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Ex Ilva Taranto, stop produzione anche agli stabilimenti di Genova e Novi Ligure: lavoratori in sciopero

Dopo aver appreso la notizia del possibile blocco della produzione nello stabilimento di Cornigliano e Novi Ligure a metà novembre, i lavoratori dell’ex Ilva sono scesi in sciopero, fermando la produzione per 24 ore. L’ingresso agli impianti è attualmente ostruito con mezzi pesanti. Anche a Taranto sono in corso mobilitazioni.

Secondo le dichiarazioni di Acciaierie d’Italia, che ha in gestione temporanea e straordinaria i centri dell’ex Ilva, la decisione non sarebbe altro che l’effetto di vincoli giudiziari e degli intoppi dell’approvvigionamento di materie prime alla casa madre di Taranto, da cui dipende la produzione degli altri due siti.

La lettera della Sindaca Salis al Ministro Urso

La mobilitazione, proclamata dalle rappresentanze sindacali unitarie (Fiom, Fim e Uilm) a seguito del tavolo a Palazzo Chigi, ha trovato l’immediata solidarietà anche della Sindaca Silvia Salis.

Si acquisti materiale sul mercato [internazionale] per garantire la produzione.

Secondo l’Amministratrice di Genova, che dovrebbe essere scesa in piazza in solidarietà ai lavoratori di Cornigliano, è inaccettabile lo stop della produzione di un asset strategico dello Stato, che registrerebbe un rialzo della domanda.

Nel frattempo a Taranto

Contemporaneamente all’assemblea di due ore nel parcheggio della direzione, un gruppo di lavoratori ha occupato un tratto della statale 106 verso la raffineria Eni. Non sono esclusi altri blocchi stradali e le iniziative di protesta potrebbero proseguire nei prossimi giorni

Gli operai chiedono al Governo garanzie diverse dalla prosecuzione della cassa integrazione. I sindacati chiedono:

  • un piano industriale di decarbonizzazione che riguardi tutti i siti;
  • un piano sociale che tuteli i lavoratori diretti e in appalto:
  • un piano di risarcimento per danni alla salute;
  • la presenza continua dello Stato come garante della transizione e della tutela occupazionale.

La cronologia dei provvedimenti Ex Ilva

La catena dei provvedimenti che ha condotto alla paralisi produttiva origina dal decreto del 27 luglio emesso dal Tribunale di Milano, seguito dalle prescrizioni della Corte d’Appello che hanno fissato in 90 giorni il termine ultimo per fermare l’area a caldo a Taranto.

L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano respinge il primo ricorso presentato da Acciaierie d’Italia per ottenere una dilazione dei tempi. Le disposizioni imponevano il taglio delle emissioni di polveri sottili e la rimozione dell’amianto dalle coperture degli altiforni. Le prescrizioni sono state giudicate irrealizzabili dall’azienda, almeno nei tempi previsti dall’ordinanza, con la presentazione da parte del Mimit di un progetto di conversione green della fabbrica.

Il 5 ottobre i giudici milanesi negano anche la seconda istanza del ricorso, che chiedeva di mantenere gli altiforni almeno in fase di pre-riscaldo fino al verdetto della Suprema Corte.

Il 20 ottobre, infatti, è fissata l’udienza in Cassazione sui ricorsi straordinari per scongiurare lo spegnimento.

La replica di AdI alla Sindaca Salis

Oltre alle scadenze imposte dai giudici, Acciaierie d’Italia ha motivato il blocco anticipato delle strutture di Taranto con precise ragioni di tutela contabile. L’acquisto di nuove scorte da impiegare oltre il limite del 25 ottobre avrebbe infatti danneggiato i creditori per avere come unico risultato la conservazione di materiale inutilizzato nei magazzini.

Inoltre, la strada suggerita dalla Sindaca Salis è stata giudicata inagibile. I tempi d’attesa per le materie prime necessarie sono lunghi e comunque non è semplice reperire sul mercato internazionale semilavorati rispondenti ai requisiti tecnici richiesti dalla clientela.

Tutti gli occhi del settore industriale sono ora puntati sull’appuntamento di martedì 20 ottobre in Cassazione: il parere favorevole della

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Affitti in aumento del 33,2% in 6 anni, Milano la più cara ma a crescere maggiormente è Bari

Una ricerca promossa da Immobiliare.it ha rilevato gli aumenti degli affitti in Italia tra il 2020 a il 2026, trovando che, in media, nel nostro Paese i canoni sono aumentati del 33,2% in 6 anni, a fronte di un’inflazione totale di circa il 20%. Il costo delle case sta quindi aumentando più rapidamente di quello della vita.

I dati differiscono molto tra città. Inaspettatamente, Milano è tra quelle che cresce di meno. Già sei anni fa, però, partiva da un costo medio che era più alto di buona parte di quello delle altre grandi città oggi. Le crescite più repentine sono avvenute invece a Bari e a Genova.

Quanto sono aumentati gli affitti in Italia dal 2020

La ricerca di Immobiliare.it prende in considerazione un periodo di forte inflazione per l’Italia, in cui l’aumento dei prezzi ha spesso superato la media del 2% annuo che dovrebbe rappresentare il riferimento per il lungo periodo.

Nonostante questo, la crescita dei canoni nelle grandi città ha superato di gran lunga l’inflazione. Un segnale che le città sono in crisi abitativa: c’è troppa domanda, a causa delle migrazioni dalle aree interne del Paese, e poca offerta.

L’aumento degli affitti nelle città del Nord

Al Nord la città con gli aumenti più forti è stata Genova, che in 6 anni ha visto i canoni crescere di oltre il 48%. A sorpresa, quella con meno crescita è Milano, ma questo dato va contestualizzato. Già nel 2020 il capoluogo lombardo aveva canoni medi di 19,7 euro al metro quadro. Sei anni dopo solo una città italiana, Firenze, è riuscita a superare quella cifra.

La classifica degli affitti più costosi al Nord recita:

  1. Milano, 22,3 euro al metro quadro (+13,4%);
  2. Venezia, 15,5 euro al metro quadro (+25,4%);
  3. Torino, 13 euro al metro quadro (+37,9%);
  4. Verona, 12,3 euro al metro quadro (+18,0%);
  5. Genova, 11,2 euro al metro quadro (+48,1%).

Il Centro, tra prezzi alti e grande crescita

Le città del Centro presentano al contempo prezzi molto alti degli affitti e una crescita tra le più intense d’Italia. Firenze è l’emblema di questa combinazione, seconda in assoluto in Italia dietro Milano a oltre 21 euro al metro quadro di canone medio ma con un aumento oltre la media nazionale.

La classifica delle città con gli affitti più costosi del Centro Italia recita quindi:

  1. Firenze, 21,7 euro al metro quadro (+38,1%);
  2. Roma, 19,1 euro al metro quadro (+29,9%);
  3. Bologna, 16,5 euro al metro quadro (+18,3%).

 

La rincorsa delle città del Sud

Il Sud è l’area geografica in cui gli affitti sono rimasti più accessibili. Anche in città molto attrattive come Napoli, i canoni rimangono sotto quelli delle grandi città del Nord. Si registrano però alcuni casi di forte crescita, che segnalano una grande migrazione dalle aree interne in via di spopolamento.

Le città con gli affitti più costosi al Sud sono:

  1. Napoli, 15,3 euro al metro quadro (+25,5%);
  2. Bari, 13 euro al metro quadro (+52,9%);
  3. Catania, 9,7 euro al metro quadro (+24,4%);
  4. Palermo, 9,7 euro al metro quadro (+35,8%).

Le soluzioni alla crisi abitativa

Paolo Giabardo, direttore generale di Immobiliare.it, ha commentato la ricerca segnalando due possibili soluzioni a questa situazione:

  • l’immissione sul mercato del gran numero di alloggi sfitti presenti in Italia;
  • la costruzione di più abitazioni.

Entrambe però hanno dei limiti. Molti degli alloggi sfitti non si trovano nelle città che sono soggette alla crisi abitativa. I progetti immobiliari di larga scala richiedono tempo ed enormi investimenti, soprattutto in un momento in cui anche i terreni delle aree sotto pressione hanno prezzi sopra la media.

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