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Il bersaglio è il manager. Come il Gru porta la guerra in casa dell’industria della difesa europea

Stefan Thumann ha trentanove anni e da dicembre dello scorso anno non dorme mai a lungo nello stesso posto. Il fondatore di Donaustahl, piccola azienda bavarese che fornisce a Kyiv droni d’attacco e da ricognizione, fu avvertito dalle autorità tedesche, sulla base di una segnalazione arrivata da un servizio alleato, che l’intelligence russa stava preparando la sua eliminazione. Davanti alla sua casa di Straßkirchen era stato notato un uomo che filmava l’ingresso e fotografava la targhetta del citofono; poi una donna aveva proseguito la sorveglianza, cercando di risalire ai suoi spostamenti anche attraverso il padre. A marzo sono finiti in manette entrambi, un ucraino e una romena, con l’accusa di attività di spionaggio. Il mandato d’arresto non parla di omicidio, ma un deputato del Bundestag ha evocato apertamente il Novichok. Thumann, che nel frattempo ha scritto il testamento e vive sotto protezione continua, descrive la sua condizione come un duello per la vita con l’intelligence militare russa.[1]

L’allarme dei servizi europei

Quella di Thumann non è più una storia isolata. Il Financial Times ha raccolto le valutazioni di funzionari di cinque servizi di intelligence europei, concordi su un punto: amministratori delegati e dirigenti delle aziende della difesa sono diventati bersagli degli agenti del Cremlino, e l’omicidio di civili sul suolo europeo, a lungo considerato un tabù perfino dai servizi russi, sta entrando stabilmente nel loro repertorio. Non sono nel mirino soltanto i grandi gruppi, ma anche le imprese piccole e medie, in particolare quelle che producono droni e componenti. Diversi manager hanno raccontato al quotidiano di aver rafforzato la propria protezione ravvicinata negli ultimi sei mesi, su indicazione dei servizi governativi.[2]

Il precedente Papperger

Il precedente che ha fatto scuola risale al 2024, quando l’intelligence americana scoprì un piano per uccidere Armin Papperger, l’amministratore delegato di Rheinmetall, e avvertì Berlino in tempo per sventarlo. Allora sembrò un’anomalia; nel gennaio 2025 la NATO confermò ufficialmente che si trattava di uno dei diversi piani rivolti ai vertici dell’industria europea che sostiene l’Ucraina.[3] Oggi quel caso appare per ciò che era: il prototipo di un modello.

La lista di Mosca

Il salto di qualità ha una data. In estate il ministero della Difesa russo ha diffuso un elenco di ventuno aziende europee accusate di produrre o fornire droni all’Ucraina, e funzionari di Mosca le hanno indicate come possibili obiettivi. Il 23 luglio il Bundesamt für Verfassungsschutz ha diramato un avviso di sicurezza alle imprese: il rischio di spionaggio e sabotaggio russo contro il comparto è elevato, e non si possono escludere attacchi mirati contro singoli dipendenti, soprattutto ai livelli dirigenziali.[4] Una lista pubblica di nomi è al tempo stesso una mappa di bersagli per chi esegue e un messaggio intimidatorio per chi la legge.

Il metodo: agenti usa e getta

Il metodo merita attenzione. L’espressione wet work, che la stampa internazionale usa per queste operazioni, traduce il vecchio mokroe delo del gergo sovietico: il lavoro “bagnato”, cioè con spargimento di sangue. Ma la tecnica non è più quella degli ufficiali professionisti spediti a Salisbury nel 2018. Il GRU, e in particolare la sua unità 29155 a cui i servizi occidentali attribuiscono le operazioni più violente dell’ultimo decennio, preferisce oggi agenti “usa e getta”: piccoli criminali, giovani reclutati su Telegram, persone pagate pochi spiccioli in criptovaluta che spesso non sanno neppure per chi lavorano. Il compito viene frammentato: qualcuno pedina, qualcuno procura la logistica, qualcun altro dovrebbe agire. Così si ottiene la negabilità e si resta, deliberatamente, sotto la soglia che renderebbe inevitabile una risposta collettiva dell’Alleanza.

Il vero bersaglio è la decisione

Ma il cuore della strategia sta altrove. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato al Financial Times un funzionario d’intelligence: basta che le persone si sentano bersagli perché l’effetto sia raggiunto, e chi pensa di fare affari con l’Ucraina ci ripensi due volte.[5] È guerra cognitiva allo stato puro. Il vero obiettivo non è il corpo del manager, ma la decisione del suo consiglio d’amministrazione, la propensione al rischio dei suoi investitori, la scelta di una giovane start-up se partecipare o meno a una gara per Kyiv. Ogni scorta, ogni auto blindata, ogni trasloco precauzionale è una tassa occulta sul sostegno all’Ucraina, e pesa molto di più su un’impresa di cinquanta dipendenti che su un colosso quotato.

Il fronte polacco

Il fronte più caldo resta quello orientale. In Polonia, snodo logistico decisivo per gli aiuti a Kyiv, l’Agenzia per la sicurezza interna e la polizia hanno sventato ad agosto, all’ultimo momento, il piano per uccidere a Varsavia un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina; l’esecutore, un russo reclutato dai servizi di Mosca, era stato arrestato il 7 agosto. Donald Tusk ne ha tratto una conclusione senza giri di parole: bisogna dare per scontato che il regime cercherà di eliminare le persone scomode ovunque si trovino.[6]

L’Italia non è immune

E l’Italia? Le fonti della sicurezza nazionale riferiscono di non aver ricevuto segnalazioni specifiche su piani contro i vertici dell’industria della difesa italiana, e inquadrano il fenomeno nella minaccia ibrida costante che ci accompagna da oltre quattro anni. È una valutazione ragionevole, ma non va scambiata per una garanzia d’immunità. A luglio il Ros ha arrestato a Roma un ex appartenente all’AISI accusato di aver venduto informazioni riservate, compresi i nomi di agenti italiani, a un ufficiale del GRU sotto copertura diplomatica; il governo ha espulso due addetti militari russi e il ministro Crosetto ha parlato di una guerra latente e costante.[7] L’apparato di Mosca, insomma, è presente e attivo anche da noi.

Il punto debole: le piccole imprese

I grandi gruppi come Leonardo e Fincantieri dispongono di strutture di sicurezza solide; il punto debole è la filiera di piccole e medie imprese dei droni, dell’elettronica e dello spazio, i cui fondatori hanno profili pubblici, partecipano alle fiere e non hanno un responsabile della sicurezza. Per loro servirebbe ciò che in Germania già esiste: un canale strutturato con l’intelligence interna, avvisi periodici, formazione minima di sicurezza operativa.

La guerra dei data center

Intanto la guerra aperta si specchia in quella sotterranea. L’8 ottobre droni ucraini hanno colpito a Sasovo, nella regione di Rjazan’, il principale data center di Yandex, dove si trovano due dei tre supercomputer con cui l’azienda addestra i suoi modelli di intelligenza artificiale; il giorno dopo è toccato al centro di Kaluga. È la risposta alla campagna russa contro i data center ucraini delle settimane precedenti, «speculare», nelle parole di Zelensky.[8] La contesa si è spostata dalle trincee all’infrastruttura digitale e cognitiva, e alle persone che la progettano e la producono.

«Sappiamo dove abiti»

Il messaggio di Mosca ai manager europei è antico quanto i servizi segreti: sappiamo dove abiti. La risposta non può essere lasciata ai bilanci delle singole aziende. La sicurezza di chi costruisce gli strumenti della difesa europea è, a tutti gli effetti, sicurezza nazionale. E il modo migliore per disinnescare un’arma psicologica è negarle il risultato: continuare a produrre, firmare e consegnare.

 

[1]Die Zeit, 5 agosto 2026; intervista di S. Thumann a RTL e Stern, 18 agosto 2026; dichiarazioni del deputato Bastian Ernst riportate da n-tv. Il mandato d’arresto della Corte federale di giustizia contesta soltanto l’attività di agente per conto di un servizio straniero.

[2]Financial Times, inchiesta pubblicata l’11 ottobre 2026 sulla base delle valutazioni di funzionari di cinque servizi di intelligence europei.

[3]CNN, 11 luglio 2024; J. Appathurai (NATO), audizione presso la sottocommissione Sicurezza e difesa del Parlamento europeo, 28 gennaio 2025.

[4]Bundesamt für Verfassungsschutz, Sicherheitshinweis für die Wirtschaft, 23 luglio 2026 (dpa-AFX); Milano Finanza, 23 luglio 2026.

[5]Financial Times, 11 ottobre 2026, cit.

[6]Dichiarazioni del Primo ministro Donald Tusk, 13 agosto 2026.

[7]Ros dei Carabinieri – Procura della Repubblica e Procura militare di Roma, 7 luglio 2026; dichiarazioni del ministro Antonio Tajani, 9 luglio 2026, e del ministro Guido Crosetto.

[8]Reuters, 8 e 9 ottobre 2026.

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Dark Clark, fronti fittizi e firme inesistenti. La nuova grammatica dell’IA nella guerra cognitiva

C’è un dettaglio, nel rapporto che OpenAI ha pubblicato l’8 ottobre, che vale più di molte previsioni sul futuro della guerra cognitiva . Gli operatori russi dell’operazione battezzata “Dark Clark” non usavano ChatGPT soprattutto per fabbricare propaganda, ma per scrivere i rapporti destinati ai propri superiori. E in quei rapporti si attribuivano meriti che non avevano: rivendicavano come frutto del proprio lavoro argomenti che Buenos Aires sostiene da decenni sulle Malvinas, o servizi della stampa brasiliana che si limitavano a citare il video di un prigioniero. Un’operazione d’influenza rivolta, prima ancora che al pubblico latinoamericano, ai propri committenti a Mosca.

L’aneddoto non è folclore burocratico. Racconta con precisione che cosa sia oggi l’intelligenza artificiale (IA) nelle mani degli apparati che conducono la guerra ibrida: non un’arma nuova, ma un acceleratore di processi antichi. Lo scrive la stessa OpenAI: queste operazioni assomigliano in modo impressionante alle campagne complesse dell’era pre-IA, con la differenza che l’IA rende più agevoli alcuni passaggi del lavoro. Chi si aspettava la rivoluzione degli eserciti di bot onniscienti deve prendere atto che la vera innovazione è un’altra, ed è più insidiosa.

Dalla quantità alla credibilità

Il dato strategico più rilevante del rapporto non riguarda la tecnologia, ma la distribuzione. Analizzando le trenta operazioni d’influenza smascherate negli ultimi due anni e mezzo, OpenAI osserva che quelle affidate soltanto ai social network non superano la terza categoria della Breakout Scale, mentre quelle che riescono a collocare i propri contenuti in testate reali raggiungono la quarta e la quinta. «Dark Clark» è la prima operazione di categoria 5 mai interrotta dall’azienda; l’iraniana «Bogus Bylines» si è fermata alla quarta.

È la conferma di un passaggio d’epoca. La stagione di Doppelgänger, con i cloni dei siti di Le Monde e Der Spiegel e le campagne a pagamento per spingerli, puntava sul volume. La nuova stagione punta sulla facciata: un’entità credibile, un nome, una firma, un istituto, che possa bussare alla porta di una redazione o di una scuola e ottenere ciò che nessun bot può comprare, cioè la fiducia di un intermediario umano. È la logica delle «misure attive» sovietiche, aggiornata ai costi marginali quasi nulli della produzione testuale.

Tre architetture della finzione

La prima è il think tank con personale ignaro. Gli operatori russi controllavano il Social Research Center, una piattaforma di ricerca latinoamericana dedicata alla diaspora indiana e ai rapporti tra l’India e la regione, attraverso una persona fittizia, «Mia Clark». I dipendenti sul campo, a quanto risulta, non sapevano per chi lavorassero: intervistavano esperti e redigevano studi in buona fede, oltre sessanta articoli in gran parte originali. Intorno a questa facciata ruotavano i colpi veri. A maggio, una falsa e-mail della Direzione regionale dell’educazione di Lima ha invitato le scuole a celebrare l’Ucraina citando Stepan Bandera; alcune hanno risposto inviando le foto. La vicenda è rimbalzata sulla stampa peruviana e polacca, fino a provocare la proposta di un eurodeputato polacco di dichiarare persona non grata chi manifesta «antipolonismo». In Ecuador, un’altra e-mail falsa ha spinto alcune scuole a un giuramento di fedeltà al presidente Noboa e a Erik Prince, costringendo la ministra dell’Istruzione a una smentita pubblica. In Bolivia, nel pieno delle proteste, un falso audio attribuito a un dipendente dell’azienda idrica annunciava il taglio dell’acqua a La Paz. La filiera rimanda a «Politology», la struttura che diverse inchieste indicano come erede della galassia di Prigozhin, e il modello ricalca PeaceData, il falso giornale che nel 2020 reclutava reporter inconsapevoli.

La seconda architettura è il giornalista inesistente. «Bogus Bylines» ha gestito sette firme di presunti freelance occidentali, che dal luglio 2025 hanno collocato quasi cento articoli su oltre una dozzina di testate di politica internazionale, con un’impennata dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran. ChatGPT serviva a confrontare le bozze con i criteri editoriali di ciascuna testata e a scrivere le e-mail di proposta ai direttori. Una delle testate contava quasi due milioni di follower su Facebook. È la versione industriale di Alice Donovan, la finta giornalista dietro cui operava l’intelligence militare russa nel 2016-17. Il dettaglio più istruttivo è che i commenti generati in serie sui social non hanno prodotto quasi nulla, mentre gli articoli firmati sono entrati nel circuito dell’informazione: la credibilità rende, il rumore no.

La terza è il think tank di cartapesta. L’International Burke Institute, smascherato ad agosto , si presentava come comunità di esperti con sede in Israele, esibiva un «indice di sovranità» che collocava la Russia davanti alle democrazie occidentali e annoverava tra i propri autori, a loro insaputa, nomi come Fukuyama e Chomsky. Qui l’IA serviva soprattutto alla promozione, mentre i contenuti erano in larga parte plagiati. Eppure ancora a settembre una testata online trattava quell’indice come uno strumento serio: il riciclaggio informativo funziona anche quando la facciata è fragile.

Che cosa fa davvero l’IA

Se si scompone il lavoro di queste reti, il contributo dell’intelligenza artificiale è riconoscibile e circoscritto. Offre fluidità linguistica, perché un operatore a Mosca può chiedere di tradurre un testo in spagnolo ecuadoriano o di imitare lo stile di un ufficio pubblico peruviano. Offre conformità editoriale, perché un pezzo può essere tagliato su misura per le linee guida di ogni redazione. Offre scala, perché una piccola cellula può mantenere vive più identità contemporaneamente. E offre una burocrazia a basso costo: rendiconti, presentazioni, metriche gonfiate per chi paga.

Il vantaggio è un’asimmetria di costi. Produrre una facciata credibile costa sempre meno, mentre verificarla costa sempre di più a redazioni sottodimensionate, scuole, amministrazioni e piattaforme. Ma il punto vulnerabile non è tecnologico. È istituzionale: la fiducia con cui un preside esegue una circolare, la disponibilità di una piccola testata a pubblicare un collaboratore gratuito, l’assenza di qualsiasi controllo sull’identità di chi propone un articolo. La guerra cognitiva contemporanea non attacca le menti una per una; attacca i protocolli di fiducia attraverso cui le società si informano. E la frontiera successiva è già visibile: la rete «Pravda», inondando il web di contenuti pensati più per i crawler che per i lettori, ha mostrato come il bersaglio del riciclaggio informativo possa diventare la macchina stessa, il chatbot che poi restituisce quei contenuti come fatti .

La lezione per chi difende

La prima lezione è che l’esposizione pubblica funziona. Alice Donovan e PeaceData cessarono le attività dopo essere state smascherate, perché un’operazione fondata sulla copertura non sopravvive alla perdita della copertura. L’attribuzione tempestiva e documentata è un deterrente, a condizione che governi, piattaforme, aziende di IA e ricercatori condividano le informazioni invece di custodirle ciascuno nel proprio silo.

La seconda è che la difesa va spostata sugli intermediari. Servono procedure minime di verifica dell’identità dei collaboratori esterni nelle redazioni, sistemi di autenticazione della posta elettronica nelle amministrazioni e nelle scuole, canali rapidi di smentita istituzionale. Sono misure poco spettacolari, ma colpiscono proprio il punto in cui queste operazioni trasformano una falsità in un fatto pubblico.
La terza riguarda chi analizza. Gli operatori gonfiano il proprio impatto per compiacere i superiori: l’analista che prende per buone quelle rivendicazioni, o che descrive ogni campagna come un successo devastante, completa il lavoro dell’avversario. L’obiettivo di fondo della guerra cognitiva è la sfiducia generalizzata, l’idea che nulla sia credibile. Sopravvalutare il nemico serve quella causa quanto sottovalutarlo.

Resta un paradosso che merita attenzione. Affidando ai modelli linguistici la propria contabilità interna, gli operatori hanno aperto una finestra sul loro back office: il rapporto scritto per il capo è stato letto anche da chi li osservava. L’intelligenza artificiale moltiplica la capacità offensiva, ma lascia tracce. Per i servizi e per le democrazie la sfida dei prossimi anni sarà imparare a leggerle prima che una falsa circolare arrivi in una scuola italiana.

Per approfondire:

Dietro le quinte della guerra cognitiva. Come Mosca istruisce i suoi narratori italiani

Contro la guerra cognitiva russa serve una contro-narrativa. L’analisi di Pagani

L’Ombra del Cremlino. Anatomia della guerra cognitiva russa dall’Italia all’Europa

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