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Israele nega il visto a un’altra giornalista: bloccata Martina Stefanoni di Radio Popolare. Pd: “Tajani chiarisca”

In vista delle elezioni, il governo israeliano mette alla porta i giornalisti internazionali e stringe le maglie dei visti. L’ultimo caso è quello della cronista di Radio Popolare Martina Stefanoni, in procinto di partire per Tel Aviv, alla quale è stato vietato l’ingresso nel Paese.

Stefanoni, che già l’anno scorso era stata in Israele, aveva in un primo tempo ottenuto il lasciapassare, oltre all’accreditamento ufficiale da parte del Government Press Office. A pochi giorni di distanza, è arrivata la revoca, accompagnata dalla scarna dichiarazione: “Le circostanze relative al suo caso sono cambiate”. Nessuna spiegazione a oggi è stata data all’emittente nonostante il Ministero competente sia stato interpellato. “Una intollerabile censura da parte del Paese che si definisce l’unica Democrazia del Medio Oriente”, commenta la direttrice della radio Lorenza Ghidini.

Sul caso della giornalista di Radio Popolare, il Pd ha annunciato un’interrogazione al governo. “Chiediamo al ministro degli Esteri Tajani se intenda attivare immediatamente, attraverso l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e i canali diplomatici competenti, un’interlocuzione formale con le autorità israeliane” hanno scritto i deputati dem Lia Quartapelle, Enzo Amendola, Laura Boldrini e Fabio Porta. È indispensabile, sottolineano, “ottenere chiarimenti ufficiali sulle ragioni del provvedimento, sui criteri adottati per la concessione e la revoca dei visti ai giornalisti stranieri e verificare l’eventuale esistenza di elementi discriminatori connessi all’attività professionale o agli orientamenti editoriali della testata”.

L’Ordine dei giornalisti ha parlato di una “grave limitazione della libertà di stampa” che “segna la volontà del governo israeliano di selezionare giornalisti in ‘buoni’ e ‘cattivi’“. Una pratica “che non ha nulla a che vedere con una democrazia”. L’Ordine ricorda anche che dall’inizio dei bombardamenti a Gaza, Israele non consente ad alcun giornalista straniero di accedere alla Striscia, se non in tour organizzati e controllati dall’esercito.

“Piena solidarietà” all’inviata di Radio Popolare è stata espressa dalla segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante, che stigmatizza “il trattamento discriminatorio riservatole da Israele che conferma anche in questa occasione la forte intolleranza nei confronti della stampa libera”.

Un sorte simile a quella di Stefanoni era toccata pochi giorni fa alla giornalista italiana Serena Bilanceri, corrispondente del quotidiano tedesco Taz: le autorità di Tel Aviv le hanno negato il visto di lavoro e revocato il permesso di soggiorno. E ancora: il corrispondente britannico di Channel 4 Secunder Kermani è stato bloccato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, interrogato e poi respinto con una comunicazione scritta che gli annunciava il trasferimento in un centro detenzione per migranti irregolari in attesa dell’espulsione. Alla fine è riuscito a entrare nel Paese solo grazie a contatti tra la sua emittente e diplomatici israeliano. Le motivazioni dell’iniziale diniego sembrano legate più alle sue opinioni che a una minaccia alla sicurezza reale. Tra le altre cose, gli agenti di frontiera gli hanno chiesto se credesse che Israele sta commentando un genocidio a Gaza.

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Netanyahu ammette per la prima volta in tv che il capo dei servizi egiziani è stato in Israele pochi giorni prima del 7 ottobre

Mancano solo dodici giorni alle elezioni israeliane. Per Benjamin Netanyahu, rimanere alla guida del Paese ha un valore esistenziale. Ma più ci si avvicina al voto e più cresce su di lui la pressione per le sue presunte responsabilità riguardo all’impreparazione di esercito e servizi segreti a rispondere all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. E questa volta è lui stesso a svelare un particolare mai fornito fino a oggi: il capo dei servizi segreti egiziani, Abbas Kamel, si è recato in Israele pochi giorni prima dell’attacco del partito armato palestinese al Festival Nova e ai kibbutz vicini alla Striscia di Gaza.

La questione è centrale perché da mesi circolano indiscrezioni sul fatto che l’Egitto abbia lanciato, fin dal giugno 2023, una raffica di avvertimenti al governo israeliano sui rischi provenienti dall’exclave palestinese. E la rivelazione di Netanyahu conferma per la prima volta che, almeno nei giorni immediatamente precedenti l’attacco di Hamas, l’Egitto si è mosso con i potenti vertici del Mukhabarat inviando direttamente Kamel nello Stato ebraico. Il premier israeliano lo ha dichiarato in una lunga intervista rilasciata al famoso talk show vicino al governo The Patriots di Channel 14, precisando però di non aver incontrato il capo dei servizi egiziani: “Non mi ha incontrato perché in quel momento stavo partecipando a una cerimonia commemorativa per i soldati dell’Idf – ha detto – Quando mai un capo dei servizi segreti incontra un capo di governo?”.

La risposta alla domanda apparentemente retorica c’è, in realtà. Basta fare una ricerca sul sito ufficiale del governo d’Israele per ritrovare fotografie di strette di mano tra Kamel e Netanyahu, nel 2021, nella residenza del premier a Gerusalemme. La bugia di Netanyahu solleva quindi dubbi su chi abbia veramente interloquito con Kamel e quale sia il messaggio recapitato dal Cairo a Tel Aviv: “Il capo dell’intelligence egiziana era qui – ha aggiunto il premier – Ha trascorso circa 50 minuti sul posto. Voglio sapere chi ha incontrato”.

Le parole di Netanyahu hanno scatenato di nuovo il dibattito intorno alle sue presunte responsabilità. Ma in serata si è assistito a un nuovo colpo di scena. La tv pubblica israeliana Kan ha smentito la versione del premier sostenendo che sul volo atterrato il 26 settembre in Israele dall’Egitto non si trovava Abbas Kamel, bensì due uomini d’affari egiziani. L’aereo, di proprietà della compagnia di charter egiziana Smart Aviation, riferisce Kan, è atterrato intorno alle 10 ed è ripartito per il Cairo alle 11 senza nessuno a bordo. Resta da capire perché il primo ministro dovrebbe aver mentito su un punto che rischia di aumentare i dubbi sulle sue mancanze nella prevenzione dell’attentato del 7 ottobre 2023.

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Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole

In Palestina si dovrebbe andare alle urne il 28 novembre, ma c’è il rischio dell’ennesimo rinvio da parte dell’Anp che teme di perdere contro un inedito cartello anti-Fatah. Intanto, lo stallo a Gaza tiene in vita Hamas

«È cambiato tutto dopo il 7 ottobre»: ci dicono le imprenditrici palestinesi del Businesswomen Forum a Ramallah. Non stentiamo a crederlo: migliaia di permessi di lavoro dei palestinesi che ogni giorno lavoravano in Israele revocati, aumento dei posti di blocco, aumento degli atti terroristici dei coloni estremisti in Cisgiordania, Gaza devastata con decine di migliaia di vittime; il blocco, da parte israeliana, delle entrate doganali spettanti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp); sullo sfondo, una crisi economica sempre più profonda.

Questo è lo scenario dei territori palestinesi che si presenta ai nostri occhi, e pesa sentire che – di fronte ai nostri tentativi di introdurle a spazi di dialogo con gli israeliani – ci sia più di una reticenza. Ampio è il solco che divide i due popoli, e l’idea che “normalizzare i rapporti col nemico” sia un tabù è ben presente nella filigrana delle nostre conversazioni. Ciononostante, le palestinesi con cui parliamo chiedono innanzitutto opportunità economiche: i commerci sono quasi fermi; gli spostamenti sono diventati più difficili e rischiosi e rendono problematico raggiungere il posto di lavoro; molte donne palestinesi hanno imprese “informali” che la volatilità della situazione rende impossibile gestire.

«Non guardateci come vittime di un conflitto, siamo imprenditrici e vogliamo esplorare nuovi mercati»: è il messaggio, quasi il rimprovero, che ci fa una di loro. Come darle torto? Molto spesso pensiamo ai palestinesi (e agli israeliani) solo attraverso le lenti del conflitto, e questo ci impedisce di coglierne la soggettività. L’esortazione di questa imprenditrice mi porta a riflettere su come tendiamo a guardare il conflitto: da una parte Israele, come soggetto che può fare tutto, anche raggiungere la pace; dall’altra i palestinesi, ridotti a elemento passivo della storia. Naturalmente non è così e non lo è mai stato, e in questa lettura manichea riconosco una buona dose di paternalismo. 

Una riflessione simile emerge dai colloqui con i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese . Nonostante tutte le difficoltà – alcune imputabili al governo israeliano, altre allo stesso esecutivo palestinese – dalle conversazioni appare evidente che non esiste attualmente un’alternativa reale e migliore all’Anp per il governo degli affari palestinesi. Certo, esiste un problema di credibilità, certamente sono necessarie riforme profonde e preoccupa il loro attaccamento al “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi dal 1948 a oggi. Tuttavia, alla luce delle interlocuzioni avute, appare strategicamente miope e ingiustificata la volontà di Benjamin Netanyahu di tenere fuori l’Anp dalla gestione degli affari di Gaza, soprattutto considerando i rapporti che già intercorrono tra il comitato tecnocratico istituito nel Board of Peace e le autorità di Ramallah.

L’Anp è figlia della stagione di Oslo, è composta da personale tendenzialmente più pragmatico e collabora già da anni con le autorità israeliane. È sufficiente? No, ma tra queste formazioni e il fondamentalismo islamico di Hamas esiste una differenza sostanziale: Hamas considera l’intera terra un bene inalienabile dell’islam e non accetterebbe in nessun modo un governo non islamico, tanto meno di uno Stato ebraico, anche a costo della vita dei palestinesi. Con l’Anp esiste invece ancora, sebbene sotto traccia, un coordinamento di sicurezza che impedisce alla situazione di deflagrare, nonostante le scellerate politiche dell’attuale governo israeliano siano ormai palesemente mirate a far esplodere la situazione nei territori palestinesi a uso e consumo dei sogni di annessione di Smotrich e Ben-Gvir.

C’è però un tema irrisolto di cui nessuno parla, concentrati come siamo sugli esiti delle elezioni israeliane: le elezioni politiche nei territori palestinesi, previste per il 28 novembre. Il rischio, confermato anche da un’attivista palestinese che incontriamo, è quello dell’ennesimo rinvio delle elezioni, motivato con l’impossibilità del voto a Gerusalemme Est e con la devastazione di una gran parte di Gaza. Sullo sfondo, il problema di Hamas, che continua ad arruolare migliaia di giovani nelle zone della Striscia che controlla e il cui disarmo è uno dei maggiori ostacoli per il Board of Peace.

Un ulteriore dato che complica lo scenario è la probabile, insolita alleanza tra Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, arcinemico interno di Abu Mazen e attualmente consigliere della leadership degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di formare una sorta di cartello elettorale anti-Fatah, in grado di aggirare la regola per cui chi partecipa alle elezioni deve sottoscrivere i principi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che includono il riconoscimento d’Israele. Tutti i tentativi di rappacificazione tra Fatah e Dahlan sono finora falliti e, di fronte alla possibilità di un simile cartello elettorale, l’Autorità Nazionale Palestinese teme di perdere il controllo, se si votasse oggi.

In questo quadro, figure come Samer Sinijlawi chiedono con forza che le elezioni si tengano comunque. Sinijlawi ha formato un nuovo partito, Masar Jadid, il Nuovo Corso, che corre con un programma imperniato sul dialogo con Israele e sull’apertura democratica delle istituzioni palestinesi, e si sta confermando come uno dei più interessanti protagonisti di una nuova stagione politica in Palestina. Proprio in questi giorni ha lanciato l’allarme, invitando i Paesi europei a fare pressione su Abu Mazen perché le elezioni si tengano comunque, e a fare al tempo stesso uno sforzo per sostenere l’intero processo, sia per non frustrare le aspettative dei palestinesi sia per garantire credibilità al percorso elettorale.

Resta naturalmente aperta la questione che già Yossi Beilin aveva posto in occasione delle elezioni politiche palestinesi vinte da Hamas: riconoscere legittimità e ruolo politici alle organizzazioni del terrorismo islamista è una scelta irresponsabile, che i palestinesi hanno già pagato a caro prezzo. Su questo la leadership europea sembra fin troppo silenziosa: impegnati nell’equilibrismo delle formule e di scelte spesso fatte più per l’elettorato europeo che per contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, finiamo per condannarci all’irrilevanza politica.

Il tema, però, rimane: rimandare per l’ennesima volta le elezioni palestinesi e mantenere questo stallo su Gaza che tiene in vita Hamas e soci sono due messaggi devastanti per i palestinesi, che in larghissima parte si sono già pre-registrati al voto.

È in questo contesto che è fondamentale accompagnare le parti palestinesi disposte al dialogo con gli israeliani fuori dal vicolo cieco in cui si trovano oggi. Le disfunzioni sono profonde ed esistono ambiti nei quali l’urgenza di un cambiamento è evidente, anche attraverso la pressione internazionale.

È il caso dei manuali scolastici palestinesi che incitano alla violenza e quello del sistema di pagamenti alle famiglie dei terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane, accusato di creare un perverso incentivo alla violenza e per questo attualmente oggetto di revisione, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione europea. È tuttavia impossibile immaginare oggi un interlocutore istituzionale diverso dall’Anp, e per questo gli sforzi dovrebbero essere concentrati nel riformarla e nel rinnovarla profondamente, non nell’indebolirla – cosa che va al solo vantaggio dei nemici della pace. È quanto è accaduto, per esempio, con la decisione statunitense di impedire ad Abu Mazen di recarsi a New York per i lavori delle Nazioni Unite.

C’è bisogno di più coraggio da parte europea per aiutare davvero i palestinesi: spingere perché le elezioni si svolgano e isolare gli islamisti sono due primi passi necessari, insieme alle misure necessarie per fare pressione sugli israeliani affinché siano sventati i loro piani di annessione. La sicurezza dei palestinesi in Cisgiordania è costantemente minacciata dalla crisi economica e dall’aumento degli atti di terrorismo dei coloni (il più autorevole think tank israeliano sui temi della sicurezza ha lanciato l’allarme sul possibile collasso delle istituzioni a causa del terrorismo dei coloni in Cisgiordania). D’altra parte, una reale responsabilizzazione sarà impossibile senza un radicale cambiamento della leadership palestinese, che sappia liberarsi sia dei miraggi del massimalismo e dell’islamismo sia delle rendite di posizione di una stagione politica che deve ormai chiudersi. È questo uno dei tanti sentieri stretti che ci troviamo di fronte e che stentiamo a imboccare, per le paure incrociate di un conflitto che radicalizza le opinioni pubbliche europee e paralizza i governi.

(Secondo di una serie di articoli)

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