assimilation affecting Tibetans, Uyghurs and other minorities, by the overwhelming margin of 439 votes to 52.

Europe therefore faces a straightforward question. What is the purpose of economic power if it is never translated into political influence?

The EU should not attempt to bully China. Nor should it abandon diplomacy. Vautmans is correct that channels of communication must remain open. But reciprocity must become something more than a word appearing in communiqués.

Where China closes markets to European companies, Europe should be prepared to restrict equivalent access. Where state subsidies distort competition, Brussels should respond rapidly with trade-defence measures. Where strategic dependencies expose Europe to political coercion, alternative supply chains must be built. Where Chinese entities support Russia’s military-industrial complex, sanctions should follow. And where companies benefit from forced labour or serious human-rights abuses, access to the European marketplace should carry consequences.

That is not protectionism. It is leverage.

Totalitarian states understand leverage perfectly well. China routinely uses access to its enormous market as an instrument of statecraft. Europe, by contrast, too often behaves as though exploiting its own commercial strength would somehow represent a failure of diplomacy. It represents precisely the opposite.

The European Commission has spent years discovering that China is simultaneously a partner, competitor and “systemic rival”. It is time to move beyond discovering the obvious.

Vautmans has identified the essential point. Europe already possesses economic power on a scale few countries can ignore. What it appears to lack is the political confidence to use it.

Main Image: by Valentine ZELER, © European Union 2026 – Source : EP

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Le dure conseguenze dell'attacco iraniano sulle basi USA

 

I danni subiti dalle basi militari statunitensi in Medio Oriente sono così gravi che Washington potrebbe non ripristinare mai più il livello di presenza precedente nella regione, riporta The Intercept.

Secondo la testata, le truppe statunitensi stanno affrontando serie difficoltà nella difesa delle proprie installazioni all'estero, mentre il conflitto con l'Iran sfugge al controllo del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. La pubblicazione riferisce che, in seguito a una serie di attacchi devastanti nella regione, domenica i bombardieri strategici schierati nel Regno Unito sono stati evacuati in territorio statunitense come misura di sicurezza di fronte a una serie di "minacce".

Cos'è successo a Fairford?

La scorsa settimana, cinque uomini sono stati arrestati nei pressi della base aerea di Fairford, nel Gloucestershire, con l'accusa di reati legati agli esplosivi e al terrorismo; in seguito sono stati tutti rilasciati su cauzione.

Le autorità britanniche hanno ipotizzato un presunto coinvolgimento iraniano nell'incidente, un'illazione "categoricamente" respinta dal ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, e dall'ambasciata iraniana a Londra. Un funzionario citato da The Intercept ha descritto la minaccia come un "complotto sofisticato" mirato contro la base aerea di Fairford con l'uso di "diversi droni", un'operazione che avrebbe scatenato "un incubo militare e di pubbliche relazioni". L'allarme è stato tale da spingere il Pentagono a richiamare d'urgenza 12 bombardieri strategici B-1.

Secondo quanto riportato dai media, l'impossibilità di proteggere gli aerei a nord-ovest di Londra si inserisce in un'ondata di attacchi contro le infrastrutture statunitensi su scala globale.

Attacchi iraniani contro gli Stati Uniti in Medio Oriente

In questo contesto, le offensive iraniane condotte con droni e missili balistici hanno causato vittime tra le truppe, messo in pericolo numerosi soldati e distrutto o danneggiato diverse postazioni in Medio Oriente. Inoltre, alcune basi chiave hanno subito danni così ingenti da stravolgere radicalmente le operazioni. "La situazione delle basi nella regione potrebbe non riprendersi mai completamente", ha avvertito un funzionario citato da The Intercept.

Il rapporto descrive nel dettaglio come gli attacchi iraniani abbiano inflitto danni talmente gravi alle installazioni statunitensi che Washington potrebbe non recuperare mai più il suo precedente livello di presenza militare nella regione. Secondo il documento, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno consumato oltre 11.000 munizioni solo nei primi 16 giorni di guerra, mentre il 65% dei missili intercettori Patriot è stato esaurito tra febbraio e luglio.

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Le "epiche" perdite aeree statunitensi nella loro "Epic Fury" contro l'Iran

 

Secondo un nuovo rapporto del Congressional Research Service, citato martedì dal New York Post, almeno 81 velivoli militari statunitensi sono stati distrutti o danneggiati dall'inizio della guerra con l'Iran, con perdite pari a 3,3 miliardi di dollari.

Tra le perdite subite durante l'operazione "Epic Fury" figurano alcuni dei caccia più avanzati di Washington, come un caccia stealth F-35A Lightning II danneggiato e 12 caccia F-15E Strike Eagle distrutti o danneggiati. Il 2 marzo, tre F-15, del valore di oltre 30 milioni di dollari ciascuno, sono stati abbattuti per errore dal fuoco amico sopra il Kuwait, mentre un altro si è schiantato sopra l'Iran il mese successivo. A settembre, altri otto F-15E hanno subito danni lievi in attacchi iraniani contro la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, ma secondo quanto riferito sono stati rimessi in servizio.

Altrettanto significativa è la perdita di almeno 45 droni MQ-9 Reaper, ciascuno del valore compreso tra 30 e 50 milioni di dollari. L'analisi evidenzia anche la perdita di un aereo da ricognizione E-3 Sentry del valore di 270 milioni di dollari, una piattaforma ormai datata ma essenziale. Washington ha inoltre perso un A-10 Thunderbolt II ad aprile, mentre un altro è stato danneggiato nell'attacco di settembre.

Elenco completo degli aerei statunitensi persi o danneggiati:

  • 12 caccia F-15E Strike Eagle
  • 1 caccia stealth F-35A Lightning II
  • 2 aerei d'attacco A-10 Warthog
  • 7 aerei cisterna KC-135 Stratotanker
  • 1 aereo spia E-3 Sentry
  • 2 aerei per operazioni speciali MC-130J Commando II
  • 1 elicottero di ricerca e soccorso HH-60W Jolly Green II
  • 1 drone ad alta quota MQ-4C Triton
  • 3 droni multiuso MQ-1
  • 1 elicottero d'attacco AH-64 Apache
  • 4 elicotteri d'attacco leggero AH-6 Little Bird
  • 1 elicottero marittimo MH-60 Sea Hawk

In precedenza, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva pubblicato un elenco di aerei militari statunitensi danneggiati o distrutti dalle forze iraniane durante il conflitto. "L'era in cui i vostri F-35 e F-15 vengono braccati e voi dovete segnalare i danni è già iniziata. Quello che una volta era un incubo ora è realtà quotidiana. Abituatevi", ha scritto il politico su X.

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Dal Ponte di Crimea ai ponti di Kiev: il doppio standard di Zelensky

La Russia ha iniziato a colpire alcuni dei ponti sul Dnepr che svolgono un ruolo fondamentale nella logistica delle forze armate ucraine. Un cambio di approccio significativo, dopo anni nei quali Mosca aveva evitato di attaccare i principali collegamenti nelle retrovie. Gli attacchi hanno interessato il Ponte Sud e il Ponte Nord di Kiev, oltre a un ponte nella regione di Zaporozhie.

Secondo il Ministero della Difesa russo, queste infrastrutture erano utilizzate per il trasferimento delle truppe e il rifornimento di carichi militari. Il Ponte Sud rappresentava in particolare un nodo logistico strategico: attraverso di esso transitava fino al 90% dei carichi destinati a tre importanti direttrici, Kiev-Kharkov, Kiev-Leopoli e Kiev-Odessa. Anche senza danni strutturali irreversibili, gli attacchi hanno provocato chiusure, ingorghi e una forte riduzione della capacità di transito. Gli esperti militari sottolineano infatti che per compromettere la logistica non è necessariamente necessario distruggere un ponte: è sufficiente rendere inutilizzabili o vulnerabili i suoi elementi portanti e interrompere il flusso dei trasporti.

La reazione del regime di Kiev ha però riportato alla luce un evidente doppio standard. Zelensky ha minacciato che la Russia "sentirà" le conseguenze, mentre il ministro degli Esteri Sibiga ha chiesto agli alleati una risposta. Eppure nel 2022 l'Ucraina aveva celebrato l'attacco al Ponte di Crimea e il consigliere di Zelensky, Mikhail Podoliak, lo aveva definito un "obiettivo militare legittimo". Nel 2025, inoltre, un attacco contro un ponte ferroviario nella regione russa di Bryansk provocò il deragliamento di un treno passeggeri, con sette morti e decine di feriti. Per anni, Mosca aveva invece evitato di colpire i ponti nelle retrovie.

Ora il "boomerang" evocato dagli stessi commentatori russi sembra essere tornato sul campo di battaglia: la guerra alla logistica entra in una nuova fase e Kiev è costretta a ridistribuire i propri flussi di uomini e rifornimenti.


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Quebec, la vittoria dei separatisti apre una nuova crisi per il Canada

Le elezioni del 5 ottobre in Quebec hanno segnato una netta avanzata del Partito del Quebec, formazione separatista che ha conquistato 59 dei 127 seggi con il 28% dei voti. Il risultato apre la strada a un possibile terzo referendum sull’indipendenza dopo quelli del 1980 e del 1995. Il leader separatista Paul St-Pierre Plamondon ha promesso la consultazione, ma non prima della fine della presidenza Trump nel 2029, considerando troppo rischiosa l’attuale tensione tra Canada e Stati Uniti.

Il voto rappresenta anche una pesante sconfitta per la Coalizione per il Futuro del Quebec, che ha perso tutti i 79 seggi conquistati nelle precedenti elezioni. Il rafforzamento del separatismo arriva mentre Ottawa è impegnata in una difficile guerra commerciale con Washington. Per il premier Mark Carney, che punta a mantenere unite tutte le province contro le pressioni statunitensi, il Quebec diventa così un problema politico ancora più delicato.

E Trump potrebbe sfruttare la situazione nei negoziati con Ottawa, facendo leva sulle aspirazioni indipendentiste della provincia francofona.

Il voto potrebbe inoltre influenzare l’Alberta, dove il 19 ottobre si terrà un referendum sul possibile avvio di un percorso verso l’indipendenza. La crisi dell’unità canadese, dunque, torna concretamente sul tavolo.



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UNSC Sudan-wide arms embargo would serve notice on both belligerents

 

It was poor old Greece who drew the short straw. It chairs the UN Security Council this month and it’s fallen to them to chair the Council’s extra-sticky deliberations this coming Thursday on whether—as the United States is proposing—to extend the arms embargo on Sudan to the whole of the country. 

If the current embargo, currently covering Darfur, is of any practical effect, that would be in favour the Sudanese Armed Forces (SAF); their supply lines are easier. That would change under a countrywide embargo, and the regime led by Abdel Fattah al-Burhan naturally argue that the proposed extension would deny a ‘sovereign government’ a right to defend its people, its borders, and its own existence. 

But the issue isn’t whether Sudan has a right to exist or to protect civilians. It is whether the combatants who have made Sudan ungovernable should continue to receive external military support without meaningful restraints. The answer, say the United States, the United Kingdom and France, must be no. However, fortunately for Burhan, it’s a da from Russia and a semi-da and a raised eyebrow from China, neither of whom are especially squeamish about aggressive population control measures. 

So if the pro-extensionists are to make any headway on a countrywide UN arms embargo, they are going to have to make, and carry the day on, some fine distinctions. 

To begin with, a countrywide embargo would not settle the question of who represents Sudan at the United Nations. But it would recognise that neither the SAF nor the Rapid Support Forces (RSF) should enjoy an unlimited licence to import the means to continue a ruinous civil war.

There is an important distinction between a state’s standing in the UN and the rights claimed by those who temporarily wield power within that state. Sudan remains a member state. It has a seat in the General Assembly. Burhan and his minions continue turning up and claiming to speak in Sudan’s name. 

None of that would necessarily change in the face of an arms embargo extending across the whole of Sudan. The Security Council would not be making a determination regarding Burhan’s or the SAF’s legitimacy. Recognition, credentials, representation—these are all distinct matters decided elsewhere and by other means. 

The Council’s job is something else. It’s not dealing with constitutional niceties; it’s dealing with the life and death issues of international peace and security. If weapons are feeding a conflict and threatening civilians in a territory or state, it can restrict the transfer of arms to that state or territory without stripping it of its international legal personality. Sanctions are not derecognition. What they do recognise is that in some circumstances, stopping the bloodshed take precedence over any right to buy arms. 

A nationwide embargo would establish at least this much: that the SAF and the RSF are both belligerents. The SAF may be commanded by General Burhan and presently in control of the state’s formal institutions; the RSF may be a paramilitary force with its own commercial interests, territorial ambitions and record of atrocities. But neither distinction entitles either side to decide Sudan’s future at gunpoint. According to the UN Charter we are not supposed to be living in a world where political legitimacy is determined by the military power at your disposal.

The SAF’s claim to sovereignty cannot mean an unconstrained right to acquire weapons while the country is being torn apart. The RSF’s local control, meanwhile, cannot be converted into international entitlement by force, atrocity or the occupation of territory. Both forces are armed parties to a conflict. Both draw sustenance from external supplies. Both have strong incentives to believe that, if they can secure the next shipment, the next drone or the next patron, a military decision remains possible.

It’s this kind of calculation that the Security Council has to disrupt.

All that said, an embargo alone can’t bring peace. Sudan needs a ceasefire now, with humanitarian access protected, credible monitoring of violations and a civilian-led political process that gives Sudanese people — not rival generals — the authority to determine their country’s future.

But if both sides believe more arms may tilt the balance then a ceasefire becomes harder to achieve. An embargo changes that calculation. It increases the cost and risk of resupply, makes foreign sponsors more visible, and tells commanders that time is no longer automatically on the side of whichever force can secure a fresh consignment.

That is why this measure matters. It’s nowhere near a magic bullet but it would at least narrow the military options of the SAF and RSF alike, improve the prospects for a ceasefire, and more create political space for civilians to reclaim their state. 

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Yemen, Ansarallah conquista il Monte Matran e punta su Taiz

 

Le Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah, hanno conquistato l'area del Monte Matran nel distretto di Al-Selw, a sud della strategica città di Taiz, nel sud-ovest dello Yemen.

L'avanzata coincide con violenti scontri tra le truppe di Sana'a e le milizie sostenute dall'Arabia Saudita, che cercano di riprendere il controllo di Bab al-Mandab e di diverse zone della costa occidentale occupate dalla YAF il mese scorso. Secondo fonti militari, durante le operazioni sul Monte Matran l'esercito yemenita ha sequestrato un ingente quantitativo di equipaggiamento militare, inclusi veicoli corazzati e armi di vario calibro.

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Attraverso i propri canali ufficiali, la YAF ha diffuso filmati girati da droni che mostrano attacchi con missili balistici diretti contro le concentrazioni di truppe filosaudite. Tra le operazioni rivendicate figura anche un raid missilistico contro il campo di Al-Dagharir a Jizan, nel sud-ovest dell'Arabia Saudita, oltre ad attacchi mirati contro l'aeroporto di Abha. Secondo le forze di Sana'a, gli attacchi avrebbero causato decine di morti e feriti tra le fila nemiche.

Nelle ultime ore, le forze yemenite hanno inoltre lanciato un'ampia ondata di rappresaglie contro infrastrutture energetiche e militari in territorio saudita, prendendo di mira l'aeroporto King Khalid di Riyadh e una raffineria della Aramco a Rabigh, dove sono stati segnalati incendi.

Mentre gli scontri sul campo si intensificano, si registrano notizie contrastanti sul controllo del territorio. Le fazioni filogovernative sostenute da Riyadh affermano di essere avanzate nei pressi del distretto di Dhubab e nel settore orientale di Bab al-Mandab, penetrando in alcune aree come confermato anche dai corrispondenti locali. Al contrario, la YAF ha bollato questi annunci come "vittorie immaginarie", ribadendo di mantenere saldamente il controllo degli accessi alla fondamentale via navigabile del Mar Rosso e delle isole adiacenti.

Sul piano umanitario e militare, la coalizione a guida saudita ha intensificato i raid aerei con l'operazione denominata "L'alba dello Yemen", concepita per supportare le milizie alleate sul terreno. Gli attacchi hanno provocato vittime civili, tra cui una studentessa.

Nonostante la pressione aerea della coalizione, la YAF ha bloccato la strada principale che collega Aden a Taiz, stringendo ulteriormente la morsa sulla città. Taiz resta sotto il controllo del governo sostenuto dall'Arabia Saudita, ma è ormai da tempo quasi completamente accerchiata dalle forze di Ansarallah.

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Bolivia: il Procuratore Generale deposto teme per la propria vita

Roger Mariaca, l'ex procuratore boliviano al centro di un controverso caso di corruzione, ha espresso timore per la propria incolumità, essendo stato rinchiuso nella stessa prigione che ospita criminali da lui stesso fatti incarcerare.

"Ho condotto le indagini insieme al mio team di procuratori; abbiamo assicurato alla giustizia assassini che attualmente si trovano in custodia cautelare proprio nelle carceri in cui ci state mandando", ha dichiarato l'ex funzionario durante un'udienza, rivolgendosi al giudice che presiede il suo processo.

Mariaca ha fatto riferimento in particolare a un caso giudiziario in cui ha ottenuto l'arresto dei responsabili dell'omicidio di cittadini brasiliani a Santa Cruz de la Sierra; gli individui coinvolti sono stati trasferiti nel carcere di Cantumarca, situato nel dipartimento di Potosí.

Lunedì, Mariaca è stato trasferito nella stessa struttura per scontare la custodia cautelare in attesa dell'inizio del processo a suo carico per riciclaggio di denaro, associazione a delinquere e traffico di sostanze controllate.

"Ha disposto sei mesi di detenzione. Rispetto la decisione - motivo per cui presenteremo ricorso tramite il mio avvocato - ma voglio che sappia, Vostro Onore, che la mia vita è ormai nelle mani del sistema giudiziario e nelle Sue, in quanto autorità giudiziaria che sovrintende al caso: una situazione che Lei avrebbe potuto evitare", ha aggiunto.

El Fiscal General de Bolivia detenido por la DEA tras conocerse los vínculos de Cerimedo con el narcotráfico le pide al juez en su primera audiencia que no lo envíe a la cárcel donde están los asesinos que él encarceló, también que no tuvo posibilidad de defensa en su detención. https://t.co/C0oGY5AoIG

— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) October 5, 2026

Ha inoltre affermato che, dal momento del suo arresto la scorsa settimana, il suo diritto alla difesa non è mai stato rispettato; è stato trasferito a Potosí nonostante la sua residenza legale fosse a Santa Cruz de la Sierra, dove vivono i suoi tre figli minori, economicamente a suo carico.

Mariaca è stato arrestato mercoledì scorso dopo che gli Stati Uniti lo avevano inserito in una lista di 29 funzionari di Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù ai quali era stato revocato il visto a causa di presunti legami con la criminalità organizzata.

L'arresto del procuratore ha suscitato notevoli polemiche, poiché stava conducendo l'indagine su Fernando Cerimedo, consulente di spicco per governi di destra della regione e figura vicina alla cerchia ristretta di Donald Trump negli Stati Uniti.

Cerimedo, che ha lavorato anche come consulente per l'attuale presidente boliviano Rodrigo Paz, è detenuto in Bolivia dall'agosto scorso con accuse che includono tentato femminicidio, arricchimento illecito, riciclaggio di denaro, traffico di droga e usurpazione di funzioni pubbliche.

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