Trump valuta di colpire l’Iran prima delle elezioni di midterm

Di tutte le scelte impulsive e scriteriate di Donald Trump, la guerra in Iran è forse quella che più di tutte gli si è ritorta contro. Il conflitto è impopolare, i prezzi della benzina sono aumentati e i candidati repubblicani temono che l’argomento possa essere la causa di un risultato disastroso al voto del 3 novembre. Anche per questo nelle ultime settimane si era instaurata una specie di regola non scritta: niente nuovi grandi attacchi americani prima delle elezioni di midterm. Una certezza che adesso si sta sbriciolando, come tutte le certezze che pensiamo acquisite ai tempi di Trump.
La Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di preparare opzioni per nuovi attacchi contro obiettivi iraniani che potrebbero essere eseguiti anche prima del voto. La notizia l’ha data ieri l’Atlantic dopo aver sentito diversi funzionari dell’amministrazione. I piani vengono elaborati dal Central Command, il comando militare che coordina le operazioni americane nella regione. «La dimensione e gli obiettivi degli attacchi potenziali, così come l’eventualità che l’amministrazione decida infine di procedere, sono ancora oggetto di discussione», scrive l’Atlantic, ma il semplice fatto che il Pentagono stia preparando delle opzioni è significativo.
Il ragionamento alla Casa Bianca è soprattutto politico. Trump vuole abbassare il prezzo della benzina e mostrare agli elettori di essere riuscito a ottenere un risultato dalla guerra. Anche i sostenitori di una nuova azione riconoscono che «attacchi limitati non basterebbero, da soli, a riportare l’Iran al tavolo dei negoziati, a ripristinare la sicurezza dei trasporti attraverso lo stretto di Hormuz o a far scendere il prezzo della benzina prima del giorno delle elezioni», scrive l’Atlantic. La loro speranza è che una nuova operazione, dopo mesi di relativa calma, permetta invece a Trump di mostrare la propria forza e di rivendicare una qualche forma di vittoria, dando ai repubblicani una spinta necessaria verso il voto.
Eppure in questi mesi la guerra ha già dimostrato di poter produrre l’effetto contrario. Il petrolio è arrivato quasi a 118 dollari al barile nella primavera scorsa e anche dopo le successive discese è rimasto intorno ai cento dollari. La benzina negli Stati Uniti costa in media 4,37 dollari al gallone, contro poco meno di tre dollari prima dell’inizio dell’offensiva americana e israeliana del 28 febbraio. «L’azione militare non ha fatto nulla per abbassare i prezzi del petrolio; ha fatto esattamente il contrario», ha detto all’Atlantic Will Walldorf, professore alla Wake Forest University e senior fellow di Defense Priorities.
A Linkiesta l’abbiamo detto fin dall’inizio, Trump fa annunci roboanti per risolvere militarmente problemi che prima dell’inizio della guerra semplicemente non esistevano. E dal punto di vista elettorale non è un problema da poco, perché nei due rami del Congresso la maggioranza repubblicana è a rischio, e anche per molti candidati repubblicani in tutto il Paese il contraccolpo dell’improvvisazione trumpiana potrebbe costare caro. Un esempio su tutti: Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas, ha detto in privato ai suoi finanziatori che l’aumento dei prezzi di benzina e diesel provocato dalla guerra è «di gran lunga il nostro problema più grande».
Va detto anche che Trump ieri sera ha provato a smentire la notizia di un attacco. «Non attaccheremo l’Iran in nessun momento prima delle elezioni di medio termine che si terranno negli Stati Uniti il 3 novembre», ha scritto su Truth, il suo social. Ma i suoi annunci, roboanti o meno, vanno sempre presi con le pinze. Soprattutto perché il primo a smentirli potrebbe essere lo stesso Trump, anche nelle prossime ore.
A Washington si teme anche che sia Teheran a voler sfruttare le settimane che precedono le elezioni. A inizio settimana, Semafor scriveva che alcuni funzionari dell’amministrazione considerano concreta la possibilità che l’Iran cerchi di danneggiare politicamente Trump prima delle midterm. «Potrebbero voler infliggere dei danni al presidente prima delle elezioni», ha detto a Semafor un funzionario dell’amministrazione, ipotizzando una possibile iniziativa iraniana nelle prossime settimane.
«L’Iran sta guardando il calendario e sa che si avvicinano le elezioni», ha scritto ancora l’Atlantic citando un consigliere dell’amministrazione. Ed è proprio questo a rendere più complicato il calcolo americano: un attacco prima del voto potrebbe servire a Trump per dimostrare forza, ma potrebbe anche riportare la guerra al centro della campagna elettorale, con conseguenze indesiderate – anche sulla sicurezza delle circa cinquantamila truppe americane in Medio Oriente.
La situazione sempre più intricata è dettata dal grado di improvvisazione, sempre più elevato, dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca avrebbe voluto arrivare alle midterm con la guerra fuori dalle prime pagine e con il prezzo della benzina in discesa. Ma per ottenere entrambe le cose Trump sta valutando un nuovo attacco: farebbe tutto il necessario per poter dichiarare una vittoria, anche a costo di mandare tutto all’aria riaccendendo una guerra impopolare nel momento peggiore possibile.
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