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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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Dalle auto ai missili, l’industria europea cambia strada

A una trentina di chilometri da Ingolstadt, nel bosco di Schrobenhausen, Mbda produce missili da crociera e sistemi per la difesa aerea. Presto, in questo distretto industriale della Baviera, potranno lavorare anche alcuni dipendenti Audi. Il programma si chiama Regionaler Personaleinsatz, letteralmente impiego regionale del personale: per due anni, su base volontaria, alcuni lavoratori potranno essere assegnati temporaneamente a imprese della difesa, mantenendo il contratto e il trattamento economico di Audi e il diritto di tornare in azienda. L’iniziativa coinvolge anche Knds, Diehl Defence e Airbus e si rivolge inizialmente a ingegneri, responsabili della qualità, project manager e personale delle aree tecniche dello stabilimento di Ingolstadt.

Il nome burocratico nasconde una trasformazione più ampia. Mentre l’industria automobilistica europea riduce i costi e la capacità produttiva, quella della difesa fatica a soddisfare una domanda in crescita. La prima dispone di competenze nella produzione in serie, nell’automazione e nel controllo della qualità; la seconda ha bisogno di trasferirle rapidamente in un settore abituato a lavorare su volumi più contenuti.

Il trasferimento, però, non è automatico. Le imprese militari devono fare i conti con verifiche di sicurezza, requisiti specifici e formazione sui prodotti. Un ingegnere abituato a progettare un’automobile non diventa dall’oggi al domani uno specialista di missili o sistemi antiaerei. Ma può portare con sé metodi di lavoro e conoscenze industriali preziosi per aumentare la produzione.

Il caso Audi è anche un riflesso della crisi che attraversa il gruppo Volkswagen. Lo stabilimento di Neckarsulm, con oltre 15.500 dipendenti, è tra i quattro siti tedeschi del gruppo per i quali non è ancora garantito un impiego produttivo competitivo a partire dal 2031. Volkswagen sta valutando utilizzi alternativi per gli impianti, mentre cerca di ridimensionare una capacità produttiva che supera la domanda.

Secondo dati riportati dalla stampa tedesca e attribuiti ad ambienti del gruppo, produrre un’automobile a Neckarsulm costa poco meno di 6.000 euro, contro circa 3.000 nei siti europei più competitivi. Il confronto va letto tenendo conto delle diverse categorie di vetture: nello stabilimento si assemblano modelli di fascia alta come A5, A6 e A8, che richiedono tempi di lavorazione maggiori. Anche al netto di queste differenze, resta un divario di costo significativo.

Il problema è trovare alternative. Volkswagen sta ridimensionando strutture e occupazione, mentre il suo amministratore delegato, Oliver Blume, ha indicato le collaborazioni con aziende cinesi e le attività legate alla difesa tra le possibili strade per salvaguardare gli impianti. Il gruppo deve trovare nuovi impieghi per capacità produttive che non riesce più a sostenere con il solo mercato dell’auto.

Da Ingolstadt a Osnabrück, il passo successivo è provare a riconvertire le fabbriche. Volkswagen ha raggiunto un accordo sui termini della possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück al fondo Aurelius e al Land della Bassa Sassonia. La produzione automobilistica dovrebbe terminare nell’estate del 2027. L’obiettivo è trasformare il sito in un centro per le tecnologie della sicurezza e della difesa, con un primo progetto sviluppato insieme all’israeliana Rafael per produrre sistemi e componenti destinati alla difesa aerea. Il progetto potrebbe coinvolgere anche tecnologie legate all’Iron Dome, il sistema antiaereo israeliano.

La vicenda mostra quanto la riconversione sia condizionata da fattori politici. Il Qatar Investment Authority, azionista rilevante di Volkswagen, aveva espresso riserve sulla collaborazione diretta tra il gruppo tedesco e Rafael. La struttura ora delineata, con il coinvolgimento di Aurelius e del governo regionale, punta a superare quell’ostacolo. Il progetto, tuttavia, non equivale ancora alla certezza che tutte le attività previste saranno realizzate nei tempi e nei modi annunciati.

Anche Mercedes-Benz sta esplorando il settore. A maggio l’amministratore delegato Ola Källenius ha dichiarato al Wall Street Journal che il gruppo sarebbe disposto a entrare nella produzione per la difesa, a condizione che l’operazione abbia senso economico. Il manager ha descritto questo mercato come una possibile nicchia in crescita, non come un’alternativa alla produzione automobilistica.

A giugno, alla fiera aerospaziale Ila di Berlino, Mercedes-Benz e la società tecnologica tedesca Tytan Technologies hanno firmato un memorandum d’intesa per valutare sistemi mobili basati sui fuoristrada Classe G e sui furgoni Sprinter. Il progetto comprende una piattaforma per contrastare i droni e un veicolo in grado di trasportarli. Mercedes mette a disposizione i veicoli, Tytan le proprie competenze tecnologiche. Per ora l’accordo riguarda la valutazione e lo sviluppo delle possibili applicazioni: non sono stati annunciati volumi e tempi definitivi di produzione.

La convergenza tra auto e difesa riguarda anche la Francia. A febbraio Renault ha confermato un progetto con l’azienda di difesa Turgis Gaillard per assemblare droni militari Chorus nello stabilimento di Le Mans. Il gruppo automobilistico è stato coinvolto su richiesta del ministero delle Forze armate, interessato alle sue capacità di progettazione industriale e produzione in serie. L’obiettivo dichiarato è sviluppare in meno di un anno una capacità produttiva fino a 600 droni al mese. Renault ha precisato che il progetto si inserisce in un’iniziativa guidata dallo Stato e che le attività sono state definite dopo la consultazione delle rappresentanze dei lavoratori.

La trasformazione non passa soltanto dalle grandi case automobilistiche. Può essere più semplice per i fornitori specializzati, le cui competenze sono già utilizzabili in altri settori. È il caso di Deutz, produttore tedesco di motori, che il 9 luglio ha annunciato un accordo per acquisire il 100 per cento di Ffg Flensburger Fahrzeugbau, azienda specializzata in veicoli militari, per un corrispettivo complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. L’operazione, che combina una componente in denaro e nuove azioni Deutz, segna un’espansione strategica nella difesa.

Anche componenti, sistemi di propulsione e tecnologie di precisione possono entrare nella filiera militare senza che l’intera fabbrica debba cambiare produzione. È una prospettiva importante perché consente di sfruttare capacità industriali esistenti, anziché costruire da zero impianti e competenze.

È qui che la questione riguarda anche l’Italia. In un’analisi pubblicata nelle scorse settimane, il Royal United Services Institute think tank britannico specializzato in sicurezza e difesa, indica Torino insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche tra i poli industriali che potrebbero contribuire allo sviluppo della robotica militare. Le competenze della filiera automobilistica — batterie, attuatori, motori elettrici, sensori ed elettronica — sono in parte sovrapponibili a quelle necessarie per produrre droni e sistemi robotici.

Il vantaggio, tuttavia, non va sopravvalutato. Le fabbriche automobilistiche sono organizzate attorno a cicli di produzione pluriennali; i sistemi senza equipaggio, soprattutto i droni, richiedono invece aggiornamenti rapidi e iterazioni che possono misurarsi in settimane. La sfida non è trasferire semplicemente una linea da un prodotto all’altro, ma adattare competenze, fornitori e processi a esigenze industriali differenti.

Il governo italiano ha introdotto un riferimento normativo con la legge 30 dicembre 2025, n. 199, la legge di bilancio per il 2026. Il comma 280 dell’articolo 1 prevede decreti del ministro della Difesa, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, per individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali di interesse strategico destinati a realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare capacità industriali della difesa. La disposizione opera nell’ambito delle risorse previste dalla legislazione vigente e non istituisce, da sola, un nuovo fondo per la riconversione. Resta da capire come sarà attuata e quali progetti verranno individuati.

Per Torino, dunque, l’opportunità non è ancora un piano industriale. Non risulta un programma pubblico paragonabile a quello avviato da Audi per trasferire temporaneamente personale alla difesa, né un censimento pubblico delle aziende locali già pronte a partecipare a programmi militari. Ma la presenza di competenze automobilistiche, meccatroniche ed elettroniche offre una base da cui partire.

Un segnale concreto è arriva proprio da Torino ieri, con Edgewing, la società partecipata da Leonardo, dalla britannica Bae Systems e dalla giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Company, ha inaugurato la propria sede italiana, la prima delle tre previste nei Paesi partner del Global Combat Air Programme (Gcap). Il centro ospiterà centinaia di ingegneri italiani, britannici e giapponesi impegnati nella progettazione del futuro aereo da combattimento di nuova generazione. La società prevede che la struttura italiana arrivi a un migliaio addetti, a cui si aggiungeranno le risorse di Leonardo coinvolte nel programma. Non è una riconversione dell’industria automobilistica, ma dimostra che Torino dispone già di un ecosistema ingegneristico e industriale su cui costruire nuove attività legate alla difesa. La sfida è capire se una parte delle competenze sviluppate nella componentistica, nella meccatronica e nell’elettronica per l’auto potrà trovare spazio anche al di fuori della filiera aerospaziale tradizionale.

La partita europea si giocherà su due piani. Il primo riguarda gli stabilimenti: se e come potranno essere riconvertiti per produrre veicoli, sistemi di supporto e componenti militari. Il secondo riguarda la filiera: quante imprese dell’auto riusciranno a diventare fornitori della difesa senza abbandonare il proprio mercato originario. Il programma Audi suggerisce anche una cautela. Se i dipendenti possono passare per due anni alla difesa conservando il diritto di rientrare, è perché il trasferimento è concepito come temporaneo e non implica una riconversione definitiva dell’azienda. La formula può aiutare a salvaguardare competenze e occupazione, ma non garantisce da sola una soluzione strutturale alla crisi dell’auto. Per l’Europa, quindi, la questione non è soltanto stabilire quali fabbriche produrranno armi. È capire se il patrimonio industriale accumulato in decenni di produzione automobilistica potrà sostenere una nuova capacità manifatturiera della difesa, senza trasformare una crisi settoriale in una semplice migrazione di posti di lavoro.

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Gli Usa mettono una taglia record sul socio dell’hacker estradato dall’Italia

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari su Zhang Yu, uno dei protagonisti della grande campagna di cyber-spionaggio attribuita alla Cina e conosciuta come Hafnium. Il dipartimento di Stato ha inserito il suo nome nel programma “Rewards for Justice”, offrendo una ricompensa fino a 10 milioni per informazioni che possano portare alla sua identificazione o localizzazione.

Zhang, secondo le autorità americane, non sarebbe un hacker indipendente. È indicato come direttore della Shanghai Firetech Information Science and Technology e come operatore che avrebbe lavorato per conto dello Shanghai State Security Bureau (Sssb), la struttura locale del ministero cinese per la sicurezza dello Stato (Mss), ovvero l’intelligence di Pechino.

Il suo nome è legato a quello di Xu Zewei⁠, arrestato in Italia nel luglio 2025 mentre si trovava in vacanza a Milano e poi estradato negli Stati Uniti nell’aprile di quest’anno. I due avrebbero cominciato a collaborare almeno dal 2020, prendendo di mira ricercatori e istituzioni americane impegnati nello studio del Covid-19. Nel 2021 sarebbero poi passati all’attacco dei sistemi Microsoft Exchange, sfruttando le vulnerabilità del software per penetrare nelle reti di migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. La campagna venne attribuita dagli Stati Uniti al gruppo Hafnium. Secondo il Federal Bureau of Investigation, furono compromesse oltre 12.700 organizzazioni, a fronte di più di 60.000 obiettivi statunitensi.

Ma l’interesse degli hacker non sarebbe stato soltanto quello di raccogliere grandi quantità di dati. Nell’incriminazione americana vengono citate caselle di posta di università e studi legali nelle quali sarebbero state cercate parole chiave come “MSS”, “Chinese sources” e “HongKong”. Un dettaglio che mostra quanto fosse mirata la ricerca di informazioni su fonti, contatti e attività legate alla Cina.

Per Washington, inoltre, Zhang e Xu non agivano semplicemente come criminali informatici indipendenti. Secondo l’accusa, ricevevano ordini di Mss e Sssb e riferivano agli ufficiali che li supervisionavano. Il caso rientra così nella più ampia accusa americana secondo cui l’intelligence cinese utilizza una rete di società private e contractor per condurre operazioni cyber, rendendo meno evidente il coinvolgimento diretto dello Stato.

La stessa Shanghai Firetech, società diretta da Zhang, appare avere capacità tecniche che vanno oltre il semplice ruolo societario. Una ricerca pubblicata da SentinelLabs ha individuato nei registri cinesi oltre dieci brevetti dell’azienda relativi a tecnologie di raccolta dati e analisi forense, compresi strumenti per acquisire informazioni da computer Apple. Gli stessi ricercatori precisano però che non è possibile collegare automaticamente queste tecnologie alle operazioni offensive attribuite a Hafnium.

La domanda, però, è un’altra: perché Washington abbia deciso di rendere pubblica ora una ricompensa così alta?

L’incriminazione di Zhang e Xu risale al luglio 2025. Xu è già stato arrestato in Italia ed estradato negli Stati Uniti, mentre Zhang non è mai stato catturato. La taglia può naturalmente servire ad aumentare le possibilità di arrivare a lui. Ma ha anche un evidente valore di segnale: Washington vuole mostrare che il caso non è chiuso e che la pressione sugli uomini della rete cinese continua.

E lascia aperta un’altra domanda: Xu Zewei ha iniziato a collaborare con gli investigatori americani?

Non ci sono elementi pubblici per dirlo. Ma la scelta di rilanciare il caso proprio adesso, con una ricompensa fino a 10 milioni di dollari, rende la domanda inevitabile.

Xu è negli Stati Uniti. Zhang, invece, è ancora ricercato. E ora Washington ha messo un prezzo sulla sua testa.

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