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Prezzi e cyberattacchi, il doppio lato oscuro dell’AI secondo il Fmi

L’Intelligenza Artificiale dà, l’Intelligenza Artificiale prende. Le tecnologie di ultima generazione stanno già sostenendo la crescita dell’economia mondiale e cambiando il mondo del lavoro, su questo non c’è ombra di dubbio. Ma potrebbero cambiare anche il modo in cui si finanziano pensioni, sanità e servizi pubblici, se parte della ricchezza prodotta si sposterà dalle buste paga ai profitti delle imprese, con conseguenze per le entrate fiscali. A lanciare l’allarme, e non è la prima volta, è Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, intervenuta a Bangkok all’apertura degli incontri annuali con la Banca mondiale.

Partendo però, proprio nei giorni in cui Giorgia Meloni ha indicato una via italiana all’Intelligenza Artificiale, dalle indicazioni contenute nell’ultimo Global financial stability report. Indicazioni che per il Fondo monetario sono essenzialmente tre, per altrettanti fattori di rischio. E dunque Intelligenza artificiale, inflazione e conti pubblici, cyberattacchi: sono le tre criticità individuate dal Fmi nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. “Questi rischi di per sé non minacciano necessariamente la stabilità, ma potrebbero diventare un rischio sistemico se venissero amplificati dalle vulnerabilità finanziarie”, afferma l’istituzione nell’editoriale del Global Financial Stability Report. Rischi principali che sul breve termine “potrebbero fare da catalizzatore ad un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie e a turbolenze dei mercati”.

“Il primo è quello che un indebolimento degli investimenti e della redditività sull’Intelligenza Artificiale potrebbe innescare una correzione dei prezzi legati al settore, esacerbata dal crescente utilizzo della leva finanziaria, dalla concentrazione delle esposizioni e dai meccanismi che si sono creati sui sistemi di finanziamento”. Ed è “probabile che le giurisdizioni più esposte alle ricadute negative di marcate correzioni dei mercati siano quelle più sensibili agli sviluppi dell’IA, così come quelle con consistenti esposizioni sui titoli”. Il secondo rischio è quello della ripresa dell’inflazione e delle preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici: “potrebbero innescare marcati rialzi dei tassi sui titoli di Stato e provocare ampie turbolenze sui mercati, data l’importanza dei titoli pubblici. Gli elevati debiti pubblici e la necessità di provvedere al rinnovo dei titoli in scadenza restano questioni irrisolte”, scrive il Fmi.

Terzo, secondo il Fmi i cyber attacchi “costituiscono un crescente rischio sistemico mentre i servizi finanziari diventano sempre più digitali e interconnessi. Per parte loro i modelli più spinti di IA stanno emergendo sia come potenti facilitatori dei cyberattacchi, sia come strumenti chiave per la difesa dagli stessi”. Di qui l’avvertimento di Georgieva. “Due forze agiscono sull’economia: da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia, che crea shock negativi nell’offerta alimentando l’inflazione, dall’altro gli investimenti, soprattutto nell’Intelligenza Artificiale, che generano uno shock della domanda”. Tuttavia, “mentre molte economie avanzate hanno beneficiato dell’aumento degli investimenti nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale, i Paesi più poveri, che non traggono vantaggio da tale boom, si trovano di fronte a scelte difficili nel gestire i prezzi elevati dell’energia causati dalla guerra in Iran”.

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Stop all’Ets e acquisti di energia centralizzati. La via europea per sopravvivere a Hormuz secondo Sommella

ROBERTO SOMMELLA GIORNALISTA

Quando si vive in uno spazio comune, è facile prendersi un raffreddore. E qualcuno, in Europa, il raffreddore ce l’ha: la Francia, un tempo invincibile e dispensatrice di buone politiche insieme alla Germania, oggi decisamente malconcia. Viene da chiedersi, dunque, se l’Italia alle prese con l’ultima manovra del governo Meloni e travolta, come del resto un po’ tutti nel Vecchio continente, rischi di beccarsi qualche bacillo. Formiche.net lo ha chiesto a Roberto Sommella, giornalista, saggista e direttore di MF-Milano Finanza. “L’incendio francese per ora è in piazza”, spiega Sommella, “per le proteste degli studenti. Sui mercati è cresciuto però il rischio Parigi che ci deve far ricordare una cosa: quando sei nell’euro nessuno è immune dal contagio e la crescita dello spread e degli interessi sul debito francese lo dimostra. Noi italiani dovremmo stare al riparo da questo virus, a patto di tagliare il debito e abbassare le tasse per la crescita”.

Eppure, se non si ha proprio la memoria corta, ci si dovrebbe ricordare di quanto l’Italia sia stata massacrata da Bruxelles solo per l’aver sforato il deficit di qualche decimale. Mentre invece Parigi, che oggi viaggia abbondantemente sopra il 5%, è sempre stata trattata con un occhio di riguardo. Ed è lo stesso Sommella a spiegare questo paradosso. “È così, per un motivo molto semplice, le regole sul deficit al 3% le hanno fatte i francesi con la complicità dei tedeschi”. Fin qui il capitolo mercato.

L’altro focolaio è l’energia. Chi importa petrolio e gas, come l’Italia, oltre a rischiare di rimanere a secco di materia prima, sta sperimentando pericolosi aumenti in bolletta. E allora, che fare? “Lo shock energetico che va dall’Ucraina a Hormuz ha solo una possibile risposta che è quella europea: meno tasse sulle emissioni inquinanti, meno Ets, più acquisti centrali di energia ma a condizioni di mercato”, spiega Sommella, facendo sua la proposta dello stesso governo Meloni per un azzeramento, o qualcosa di molto simile, del meccanismo Ets che tassa il carbone.

La discussione si chiude poi sulla necessità per l’Europa di rimanere al passo di Cina e Stati Uniti, investendo decine di miliardi in tecnologia, transizione e Intelligenza Artificiale. In una parola, competitività. Ma come fare a generare quei denari utili alla causa? “Rilanciando l’industria europea. Con il New Green Deal abbiamo fatto regole con cui si vendono in Europa auto cinesi e non europee, ditemi se ha un senso”. E sulla manovra, dalla coperta ancora corta, nulla di nuovo sotto il sole. “Finché avremo 3 mila miliardi di debito e cento miliardi l’anno di evasione fiscale non avremo alternative, con nessun governo di qualsiasi colore politico”.

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Il debito costa, la politica sia responsabile. L’appello di Giorgetti

Ancora prudenza, ancora pragmatismo. E un appello. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia alla sua ultima manovra, è tornato a ribadire la filosofia che guiderà la finanziaria in fase di stesura. A dieci giorni dall’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, il titolare di Via XX settembre è intervenuto alla Camera, presso le commissioni riuniti Bilancio, rimarcando gli obiettivi del governo: ulteriore alleggerimento fiscale a mezzo taglio delle aliquote Irpef anche per i redditi fino a 60 mila euro ed ecobonus al 65% per l’efficientamento energetico. Consapevole che, nonostante la flessibilità concessa dall’Europa e accordata all’Italia che vale 28 miliardi da qui al 2028 da spendere per investimenti in energia e Difesa, non sarà possibile fare i salti mortali, visto il disavanzo ancora fermo al 3,1% e la procedura di infrazione ancora in essere. Naturalmente, gli osservati speciali rimangono l’inflazione, la crisi in Medio Oriente e i mercati, ancora piuttosto nervosi a causa della crisi francese.

Partendo proprio dai mercati, Giorgetti si è rivolto ai partiti, affinché abbiano a cuore la sostenibilità del debito italiano. “La credibilità finanziaria del Paese, ancora più in una fase come questa, è una risorsa che va assolutamente preservata con l’auspicabile più ampio consenso delle forze parlamentari. L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle nuove regole europee di bilancio e di voler mantenere un percorso di finanza pubblica sostenibile senza rinunciare tuttavia a mettere in luce alcuni nodi irrisolti della nuova governance economica che solo con la sua concreta applicazione potevano emergere”.

Parlando poi della clausola Nec per la flessibilità concessa, “le maggiori risorse per la difesa e la sicurezza energetica saranno destinate in misura significativa per spese in conto capitale, stimolando gli investimenti e l’occupazione e di conseguenza i redditi disponibili reali e i consumi delle famiglie”, ha chiarito Giorgetti, blindando così la destinazione dei maggiori fondi sbloccati proprio grazie allo spazio di manovra concesso dall’Europa. Il responsabile di Via XX Settembre ha dunque concluso, chiarendo l’orizzonte dell’esecutivo.

“Il Documento programmatico arriva in un contesto particolarmente complesso, fare previsioni diventa sempre più complicato, ciononostante confermiamo in termini programmatici il sentiero di spesa così come era stato previsto”. E dunque, “la composizione della manovra sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea che non è ancora conclusa, dovendosi attendere la formale approvazione del Consiglio: è in questo contesto e all’interno di tale procedura che deve essere letto il contenuto programmatico del Documento. La composizione della manovra  sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea ed elementi saranno forniti nel Documento programmatico di bilancio che, a breve, il governo trasmetterà al Parlamento e alle autorità europee. Ma nel mentre ricordiamoci sempre che la credibilità costruita rappresenta una vera risorsa da preservare”.

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Governance e investimenti, la via italiana per l’AI secondo Meloni

L’Italia potrà avere una sua Intelligenza Artificiale fatta in casa? Con Cina e Stati Uniti impegnati in un corpo a corpo a colpi di applicazioni per garantirsi la supremazia tecnologica globale, all’Europa, e dunque anche all’Italia, non resta che trovare una propria strada che impedisca di rimanere schiacciati nella pressa di Occidente e Oriente. Tanto Roma, quanto Bruxelles sanno che il Vecchio continente non può e non deve rimanere tagliato fuori dalla corsa all’Intelligenza Artificiale. Per questo, Giorgia Meloni, parlando dinnanzi alla platea dell’Assolombarda, ha tracciato una rotta. Una rotta che porta dritti a un’infrastruttura AI made in Italy.

“Io sono convinta che l’Italia possa dire la sua, non inseguendo gli altri sul loro terreno, ma portando l’Intelligenza Artificiale dentro quello che noi sappiamo fare meglio. È questa la via italiana all’Intelligenza Artificiale, un’Intelligenza Artificiale che nasce dalla manifattura, lavora con le persone e non al loro posto. Che rende più competitive le nostre imprese, anche le più piccole, e più qualificato il lavoro. E non è un’ipotesi astratta, perché questa via in parte voi la state già tracciando”. Un esempio? “La zona di innovazione e sviluppo dedicata all’Intelligenza Artificiale a Milano, il polo per la Physical AI al MIND, il ponte con la Silicon Valley di Officina Italia: sono la prova che il tessuto produttivo italiano è pronto a passare da utilizzatore a produttore”.

Va bene, però al netto dei proclami e della volontà politica, bisogna andare nel concreto. E due cose servono se si vuole davvero creare un’infrastruttura AI tricolore: investimenti e governance. Quest’ultima, per Meloni “è urgente ma va affrontata a livello globale. L’Italia ha messo il tema al centro della sua presidenza del G7, chiamando a parlarne Papa Francesco, e guardiamo con interesse a tutte le iniziative che vanno in questa direzione”. E gli investimenti? Qui il premier ha lanciato una proposta. “Considero di buon senso trovare il modo per promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud: voglio annunciare che col ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella legge di Bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti in questa tipologia di beni”.

Insomma, l’orizzonte indicato “è quello della physical AI, l’Intelligenza Artificiale che esce dagli schermi, come veniva detto, entra nelle macchine, nei robot, nelle linee di produzione. Una sfida tanto più impegnativa perché, parliamoci chiaro, noi come Europa non partiamo in vantaggio. Stati Uniti e Cina hanno su questo investito risorse enormi e sui grandi modelli generalisti la partita per ora si gioca altrove. Però la physical AI è un terreno diverso perché qui gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine, servono i sensori, serve la meccatronica e serve la conoscenza profonda dei processi produttivi, quella che si accumula in decenni di fabbrica, ed è esattamente quella che l’Italia ha. Noi siamo tra i principali produttori al mondo di macchine e automazione industriale, abbiamo filiere che presidiano ogni fase della produzione, un patrimonio di competenze che in pochi possono vantare”.

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La Cina glissa sulla sicurezza nell’AI. E chiama a raccolta mille cervelloni

A qualcuno potrebbe venire in mente il celebre capolavoro del Caravaggio, I bari. Perché sì, sull’Intelligenza Artificiale, la Cina bara un po’. Che Pechino abbia ormai ingaggiato una gara con gli Stati Uniti è vero, così come è altrettanto vero che la tecnologia americana sia di qualità superiore a quella cinese, la quale costa meno di quella occidentale. Eppure, qualcosa non torna. Per esempio, il fatto che alcune delle principali aziende cinesi attive nell’Intelligenza Artificiale, hanno reso noto i loro test sulla sicurezza e l’affidabilità relativamente a una minuscola percentuale delle applicazioni lanciate sul mercato. Per la precisione, solo il 3,6%. Questo significa che intorno al grosso dei prodotti cinesi legati all’AI, c’è sostanzialmente nebbia fitta.

SemiAnalysis, società di ricerca tecnologica con sede in California, ha in tal senso analizzato 857 modelli rilasciati tra il 2021 e il 15 settembre dell’anno corrente, da parte di aziende cinesi leader nel settore dell’Intelligenza Artificiale: Alibaba, ByteDance, Tencent, Baidu, DeepSeek, Moonshot, Z.AI, MiniMax e StepFun. Ebbene, lo studio ha rilevato che solo 31 lanci di applicazioni, pari al 3,6%, presentavano un risultato di valutazione della sicurezza pubblicato che poteva essere associato a uno specifico modello. Solo nove, ovvero l’1,1%, avevano tali risultati disponibili al momento del lancio o prima di esso, mentre i ricercatori non hanno trovato alcuna informazione sulla sicurezza per prodotti lanciati sul mercato.

Non è tutto. La scorsa settimana Reuters ha riportato come molte applicazioni di AI cinesi abbiano dimostrato la capacità di ingannare gli utenti, eludere le restrizioni e nascondere i fallimenti nei test. E questo nonostante la stessa normativa cinese per la governance della sicurezza dell’IA individui rischi quali l’acquisizione non autorizzata di permessi di sistema, l’inganno dei valutatori, l’occultamento delle capacità e l’elusione dei controlli di sicurezza. Pur, e questo è il paradosso, non imponendo al contempo obblighi vincolanti legati alle capacità dei modelli. Insomma, il Dragone da una parte vuole vendere al mondo la sua tecnologia, dall’altra però ne nasconde le potenzialità, anche dannose.

E pensare che Pechino è davvero convinta della bontà della sua tecnologia. Lo dimostra un altro fatto. In questi giorni principali matematici cinesi hanno creato l’Alleanza del Laboratorio di Scienze Matematiche e Intelligenza Artificiale. L’iniziativa è guidata dal vincitore della Medaglia Fields Shing-Tung Yau, direttore del Centro di Scienze Matematiche Yau presso l’Università Tsinghua. Un’alleanza da mille e oltre cervelli che lavoreranno su modelli di Intelligenza Artificiale specializzati per la matematica, sull’utilizzo dell’IA per generare ipotesi matematiche e formalizzare dimostrazioni, nonché su sistemi la cui logica di ragionamento sarà più facile da interpretare. Ma la sicurezza delle applicazioni, quella no.

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Stabilità e prezzi, gli studi premiati con il Nobel all’Economia

Un premio alla stabilità, concetto sempre più astratto in questi tempi così magmatici. Il Nobel 2026 all’Economia è stato insignito agli statunitensi Robert Hall e Michael Woodford, per i loro studi sulle fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica. “L’economia”, ha spiegato Woodford intervistato in diretta all’evento, “è danneggiata da molti tipi di eventi, che spesso non sono economici nella loro natura ma hanno avuto forti effetti sull’economia. Un esempio ora è la guerra in Medioriente: ha chiaramente danneggiato i mercati dell’energia e ci sono forti cambiamenti sui prezzi dell’energia, che hanno molte ricadute su vari aspetti dell’economia in molte zone del mondo. Ovviamente non è una questione di imprese o forze economiche che ha fatto esplodere la guerra”, né sono questi fattori a determinare quanto durerà, “ma eventi di questo tipo hanno effetti molto rilevanti sull’economia globale”, ha concluso.

Ma chi sono i due vincitori del Nobel all’Economia? Hall è nato nel 1943 a Palo Alto, in California, h ricoperto la carica di presidente dell’American economic association nel 2010. Ed è membro della National academy of sciences, Distinguished fellow dell’Aea e Fellow dell’American academy of arts and sciences, dell’econometric Society e della society of labor economists. Insieme ad Alvin Rabushka ha sviluppato un framework per una tassazione sui consumi equa ed efficiente. Il loro articolo pubblicato sul Wall Street Journal nel dicembre 1981 ha segnato il punto di partenza per un’ondata di interesse verso la tassazione sui consumi. I due sono stati inseriti nella Hall of Fame della rivista Money per il loro contributo all’innovazione finanziaria. Hall è stato inoltre direttore del programma di ricerca sulle fluttuazioni e la crescita economica del National Bureau of Economic Research dal 1978 al 2013.

Woodford è invece nato nel 1955 a Chicopee, nel Massachusetts, e divide il premio con Hall con la stessa motivazione. Woodford è John Bates Clark Professor of Political Economy alla Columbia University ed è stato MacArthur Fellow e Guggenheim Fellow e ora è Fellow dell’American academy of arts and sciences. Ricopre inoltre l’incarico di research associate per il National bureau of economic research, di Research fellow presso il Centre for economic policy research (Londra) e di Fellow del CESifo Research network (Monaco di Baviera). Già vincitore di diversi premi internazionali, la sua opera più importante è il trattato Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy, vincitore nel 2003 dell’Association of american publishers award come miglior libro accademico o professionale in ambito economico. Le sue attuali ricerche si concentrano sulle implicazioni della razionalità limitata nell’analisi economica, attingendo alle scoperte della psicologia cognitiva e delle neuroscienze, con particolare attenzione alle conseguenze delle decisioni basate su rappresentazioni mentali imprecise.

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Auto sì, il resto si vedrà. La mezza vittoria dell’Ue in Cina

Non è una una pax commerciale, anzi. Però i buoni propositi ci sono e bisognerà vedere se reggeranno alla prova dei fatti. Cina ed Europa si sono studiate, guardate negli occhi. Lasciandosi con reciproche promesse. La due giorni del commissario Maros Šefčovič a Pechino porta in dote alcune certezze e qualche interrogativo. Partendo dalle prime, Dragone e Unione europea hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, che proprio Bruxelles aveva minacciato di mettere al bando, alla vigilia della partenza di Šefčovič. D’altronde, che la concorrenza cinese sul versante delle auto sia a dir poco sleale, è fin troppo noto.

“Le due parti hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, conforme alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio”, si legge nel testo del comunicato del ministero del Commercio cinese, dove non vengono forniti ulteriori dettagli. Bruxelles auspicava che Pechino si impegnasse a ridurre volontariamente le proprie esportazioni di veicoli ibridi. Pechino e Bruxelles, viene chiarito, proseguiranno inoltre le procedure relative agli impegni sui prezzi assunti dalle aziende. Insomma, una prima pietra c’è. Ora bisogna costruire il resto.

Poi c’è l’altro versante quello del deficit, forse il più delicato. La Cina vende in Europa troppo e a prezzi troppo bassi. Lo stesso non può fare l’Europa, però. La moral suasion di Bruxelles, sotto forma di diverse strette commerciali al grido di made in Europe, ha funzionato. Se non altro perché, altro comunicato, “Cina e Unione europea hanno concordato di rafforzare i colloqui commerciali”, con Pechino che ha promesso di agevolare l’esportazione di terre rare verso il Vecchio Continente. “Le due parti hanno ribadito la necessità di rafforzare il dialogo sui controlli alle esportazioni”. E il Dragone è disposto a “continuare ad agevolare l’esame e l’approvazione delle licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti verso l’Europa”.

Ve bene, l’intenzione c’è. Ma poi? Ora entrano i gioco le diplomazie. Anche se, qualcuno, in Ue vorrebbe più polso, più risolutezza. Insomma, barricate ora e subito. La missione a Pechino di Šefčovič, va detto, si incrocia con l’offensiva politica firmata da Macron e Merz. In una lettera congiunta inviata alla Commissione europea lunedì, Francia e Germania chiedono l’introduzione urgente di uno strumento di risposta rapida con l’obiettivo di dotare la Commissione di poteri commerciali speciali per applicare sanzioni e barriere tariffarie in tempi brevi, superando i lunghi iter burocratici delle tradizionali indagini antidumping e anti-sovvenzioni. L’iniziativa sancisce così la convergenza dei due motori dell’Unione: Parigi, da sempre sostenitrice del protezionismo strategico, ha trovato l’appoggio di una Berlino tradizionalmente più cauta ma che oggi si riscopre spaventata dalla crisi della propria industria automobilistica. In mezzo, la diplomazia.

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L’AI è il nuovo fuoco per l’uomo. La visione di Elkann

John Elkann il visionario. Il ceo di Exor e presidente di Vento per un giorno smette il vestito grigio da industriale per vestire i panni comodi e informali dello startupper. E lo ha fatto dalle ex Officine Gran Riparazioni di Torino, il luogo dove un tempo si fabbricavano treni oggi si coltivano idee e tecnologie, grazie a rassegne del calibro di Wave by Vento, una delle principali conferenze tech in Europa e punto di incontro internazionale per founder, programmatori, appassionati e imprenditori del digitale e organizzata proprio dal fondo creato da Elkann.

Punto di partenza, l’Intelligenza artificiale, che per il nipote dell’Avvocato è il nuovo fuoco. “Siamo davanti a una rivoluzione tecnologica assoluta capace di cambiare la storia umana. Stiamo parlando dei primi momenti in cui noi umani cercavamo di capire come usare il fuoco e fare in modo che questo fuoco fosse usato, non bruciasse tutto”, ha metaforicamente spiegato il numero uno di Stellantis. “Dunque per noi quello che è importante non è concentrarci su cosa possiamo non più fare, ma è concentrarci su cosa possiamo fare che non immaginavamo fare”. Il messaggio di Elkann, che proprio pochi giorni fa ha aperto il suo primo profilo Linkedin, è fin troppo chiaro, l’Intelligenza Artificiale è un nuovo inizio, quasi l’alba di una nuova umanità.

Un paragone che serve a spiegare una traiettoria universale in cui l’innovazione tenderà a uniformare le geografie mondiali. “Dopodiché, se uno guarda a tutte le cose che siamo riusciti a fare grazie al fuoco, mai se le sarebbe immaginate allora», chiarisce il manager allontanando ogni allarmismo”. Ovviamente il ragionamento di Elkann si è poi ristretto sull’Italia.  La Penisola gioca un ruolo centrale in questa partita globale grazie al suo immenso capitale umano. “In Italia noi abbiamo tantissimo talento. Italiane e italiani, sia in Italia che nel mondo, hanno dimostrato grandissime capacità. Quello che avevamo osservato è che spesso non combaciavano, nel senso che chi era molto abile tecnicamente non aveva necessariamente il coraggio imprenditoriale, e chi aveva il coraggio imprenditoriale non aveva necessariamente le competenze tecniche”.

Da qui a fare due conti il passo è breve. Il ceo di Exor si aspetta nella sola Italia ben mille nuove startup in dieci anni. “Vento è veramente interessata agli italiani, dunque noi crediamo che gli italiani siano straordinari e che abbiano una fortissima capacità, dunque il nostro obiettivo è proprio di aiutare a valorizzare quella loro abilità e permettere a loro di creare in Italia e fuori. L’orizzonte del prossimo decennio punta a una crescita in forte accelerazione. L’ambizione per i futuri dieci anni prevede la creazione di oltre mille nuove imprese e gli investimenti si indirizzano con decisione verso settori di frontiera. Il grosso degli investimenti in Vento va verso delle conoscenze, delle industrie che non esistono. E Torino ha tradizionalmente sempre avuto una fortissima spinta al futuro», annota il fondatore riducendo al minimo il focus cittadino per abbracciare l’intero potenziale nazionale”.

 

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Russia addio, ora all’India fa gola il petrolio del Venezuela

Il Venezuela della rinascita industriale e petrolifera ha senza ombra di dubbio cambiato gli equilibri mondiali dell’oro nero. D’altronde, con un quinto delle riserve planetarie sotto i suoi piedi, Caracas è oggi uno dei poli petroliferi potenzialmente più importanti del mondo. Gli Stati Uniti, a cui si deve l’apertura forzosa del mercato sudamericano, sul quale sono in programma oltre 100 miliardi di investimenti, hanno mosso le fila del riassetto, chiamando a raccolta le principali compagnie petrolifere, inclusa Eni. Sul Venezuela però pare adesso affacciarsi anche l’India, Paese dalla gran fame di oro nero e che fino a non molto tempo fa aveva come principale fornitore la Russia.

C’è un caso che può rendere bene l’idea. Reliance Industries, la società del miliardario indiano Mukesh Ambani, uno degli uomini più potenti nel Paese degli elefanti, sta lentamente emergendo come il maggiore acquirente di greggio venezuelano al di fuori degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha spinto mesi fa Nuova Delhi ad acquistare più petrolio venezuelano, certamente a discapito della Russia. Ma mentre le compagnie petrolifere statali indiane effettuano acquisti calibrati e mirati, Reliance è risultata l’acquirente principale. Ciò dimostra che, al di fuori degli Stati Uniti, l’India è la principale destinazione di queste forniture, con Reliance che acquista la maggior parte del greggio di Caracas.

Solo a settembre, l’India ha importato 257 mila barili al giorno di greggio venezuelano, di cui il 76% è stato destinato proprio a Reliance Industries. E per il mese di ottobre, sono previsti 350.000 barili al giorno di greggio proveniente dal Venezuela e destinato all’India. Un asse Nuova Delhi-Caracas le cui basi erano state poste lo scorso marzo, a due mesi dalla destituzione coatta di Nicolas Maduro, quando Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero costruito in Venezuela la loro prima raffineria in 50 anni, proprio grazie agli investimenti della società indiana Reliance Industries.

Insomma, il mercato Venezuelano è decisamente attrattivo. Ma ha un problema, un problema chiamato elettricità. Come raccontato da questo giornale, Caracas si è scoperta a corto di infrastrutture elettriche. Un allarme che arriva, anche questo un piccolo paradosso, proprio da quei manager del petrolio riuniti la settimana scorsa nella capitale del Venezuela per la prima conferenza unificata sull’energia, promossa da Washington. Sul tavolo della conferenza, il mastodontico piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari per l’industria petrolifera venezuelana, messo a punto dagli Stati Uniti, che però ha incontrato il suo primo ostacolo: l’inaffidabilità del sistema elettrico. Con un deficit di energia elettrica di oltre 1.500 megawatt (MW), i persistenti blackout del Paese membro dell’Opec stanno peggiorando giorno dopo giorno, proprio con la ripresa della domanda di petrolio, lasciando famiglie, negozi e fabbriche e ovviamente le stesse trivelle. Senza corrente per ore.

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Europa e Cina faccia a faccia. Parte la trattativa sul deficit

L’aereo è atterrato, il portellone si è aperto e Maros Sefcovic, commissario europea al commercio, è sceso. Da quel momento è iniziata la delicata, anzi delicatissima, missione che potrebbe portare Cina ed Europa a una tregua commerciale che, nei fatti, converrebbe a tutti e due. Per il Dragone, per esempio, rinunciare al più grande e variopinto spazio economico del mondo, mezzo miliardo di individui, sarebbe un gran bel problema. Specialmente dopo la chiusura semi-ermetica del mercato americano. L’Europa, da parte sua, ne ha abbastanza della concorrenza sleale cinese, tutta sussidi e steroidi. Bruxelles è pronta ad alzare nuovi muri, aumentando l’ansia di Pechino. Per tutte queste due ragioni, un’intesa che freni la prepotenza commerciale e la forza muscolare della Cina da una parte e salvaguardi l’export made in China dall’altra, conviene ad ambo le parti.

“Primo giorno in Cina, con un obiettivo: iniziare a riequilibrare il nostro deficit commerciale insostenibile con la Cina”, ha scritto sui social media Sefcovic, prima di sbarcare nella Repubblica popolare. Riferendo di aver incontrato nell’immediato i rappresentanti delle imprese europee presenti in loco, le quali, a suo dire, chiedono di migliorare l’accesso al mercato cinese. Certo, le discussioni debbono ancora entrate nel vivo e con ogni probabilità i primi verdetti arriveranno nelle prossime ore, quando Segovic parteciperà alla riunione sul commercio con il ministro cinese Wang Wentao.

E di sicuro sul tavolo c’è l’ipotesi anticipata da Bloomberg di limitare le vetture ibride in arrivo dalla Cina, un test generale che la Commissione potrebbe estendere ad altri settori strategici. La missione segue la lettera congiunta inviata a Bruxelles da Emmanuel Macron e Friedrich Merz, nella quale Parigi e Berlino chiedono poteri speciali per escludere d’urgenza le imprese cinesi dal mercato unico in presenza di distorsioni competitive. Le misure di salvaguardia consentiranno così all’Ue di limitare l’ingresso di prodotti di un determinato settore qualora si registri un’impennata delle importazioni nel blocco. Uno degli strumenti a disposizione della Commissione è l’applicazione di contingenti tariffari, che prevedono un prelievo sulle importazioni eccedenti un certo volume.

Naturalmente, la Commissione intende utilizzare il caso delle auto ibride come banco di prova: se l’iniziativa dovesse avere successo, potrebbe essere replicata in altri settori in cui il blocco rileva squilibri commerciali. Un obiettivo chiave dell’Ue sarebbe quello di mantenere il tetto alle importazioni di vetture ibride a un livello tale da evitare ritorsioni da parte di Pechino, hanno affermato le fonti. Una mossa a cui sta lavorando la Commissione europea va nel tentativo di ridurre il deficit commerciale europeo. Per parte cinese, la parola d’ordine è comunque dialogo. Pechino “ha sempre ritenuto che mantenere una cooperazione aperta e risolvere le divergenze economiche e commerciali attraverso il dialogo e consultazioni su un piano di parità sia nell’interesse comune della Cina e dell’Unione europea”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning durante la conferenza stampa quotidiana. Ma la verità è che la palla ce l’hanno Sefcovic e Wentao.

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La Russia non vola più. Più tasse su gli aerei e velivoli in affitto

Dalle auto agli aerei il passo è breve. E molto. Sono immagini ancora vive degli occhi quelle che raccontano le lunghe code di veicoli in fila ai distributori di carburante in Russia, prima che anche l’ultimo gallone di benzina o gasolio venga esaurito. Un quadro, se non ci fosse di mezzo la guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina, che avrebbe del grottesco: uno dei più grandi Paesi produttori al mondo di petrolio, rimasto a secco di carburante. Eppure è la verità, la raffinazione russa è pressoché totalmente fuori uso, a causa degli attacchi da parte dei droni ucraini. Gli aerei, invece, ancora volano perché di cherosene ancora un po’ ne è rimasto. Ma costa.

Ecco perché al Cremlino qualcuno ha pensato di valutare l’introduzione di una nuova tassa speciale per i passeggeri aerei al fine di compensare i costi di leasing e gestione dei nuovi velivoli russi, oltre a coprire i costi del carburante. Se ne sono accorti i servizi segreti ucraini, i cui calcoli raccontano di una tassa aggiuntiva per i voli nazionali che sarà compresa tra 500 e 700 rubli, mentre per i voli internazionali tra mille e 2 mila rubli a biglietto. Complessivamente, il governo prevede di raccogliere fino a 250 miliardi di rubli dai cittadini nei prossimi anni per coprire l’enorme differenza tra il costo reale degli aerei di linea nazionali e i prezzi agevolati concessi fin qui alle compagnie aeree. Come noto, infatti, fin qui Mosca per non paralizzare il Paese ha concesso alcuni sconti sui biglietti aerei. Una situazione tuttavia non più sostenibile.

Ora, questa iniziativa è l’ennesima prova di come il regime di Vladimir Putin stia scaricando tutti i problemi finanziari dell’economia russa direttamente sulle spalle dei cittadini comuni. A causa della guerra di aggressione su vasta scala contro l’Ucraina e delle colossali spese militari, il bilancio statale russo, ricordano gli stessi 007 ucraini nel documento relativo all’extra tassa sul trasporto aereo, è esaurito, quindi le autorità stanno ricorrendo a soluzioni d’emergenza a spese della popolazione. I russi sono già costretti a pagare tasse più alte (in particolare l’Iva) e tariffe insostenibili per le utenze, che aumenteranno per la seconda volta questo autunno. E ora a questa lista si aggiungono i costi per il sostegno all’aviazione civile, che si trova in crisi a causa delle sanzioni e della mancanza di pezzi di ricambio importati.

Gli esperti affermano che tali tariffe porteranno inevitabilmente a una diminuzione della domanda di trasporti e a un calo del traffico passeggeri complessivo, dato che i redditi della maggior parte dei russi rimangono bassi perché mangiati dall’inflazione. Di più. A ennesima riprova di una crisi ormai strutturale dell’economia russa, in grado di intaccare la vita quotidiana nella Federazione, c’è il fatto che, proprio in queste ore, Mosca abbia chiesto al Vietnam di affittarle i suoi aerei passeggeri, compresi equipaggi e servizi di manutenzione. Il ministro dei Trasporti Andrei Nikitin ha dichiarato che Mosca ha proposto alle compagnie vietnamite di trasferire aerei alle compagnie russe con contratti di wet lease, una formula che include velivolo, equipaggio, manutenzione e assicurazione, e che Hanoi sta esaminando la proposta. Motivo? In Russia di velivoli non se ne costruiscono più.

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Tecnologia e startup, dopo il Kuwait l’Italia fa tappa negli Emirati

Ancora accordi, ancora sponde, ancora made in Italy. Prosegue il viaggio nel Golfo di Adolfo Urso, che ieri ha portato a casa le prime, importanti, intese con uno dei Paesi più ricchi del mondo, il Kuwait. In queste ore il ministro delle Imprese e del Made in Italy, spostatosi nel frattempo negli Emirati, ha incontrato ad Abu Dhabi una rappresentanza della comunità imprenditoriale italiana, la cui presenza testimonia la solidità dei legami tra i nostri due Paesi, ancor più significativi nell’attuale situazione nel Golfo. Domattina, poi, Urso interverrà, insieme al ministro dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti, Abdulla bin Touq Al Marri, nel panel New Economic Narrative di Investopia Bridge, il forum internazionale dedicato agli investimenti e alla cooperazione economica internazionale.

Tornando a oggi, il responsabile per le Imprese ha firmato ad Abu Dhabi con il ministro degli Investimenti emiratino, Mohamed Hassan Al Suwaidi, un memorandum d’intesa per promuovere investimenti reciproci nell’industria e nella manifattura e nuove partnership tra le imprese dei due Paesi. “L’amicizia tra Italia ed Emirati Arabi Uniti trova in questa intesa una nuova prospettiva industriale. Lavoriamo insieme per dare sicurezza e prospettive alle nostre industrie, promuovendo investimenti reciproci e collaborando su nuove tecnologie e competenze. Un impegno che contribuirà all’autonomia strategica italiana ed europea, attraverso una cooperazione più stretta con chi condivide i nostri obiettivi di sviluppo e innovazione”, ha specificato lo stesso Urso.

Nel dettaglio, l’intesa punta a rafforzare la cooperazione economica bilaterale attraverso joint venture, alleanze strategiche e co-investimenti. Al centro, lo sviluppo e la modernizzazione degli impianti industriali, il trasferimento tecnologico, la ricerca e l’adozione di tecnologie produttive avanzate. Il memorandum incoraggia inoltre gli investimenti congiunti in startup e imprese innovative nei settori dell’intelligenza artificiale, della robotica, delle biotecnologie, delle scienze della vita e del fintech. La collaborazione si estenderà anche al rafforzamento delle catene di approvvigionamento, all’efficienza energetica, all’economia circolare e alla formazione delle competenze industriali e tecniche, con l’obiettivo di accrescere la competitività delle produzioni e il loro potenziale di esportazione.

Ancora, l’intesa avrà durata quinquennale, con rinnovo automatico per ulteriori cinque anni. Per la sua attuazione, i due ministeri designeranno entro trenta giorni i rispettivi referenti, che potranno concordare un piano di lavoro congiunto. Il memorandum si aggiunge agli accordi già sottoscritti dal ministro Urso nei settori farmaceutico, minerario e delle infrastrutture digitali. Nel corso dell’evento, alla presenza di Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano, è stata inoltre annunciata la prossima edizione di Investopia Italia che si terrà a Milano il prossimo 9 aprile 2027.

Guardando alla tabella di marcia, la missione di Urso nel Golfo proseguirà in Qatar dopo, come detto, la visita negli Emirati Arabi Uniti e dopo gli incontri avuti ieri in Kuwait con il primo ministro Ahmad Al-Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah e i principali rappresentanti del mondo finanziario e degli investimenti. E proprio a Doha, capitale del Qatar, con il ministro delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione, Mohammed bin Ali bin Mohammed Al Mannai, Urso ha avuto un primo confronto per rafforzare la cooperazione tra Italia e Qatar nei settori tecnologici più avanzati. Intelligenza artificiale, data center e infrastrutture digitali, robotica e digitalizzazione del sistema produttivo, priorità della Digital Agenda 2030 del Qatar e settori nei quali le imprese italiane esprimono competenze di eccellenza: vogliamo mettere in relazione i nostri ecosistemi dell’innovazione, favorendo nuove collaborazioni e opportunità di investimento.

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