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Antonio Berloni, la signorile modestia di un personaggio di successo

Antonio Berloni nato a Serrungarina (PU) nel 1936, famoso imprenditore, ha compito novant’anni. Un bel traguardo che la città di Pesaro, insieme al sindaco, Andrea Biancani, hanno caldamente festeggiato. Nell’occasione a Berloni è stata consegnata la pergamena ‘Plauso della città’, attestazione onorifica con cui si è voluto tributare “un riconoscimento – ha detto il sindaco Biancani – che racconta la gratitudine di tutta la comunità verso uno dei grandi protagonisti della storia economica e imprenditoriale del nostro territorio”.

La festa è stata molto partecipata: “Era presente addirittura una persona arrivata dalla Cina e che non vedevo da tanti anni – spiega Antonio Berloni ancora entusiasta -. Mi ha fatto davvero molto piacere rivedere così tanti amici, non me lo sarei mai aspettato. È stato emozionante”. Ed ha aggiunto: ”Se sei generoso e dai nella vita, poi l’affetto e la stima delle persone ti torna sempre indietro. Lo dimostrano anche tutte le persone che si sono fatte sentire in questi giorni”.

Conferma la sensibilità e la generosità del suo animo la conclusione del suo discorso: ”La soddisfazione più bella è la riconoscenza delle persone”. A novant’anni Antonio – e ne avrebbe ben diritto – si è accomodato in poltrona? Nossignori. Lui stesso precisa: ”Mi comporto esattamente come chiunque altro, continuando a lavorare ogni giorno, con uno sguardo rivolto sempre verso il futuro e sostenendo anche i giovani e le nuove generazioni che sono impiegate in azienda”.

E allora vediamo come è giunto, insieme al fratello Marcello, a dar vita alle sue aziende.

Dalle sue campagne di Serrungarina, si è trasferito a Pesaro da ragazzo per dedicarsi alla falegnameria aprendo insieme a Marcello una modesta bottega che in seguito si specializzerà nella produzione di mobili da cucina, assumendo quindi nel 1960 la denominazione di Mobili Berloni.

Negli anni l’azienda ha un fiorente sviluppo e conquista specie in Italia ampie aree di marcato. Finché nel 1993 viene costituita la Berloni International s.r.l. per rafforzare ulteriormente la presenza del suo marchio a livello internazionale, mentre nel 1996 l’azienda pesarese attua una diversificazione produttiva entrando nel settore dei mobili d’arredamento. L’accoglienza iniziale verso il prodotto fu molto positiva dal punto di vista dell’immagine. In particolare in Cina il marchio “Berloni” veniva percepito come un simbolo del lusso, del design e dello stile di vita italiano, ideale per arredare i nuovi complessi residenziali della crescente classe medio-alta cinese: fascino del Made in Italy. Antonio Berloni, molto soddisfatto della ospitalità cinese, mi raccontava: “Pensa, perfino attorno allo stabilimento oltre alle ottime vie d’accesso, allestiscono prati e arredi floreali. Cose che qui ci sogniamo”. Erano i tempi in cui la Cina cercava di imparare. Poi è diventata lei maestra, almeno in molti rilevanti settori.

Tra il 2005 e il 2006, il gruppo  avviò una joint venture strategica in Cina, dando vita alla “Guangdong Iceco Enterprise Ltd”. Questa sussidiaria si è occupata per anni della produzione di apparecchi di refrigerazione destinati principalmente al mercato automobilistico. Brillava però l’arredamento. Durante gli anni d’oro della crescita internazionale, la società aprì la divisione “Berloni Asia”. Questa branca asiatica gestiva gare d’appalto e ordini per la fornitura di migliaia di cucine nei mercati orientali, inclusa la Cina continentale.

Nel periodo della sua massima espansione globale e prima della complessa crisi aziendale degli anni successivi, lo storico marchio pesarese Berloni Cucine è stato presente in più di 50 paesi nel mondo, distribuiti in 4 continenti. Erano anche i periodi delle feste organizzate dai principali imprenditori del mobile operanti nel fiorente distretto di Pesaro. Celebri quelle dei Berloni con artisti di fama ed omaggi a tutti gli intervenuti, come ad esempio  il piatto di ceramica del 1986 con la riproduzione della “rosa di Pesaro”.

Oltre che in Cina venivano aperti showroom esclusivi e partnership industriali anche in Turchia ed a Taiwan. Pur avendo il mercato italiano storicamente rappresentato la quota principale del fatturato (circa il 70%).

Nel frattempo Antonio Berloni e la sua famiglia nel 1988 acquisiscono l’intera gestione della Indel B S.p.A. situata a Sant’Agata Feltria (Rimini) azienda specializzata nella produzione di piccoli frigoriferi ed impianti di climatizzazione per l’automotive (camion e auto di lusso), la nautica da diporto, i veicoli ricreazionali e l’hospitality (minibar per hotel) diventando una multinazionale quotata in Borsa e uno dei motori economici principali dell’Alta Valmarecchia. La Indel B ha collaborato anche con la Nasa che la selezionò per una sfida tecnologica importantissima: progettare e realizzare un frigorifero unico al mondo da installare a bordo dello Space Shuttle Columbia.

La particolarità di questa fornitura risiedeva nei requisiti tecnici estremi. L’elettrodomestico doveva infatti funzionare perfettamente in assenza totale di gravità e continuare a refrigerare anche affrontando rotazioni continue a 360 gradi.

Nonostante questa proiezione oltre che internazionale direi anche “stellare”, Antonio Berloni non ha mai abbandonato la sua amata campagna. Non ha mai dimenticato né reciso le sue radici contadine nate nei campi di Serrungarina, tratto celebre e indiscutibile della sua storia personale.

Antonio ha sempre dichiarato che la solidità, la concretezza e la dedizione applicate nelle sue fabbriche (dalla Berloni Cucine fino alla Indel B) derivavano proprio dai valori della civiltà contadina in cui era cresciuto. Colmo di successi ed insignito del prestigioso titolo di Cavaliere del Lavoro non ha mai operato per esporre la propria immagine.

Marcello, il fratello, era più portato alle pubbliche relazioni, a svolgere interventi nelle circostanze pubbliche. Un giorno gli chiesi la disponibilità ad una intervista con un giornalista. Mi dirottò su Marcello perché, disse scherzosamente, “el chiacheron l’è lu!”. E più che vantarsi dei propri risultati anche durante la festa che gli è stata tributata ha manifestato la “volontà di condividere il proprio successo con il territorio, con la città, con i dipendenti e con gli altri imprenditori”.

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Gran bazar AI. Nvidia pronta a entrare nel mercato dei modelli open-source

 

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Se la conoscenza diventa una scorciatoia, anche le competenze diventano fragili

C’è qualcosa di più profondo della semplice abitudine a studiare sulle slide invece che sui libri nella fotografia degli universitari italiani emersa recentemente da un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su 463 docenti di 34 atenei.

L’83% dei professori ha osservato negli ultimi tre-cinque anni un cambiamento nelle modalità di studio degli studenti. Il 69% indica le slide come il materiale più utilizzato, il 52% gli appunti, mentre appena il 17% ritiene che i materiali didattici degli editori siano oggi molto letti.

E il dato forse più significativo è che per il 68% dei docenti la progressiva perdita dell’abitudine a leggere integralmente i manuali è tra le principali cause delle difficoltà riscontrate nella preparazione: il 41% segnala una riduzione della capacità di analisi e ragionamento critico, il 28% una preparazione più nozionistica e superficiale e il 24% difficoltà nel collegare argomenti diversi.

Non è, naturalmente, una condanna delle slide. Né dei riassunti. Né, tantomeno, della tecnologia che tutti abbiamo utilizzato nel corso dei nostri percorsi accademici per tradurre i concetti più ostici, ma mai completa sostituzione degli altri strumenti, Una buona sintesi può essere, infatti, uno strumento straordinario per orientarsi, così come un video, un podcast o un sistema di intelligenza artificiale possono aiutare uno studente a comprendere meglio un concetto difficile. Il problema nasce quando lo strumento sostituisce il percorso.

Perché conoscere non significa semplicemente possedere informazioni. Significa comprenderle, organizzarle, metterle in relazione, verificarle, discuterle e, quando necessario, cambiarle alla luce di nuove evidenze. È proprio questa trasformazione dell’informazione in conoscenza che rischiamo di perdere.

E quando la conoscenza diventa superficiale, anche le competenze diventano fragili. Un castello di carte: può apparire perfetto finché nessuno lo mette alla prova, ma rischia di crollare alla prima folata di vento.

I numeri ci invitano a prendere sul serio il problema. Nel 2025, secondo Invalsi, soltanto il 51,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori ha raggiunto in Italiano un risultato almeno adeguato, mentre in Matematica la quota si è fermata al 49,2%. L’8,7% degli studenti presenta inoltre una condizione di “dispersione scolastica implicita”, cioè conclude il percorso scolastico con livelli di competenza molto bassi nelle diverse discipline.

Anche i risultati Pisa 2025 dell’Ocse raccontano un quadro che merita attenzione. In Italia il 76% dei quindicenni raggiunge almeno il livello 2 in lettura, contro il 69% della media Ocse.

Ma soltanto il 4% arriva ai livelli più elevati, contro il 6% della media Ocse. E raggiungere quei livelli significa, tra le altre cose, saper comprendere testi lunghi e complessi, cogliere concetti astratti e distinguere fatti e opinioni anche sulla base di informazioni implicite.

Non è soltanto un problema della scuola o dell’università. È un problema che attraversa l’intera società.

È qui che la questione educativa diventa una questione economica, istituzionale e democratica.

Una popolazione con competenze fragili significa, inevitabilmente, anche una pubblica amministrazione che può incontrare maggiori difficoltà nel gestire processi complessi, imprese che faticano a trovare competenze adeguate, lavoratori più esposti alla trasformazione tecnologica e cittadini meno autonomi nell’interpretare le informazioni.

L’Italia, peraltro, continua ad avere un ritardo importante sul capitale umano: nel 2024 soltanto il 22,3% della popolazione tra 25 e 64 anni aveva un titolo di istruzione terziaria, contro il 36,1% della media europea. Tra i giovani di 20-34 anni la quota con un titolo terziario era del 25,1%, 11,3 punti meno della media Ue27.

La conseguenza più sottovalutata riguarda però il pensiero critico.

Un cittadino che non è abituato a leggere un testo fino in fondo, a distinguere una fonte da un’opinione, a verificare un dato, a confrontare due tesi differenti, rischia di diventare un cittadino più facilmente condizionabile. La conoscenza offre libertà a chi la governa: ma la libertà presuppone la capacità di comprendere.

Anche per questo il rapporto con i social network va affrontato senza demonizzazioni. Un reel di trenta secondi può essere utile, divertente, persino istruttivo.

Ma quando un post confezionato come una verità assoluta ci dà l’impressione di avere capito tutto, può produrre l’effetto opposto: non costruire conoscenza, ma soltanto la sensazione di possederla.

Un ragazzo può sapere che cosa dice un video sulla Rivoluzione francese senza aver mai letto una pagina di storia; può conoscere la definizione di inflazione senza comprendere davvero perché i prezzi aumentino; può ripetere che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro senza sapere come funziona un modello linguistico, quali siano i suoi limiti o come verificare una risposta.

Il rischio è quello di confondere la familiarità con un argomento con la sua comprensione.

E qui arriviamo all’intelligenza artificiale. È inutile discutere soltanto di come governeremo l’Ai, di come regoleremo gli algoritmi o di come proteggeremo i cittadini dalle informazioni false se una parte della popolazione non dispone delle competenze di base necessarie per comprendere un testo, interpretare un grafico o verificare una notizia.

L’Ai può essere una straordinaria alleata della formazione. Può spiegare un concetto in modo diverso, costruire esempi, adattare un esercizio al livello dello studente, aiutare a individuare gli errori. I dati Pisa 2025 mostrano già quanto sia entrata nella quotidianità scolastica: il 47% degli studenti italiani dichiara di utilizzare chatbot basati sull’Ai almeno una volta alla settimana per l’apprendimento; il 36% li utilizza per sintetizzare testi e il 30% per elaborare testi scritti.

Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda: vogliamo una tecnologia che sostituisca lo sforzo cognitivo o una tecnologia che lo potenzi?

Nella scuola, aiutare uno studente a comprendere un passaggio difficile è una cosa. Consegnargli direttamente la risposta è un’altra. La prima rafforza l’autonomia; la seconda rischia di indebolirla.

Perché non conta soltanto il risultato. Conta anche il percorso attraverso il quale quel risultato viene raggiunto. Ma questo è anche frutto della deriva che ha preso spesso una società in cui l’apparenza conta più della sostanza.

Imparare a risolvere un problema significa anche imparare a sbagliare, correggersi, cercare una fonte, confrontare una soluzione, sostenere una tesi. È attraverso questo esercizio che si costruisce quella struttura mentale che poi consente di affrontare problemi nuovi, anche quando nessuno ha preparato per noi una slide riassuntiva. La consapevolezza dei propri limiti – senza scomodare Socrate – è essa stessa conoscenza.

La riforma della formazione, allora, deve certamente riguardare l’università. Ma deve partire molto prima. Dalla capacità di leggere. Dalla scrittura. Dalla matematica. Dalla comprensione di un testo. Dalla capacità di fare domande. Dalla distinzione tra un fatto e un’opinione. Dall’abitudine a verificare una fonte.

Sono competenze apparentemente semplici, che diamo per scontate, ma in cui si annida in realtà il pericolo e che costituiscono l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

Francis Bacon scriveva che “la conoscenza stessa è potere”. Oggi potremmo aggiungere che, nell’economia digitale, la conoscenza è anche autonomia. Senza di essa rischiamo di essere soltanto consumatori di informazioni, utenti di piattaforme, destinatari di algoritmi.

Le scorciatoie sono affascinanti perché fanno risparmiare tempo. Ma nella formazione il tempo non è necessariamente un costo: è parte dell’investimento.

Leggere cento pagine quando basterebbero dieci slide può sembrare inefficiente. E qualche volta lo è. Ma se quelle cento pagine ci insegnano a comprendere un ragionamento, a seguirne la logica e a costruire un pensiero autonomo che facciamo nostro e riutilizziamo in seguito, allora non abbiamo semplicemente studiato un libro. Abbiamo costruito uno strumento che ci servirà per tutta la vita.

È questo, in fondo, il vero obiettivo della scuola e dell’università: non riempire teste di informazioni, ma costruire persone capaci di orientarsi quando le informazioni diventano troppe.

Perché il problema del futuro non sarà sapere dove trovare una risposta.

Sarà sapere se quella risposta merita di essere creduta.

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Alle Giornate di Trevi transizione energetica ed economia circolare per un nuovo futuro

Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, gli italiani considerano importante la transizione ecologica per ridurre gli effetti del cambiamento climatico: aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e promuovere l’economia circolare attraverso produzioni e consumi più sostenibili.

La decima edizione delle Giornate dell’Energia e dell’ Economia Circolare, che ha chiuso ieri i propri lavori  a Trevi, in provincia di Perugia, ha avuto come filo conduttore la politica ambientale nella sua declinazione proprio della transizione energetica e dell’economia circolare: confronti e dibattiti che hanno visto protagonisti i rappresentanti delle istituzioni, del mondo della ricerca e quello delle imprese. 

Il titolo di quest’anno, “Politica, ambiente, energia, economia circolare. Dieci anni nel cuore dell’Italia: l’inizio di un nuovo futuro”, invitava a riflettere sui risultati ottenuti nell’ultimo decennio e a pianificare i prossimi dieci decisivi anni.

L’evento è stato promosso da Globe Italia e da WEC Italia, in collaborazione con AICP  (Associazione Italiana dei Collaboratori Parlamentari) e Askanews.  

“Quest’anno le Giornate di Trevi arrivano in un momento particolarmente critico per il settore dell’energia e per l’ambiente tutto, alle prese con sfide storiche come l’accesso al gas, o nuove, come l’impatto che avrà l’Intelligenza Artificiale – ha detto Matteo Favero, presidente di Globe Italia, in apertura della manifestazione – Negli ultimi dieci anni le politiche ambientali hanno fatto tanta strada, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi, l’Europa ha spinto gli Stati membri a porsi obiettivi sempre più ambiziosi, Stati Uniti e Cina hanno fatto passi da gigante nel mercato delle rinnovabili, le politiche ambientali hanno guadagnato un posto nel dibattito pubblico. I prossimi dieci anni saranno quelli decisivi per vincere questa sfida epocale”. 

“Queste Giornate, da dieci anni, gli ha fatto eco Marco Margheri, presidente di World Energy Counsil (WEC) Italia, mettono in relazione energia ed economia circolare, facendo dialogare istituzioni, imprese, associazioni e territori. Le politiche energetiche devono sempre tenere uno sguardo attento alla dimensione internazionale, essenziale per comprendere le sfide della geopolitica, della sicurezza energetica, dei grandi processi di innovazione tecnologica e industriale”. 

L’Italia parte da una posizione di forza. Il tasso di circolarità di utilizzo dei materiali ha raggiunto il 21,6%, ben al di sopra della media UE del 12,2%.

Lo ha ricordato Laura D’Aprile, Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. “Nel 2024, ha detto D’Aprile, il riciclo dei rifiuti urbani è salito al 52,3%, mentre il recupero di materia rappresenta il 74,3% della gestione dei rifiuti speciali: 139 milioni di tonnellate restituite ai cicli produttivi. Ed è proprio qui che energia e circolarità si incontrano. Le filiere del riciclo consumano molta energia e l’elevato costo dell’energia in Europa rende le materie prime seconde meno competitive rispetto a quelle vergini”.

La priorità, ha concluso, è costruire un vero Mercato unico europeo delle materie prime seconde, capace di garantire domanda, qualità e competitività.   

E allora, in attesa che la Commissione Europea vari nei prossimi mesi il tanto agognato Circular Economy Act che dia attuazione concreta alla transizione con misure di sostegno regolatorie e finanziarie, occorre che  in Italia l’economia circolare diventi una precisa scelta di politica industriale. E’ la prospettiva dello studio “Una nuova politica industriale europea per l’economia circolare” realizzato da THEA Group in collaborazione con CONAI.  

Lo studio stima, per l’intera industria europea del riciclo, un impatto economico annuo di 555 miliardi di euro e 222 miliardi di valore aggiunto, con oltre 3 milioni di posti di lavoro. Questi numeri descrivono la capacità industriale esistente. Compito della politica creare le condizioni per rafforzarla e renderla competitiva.

Innanzitutto con la ricerca. Automazione e Intelligenza Artificiale migliorano l’efficienza dei processi e la qualità delle materie prime seconde. Servono collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca: regole comuni e finanziamenti per la crescita. 

“Le regole comuni devono favorire un mercato europeo più integrato, attraverso criteri riconoscibili, dati comparabili e sistemi interoperabili – ha precisato Simona Fontana, direttrice generale di CONAI – Il riconoscimento reciproco e la condivisione delle migliori pratiche permettono di valorizzare le esperienze nazionali. La finanza deve sostenere progetti con prospettive economiche credibili, tempi autorizzativi prevedibili e strumenti di gestione del rischio.

Anche disponibilità e costo dell’energia incidono sulla competitività degli impianti. Le politiche energetiche e industriali devono quindi procedere in modo coerente”. 

Tutti, quindi,  in attesa del pronunciamento della Commissione sulle misure  che dovranno offrire l’occasione di collegare gli obiettivi ambientali al mercato delle materie prime seconde. La direzione è tracciata: ricerca che deve diventare capacità industriale, simbiosi tra settori produttivi, investimenti che generano valore nei territori. 

“I dieci anni delle Giornate di Trevi segnano un passo di maturità nella capacità di confronto e ricerca del pensiero critico su materie fondamentali come clima, energia e sviluppo sostenibile, ha dichiarato Fabrizio Penna, direttore generale di ISPRA.

Il nostro contributo riguarda la sfida che stiamo affrontando nel contrasto al cambiamento climatico attraverso uno sviluppo concretamente sostenibile.

Un contributo che non può prescindere dall’analisi dei dati e dai riscontri tecnici che vede ISPRA, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale, impegnato in prima fila per raggiungere questo obiettivo”. 

Particolarmente apprezzato l’intervento di Giovanni Mastrandrea, della Tenuta di Castelporziano della Presidenza della Repubblica,  il quale ha ricordato la fiducia riposta dal Presidente Sergio Mattarella dieci anni addietro decidendo di medagliare questa giornate.

“L’insieme delle risorse naturali del Paese e dei servizi che esse garantiscono, ha aggiunto, la cui complessità e ricchezza può essere misurata e pesata come il livello di biodiversità presente, è la base sostanziale del benessere economico, sociale e ambientale. Ce lo ricorda la Banca Centrale Europea che già dal 2023 certifica un legame indissolubile e tuttavia allarmante tra la stabilità economica e la tutela della biodiversità”.

Il Capo dello Stato, ha aggiunto Mastrandrea, non smette di ricordarcelo e non smette di tracciare la rotta obbligata per il Paese: “la biodiversità è un patrimonio che ci interpella”, ha detto qualche giorno fa al Salone del Gusto di Torino. “La molteplicità genetica ha permesso al genere umano di svilupparsi per millenni; senza responsabilità, senza la cura di questa ricchezza l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e distruggersi”. 

D’altra parte, ha ricordato Mastrandrea, la Tenuta di Castelporziano è divenuta ed è sempre più hub culturale e formativo per temi quali la biodiversità, il capitale naturale, ma anche l’economia circolare, il legame tra  fragilità sociale e fragilità ambientale, luogo di consapevolezza sul valore della Casa Comune. 

“E allora, ha concluso, a poca distanza temporale dalla ricorrenza dalla morte di S. Francesco – cui il Presidente Mattarella ha partecipato definendolo un ‘profeta di pace, di amore  e di rispetto per il Creato’ – chiudo menzionando il passo del Cantico delle Creature nel quale loda il Signore per la Madre Terra, la quale ci sostiene e ci governa. Questa Madre Terra che abbiamo il privilegio e il grande onere di dover consegnare ai nostri figli”. 

La voce del legislatore nazionale è stata espressa da  Massimo Milani, Segretario della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha riassunto la molteplicità dei temi trattati in queste giornate. “Temi complessi che ormai attraversano tutti i settori produttivi, quindi possiamo dire che rappresentano la struttura scheletrica (la visione circolare) e il cibo (l’energia) di ogni attività della nostra complessa società.

Il senso di Comunità che pervade queste giornate, ha concluso Milani, è il segreto di un lavoro che si articola durante tutto l’anno, nel riconoscersi, appunto, per nelle differenze, appartenenti a una comunità che  vuole aiutare la comprensione di questi temi, la crescita e l’affermazione dell’economia circolare e della indipendenza e sicurezza energetica”.

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Chi è Navi Pillay, il Premio Nobel per la Pace che ha fatto arrabbiare Trump e Israele

Navanethem ‘Navi’ Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, è il Premio Nobel per la Pace 2026. Nata il 23 settembre 1941 a Durban, in una famiglia di origine tamil indiana, Pillay è cresciuta sotto il regime di segregazione razziale sudafricano, diventando una delle prime donne di origine indiana ad esercitare la professione di avvocata nel Paese. Durante l’apartheid ha difeso oppositori politici del regime. Un nome per tutti Nelson Mandela.

Laureata in Giurisprudenza all’Università del Natal, in Sudafrica, ha proseguito gli studi ad Harvard. Dopo la fine dell’apartheid, nel 1995 è diventata giudice dell’Alta Corte sudafricana. Ha ricoperto incarichi al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, facendo parte di quelle che furono considerate sentenze storiche, che hanno riconosciuto come lo stupro e la violenza sessuale possono costituire atti di genocidio e crimini contro l’umanità.

In seguito è stata giudice della Corte penale internazionale dell’Aia. Dal 2008 al 2014 ha ricoperto l’incarico di Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, occupandosi delle principali crisi internazionali. Cofondatrice dell’organizzazione Equality Now, impegnata nella difesa dei diritti delle donne, Pillay ha contribuito allo sviluppo della giurisprudenza internazionale sulla violenza sessuale nei conflitti armati. Ha lasciato la presidenza della commissione nel 2025. Attualmente è giudice ad hoc designato dal Gambia nel procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro la minoranza rohingya.

Pillay, come presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’Onu sul territorio palestinese occupato, nel 2025 ha accusato Israele di genocidio a Gaza. “Assegnare il Premio Nobel per la Pace a Pillay non è un atto di giustizia, ma la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele”, è stata la reazione del ministero degli Esteri israeliano in una nota. Anche il presidente americano, Donald Trump, su Truth ha criticato duramente l’assegnazione. Ha conidiviso infatti un post dello studio legale che fa capo a David Schoen nel quale si dice che “oggi il Comitato per il Nobel si è screditato in modo irreparabile e ha svilito il Premio Nobel per la Pace, un tempo prestigioso, assegnandolo a Navi Pillay delle Nazioni Unite. Nel suo ruolo ha celebrato i terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una ‘indagine fasulla’, sostenendo di aver accertato che Israele ha commesso un genocidio e sollecitando un procedimento giudiziario. Non ha alcuna credibilità in nessun ambito serio e non ha mai fatto nulla per promuovere la Pace”.

Secondo il comitato per il Nobel invece Pillay “attraverso procedimenti giudiziari internazionali di importanza storica, ha dimostrato che le misure giuridiche possono contribuire a prevenire atti di guerra e violenza. Navi Pillay ha inoltre contribuito a rafforzare le istituzioni del diritto internazionale. La sua indipendenza, la sua competenza e la sua fermezza l’hanno resa una delle giuriste internazionali più stimate del nostro tempo”.

“Nell’assegnare il Premio Nobel per la pace di quest’anno, il Comitato Nobel norvegese intende ricordare al mondo che lo Stato di diritto – sia a livello nazionale che internazionale – costituisce il fondamento del sistema creato per garantire la pace e risolvere i conflitti in modo non violento. La pace richiede giustizia. La storia ha dimostrato che un mondo privo dello Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano. I giudici – custodi di quel sottile confine tra ordine e caos – meritano dunque il nostro più vivo apprezzamento. Tuttavia, oggi, mentre questi stessi giudici subiscono sanzioni e le loro istituzioni vengono attaccate, abbiamo bisogno di persone dotate di coraggio, lungimiranza e determinazione: qualità che Navi Pillay dimostra costantemente nel suo operato. Navi Pillay ha chiamato Stati e leader nazionali a rispondere delle proprie azioni, infondendo speranza nelle vittime di violenze e conflitti. In tutti gli incarichi ricoperti, ha sottolineato la responsabilità di individui e Stati nel rispettare lo Stato di diritto, contribuendo inoltre a definire le norme e i principi giuridici in materia. La sua influenza è stata determinante quando il Tribunale penale internazionale per il Ruanda ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire crimini contro l’umanità – oltre che genocidio. Nel medesimo procedimento, Navi Pillay ha svolto un ruolo chiave in un’altra importante svolta giuridica: per la prima volta, un imputato è stato accusato di istigazione al genocidio sulla base della sola diffusione di propaganda”, concludono la motivazione.

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Allarme sicurezza, Anthropic mette a disposizione i suoi modelli contro gli hackeraggi

Mettere a riparo le infrastrutture energetiche chiave. Questo il senso dell’iniziativa promossa da Anthropic, pronta a offrire i suoi servizi alle aziende che proteggono reti elettriche ed idriche dagli attacchi cyber. La loro vulnerabilità è uno dei problemi principali quando si parla di sicurezza relativa all’intelligenza artificiale. Una manomissione di queste infrastrutture potrebbe causare conseguenze drammatiche per chi le subisce. Dario Amodei ha così deciso di provare a tappare il buco.

Come scrive Axios, i gestori fanno una fatica immane a stare al passo dell’AI. Le capacità con cui gli strumenti tecnologici riescono a infiltrarsi è stupefacente e allo stesso allarmante. Anthropic mette quindi a disposizione i suoi modelli per identificare e proteggere le vulnerabilità nei sistemi. Proprio per questo sta anche lanciando un servizio gratuito di scansione per poterle mappare e analizzare, così poi da rendicontare il tutto in dei report dettagliati su come questi buchi potrebbero essere sfruttati dai malintenzionati e quali soluzioni adottare. No solo. Promette anche di spedire ingegneri sul posto per verificare di persona la situazione, mentre promuoverà ricerche e studi sulle minacce aziendali.

L’intento è sicuramente lodevole. Restano però alcuni dubbi sulla sua capacità effettiva di portare a dei risultati. Capire come sanare le vulnerabilità è un’operazione tutt’altro che semplice e non è ancora chiaro in che modo le aziende potranno testare i modelli senza interrompere le loro attività. Anche i costi restano un mistero: potrebbe farsene carico Anthropic, ma non è detto.

Ad ogni modo, alzare le barriere è un’esigenza impellente. Come avvertono da Tech Against Terrorism, molti modelli di AI presentano protezioni insufficienti contro le richieste di aiuto. Tradotto: i terroristi hanno la strada quasi spianata. Lo affermano dopo aver condotto test su oltre 160 modelli, in una iniziativa promossa anche dall’Onu. Quei modelli sono stati sottoposti a centinaia di domande, compresa quella per capire come aiutare un terrorista che si sta preparando a colpire. I modelli – compreso Claude di Anthropic, ma anche Gemini di Google – hanno risposto in media all’1,9% delle domande poste da un utente che aveva chiare intenzioni terroristiche. In altri casi, il modello smetteva di rispondere. Per gli stessi modelli, il numero medio di risposte utilizzabili è stato pari al 16,9% quando l’utente specificava di presentare la richiesta nell’ambito di ricerche sulla sicurezza.

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Energia senza frontiere. Ecco cosa si è detto al Festival del Cambiamento 2026

Energia, geopolitica, sicurezza nazionale, innovazione e competitività industriale sono ormai parti dello stesso dossier. È la fotografia emersa dalle due giornate del Festival del Cambiamento, organizzato tra Trieste e Gorizia. Promosso dalla Camera di Commercio Venezia Giulia con l’International Strategic Network (ISN) e Med-Or Italian Foundation, in collaborazione con la Regione Friuli-Venezia Giulia, all’evento hanno partecipato istituzioni, imprese, accademici ed esperti hanno discusso non soltanto di come produrre l’energia del futuro, ma soprattutto di come garantirla in un sistema internazionale diventato più instabile e competitivo.

Il punto di partenza è stato inevitabilmente geopolitico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha riportato al centro la vulnerabilità delle rotte marittime e delle infrastrutture attraverso cui passa una parte decisiva degli approvvigionamenti globali. Una questione che, come ha osservato il presidente della Camera di commercio Venezia Giulia Antonio Paoletti, rende ancora più urgente per l’Italia ridurre la dipendenza energetica dall’estero attraverso un mix che comprenda rinnovabili e nucleare di nuova generazione.

È anche il cambio di paradigma evidenziato dal giornalista e saggista Federico Rampini: la stagione nella quale il dibattito energetico poteva essere ricondotto prevalentemente alla transizione dalle fonti fossili a quelle sostenibili ha lasciato spazio a una realtà nella quale l’energia è tornata a essere una componente essenziale della sicurezza nazionale. Una trasformazione che, secondo Mohammed Baharoon, direttore generale del Dubai Public Policy Research Center, richiede risposte coordinate e una prospettiva globale.

Per l’Italia, la questione riguarda anzitutto la composizione del proprio mix. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato la necessità di aumentare la produzione da rinnovabili, geotermico, idroelettrico, fotovoltaico ed eolico, integrandola nel tempo con il nuovo nucleare. Sulla stessa esigenza di diversificazione si è soffermato Andrea Prete, presidente di Unioncamere, richiamando la crescita attesa della domanda globale e la necessità di ragionare in termini di addizione energetica, mentre il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga ha posto l’accento sui costi, sulle infrastrutture di rete europee e sulla necessità di maggiore autonomia. Anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, partendo dagli investimenti realizzati per l’elettrificazione delle banchine portuali, ha indicato nel nucleare una delle sfide da affrontare per il futuro.

La sicurezza energetica passa però anche dalla geografia. Lorenzo Ortona, coordinatore vicario della Struttura di Missione per il Piano Mattei, ha ricondotto il tema alla costruzione di nuove infrastrutture tra Nord Africa, Italia ed Europa, accompagnandole con investimenti in competenze e creazione di valore nei Paesi partner. È una dimensione che progetti come ELMED e il SoutH2 Corridor rendono sempre più concreta e che attribuisce al Mediterraneo un ruolo crescente nella strategia energetica europea.

In questo quadro si inserisce anche la riflessione dell’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale dell’Italia per il Corridoio India-Medio Oriente-Europa, che ha collocato il Festival nel più ampio processo di adattamento dell’Italia e dell’Europa a una trasformazione internazionale sempre più rapida. Trieste e Gorizia, città di frontiera e connessione, diventano così un osservatorio particolarmente significativo delle nuove geografie economiche, energetiche e infrastrutturali.

La dimensione infrastrutturale è emersa con particolare forza anche dal confronto sui mercati petroliferi. Alessandro Gorla, presidente della Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino, ha sottolineato il valore strategico del sistema che da Trieste rifornisce l’Europa centrale in una fase di redistribuzione dei flussi petroliferi. Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, ha invece richiamato la forte dipendenza italiana dalle importazioni di gas e le potenzialità delle riserve nazionali. Per Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, il rafforzamento delle rinnovabili e dell’efficienza energetica rappresenta nel breve e medio periodo una componente essenziale dell’autonomia del Paese, mentre l’intelligenza artificiale può contribuire alla riduzione dei consumi.

Sul versante industriale, Filippo Nicolò Rodriguez, head of Macro Area Nord Institutional Affairs Italy di Enel, ha posto l’accento sulla necessità di accelerare investimenti in reti e rinnovabili attraverso un quadro regolatorio stabile e procedure più rapide. Carlo Andriolo, amministratore delegato di AcegasApsAmga, ha richiamato il ruolo degli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi territoriali.

La trasformazione, del resto, non riguarda una singola tecnologia. Rodolfo Taccani, docente dell’Università di Trieste e responsabile scientifico della North Adriatic Hydrogen Valley, ha indicato proprio nell’esperienza della Hydrogen Valley un esempio della necessità di mettere insieme ricerca, industria, territori, competenze e capitali. Giorgio Graditi, direttore generale di Area Science Park, ha sottolineato l’importanza di coordinare rinnovabili, reti, accumuli, flessibilità, mercati e competenze digitali. Massimo Nicolazzi, docente di Economia e management delle risorse energetiche, ha invece richiamato il ritorno della sicurezza degli approvvigionamenti come priorità strutturale.

È su queste premesse che la seconda giornata, nell’Aula magna del polo goriziano dell’Università di Trieste, ha spostato l’attenzione dalle emergenze del presente alle infrastrutture e alle tecnologie necessarie per costruire il sistema energetico del futuro. Il confronto, moderato nella prima parte dal giornalista dell’Ansa Francesco De Filippo e nella seconda da Francesco Maria Talò, ha attraversato rinnovabili, idrogeno, nucleare, reti, accumuli e connessioni internazionali.

Il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna ha collocato questa trasformazione nella vocazione storica della città come territorio di confine e di transito, destinato ora a diventare anche cerniera delle nuove reti energetiche. Il consigliere regionale Diego Bernardis, intervenuto per il Friuli Venezia Giulia, ha ricordato gli interventi regionali a sostegno di cittadini e imprese. Carole Nakhle, founder e ceo di Crystol Energy, ha allargato la prospettiva alla geopolitica, che sta ridisegnando flussi, alleanze e lo stesso concetto di sicurezza energetica.

Per Luca Squeri, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, il percorso richiede pragmatismo e neutralità tecnologica, combinando rinnovabili e nucleare con reti, accumuli e innovazione. Alessandra Pasini, co-founder, Group President & CEO di Zhero Europe, ha sottolineato il ruolo delle interconnessioni internazionali, degli investimenti privati e dei sistemi di accumulo. Diego Portoghese, vicepresidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, ha ricondotto la transizione a una più ampia trasformazione industriale, nella quale diversificazione, sicurezza e decarbonizzazione devono procedere insieme.

È qui che il dossier energetico incontra quello tecnologico. L’intelligenza artificiale richiederà più capacità di calcolo, più data center, più elettricità e più risorse strategiche. La competizione si sposta quindi dalle singole materie prime al controllo delle catene del valore: estrazione, raffinazione, trasformazione, infrastrutture e capacità industriale. Per l’Europa significa anche confrontarsi con la propria esposizione alla Cina nelle fasi cruciali della raffinazione e della lavorazione dei minerali critici.

Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, ha inserito questa dinamica nella trasformazione della globalizzazione e nella necessità di riportare in Italia alcune produzioni considerate strategiche, a partire dalla difesa. Fausto Torri, responsabile energia EMEA e Italia Accenture, ha sottolineato l’intreccio tra transizione energetica, innovazione tecnologica e materie prime. Davide Falteri, presidente di Federlogistica Nazionale, ha richiamato il ruolo di porti, reti e intermodalità nel garantire approvvigionamenti resilienti e competitività.

L’innovazione può però contribuire anche a ridurre il costo energetico della stessa rivoluzione digitale. Gianluigi Rozza, professore ordinario di Analisi numerica e calcolo scientifico alla SISSA, ha illustrato il lavoro su algoritmi più efficienti, risparmio computazionale e gemelli digitali applicabili all’industria, alle infrastrutture e ad altri settori. È l’altra faccia del rapporto tra AI ed energia: la tecnologia aumenta la domanda elettrica, ma può contemporaneamente rendere più efficiente il modo in cui l’energia viene prodotta, distribuita e utilizzata.

Il quadro porta inevitabilmente all’Africa. Sara Ibrahim Ahmed Elhag, responsabile della Divisione Energia della Commissione dell’Unione Africana, ha indicato nella trasformazione energetica e digitale un’opportunità di industrializzazione per il continente, a condizione che il rapporto con l’Europa non si limiti all’estrazione delle materie prime ma coinvolga raffinazione, manifattura, infrastrutture e servizi. Una convergenza potenziale: maggiore diversificazione e resilienza per l’Europa, maggiore valore aggiunto e capacità industriale per l’Africa.

Una trasformazione che riguarda, infine, la capacità del Paese di immaginare il proprio futuro. Alec Ross, autore di The Italian Dream, ha ricondotto questa sfida alla possibilità per l’Italia di costruire un modello di crescita basato sulle proprie caratteristiche e accompagnato da pragmatismo, programmazione e capacità di innovare.

Le conclusioni della seconda giornata sono state affidate alla viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava, che ha ricondotto i diversi fili del Festival a una stessa priorità: per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni, diversificare gli approvvigionamenti, aumentare la produzione e tutelare la capacità industriale significa ormai occuparsi contemporaneamente di energia, competitività e sicurezza nazionale.

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Sfuggire a Trump. Come l’Ue pensa di riscuotere soldi dalle Big Tech

A Bruxelles stanno prendendo in considerazione una proposta che potrebbe aumentare i fastidi di Washington. Sul tavolo della Commissione europea c’è infatti la possibilità di modificare il contributo forfettario sulle grandi imprese, già inserito all’interno del bilancio comunitario per il settennato 2029-2034. L’idea è di alzare la soglia di accesso e aumentare il peso a carico delle aziende. Tra queste, ovviamente, anche quelle digitali. In questo modo, scrive il Financial Times, le Big Tech verrebbero tassate senza aggiungere una nuova imposta sui servizi digitali. Un sotterfugi per evitare che l’amministrazione di Donald Trump batta di nuovo i pugni sul tavolo. A giugno la Casa Bianca aveva minacciato di introdurre dazi al 100% per quei Paesi che introducevano una tassa sui servizi digitali – con un esplicito riferimento all’Europa. Difficilmente però il presidente statunitense non si accorgerà del trucco.

Il contributo, pensato a luglio scorso, prevede di tassare le aziende con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro che operano sul territorio comunitario. La modifica si concentrerà sull’allargamento delle società da includere, ritoccando quindi i requisiti necessari per rientrare nella tassazione, e allo stesso tempo sull’importo che dovrebbero versare. Al momento, il sistema imporrebbe il pagamento di 100mila euro per le aziende – tutte, non solo quelle tecnologiche – con un fatturato netto compreso tra i 100 e i 250 milioni, fino a un massimo di 750mila euro per quelle che hanno ricavi minimi di 750 milioni. Il totale della cifra che finirà nelle tasche dell’Ue è pari a 6,8 miliardi di euro.

Passare dalla teoria alla pratica non sarà semplice. La discussione è accesa, proprio perché potrebbe potenzialmente comportare conseguenze non del tutto positive. C’è chi non è propenso a introdurre una tassa digitale per non inimicarsi gli americani, sostiene una fonte riservata al Ft. E c’è chi è contrario al versamento di una somma forfettaria, come previsto dal Corporate Resource for Europe (Core) per le società che offrono servizi digitali che hanno una filiale sul territorio comunitario. Da qui l’idea di estendere una tassa già esistenti a tutte le aziende, senza discriminazioni settoriali. In questo modo il risultato sarebbe duplice: verrebbe garantito un gettito in entrata superiore, senza scontentare nessuno. Almeno sulla carta.

Da quando Trump ha messo di nuovo piede alla Casa Bianca, gli europei fanno gli equilibristi per provare a tenere insieme l’interesse comunitario con un’alleanza storica. Trump e la sua amministrazione sono stati però piuttosto chiari: nessuna azienda americana deve essere trattata peggio delle altre. Il tycoon non fa sconti a nessuno. Austria, Francia, Italia e Spagna sono state già oggetto di indagine da parte di Washington a causa della loro imposta sui servizi digitali. Leggere che l’Ue ha trovato un modo per aggirare i suoi paletti non gli farà di certo piacere.

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