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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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La teoria della vittoria della Nato nell’era dell’incertezza americana

La Nato non considera imminente una guerra con la Russia, ma si prepara a combatterla. È questo il messaggio lanciato dal generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, intervenuto lunedì al Warsaw Security Forum per illustrare quella che ha chiamato la teoria della vittoria dell’Alleanza. Una visione strategica pensata per scoraggiare un attacco russo e, nel caso in cui la deterrenza fallisse, impedire a Mosca di conquistare e mantenere il controllo di territori alleati. «Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è», ha detto Grynkewich. Ma la pace, secondo il generale, non si conserva soltanto attraverso la comunicazione e la trasparenza. Richiede anche la capacità di combattere. «Essere pronti significa pianificare interventi non solo per gli scenari probabili, ma anche per quelli semplicemente possibili», ha spiegato.

Il discorso arriva mentre il Pentagono in particolare e l’amministrazione Trump in generale stanno riesaminando la presenza militare statunitense in Europa e gli alleati europei accelerano gli investimenti per rafforzare le proprie capacità di difesa. Grynkewich, ultimo americano a occupare un incarico Nato da sempre affidato a vertici militari a stelle e strisce, ha però respinto i dubbi sulla continuità dell’impegno degli Stati Uniti nella Nato. Rispondendo a una domanda sulla disponibilità degli Stati Uniti a inviare truppe in caso di attacco a un Paese europeo, ha ricordato la presenza di militari americani in Polonia e lungo il fianco orientale, sostenendo che nessuno dovrebbe mettere in discussione l’impegno di Washington nell’Alleanza. Ha anche precisato che decidere chi invia le truppe e dove è una scelta politica.

La teoria della vittoria non è un piano operativo dettagliato, ma una visione condivisa dai 32 alleati, basata sulla strategia di difesa dell’area euro-atlantica. Grynkewich ha spiegato che il quadro è stato elaborato per offrire alle forze armate una direzione comune e concentrarle sui compiti essenziali in caso di conflitto. Il messaggio è rivolto anche a Mosca, in una fase in cui i governi europei denunciano un’intensificazione di sabotaggi, incursioni di droni e attacchi informatici.

La strategia si articola in tre passaggi, riassunti da altrettanti verbi: block, blunt, break – bloccare, frenare, spezzare. Il primo obiettivo è fermare l’attacco sul punto di contatto, impedendo alle forze nemiche di conquistare territorio. Le forze terrestri dovranno contrastare l’avanzata, mentre aviazione e marina, coordinate con le componenti spaziali e informatiche, dovranno ottenere rapidamente la libertà di manovra necessaria a colpire l’avversario. Se l’offensiva dovesse proseguire, entrerebbe in gioco la seconda fase: frenarla, impedendo al nemico di guadagnare terreno e iniziativa. Sensori avanzati, sistemi autonomi e forze capaci di operare in più domini dovranno essere impiegati in modo coordinato, fino al livello tattico, per ostacolare la capacità dell’avversario di mantenere il ritmo dell’attacco. La terza fase punta a spezzare il sistema militare che sostiene l’offensiva. Non soltanto le unità impegnate in prima linea, ma anche le strutture e le capacità che consentono loro di ricevere rifornimenti, comunicare e mantenere il coordinamento. La Nato intende combinare munizioni di precisione ad alte prestazioni con sistemi più economici e producibili su larga scala, esercitando una pressione continua attraverso i domini terrestre, aereo, marittimo, spaziale e informatico.

L’obiettivo, ha precisato Grynkewich, non è infliggere alla Russia una sconfitta strategica complessiva, ma rendere impossibile la prosecuzione dell’attacco. È una distinzione che il generale collega anche al controllo dell’escalation: la Nato deve colpire quanto basta per fermare l’aggressione, senza perseguire obiettivi ulteriori. In questo modo, sostiene, la responsabilità di un’eventuale intensificazione del conflitto ricadrebbe sull’aggressore, che dovrebbe sapere che ogni ulteriore passo peggiorerebbe la propria posizione militare e politica.

La teoria dovrà ora tradursi in addestramento, esercitazioni e investimenti. Grynkewich ha citato le forze terrestri schierate sul fianco orientale, le capacità aeree e marittime, i sistemi di attacco di precisione a lungo raggio, le reti di sensori e le infrastrutture digitali necessarie a coordinare le operazioni. La preparazione militare, ha insistito, serve prima di tutto a evitare che la guerra cominci. «La Nato non cerca la guerra con nessuno», ha detto il comandante supremo, riconoscendo che l’attuazione della strategia potrebbe richiedergli di impartire ordini che spera di non dover mai dare. La deterrenza, però, deve essere credibile proprio perché poggia sulla capacità di agire. «Ci siamo addestrati, siamo pronti e lo saremo ancora di più domani e ogni giorno a venire», ha concluso. Il messaggio agli avversari è racchiuso nell’ultima frase del suo intervento: «Oggi non è il giorno giusto» per attaccare la Nato.

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Anduril sfida il Patriot nella guerra degli intercettori, e Lockheed rilancia

Il problema dei sistemi antimissile occidentali non è soltanto riuscire a intercettare un missile in arrivo. È anche quanto costa farlo, quante munizioni restano negli arsenali dopo settimane di combattimenti e quanto rapidamente l’industria riesce a rimpiazzarle. È attorno a questa equazione che si sta aprendo una nuova competizione negli Stati Uniti, con i grandi contractor tradizionali chiamati a confrontarsi con aziende più giovani e ambiziose.

Ieri Anduril ha presentato Steelfin, una famiglia di intercettori terra-aria progettata per affrontare minacce diverse utilizzando un’architettura comune. L’obiettivo è ridurre i costi e rendere più semplice aumentare la produzione, senza sviluppare un missile completamente nuovo per ogni missione. L’annuncio arriva mentre Lockheed Martin, il produttore del Patriot, sta lavorando a una nuova generazione di intercettori.

La soluzione di Anduril, l’azienda statunitense fondata da Palmer Luckey, si basa su un sistema modulare a due stadi. Il primo è un razzo propulsore, il secondo è l’intercettore vero e proprio. A seconda della missione, possono cambiare le dimensioni del propulsore, il sensore utilizzato per individuare il bersaglio e la configurazione della parte terminale. L’azienda prevede sia intercettori che distruggono il bersaglio con l’impatto diretto, sia varianti con testata a frammentazione.

La famiglia dovrebbe coprire un ampio spettro di missioni, dalla difesa ravvicinata contro minacce aeree fino all’intercettazione di missili balistici. Anduril sostiene che una variante destinata a missioni simili a quelle del PAC-3 possa offrire l’80 per cento delle capacità del sistema di Lockheed a meno della metà del costo. Per una configurazione più avanzata, l’azienda dichiara di poter coprire missioni oggi affidate al sistema THAAD a una frazione del prezzo.

Sono stime del produttore, non prestazioni già dimostrate in volo. Anduril non ha pubblicato un listino né dati sufficienti a confrontare in modo indipendente le diverse configurazioni. I test di volo sono previsti per il 2027. L’azienda punta a produrre migliaia di esemplari all’anno, ma non ha ancora indicato un calendario dettagliato che dimostri come raggiungerà quei volumi.

La scommessa è soprattutto industriale. Utilizzare componenti, software e processi produttivi comuni dovrebbe consentire di riconfigurare le linee in base alla domanda, evitando che ogni missile richieda una filiera separata. È un approccio che risponde a una lezione emersa in Ucraina e in Medio Oriente: impiegare intercettori sofisticati e costosi contro minacce relativamente economiche può consumare rapidamente le scorte, anche quando l’intercettazione è indispensabile.

La pressione sui costi, però, non significa rinunciare alle prestazioni. Lo dimostra la mossa di Lockheed Martin, che alla fine della scorsa settimana ha presentato PAC-3 Edge, un nuovo intercettore sviluppato per il programma Future Interceptor dell’esercito statunitense. L’azienda è stata ammessa alla fase successiva del programma e prevede di avviare i test nel 2027, con l’obiettivo di arrivare al dispiegamento entro il 2031.

PAC-3 Edge riprende la tecnologia del PAC-3 MSE, ma introduce un nuovo sensore di ricerca del bersaglio sviluppato da Lockheed e un motore a propellente solido a impulsi multipli realizzato da Northrop Grumman. Gli aggiornamenti ai sistemi di controllo dovrebbero aumentare velocità, manovrabilità e capacità d’intercettazione a distanze e quote maggiori. L’obiettivo dichiarato è affrontare minacce missilistiche più avanzate, comprese quelle ipersoniche.

Steelfin ed Edge rappresentano quindi due risposte differenti a una stessa esigenza. Anduril punta sulla modularità e sulla produzione di massa per rendere più sostenibile la difesa contro una gamma ampia di minacce. Lockheed vuole spingere più avanti le prestazioni di una famiglia di missili già utilizzata dalle forze armate statunitensi. Non sono necessariamente alternative dirette: la loro eventuale sovrapposizione dipenderà dalle configurazioni, dai requisiti militari e dai risultati dei test.

Per l’Europa, la competizione americana è un ulteriore elemento da considerare mentre cerca di sviluppare una capacità industriale autonoma nel settore della difesa antimissile. Un intercettore statunitense meno costoso potrebbe attenuare il problema del prezzo e delle scorte, ma non risolverebbe quello della dipendenza da fornitori esterni. La questione non è scegliere tra prestazioni e quantità: è riuscire a sostenere entrambe, con una filiera capace di produrre abbastanza armi da rendere credibile la difesa nel tempo.

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Dalle auto ai missili, l’industria europea cambia strada

A una trentina di chilometri da Ingolstadt, nel bosco di Schrobenhausen, Mbda produce missili da crociera e sistemi per la difesa aerea. Presto, in questo distretto industriale della Baviera, potranno lavorare anche alcuni dipendenti Audi. Il programma si chiama Regionaler Personaleinsatz, letteralmente impiego regionale del personale: per due anni, su base volontaria, alcuni lavoratori potranno essere assegnati temporaneamente a imprese della difesa, mantenendo il contratto e il trattamento economico di Audi e il diritto di tornare in azienda. L’iniziativa coinvolge anche Knds, Diehl Defence e Airbus e si rivolge inizialmente a ingegneri, responsabili della qualità, project manager e personale delle aree tecniche dello stabilimento di Ingolstadt.

Il nome burocratico nasconde una trasformazione più ampia. Mentre l’industria automobilistica europea riduce i costi e la capacità produttiva, quella della difesa fatica a soddisfare una domanda in crescita. La prima dispone di competenze nella produzione in serie, nell’automazione e nel controllo della qualità; la seconda ha bisogno di trasferirle rapidamente in un settore abituato a lavorare su volumi più contenuti.

Il trasferimento, però, non è automatico. Le imprese militari devono fare i conti con verifiche di sicurezza, requisiti specifici e formazione sui prodotti. Un ingegnere abituato a progettare un’automobile non diventa dall’oggi al domani uno specialista di missili o sistemi antiaerei. Ma può portare con sé metodi di lavoro e conoscenze industriali preziosi per aumentare la produzione.

Il caso Audi è anche un riflesso della crisi che attraversa il gruppo Volkswagen. Lo stabilimento di Neckarsulm, con oltre 15.500 dipendenti, è tra i quattro siti tedeschi del gruppo per i quali non è ancora garantito un impiego produttivo competitivo a partire dal 2031. Volkswagen sta valutando utilizzi alternativi per gli impianti, mentre cerca di ridimensionare una capacità produttiva che supera la domanda.

Secondo dati riportati dalla stampa tedesca e attribuiti ad ambienti del gruppo, produrre un’automobile a Neckarsulm costa poco meno di 6.000 euro, contro circa 3.000 nei siti europei più competitivi. Il confronto va letto tenendo conto delle diverse categorie di vetture: nello stabilimento si assemblano modelli di fascia alta come A5, A6 e A8, che richiedono tempi di lavorazione maggiori. Anche al netto di queste differenze, resta un divario di costo significativo.

Il problema è trovare alternative. Volkswagen sta ridimensionando strutture e occupazione, mentre il suo amministratore delegato, Oliver Blume, ha indicato le collaborazioni con aziende cinesi e le attività legate alla difesa tra le possibili strade per salvaguardare gli impianti. Il gruppo deve trovare nuovi impieghi per capacità produttive che non riesce più a sostenere con il solo mercato dell’auto.

Da Ingolstadt a Osnabrück, il passo successivo è provare a riconvertire le fabbriche. Volkswagen ha raggiunto un accordo sui termini della possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück al fondo Aurelius e al Land della Bassa Sassonia. La produzione automobilistica dovrebbe terminare nell’estate del 2027. L’obiettivo è trasformare il sito in un centro per le tecnologie della sicurezza e della difesa, con un primo progetto sviluppato insieme all’israeliana Rafael per produrre sistemi e componenti destinati alla difesa aerea. Il progetto potrebbe coinvolgere anche tecnologie legate all’Iron Dome, il sistema antiaereo israeliano.

La vicenda mostra quanto la riconversione sia condizionata da fattori politici. Il Qatar Investment Authority, azionista rilevante di Volkswagen, aveva espresso riserve sulla collaborazione diretta tra il gruppo tedesco e Rafael. La struttura ora delineata, con il coinvolgimento di Aurelius e del governo regionale, punta a superare quell’ostacolo. Il progetto, tuttavia, non equivale ancora alla certezza che tutte le attività previste saranno realizzate nei tempi e nei modi annunciati.

Anche Mercedes-Benz sta esplorando il settore. A maggio l’amministratore delegato Ola Källenius ha dichiarato al Wall Street Journal che il gruppo sarebbe disposto a entrare nella produzione per la difesa, a condizione che l’operazione abbia senso economico. Il manager ha descritto questo mercato come una possibile nicchia in crescita, non come un’alternativa alla produzione automobilistica.

A giugno, alla fiera aerospaziale Ila di Berlino, Mercedes-Benz e la società tecnologica tedesca Tytan Technologies hanno firmato un memorandum d’intesa per valutare sistemi mobili basati sui fuoristrada Classe G e sui furgoni Sprinter. Il progetto comprende una piattaforma per contrastare i droni e un veicolo in grado di trasportarli. Mercedes mette a disposizione i veicoli, Tytan le proprie competenze tecnologiche. Per ora l’accordo riguarda la valutazione e lo sviluppo delle possibili applicazioni: non sono stati annunciati volumi e tempi definitivi di produzione.

La convergenza tra auto e difesa riguarda anche la Francia. A febbraio Renault ha confermato un progetto con l’azienda di difesa Turgis Gaillard per assemblare droni militari Chorus nello stabilimento di Le Mans. Il gruppo automobilistico è stato coinvolto su richiesta del ministero delle Forze armate, interessato alle sue capacità di progettazione industriale e produzione in serie. L’obiettivo dichiarato è sviluppare in meno di un anno una capacità produttiva fino a 600 droni al mese. Renault ha precisato che il progetto si inserisce in un’iniziativa guidata dallo Stato e che le attività sono state definite dopo la consultazione delle rappresentanze dei lavoratori.

La trasformazione non passa soltanto dalle grandi case automobilistiche. Può essere più semplice per i fornitori specializzati, le cui competenze sono già utilizzabili in altri settori. È il caso di Deutz, produttore tedesco di motori, che il 9 luglio ha annunciato un accordo per acquisire il 100 per cento di Ffg Flensburger Fahrzeugbau, azienda specializzata in veicoli militari, per un corrispettivo complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. L’operazione, che combina una componente in denaro e nuove azioni Deutz, segna un’espansione strategica nella difesa.

Anche componenti, sistemi di propulsione e tecnologie di precisione possono entrare nella filiera militare senza che l’intera fabbrica debba cambiare produzione. È una prospettiva importante perché consente di sfruttare capacità industriali esistenti, anziché costruire da zero impianti e competenze.

È qui che la questione riguarda anche l’Italia. In un’analisi pubblicata nelle scorse settimane, il Royal United Services Institute think tank britannico specializzato in sicurezza e difesa, indica Torino insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche tra i poli industriali che potrebbero contribuire allo sviluppo della robotica militare. Le competenze della filiera automobilistica — batterie, attuatori, motori elettrici, sensori ed elettronica — sono in parte sovrapponibili a quelle necessarie per produrre droni e sistemi robotici.

Il vantaggio, tuttavia, non va sopravvalutato. Le fabbriche automobilistiche sono organizzate attorno a cicli di produzione pluriennali; i sistemi senza equipaggio, soprattutto i droni, richiedono invece aggiornamenti rapidi e iterazioni che possono misurarsi in settimane. La sfida non è trasferire semplicemente una linea da un prodotto all’altro, ma adattare competenze, fornitori e processi a esigenze industriali differenti.

Il governo italiano ha introdotto un riferimento normativo con la legge 30 dicembre 2025, n. 199, la legge di bilancio per il 2026. Il comma 280 dell’articolo 1 prevede decreti del ministro della Difesa, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, per individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali di interesse strategico destinati a realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare capacità industriali della difesa. La disposizione opera nell’ambito delle risorse previste dalla legislazione vigente e non istituisce, da sola, un nuovo fondo per la riconversione. Resta da capire come sarà attuata e quali progetti verranno individuati.

Per Torino, dunque, l’opportunità non è ancora un piano industriale. Non risulta un programma pubblico paragonabile a quello avviato da Audi per trasferire temporaneamente personale alla difesa, né un censimento pubblico delle aziende locali già pronte a partecipare a programmi militari. Ma la presenza di competenze automobilistiche, meccatroniche ed elettroniche offre una base da cui partire.

Un segnale concreto è arriva proprio da Torino ieri, con Edgewing, la società partecipata da Leonardo, dalla britannica Bae Systems e dalla giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Company, ha inaugurato la propria sede italiana, la prima delle tre previste nei Paesi partner del Global Combat Air Programme (Gcap). Il centro ospiterà centinaia di ingegneri italiani, britannici e giapponesi impegnati nella progettazione del futuro aereo da combattimento di nuova generazione. La società prevede che la struttura italiana arrivi a un migliaio addetti, a cui si aggiungeranno le risorse di Leonardo coinvolte nel programma. Non è una riconversione dell’industria automobilistica, ma dimostra che Torino dispone già di un ecosistema ingegneristico e industriale su cui costruire nuove attività legate alla difesa. La sfida è capire se una parte delle competenze sviluppate nella componentistica, nella meccatronica e nell’elettronica per l’auto potrà trovare spazio anche al di fuori della filiera aerospaziale tradizionale.

La partita europea si giocherà su due piani. Il primo riguarda gli stabilimenti: se e come potranno essere riconvertiti per produrre veicoli, sistemi di supporto e componenti militari. Il secondo riguarda la filiera: quante imprese dell’auto riusciranno a diventare fornitori della difesa senza abbandonare il proprio mercato originario. Il programma Audi suggerisce anche una cautela. Se i dipendenti possono passare per due anni alla difesa conservando il diritto di rientrare, è perché il trasferimento è concepito come temporaneo e non implica una riconversione definitiva dell’azienda. La formula può aiutare a salvaguardare competenze e occupazione, ma non garantisce da sola una soluzione strutturale alla crisi dell’auto. Per l’Europa, quindi, la questione non è soltanto stabilire quali fabbriche produrranno armi. È capire se il patrimonio industriale accumulato in decenni di produzione automobilistica potrà sostenere una nuova capacità manifatturiera della difesa, senza trasformare una crisi settoriale in una semplice migrazione di posti di lavoro.

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Nell’era dell’intelligenza artificiale serve ancora qualcuno dall’altra parte

La guerra in Ucraina, quando finirà – e speriamo che questa assurdità cessi al più presto – offrirà come tutti i conflitti un’enorme mole di argomenti per studi di ogni genere e sarà vivisezionata secondo mille ottiche diverse. Sicuramente una delle angolazioni più interessanti e ispiratrice di copiosi approfondimenti sarà quella intelligence, e già ora sono disponibili innumerevoli contributi e documenti al riguardo.

Se ci focalizziamo sull’inizio del conflitto, possiamo immediatamente riconoscere un successo delle intelligence statunitense e britannica nel raccogliere, analizzare, interpretare e diffondere correttamente il quadro informativo circa capacità ed effettive intenzioni della Russia nei confronti di Kyjiv. La dettagliata e corretta intelligence elaborata dai due partner anglosassoni ne ha ripristinato primazia e credibilità anche per coloro che ne avevano decretato la perdita di prestigio dopo il dossier Iraq.

Parallelamente a questo innegabile successo, le prime settimane del conflitto sono però state caratterizzate da una ben più lunga lista di fallimenti intelligence. Per il campo angloamericano, lasciando da parte per il momento le difficoltà a farsi ascoltare da molti partner e alleati, un fallimento ha riguardato la corretta valutazione delle effettive capacità e della determinazione dell’Ucraina a resistere all’invasione. In casa ucraina, sono palesi gli errori commessi dallo stesso presidente Volodymyr Zelensky nelle fasi immediatamente antecedenti l’attacco russo nel leggere la situazione che si stava creando; a questo ha, con ogni probabilità, concorso una perlomeno non ottimale copertura informativa interna. Anche Mosca ha commesso errori di valutazione e di interpretazione di intenzioni e capacità, giungendo all’errata conclusione che la campagna si sarebbe conclusa con un blitzkrieg di successo. Infine, qui nella vecchia Europa i ripetuti avvertimenti e allarmi provenienti da oltreoceano si sono infranti di fronte a un profondo scetticismo di gran parte delle capitali, tanto che il giorno dell’invasione il presidente del Bnd, ovvero del Servizio di intelligence estera della Germania, si trovava a Kyjiv e se ne rese necessaria l’estrazione di urgenza a opera di un team delle forze speciali di Berlino.

I vari post mortem condotti in campo occidentale da esperti veri o presunti, giornalisti e studiosi hanno evidenziato molti fattori, tutti corretti, per spiegare le difficoltà e gli errori delle intelligence specie europee. Tra di essi, spiccano bias di conferma, eccessiva importanza attribuita al parametro razionalità delle decisioni, diffidenza nei confronti delle capitali responsabili del caso Iraq, incidenza di valutazioni economiche, impatto di narrative negative su ruolo e futuro di formati quali Nato e Unione europea e così via.

Tra tutti questi contributi e analisi, ha invece attirato poca attenzione un pur coraggioso e illuminante atto di autodafè dell’intelligence olandese. Secondo notizie di stampa – originate da quella che è apparsa immediatamente una fuga di notizie voluta, alimentata e coordinata dai vertici di Aivd e Mvid – l’errore di valutazione circa le reali intenzioni russe sarebbe stato dovuto all’eccesso di fiducia, attendibilità in gergo intelligence, attribuito a quanto riferito da un’unica fonte umana, che in passato aveva sempre fornito intelligence corretta e preziosa. Quanto fatto filtrare dagli olandesi si rispecchiava in parte in successive dichiarazioni del presidente del Bnd, lo sfortunato visitatore, che affermava che il suo servizio soffriva, tra le altre limitazioni, della scarsità di fonti umane (da questa e altre analisi interne scaturirà in seguito la proposta di profonda riorganizzazione e di ampliamento degli strumenti del Bnd attualmente in fase di esame e probabile prossima approvazione).

Quasi in silenzio, di soppiatto, improvvisamente rientra in gioco il fattore umano, la spia in carne e ossa. Ma cosa poteva apportare di nuovo e determinante la human intelligence (Humint) che non fosse già noto e conosciuto attraverso le tante intelligence tecniche, come signals intelligence (Sigint), imagery intelligence (Imint), electronic intelligence (Elint), eccetera? Poteva aprire la conoscenza verso il fattore umano dell’avversario, esplorarne e capirne le motivazioni profonde, gli stati d’animo, amicizie e inimicizie, paure, sogni e aspirazioni; in altre parole, poteva illuminarne le vere, profonde intenzioni. Avrebbe, in sintesi, permesso di valutare con maggiore precisione il rapporto tra le capacità – chiaramente e univocamente riconosciute, sotto forma di schieramenti, dotazioni, unità – e cosa ne volessero realmente fare i decisori. Avrebbe apportato quel valore aggiunto, di esclusiva proprietà del detentore della fonte, in grado di far spostare con un contributo apparentemente minore il peso finale della bilancia.

È palese come il reclutamento di una fonte che sia allo stesso tempo affidabile, gestibile e in grado di riferire su aspetti così vitali per la sicurezza costituisca un’impresa estremamente complessa e rischiosa. Tuttavia, va sgombrato il campo dal preconcetto che per essere efficace anche ad altissimi livelli la fonte debba necessariamente appartenere al più immediato inner circle del decisore avversario. Prossimità, infatti, non sempre corrisponde ad accesso informativo, specie quando si tratta di dinamiche così sensibili e protette con attenzione; anche una risorsa apparentemente lontana dalla stanza dei bottoni può rivelarsi preziosissima e causare danni enormi all’organizzazione di appartenenza.

Questo è il motivo per cui gli addetti alla cifra sono da sempre prime game per ogni servizio di intelligence, in quanto da loro transita tutto il flusso delle comunicazioni più riservate. Un caso di scuola in questo campo è quello di Victor Sheymov, elemento centrale del sistema di comunicazioni protette del Kgb che defezionò negli Stati Uniti (da leggere la sua autobiografia “Tower of Secrets”, oramai reperibile quasi esclusivamente nel mercato dell’usato). Ma anche un semplice archivista può rivelarsi un vero gioiello, come dimostrato dalla vicenda di Vasilij Mitrokhin.

Se gli olandesi avessero avuto a libro paga almeno un’altra fonte, in grado di contribuire al processo di validazione dell’unico loro informatore, forse sarebbero giunti a conclusioni più vicine a quella che si è poi rivelata essere la corretta realtà. Lo stesso discorso vale per il Bnd, che ha ufficialmente riconosciute le proprie carenze anche in questo campo. Vale anche per gli Stati Uniti, che con una più chiara lettura delle dinamiche psicologiche di Zelensky e di quelle motivazionali della popolazione ucraina avrebbero potuto evitare errori e organizzare al meglio la propria risposta.

Ci troviamo ora in piena rivoluzione globale, causata dall’avvento e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e viene spontaneo chiedersi se questo approccio all’intelligence mediante il ricorso a fonti umane, ovvero la human intelligence, abbia ancora senso e valore. Tornando indietro di un paio di decenni, all’epoca che oramai sembra preistorica della diffusione di Internet, si possono rintracciare dibattiti incentrati sulla stessa domanda e molti preconizzavano la futura irrilevanza della Humint, superata dalle potenti tecnologie emergenti. La realtà si è rivelata essere molto diversa e, semmai, la Humint negli anni è diventata ancor più preziosa che in passato.

La stessa valutazione può essere razionalmente sostenuta rispetto a ciò cui assistiamo ai giorni nostri.

L’intelligenza artificiale ha già portato profondi cambiamenti nella pratica intelligence e questi mutamenti stanno portando a un processo di democratizzazione dell’accesso a strumenti di acquisizione, ricerca e assemblaggio di informazioni, sinora dominio esclusivo di strutture governative o aziende altamente specializzate. Inoltre, l’intelligenza artificiale ha la capacità di influenzare i processi di percezione e costruzione dell’ambiente cognitivo che sottende alle dinamiche decisionali. Tuttavia, quello che ancora non riesce a fare è sondare in profondo l’animo, il cuore, la “pancia” che alla fine saranno i motori delle decisioni degli avversari e dei competitor. Per questo, l’unico vero strumento di superiorità informativa rimane una fonte ben piazzata.

Consideriamo un altro aspetto. Con i progressi nella crittografia quantistica, ci stiamo avvicinando a grandi passi al Q-Day, giorno a partire dal quale tutti gli attuali sistemi di protezione delle comunicazioni e dei dati saranno perfettamente leggibili da chi disporrà della necessaria tecnologia. Questa esposizione in massa di dati e la necessità di proteggere comunque le informazioni più segrete riporterà in auge vecchie metodologie di scambio, basate su vettori umani: di nuovo, ecco qualcosa che pensavamo destinato al tramonto.

Un capitolo a parte merita lo spionaggio industriale, un settore dove l’applicazione di strumenti nuovi – quali piattaforme professionali come LinkedIn e sistemi open di comunicazione cifrata – si è fusa con una ricerca a tappeto di fonti inserite nei contesti di maggiore interesse e sensibilità. Dettagliati e aggiornati database, disponibili pubblicamente, certificano quanto questa Humint supportata dalla tecnologia costituisca non solo oramai un fenomeno diffuso ma configuri una delle principali armi nella competizione per la superiorità in campo industriale, cibernetico, medico e persino alimentare.

La vecchia, classica Humint appare a buon titolo continuare a offrire uno strumento irrinunciabile per un’efficace attività di intelligence, anche in un momento nel quale l’offerta sempre più ampia di intelligence tecnica e il proliferare di declinazioni dell’intelligence in forme piuttosto singolari (le -int più disparate) aveva fatto perdere di vista l’esistenza e l’importanza di questa che molti operatori di intelligence considerano non a caso una vera arte.

Come tutti gli sviluppi tecnologici che sono occorsi nei secoli, anche l’intelligenza artificiale avrà effetti profondi in questa specialità, e il futuro ne introdurrà di nuovi. L’importante è quindi soffermarsi ad approfondire quali siano questi effetti e come la Humint si possa e debba evolvere. Trattandosi però di interagire con persone reali, al centro rimarrà sempre l’animo umano, con tutta la sua complessità e le sue sfumature. La conoscenza della Humint e delle sue peculiarità reali esula e trascende il mero spettro dello spionaggio e può diventare uno strumento utile per perseguire un vantaggio competitivo, per alimentare con contenuti originali e di qualità i processi decisionali e, perché no visto che siamo tutti potenziali prede, per proteggere se stessi e le organizzazioni o aziende di appartenenza dall’operato di avversari e competitor. Non da ultimo, smaliziarsi in qualche piccola tecnica Humint può essere utile anche nella sfera personale, aiutandoci a capire meglio gli altri e a costruire delle relazioni strategiche di mutuo beneficio.

 

Un corso di formazione per approfondire
“Humint Pro” è il titolo del corso teorico-pratico che l’Istituto Gino Germani organizzata nell’ambito della sua scuola Scuola di formazione in intelligence e analisi strategica. Si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 28-29-30 ottobre 2026. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili. Tutte le informazioni qui.

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Gli Usa mettono una taglia record sul socio dell’hacker estradato dall’Italia

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari su Zhang Yu, uno dei protagonisti della grande campagna di cyber-spionaggio attribuita alla Cina e conosciuta come Hafnium. Il dipartimento di Stato ha inserito il suo nome nel programma “Rewards for Justice”, offrendo una ricompensa fino a 10 milioni per informazioni che possano portare alla sua identificazione o localizzazione.

Zhang, secondo le autorità americane, non sarebbe un hacker indipendente. È indicato come direttore della Shanghai Firetech Information Science and Technology e come operatore che avrebbe lavorato per conto dello Shanghai State Security Bureau (Sssb), la struttura locale del ministero cinese per la sicurezza dello Stato (Mss), ovvero l’intelligence di Pechino.

Il suo nome è legato a quello di Xu Zewei⁠, arrestato in Italia nel luglio 2025 mentre si trovava in vacanza a Milano e poi estradato negli Stati Uniti nell’aprile di quest’anno. I due avrebbero cominciato a collaborare almeno dal 2020, prendendo di mira ricercatori e istituzioni americane impegnati nello studio del Covid-19. Nel 2021 sarebbero poi passati all’attacco dei sistemi Microsoft Exchange, sfruttando le vulnerabilità del software per penetrare nelle reti di migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. La campagna venne attribuita dagli Stati Uniti al gruppo Hafnium. Secondo il Federal Bureau of Investigation, furono compromesse oltre 12.700 organizzazioni, a fronte di più di 60.000 obiettivi statunitensi.

Ma l’interesse degli hacker non sarebbe stato soltanto quello di raccogliere grandi quantità di dati. Nell’incriminazione americana vengono citate caselle di posta di università e studi legali nelle quali sarebbero state cercate parole chiave come “MSS”, “Chinese sources” e “HongKong”. Un dettaglio che mostra quanto fosse mirata la ricerca di informazioni su fonti, contatti e attività legate alla Cina.

Per Washington, inoltre, Zhang e Xu non agivano semplicemente come criminali informatici indipendenti. Secondo l’accusa, ricevevano ordini di Mss e Sssb e riferivano agli ufficiali che li supervisionavano. Il caso rientra così nella più ampia accusa americana secondo cui l’intelligence cinese utilizza una rete di società private e contractor per condurre operazioni cyber, rendendo meno evidente il coinvolgimento diretto dello Stato.

La stessa Shanghai Firetech, società diretta da Zhang, appare avere capacità tecniche che vanno oltre il semplice ruolo societario. Una ricerca pubblicata da SentinelLabs ha individuato nei registri cinesi oltre dieci brevetti dell’azienda relativi a tecnologie di raccolta dati e analisi forense, compresi strumenti per acquisire informazioni da computer Apple. Gli stessi ricercatori precisano però che non è possibile collegare automaticamente queste tecnologie alle operazioni offensive attribuite a Hafnium.

La domanda, però, è un’altra: perché Washington abbia deciso di rendere pubblica ora una ricompensa così alta?

L’incriminazione di Zhang e Xu risale al luglio 2025. Xu è già stato arrestato in Italia ed estradato negli Stati Uniti, mentre Zhang non è mai stato catturato. La taglia può naturalmente servire ad aumentare le possibilità di arrivare a lui. Ma ha anche un evidente valore di segnale: Washington vuole mostrare che il caso non è chiuso e che la pressione sugli uomini della rete cinese continua.

E lascia aperta un’altra domanda: Xu Zewei ha iniziato a collaborare con gli investigatori americani?

Non ci sono elementi pubblici per dirlo. Ma la scelta di rilanciare il caso proprio adesso, con una ricompensa fino a 10 milioni di dollari, rende la domanda inevitabile.

Xu è negli Stati Uniti. Zhang, invece, è ancora ricercato. E ora Washington ha messo un prezzo sulla sua testa.

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L’Ue si sta preparando a un attacco russo che farà delle vittime

Ad agosto un drone esplosivo è stato trovato nei pressi di un aereo ucraino all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania. Secondo le autorità tedesche si trattava di un’operazione dell’intelligence russa (AP/LaPresse)

C’è uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava troppo estremo per essere discusso apertamente nelle stanze delle istituzioni europee: un attacco russo sul territorio dell’Unione con più vittime. Ora, invece, i governi dei Ventisette stanno iniziando a prepararsi proprio a questo.

Lo racconta Politico, secondo cui nelle ultime settimane gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno discusso in formato riservato – senza telefoni né assistenti – di come dovrebbe reagire l’Unione a un attacco sotto soglia del conflitto aperto ma capace di provocare diverse vittime. Sul tavolo ci sono l’invio di squadre di emergenza, l’utilizzo di fondi europei per aiutare il Paese colpito e soprattutto il coordinamento politico e della comunicazione.

Non è uno scenario astratto. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli episodi attribuiti a Mosca o a soggetti legati alla Russia: sabotaggi, incendi, attacchi informatici, violazioni dello spazio aereo e operazioni contro infrastrutture strategiche. A luglio un missile russo è caduto sul territorio polacco. Ad agosto, all’aeroporto di Lipsia, è stato trovato un drone con esplosivi vicino a un aereo cargo ucraino. In Romania sono stati intercettati droni russi e, in altri Paesi europei, sono state scoperte operazioni di sabotaggio e incendi dolosi.

Proprio il caso di Lipsia aveva mostrato quanto sottile sia ormai il confine tra una provocazione e un incidente potenzialmente letale. Lo avevamo raccontato su Linkiesta a settembre, quando l’episodio tedesco era ancora soprattutto un campanello d’allarme: un drone con esplosivi che arriva fino a un aeroporto europeo non è più soltanto una questione di spionaggio o di disinformazione. È un’operazione che avrebbe potuto provocare vittime.

Ora a Bruxelles si discute del passo successivo: che cosa succede se le vittime arrivano davvero?

Il problema è anche istituzionale. L’Unione europea dispone già di meccanismi per coordinare la risposta alle crisi, a partire dall’Integrated Political Crisis Response, ma diversi governi temono che nuovi protocolli possano sovrapporsi alle strutture della Nato. In caso di attacco grave, infatti, la domanda diventerebbe immediatamente politica: quale delle due organizzazioni deve guidare la risposta?

Il rischio è che la Russia possa sfruttare proprio questa zona grigia. Come ha scritto su Foreign Affairs Julianne Smith, ex rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la Nato, Mosca ha progressivamente aumentato frequenza e intensità delle proprie operazioni in Europa, contando sul fatto che gli alleati continuino a considerarle una serie di episodi separati. Un sabotaggio, un drone, un attacco informatico, un incendio. Ogni volta una risposta limitata. Il problema, sostiene Smith, è che questo approccio non produce deterrenza e lascia a Mosca spazio per alzare ulteriormente il livello.

Finora è andata bene. Ma è difficile costruire una strategia di sicurezza contando indefinitamente sulla fortuna.

E mentre l’Ue cerca di capire come reagire al primo grande attacco che provocherà vittime, la Nato si prepara a uno scenario ancora più grave: una guerra aperta sul fianco orientale.

Lunedì prossimo a Varsavia il comandante supremo alleato in Europa, il generale Alexus Grynkewich, presenterà la «Teoria della vittoria», una nuova concezione di come l’Alleanza dovrebbe combattere un eventuale attacco russo. Il piano punta a fermare una possibile incursione con le forze già presenti sul fianco orientale e poi a utilizzare droni, sistemi autonomi e intelligenza artificiale per colpire rapidamente le capacità russe di comando, controllo e targeting, prima di ricorrere, se necessario, alla potenza di fuoco convenzionale.

Sono due preparativi diversi, ma raccontano la stessa trasformazione. Bruxelles si chiede come reagire quando un’operazione russa sotto la soglia della guerra provocherà morti. La Nato si prepara invece a cosa fare se quella soglia verrà superata apertamente.

La domanda, ormai, non è più soltanto quanto sia «ibrida» la guerra russa contro l’Europa. È quanto a lungo potrà rimanere sotto la soglia prima che qualcuno venga ucciso.

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