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Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

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L’Italia investe nell’Ucraina del dopoguerra. Perché conta l’accordo tra Med-Or e Kyiv 

La Fondazione Med-Or ha firmato un accordo di cooperazione con l’Accademia diplomatica ucraina Hennadii Udovenko, istituzione che fa capo al ministero degli Esteri di Kyiv. L’intesa, siglata martedì 13 ottobre a Roma, punta a rafforzare la collaborazione tra Italia e Ucraina nel campo della formazione diplomatica e del dialogo internazionale, ampliando le relazioni bilaterali anche sul piano istituzionale.

Il Memorandum of Understanding è stato sottoscritto presso la sede della Fondazione dal presidente di Med-Or, Marco Minniti, e dal direttore dell’Accademia diplomatica ucraina, Ihor Ostash. Alla cerimonia hanno partecipato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, e l’ambasciatore ucraino in Italia, Ihor Brusylo.

L’accordo definisce un quadro di collaborazione per lo sviluppo di iniziative congiunte nel settore della formazione diplomatica, prevedendo anche la possibilità di coinvolgere docenti ed esperti italiani e internazionali nei programmi dell’Accademia ucraina. Si tratta di un ambito nel quale Med-Or ha già sviluppato una rete di partenariati internazionali, in particolare con Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, e che viene ora esteso alla cooperazione con Kyiv.

L’iniziativa assume un significato particolare nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, inserendosi nel più ampio quadro delle relazioni tra Roma e Kyiv. La formazione diplomatica e il rafforzamento delle capacità istituzionali rappresentano infatti strumenti di cooperazione che guardano anche oltre le esigenze immediate del conflitto, contribuendo a consolidare le competenze e le relazioni internazionali dell’Ucraina.

L’importanza dell’accordo va però oltre la formazione diplomatica. In una fase in cui il sostegno all’Ucraina è concentrato soprattutto sulle esigenze della guerra, l’intesa tra Med-Or e l’Accademia diplomatica di Kyiv guarda al lungo periodo, investendo nelle capacità istituzionali e nelle relazioni internazionali del Paese. Per Med-Or, l’intesa costituisce un ulteriore sviluppo delle proprie attività di cooperazione internazionale, con l’obiettivo di contribuire al rafforzamento dei rapporti tra Italia e Ucraina attraverso il dialogo, la formazione e la condivisione di competenze diplomatiche.

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Ue e Cina nel mese che può cambiare le regole del gioco

L’Europa sta entrando in una fase decisiva del rapporto con la Cina. Il deficit commerciale ha raggiunto dimensioni record, la pressione competitiva sulle industrie europee si estende ben oltre il settore automobilistico e le dipendenze da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche continuano a condizionare le scelte di Bruxelles.

Ma qualcosa sta cambiando. Francia e Germania hanno avanzato una proposta congiunta per rafforzare gli strumenti europei di difesa commerciale, mentre il commissario al Commercio Maroš Šefčovič è impegnato a Pechino in negoziati dai quali la Commissione si attende risultati concreti.

È in questo contesto che nasce “EU-China Relations in the October Decision Corridor”, il nuovo policy non-paper uscito in questi giorni, sviluppato sulla base della tavola rotonda a porte chiuse “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, organizzata il 29 settembre dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con Formiche e Decode39, e del successivo lavoro analitico guidato dall’Associate Director del Guarini, professore Enrico Fardella, e da Emanuele Rossi (Formiche/Decode39).

Il documento propone una chiave di lettura precisa: ottobre non è semplicemente il mese di un importante negoziato commerciale, ma un corridoio decisionale nel quale la diplomazia può trasformarsi in mandato politico, e il mandato in nuovi strumenti di potere economico europeo.

Il corridoio decisionale

L’“October decision corridor” collega una serie di appuntamenti istituzionali che, letti insieme, assumono un significato strategico. I colloqui tra Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao dell’8–9 ottobre rappresentano il primo banco di prova. Seguono il Consiglio Affari esteri del 12 ottobre, il Consiglio Affari generali del 13 e il Consiglio europeo del 15–16 ottobre, dove i leader saranno chiamati a confrontarsi anche sulla proposta franco-tedesca. Il percorso proseguirà con la riunione informale dei ministri del Commercio del 22–23 ottobre.

Il non-paper ricostruisce questa sequenza per mostrare come i diversi passaggi possano influenzarsi reciprocamente. Eventuali concessioni cinesi dovranno essere valutate in termini di concretezza, verificabilità e durata. Risultati insufficienti potrebbero invece rafforzare il mandato politico per una risposta europea più incisiva. La questione fondamentale è se l’Unione riuscirà a passare dalla consapevolezza delle proprie vulnerabilità alla capacità di affrontarle attraverso strumenti coordinati.

La svolta franco-tedesca

Uno degli elementi centrali del documento è l’analisi della proposta presentata il 5 ottobre da Emmanuel Macron e Friedrich Merz alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il non-paper chiarisce perché sarebbe riduttivo interpretarla come una semplice versione europea della Section 301 americana.

Parigi e Berlino delineano un’architettura articolata su più livelli: accelerare l’impiego degli strumenti commerciali già disponibili, creare un meccanismo per ridurre le dipendenze strategiche e introdurre un nuovo strumento capace di rispondere a distorsioni economiche sistemiche attraverso condizioni più restrittive di accesso al mercato unico.

A questi elementi si aggiungono controlli doganali, cooperazione con partner internazionali, preparazione alle ritorsioni, dialogo sui disallineamenti valutari e investimenti nella capacità industriale europea. La novità è soprattutto politica. Il cambiamento della posizione tedesca contribuisce a rendere possibile una convergenza che fino a poco tempo fa appariva più difficile. L’obiettivo non è necessariamente una chiusura commerciale verso Pechino, ma la costruzione di una capacità europea di negoziare da una posizione meno vulnerabile, mantenendo aperta la possibilità di soluzioni concordate.

Il fattore tempo

Il documento individua un’asimmetria fondamentale nel rapporto tra Bruxelles e Pechino. L’Unione europea dispone di un mercato di circa 450 milioni di consumatori, di una significativa capacità regolatoria e di strumenti commerciali in grado di generare conseguenze economiche rilevanti. Ma il loro impiego richiede procedure, coordinamento e consenso tra gli Stati membri.

La Cina può invece esercitare pressioni più rapide e selettive, attraverso restrizioni sui materiali critici, licenze di esportazione, indagini commerciali e misure amministrative che colpiscono specifici settori o imprese europee. L’asimmetria, sostiene il non-paper, non riguarda soltanto il peso economico dei due attori, ma soprattutto il tempo necessario per trasformarlo in leva negoziale.

Per questo la preparazione alle ritorsioni assume un ruolo centrale. La credibilità delle misure europee dipenderà anche dalla capacità di identificare preventivamente i settori più esposti e impedire che pressioni concentrate su un singolo Stato membro compromettano una posizione comune.

Il paradosso politico

Un altro contributo distintivo del non-paper riguarda la sostenibilità politica della nuova strategia europea. Il documento analizza come le prossime scadenze elettorali in Spagna, Francia, Italia e Polonia possano modificare gli equilibri all’interno dell’Unione, senza necessariamente produrre un atteggiamento più accomodante verso la Cina.

Governi più orientati alla protezione industriale potrebbero infatti sostenere misure commerciali più restrittive, maggiore reciprocità e una preferenza europea negli investimenti strategici. Allo stesso tempo, potrebbero mostrarsi meno disponibili ad attribuire nuovi poteri alla Commissione, accettare procedure decisionali più rapide o condividere i costi delle ritorsioni attraverso meccanismi comuni.

È una distinzione importante: un consenso più ampio sulla necessità di difendere l’industria europea non garantisce automaticamente un consenso sugli strumenti istituzionali necessari per farlo. Il non-paper estende inoltre l’analisi alla dimensione transatlantica, considerando come il rapporto tra Washington e Pechino e il calendario politico americano possano influenzare i margini negoziali della Cina nei confronti dell’Europa.

Oltre la difesa

Il contributo del documento non si esaurisce nell’individuazione delle vulnerabilità europee. La sua conclusione riguarda la necessità di integrare quattro dimensioni: applicazione delle regole commerciali, capacità di risposta sistemica, resilienza delle catene di approvvigionamento e competitività industriale. Le misure difensive possono offrire tempo alle imprese europee, ma non sostituiscono investimenti, innovazione e ricostruzione della capacità produttiva. Analogamente, nuovi strumenti commerciali rischiano di rimanere poco efficaci se gli Stati membri non sono disposti a sostenere collettivamente i costi del loro utilizzo.

L’“October decision corridor” diventa così un test della capacità dell’Europa di collegare politica commerciale, sicurezza economica e strategia industriale. La domanda che attraversa il non-paper è tanto semplice quanto decisiva: l’Unione europea riuscirà a rendere la propria interdipendenza con la Cina più equilibrata e condizionata, senza trasformare il de-risking in un disaccoppiamento indiscriminato? È attorno a questa domanda che si sviluppa un’analisi pensata per offrire a decisori pubblici, imprese, analisti e osservatori delle relazioni internazionali una mappa delle scelte che attendono Bruxelles, degli strumenti disponibili e dei rischi politici che potrebbero condizionarne l’attuazione.

 

EU-China Relations in the October Decision Corridor ricostruisce la proposta franco-tedesca, analizza le principali vulnerabilità economiche europee, esamina gli scenari negoziali e politici e individua gli indicatori da monitorare fino alla fine del 2026. Scarica il non-paper completo per approfondire l’analisi, consultare le tabelle comparative e seguire i passaggi decisionali che potrebbero ridefinire le relazioni UE-Cina.

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Energia senza frontiere. Ecco cosa si è detto al Festival del Cambiamento 2026

Energia, geopolitica, sicurezza nazionale, innovazione e competitività industriale sono ormai parti dello stesso dossier. È la fotografia emersa dalle due giornate del Festival del Cambiamento, organizzato tra Trieste e Gorizia. Promosso dalla Camera di Commercio Venezia Giulia con l’International Strategic Network (ISN) e Med-Or Italian Foundation, in collaborazione con la Regione Friuli-Venezia Giulia, all’evento hanno partecipato istituzioni, imprese, accademici ed esperti hanno discusso non soltanto di come produrre l’energia del futuro, ma soprattutto di come garantirla in un sistema internazionale diventato più instabile e competitivo.

Il punto di partenza è stato inevitabilmente geopolitico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha riportato al centro la vulnerabilità delle rotte marittime e delle infrastrutture attraverso cui passa una parte decisiva degli approvvigionamenti globali. Una questione che, come ha osservato il presidente della Camera di commercio Venezia Giulia Antonio Paoletti, rende ancora più urgente per l’Italia ridurre la dipendenza energetica dall’estero attraverso un mix che comprenda rinnovabili e nucleare di nuova generazione.

È anche il cambio di paradigma evidenziato dal giornalista e saggista Federico Rampini: la stagione nella quale il dibattito energetico poteva essere ricondotto prevalentemente alla transizione dalle fonti fossili a quelle sostenibili ha lasciato spazio a una realtà nella quale l’energia è tornata a essere una componente essenziale della sicurezza nazionale. Una trasformazione che, secondo Mohammed Baharoon, direttore generale del Dubai Public Policy Research Center, richiede risposte coordinate e una prospettiva globale.

Per l’Italia, la questione riguarda anzitutto la composizione del proprio mix. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato la necessità di aumentare la produzione da rinnovabili, geotermico, idroelettrico, fotovoltaico ed eolico, integrandola nel tempo con il nuovo nucleare. Sulla stessa esigenza di diversificazione si è soffermato Andrea Prete, presidente di Unioncamere, richiamando la crescita attesa della domanda globale e la necessità di ragionare in termini di addizione energetica, mentre il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga ha posto l’accento sui costi, sulle infrastrutture di rete europee e sulla necessità di maggiore autonomia. Anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, partendo dagli investimenti realizzati per l’elettrificazione delle banchine portuali, ha indicato nel nucleare una delle sfide da affrontare per il futuro.

La sicurezza energetica passa però anche dalla geografia. Lorenzo Ortona, coordinatore vicario della Struttura di Missione per il Piano Mattei, ha ricondotto il tema alla costruzione di nuove infrastrutture tra Nord Africa, Italia ed Europa, accompagnandole con investimenti in competenze e creazione di valore nei Paesi partner. È una dimensione che progetti come ELMED e il SoutH2 Corridor rendono sempre più concreta e che attribuisce al Mediterraneo un ruolo crescente nella strategia energetica europea.

In questo quadro si inserisce anche la riflessione dell’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale dell’Italia per il Corridoio India-Medio Oriente-Europa, che ha collocato il Festival nel più ampio processo di adattamento dell’Italia e dell’Europa a una trasformazione internazionale sempre più rapida. Trieste e Gorizia, città di frontiera e connessione, diventano così un osservatorio particolarmente significativo delle nuove geografie economiche, energetiche e infrastrutturali.

La dimensione infrastrutturale è emersa con particolare forza anche dal confronto sui mercati petroliferi. Alessandro Gorla, presidente della Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino, ha sottolineato il valore strategico del sistema che da Trieste rifornisce l’Europa centrale in una fase di redistribuzione dei flussi petroliferi. Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, ha invece richiamato la forte dipendenza italiana dalle importazioni di gas e le potenzialità delle riserve nazionali. Per Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, il rafforzamento delle rinnovabili e dell’efficienza energetica rappresenta nel breve e medio periodo una componente essenziale dell’autonomia del Paese, mentre l’intelligenza artificiale può contribuire alla riduzione dei consumi.

Sul versante industriale, Filippo Nicolò Rodriguez, head of Macro Area Nord Institutional Affairs Italy di Enel, ha posto l’accento sulla necessità di accelerare investimenti in reti e rinnovabili attraverso un quadro regolatorio stabile e procedure più rapide. Carlo Andriolo, amministratore delegato di AcegasApsAmga, ha richiamato il ruolo degli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi territoriali.

La trasformazione, del resto, non riguarda una singola tecnologia. Rodolfo Taccani, docente dell’Università di Trieste e responsabile scientifico della North Adriatic Hydrogen Valley, ha indicato proprio nell’esperienza della Hydrogen Valley un esempio della necessità di mettere insieme ricerca, industria, territori, competenze e capitali. Giorgio Graditi, direttore generale di Area Science Park, ha sottolineato l’importanza di coordinare rinnovabili, reti, accumuli, flessibilità, mercati e competenze digitali. Massimo Nicolazzi, docente di Economia e management delle risorse energetiche, ha invece richiamato il ritorno della sicurezza degli approvvigionamenti come priorità strutturale.

È su queste premesse che la seconda giornata, nell’Aula magna del polo goriziano dell’Università di Trieste, ha spostato l’attenzione dalle emergenze del presente alle infrastrutture e alle tecnologie necessarie per costruire il sistema energetico del futuro. Il confronto, moderato nella prima parte dal giornalista dell’Ansa Francesco De Filippo e nella seconda da Francesco Maria Talò, ha attraversato rinnovabili, idrogeno, nucleare, reti, accumuli e connessioni internazionali.

Il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna ha collocato questa trasformazione nella vocazione storica della città come territorio di confine e di transito, destinato ora a diventare anche cerniera delle nuove reti energetiche. Il consigliere regionale Diego Bernardis, intervenuto per il Friuli Venezia Giulia, ha ricordato gli interventi regionali a sostegno di cittadini e imprese. Carole Nakhle, founder e ceo di Crystol Energy, ha allargato la prospettiva alla geopolitica, che sta ridisegnando flussi, alleanze e lo stesso concetto di sicurezza energetica.

Per Luca Squeri, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, il percorso richiede pragmatismo e neutralità tecnologica, combinando rinnovabili e nucleare con reti, accumuli e innovazione. Alessandra Pasini, co-founder, Group President & CEO di Zhero Europe, ha sottolineato il ruolo delle interconnessioni internazionali, degli investimenti privati e dei sistemi di accumulo. Diego Portoghese, vicepresidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, ha ricondotto la transizione a una più ampia trasformazione industriale, nella quale diversificazione, sicurezza e decarbonizzazione devono procedere insieme.

È qui che il dossier energetico incontra quello tecnologico. L’intelligenza artificiale richiederà più capacità di calcolo, più data center, più elettricità e più risorse strategiche. La competizione si sposta quindi dalle singole materie prime al controllo delle catene del valore: estrazione, raffinazione, trasformazione, infrastrutture e capacità industriale. Per l’Europa significa anche confrontarsi con la propria esposizione alla Cina nelle fasi cruciali della raffinazione e della lavorazione dei minerali critici.

Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, ha inserito questa dinamica nella trasformazione della globalizzazione e nella necessità di riportare in Italia alcune produzioni considerate strategiche, a partire dalla difesa. Fausto Torri, responsabile energia EMEA e Italia Accenture, ha sottolineato l’intreccio tra transizione energetica, innovazione tecnologica e materie prime. Davide Falteri, presidente di Federlogistica Nazionale, ha richiamato il ruolo di porti, reti e intermodalità nel garantire approvvigionamenti resilienti e competitività.

L’innovazione può però contribuire anche a ridurre il costo energetico della stessa rivoluzione digitale. Gianluigi Rozza, professore ordinario di Analisi numerica e calcolo scientifico alla SISSA, ha illustrato il lavoro su algoritmi più efficienti, risparmio computazionale e gemelli digitali applicabili all’industria, alle infrastrutture e ad altri settori. È l’altra faccia del rapporto tra AI ed energia: la tecnologia aumenta la domanda elettrica, ma può contemporaneamente rendere più efficiente il modo in cui l’energia viene prodotta, distribuita e utilizzata.

Il quadro porta inevitabilmente all’Africa. Sara Ibrahim Ahmed Elhag, responsabile della Divisione Energia della Commissione dell’Unione Africana, ha indicato nella trasformazione energetica e digitale un’opportunità di industrializzazione per il continente, a condizione che il rapporto con l’Europa non si limiti all’estrazione delle materie prime ma coinvolga raffinazione, manifattura, infrastrutture e servizi. Una convergenza potenziale: maggiore diversificazione e resilienza per l’Europa, maggiore valore aggiunto e capacità industriale per l’Africa.

Una trasformazione che riguarda, infine, la capacità del Paese di immaginare il proprio futuro. Alec Ross, autore di The Italian Dream, ha ricondotto questa sfida alla possibilità per l’Italia di costruire un modello di crescita basato sulle proprie caratteristiche e accompagnato da pragmatismo, programmazione e capacità di innovare.

Le conclusioni della seconda giornata sono state affidate alla viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava, che ha ricondotto i diversi fili del Festival a una stessa priorità: per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni, diversificare gli approvvigionamenti, aumentare la produzione e tutelare la capacità industriale significa ormai occuparsi contemporaneamente di energia, competitività e sicurezza nazionale.

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