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Lo Studio Ovale dorato di Trump è il simbolo della sua nostalgia per l’Ottocento

Una mattina l’addetta stampa Karoline Leavitt è entrata nello Studio Ovale e ha trovato Donald Trump con un tubetto di colla in mano che cercava di fissare decorazioni dorate alla mensola in marmo del camino. Era risaputo che preferiva fare da sé quando si trattava di decori, quindi vedere il presidente che spremeva colla sulle decorazioni dorate e le appiccicava di persona sul muro non ha sorpreso nessuno nella sua cerchia ristretta.

La prima moglie di Trump, Ivana, vicepresidente del design d’interni della sua azienda, aveva la tendenza a far diventare ogni cosa d’oro. Pareva fosse stata Ivana a incoraggiare per prima l’ossessione per l’oro poi diventata un tratto distintivo delle proprietà del marito. L’oro trasmetteva l’ostentazione che sarebbe diventata il marchio di Trump, e lui si crogiolava nel suo splendore. Il suo edificio simbolo a New York portava la scritta Trump Tower in lettere d’oro e ostentava porte di ascensori e scale mobili color oro; seta dorata rivestiva le pareti della camera da letto del suo aereo privato, si era coperto di gioielli per la copertina di Esquire, e sarebbe arrivato a vendere sneakers dorate.

Lo Studio Ovale era sempre stato volutamente sobrio: a ricordare che gli Stati Uniti sono una repubblica, non una monarchia, e che l’ufficio del presidente non è un palazzo. Trump aveva seguito quella tradizione nel suo primo mandato. Nel secondo mandato ha scatenato il Luigi XIV che era in lui. Ogni presidente aveva lasciato il proprio segno alla Casa Bianca. Nel 1909 William Howard Taft aveva dipinto di verde oliva l’espansione originale dello Studio Ovale nella West Wing. Alcuni critici all’epoca pensavano che il verde di Taft fosse un omaggio alla bellezza naturale dell’America; in realtà a Taft semplicemente piaceva il verde. Allo stesso modo ora Trump portava l’oro. Vasi e calici d’oro hanno sostituito l’edera svedese verde sul camino che aveva decorato lo Studio Ovale per molti decenni prima di Trump. Con il passare dell’anno ha continuato ad accumulare sempre più pezzi d’oro sul camino. Quando chiedeva allo staff della residenza della Casa Bianca che ne pensasse di quella scintillante esposizione, la maggior parte delle risposte era tiepida, ma la sua devota assistente Natalie Harp traboccava entusiasmo. Cherubini dorati svolazzavano nei frontoni sopra le porte. Modanature dorate circondavano la stanza, un sigillo presidenziale dorato brillava come il cielo dal soffitto a incasso e inserti dorati adornavano il camino e le pareti, accanto a dipinti con elaborate cornici dorate provenienti dalle vaste collezioni d’arte del governo federale.

Trump definiva gli antichi vasi d’oro presi dalla collezione della Casa Bianca “contanti” e diceva: “Vedi quei contanti? La gente li guarda, e quello che vede sono contanti.” L’attaccamento di Trump all’oro non era soltanto estetico. Durante la campagna dell’anno precedente Trump aveva spesso parlato del suo ideale economico: le politiche tariffarie della Gilded Age che avevano alimentato l’America dalla fine della Guerra civile fino all’inizio del ventesimo secolo. Quello era il suo modello di prosperità nazionale. In un discorso del 5 settembre 2024 all’Economic Club di New York ha dichiarato: “Per citare un grande ma assai sottovalutato presidente, William McKinley, la politica tariffaria protettiva dei repubblicani ha reso la vita dei nostri concittadini più dolce e luminosa.”

Ma l’espressione “Gilded Age”, coniata ironicamente da Mark Twain, descriveva anche un periodo di forte industrializzazione, ricchezza concentrata, povertà diffusa e corruzione politica dilagante. Tutto ciò si nascondeva sotto una sottilissima patina d’oro. Ma per Trump l’oro era oro. Ha continuato a citare McKinley come sua guida economica. “Io sono un uomo dei dazi e sto in piedi su una piattaforma tariffaria,” aveva detto McKinley durante la campagna presidenziale del 1896. Anche Trump si è definito un uomo dei dazi. McKinley aveva maturato il suo attaccamento ai dazi in modo onesto e nel 1890 aveva fatto approvare quella che è nota come la McKinley Tariff quand’era presidente della Commissione di bilancio della camera dei rappresentanti, una politica pensata per punire le importazioni straniere e favorire le “industrie nascenti” nazionali. Il disegno di legge di McKinley fissava i dazi d’importazione a una media di quasi il cinquanta per cento, aumentando i prezzi al consumo e causando in tutta risposta aumenti tariffari che avevano indebolito l’economia americana e contribuito al Panico del 1893.

Eppure il fascino dei dazi come barriera commerciale, fonte di entrate e soprattutto strumento di potere, era irresistibile per Donald Trump. Undici giorni dopo il suo ritorno in carica, il 31 gennaio 2025, ha detto: “Tra il 1870 e il 1913 eravamo al culmine della ricchezza. Allora avevamo ed eravamo un paese di dazi. Poi si è passati al concetto di imposta sul reddito.” Il giorno dopo ha firmato tre documenti: gli ordini esecutivi 14193, 14194 e 14195, appellandosi a poteri d’emergenza ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).

La Casa Bianca sosteneva che, a causa della “straordinaria minaccia rappresentata da immigrati illegali e droghe, incluso il letale fentanyl”, Trump imponeva dazi sulle importazioni dai tre principali partner commerciali dell’America: venticinque per cento per Canada e Messico e un ulteriore dieci per cento sulle importazioni dalla Cina. Era il colpo iniziale della guerra commerciale globale che avrebbe condotto in primavera. Il preannuncio dei dazi è arrivato più in fretta di quanto alcuni dei più alti collaboratori di Trump avessero desiderato. Nessun lavoro preparatorio era stato svolto al Dipartimento del commercio ed era poco chiaro cosa il presidente sperasse davvero di ottenere. Chi lavorava fuori dalla sua cerchia ristretta era costretto a fare supposizioni sulle sue intenzioni. Né il fentanyl né gli immigrati illegali attraversavano il confine settentrionale in quantità rilevante, in più il Messico stava collaborando con gli sforzi di Trump per bloccare le immigrazioni illegali.

La presidente appena eletta Claudia Sheinbaum aveva dispiegato migliaia di soldati ai confini del Messico per gestire meglio il flusso di migranti. In una riunione nello Studio Ovale il 31 gennaio, il giorno prima che Trump firmasse gli ordini esecutivi, Stephen Miller si è espresso contro i dazi del venticinque per cento sul Messico. “Hanno fatto tutto ciò che abbiamo chiesto sull’immigrazione,” ha detto al presidente. Miller non aveva obiezioni ai dazi sul Messico se fossero stati parte di un regime tariffario globale, ma non riteneva sensato colpire il Messico prima di formulare un disegno più ampio. Marco Rubio era d’accordo. Scott Bessent ha suggerito a Trump di rinviare l’attuazione dei dazi al primo marzo, dicendo che sarebbe stato meglio avviare un’analisi del Tesoro sui potenziali impatti sull’economia statunitense e globale. Ma Trump ha respinto queste preoccupazioni e i dazi sono entrati subito in vigore.

A dimostrazione di quanto il piano fosse improvvisato, a un certo punto della riunione Trump si è reso conto di aver dimenticato di includere la Cina. “Dove sono?” ha chiesto. “Inseriteli al dieci,” ha aggiunto su due piedi. La concezione di Trump dell’economia globale e della posizione dell’America al suo interno era racchiusa nell’ambra della sua giovinezza, ed era in gran parte ancora scevra dall’influenza dei grandi cambiamenti dei decenni successivi. Secondo lui l’America avrebbe dovuto essere sempre il colosso manifatturiero che era stato un tempo, consumando perlopiù ciò che produceva e dettando le condizioni al resto del mondo. La caduta della cortina di ferro aveva inaugurato la terza ondata della globalizzazione, portando alla delocalizzazione di posti di lavoro manifatturieri e favorendo la creazione di catene di approvvigionamento complesse che avevano integrato profondamente l’economia globale.

L’economia americana si era trasformata a un livello quasi molecolare in qualcosa che non era più dominato dalla manifattura e dall’industria pesante. Era ormai un’economia di servizi, informazione e tecnologia, nella quale il settore finanziario rappresentava una quota sempre più rilevante. Molte fabbriche si erano spostate in Cina, e così i posti di lavoro. In risposta ai lavoratori dislocati e alle città abbandonate che avevano ottenuto ben poco dalla globalizzazione, entrambi i partiti a Washington avevano parlato molto e agito poco sulla formazione per i mestieri del futuro.

Pur restando la più grande economia del mondo, gli Stati Uniti consumavano di più e producevano di meno. Questo colpiva nel profondo sia l’attrattiva di Trump sui lavoratori sia la sua visione ferma nel tempo del ruolo economico dell’America nel mondo. Trump voleva “riportare indietro” i posti di lavoro finiti altrove. Parlava con entusiasmo del ritorno di industrie del passato come il carbone. Prometteva il ritorno ruggente della base manifatturiera americana. Era in parte il motivo per cui amava i dazi.

Tratto da “Cambio di regime” (Bompiani), di Maggie Haberman e Jonathan Swan, 20,90 euro, 560 pagine.

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L’America vorrebbe lasciare il Medio Oriente, ma non riesce a farne a meno

Sono passati quasi otto mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran e Donald Trump non è ancora riuscito a trovare una pace con Teheran, né a ripristinare il libero passaggio delle navi cargo nello Stretto di Hormuz. Oltre al conto geopolitico c’è quello economico: 38 miliardi di dollari secondo il Congressional Budget Office. Senza aspettare come finirà, alcuni osservatori hanno già aggiunto l’Iran alla serie di interventi americani conclusi senza i risultati politici sperati. Era già accaduto in Afghanistan, dove vent’anni di occupazione si sono chiusi nel 2021 con il ritorno al potere dei talebani. E in Iraq, dove la caduta di Saddam Hussein nel 2003 ha aperto una stagione di instabilità, finendo per rafforzare proprio l’influenza iraniana che Washington voleva contenere. Anche questa volta, la superiorità militare americana non è bastata a ottenere una soluzione politica.

Da oltre trent’anni il Medio Oriente continua ad assorbire una parte importante della politica estera statunitense anche se la sua importanza nelle priorità strategiche di Washington è progressivamente diminuita. Gli Stati Uniti considerano la competizione con la Cina il principale problema di sicurezza nazionale, eppure restano legati a una regione nella quale hanno costruito, a partire dalla guerra del Golfo del 1991, un sistema di alleanze e basi militari difficilmente smantellabile. Proteggono monarchie arabe che dipendono ancora dalla loro presenza, mentre la necessità di contenere l’Iran continua a trascinarli in crisi che ogni amministrazione promette di evitare.

Per Washington il problema è capire se la propria presenza militare contribuisca ancora alla stabilità del Medio Oriente o sia diventata una delle ragioni per cui gli Stati Uniti continuano a essere trascinati nei suoi conflitti. Le basi americane sono finite sotto attacco, mentre gli alleati del Golfo hanno subito le conseguenze di una guerra dalla quale avevano cercato di tenersi fuori. L’ultimo caso è quello dell’Arabia Saudita, dove il 10 ottobre un attacco rivendicato dagli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, ha provocato 13 morti e oltre 300 feriti all’aeroporto internazionale di Riad. Eppure, senza la protezione americana, le monarchie arabe rischierebbero di trovarsi ancora più esposte alle pressioni di Teheran.

Sul dilemma del disimpegno si è aperto un confronto tra alcuni dei principali analisti della politica estera americana. La posizione più radicale è quella di Michael Fuchs, che su Foreign Affairs ha spiegato perché gli Stati Uniti dovrebbero ritirare interamente le proprie forze militari dalla regione e smettere di considerarsi responsabili della sua sicurezza. Secondo l’ex funzionario delle amministrazioni Obama e Biden, è l’intero sistema di alleanze costruito da Washington a essere diventato controproducente. Le basi militari vengono mantenute per scoraggiare gli attacchi, ma finiscono per creare nuovi bersagli che gli Stati Uniti devono difendere. Gli alleati, sapendo di poter contare sulla protezione americana, hanno meno incentivi a risolvere autonomamente le proprie controversie. E quando una crisi esplode, Washington si trova costretta a intervenire per non compromettere la credibilità delle garanzie offerte.

La guerra contro l’Iran, secondo Fuchs, ha mostrato i limiti di questo sistema meglio di qualsiasi altra crisi recente. Gli Stati Uniti dispongono da decenni di una presenza navale permanente nel Golfo Persico, con il comando della Quinta Flotta in Bahrain. Eppure non sono riusciti a impedire a Teheran di compromettere il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran e Oman da cui transita normalmente circa un quarto del petrolio commerciato via mare nel mondo. La presenza americana avrebbe dovuto garantire la sicurezza di quella rotta. Invece Washington si ritrova impegnata in una guerra che ha contribuito a provocarne la chiusura, con conseguenze sui prezzi dell’energia in tutto il mondo.

Per Fuchs, le monarchie arabe dovrebbero assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa e trovare accordi con l’Iran, il vicino con cui devono comunque convivere. Gli Stati Uniti potrebbero mantenere rapporti commerciali e diplomatici senza garantire automaticamente un intervento militare in caso di crisi. Anche il rapporto con Israele dovrebbe cambiare. Il sostegno quasi incondizionato di Washington, sostiene Fuchs, ha finito per ridurre la capacità americana di prendere le distanze da alcune decisioni del governo israeliano. Un ritiro consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare le proprie risorse sulla competizione con la Cina, evitando di consumarle in conflitti regionali che difficilmente possono risolvere con la forza.

Il ragionamento è convincente soprattutto quando descrive le conseguenze dell’eccessivo coinvolgimento americano. Diventa più problematico quando immagina ciò che accadrebbe dopo il ritiro. I Paesi del Golfo, per esempio, non avrebbero necessariamente la forza o la volontà politica di raggiungere un accordo stabile con Teheran. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti temono da decenni le ambizioni iraniane e continuano a dipendere dalle forniture militari occidentali. Senza la protezione americana potrebbero cercare nuove garanzie presso altri Paesi, aumentando la competizione regionale anziché ridurla.

È una delle obiezioni sollevate da F. Gregory Gause III, in un’analisi pubblicata dal Middle East Institute. Lo studioso delle monarchie arabe osserva che i governi del Golfo avevano cercato di evitare il coinvolgimento nella guerra contro l’Iran, rifiutando di autorizzare gli Stati Uniti a utilizzare il loro territorio per attaccare Teheran. L’Iran li ha colpiti comunque, prendendo di mira anche aeroporti civili e infrastrutture energetiche. La presenza delle basi americane non basta dunque a spiegare gli attacchi. Le monarchie arabe rappresentano una parte essenziale dell’economia mondiale e danneggiarle consente a Teheran di esercitare pressione indirettamente su Washington.

Gause propone una distinzione che aiuta a comprendere il cambiamento avvenuto negli ultimi mesi. Per decenni le basi americane hanno contribuito a scoraggiare aggressioni esterne. La situazione è cambiata quando Washington e Israele sono passati dal contenimento dell’Iran a una campagna militare che puntava a ridimensionarne radicalmente le capacità, senza escludere la caduta del regime. Le monarchie arabe si sono ritrovate così esposte alle conseguenze di una guerra che non avevano deciso di combattere. Rinunciare alla protezione americana le renderebbe più vulnerabili alle pressioni iraniane. Continuare a dipenderne significa invece accettare che la propria sicurezza possa essere compromessa dalle scelte militari di Washington.

Per Gause, la soluzione è tornare alla deterrenza, facendo capire a Teheran che nuove aggressioni contro i Paesi del Golfo provocherebbero una risposta militare americana. Washington dovrebbe però rinunciare all’obiettivo di rovesciare il regime iraniano, evitando di alimentare un conflitto più ampio. Il primo banco di prova sarebbe il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha acquisito un potere di interdizione che prima della guerra non esercitava.

La distinzione cruciale tra contenere l’Iran e tentare di cambiarne il regime è centrale anche nel ragionamento di Philip H. Gordon che è stato consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris. Sempre su Foreign Affairs, Gordon spiega come un ritiro completo priverebbe Washington degli strumenti per influenzare una regione le cui crisi continuerebbero comunque a coinvolgerla. Basta guardare al petrolio: è vero che gli Stati Uniti ne importano poco dal Golfo, ma il greggio ha un prezzo mondiale. Se le forniture si interrompono, aumentano anche i prezzi alla pompa negli Stati Uniti. E i rincari che frenano le economie europee e asiatiche finiscono per pesare sulle imprese americane. Teheran può così mettere sotto pressione Washington e i suoi alleati senza doverne affrontare direttamente la superiorità militare. 

Il rapporto tra Washington e le monarchie arabe, del resto, va ormai ben oltre il petrolio. Gordon ricorda che i fondi sovrani dei Paesi del Golfo amministrano oltre cinquemila miliardi di dollari e detengono fino a duemila miliardi di attività finanziarie americane. A questi legami si aggiungono gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Ad Abu Dhabi è in sviluppo Stargate UAE, un grande polo di data center progettato per raggiungere una potenza di cinque gigawatt, con la partecipazione di OpenAI e Nvidia. In Arabia Saudita, Amazon ha annunciato con la società statale Humain investimenti per oltre cinque miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale..

La posta in gioco riguarda direttamente la competizione con la Cina. Le monarchie arabe dispongono dei capitali e dell’energia necessari a ospitare grandi centri di calcolo, ma dipendono dalle imprese americane per ottenere i semiconduttori più avanzati. Washington utilizza l’accesso a queste tecnologie per consolidare la propria influenza e limitare quella di Pechino. I governi del Golfo, invece, cercano di trasformare la ricchezza petrolifera in un ruolo nell’economia digitale, mantenendo margini di trattativa con entrambe le potenze. Un eventuale disimpegno americano avrebbe quindi conseguenze anche su rapporti industriali e finanziari sempre più strategici.

Ma anche mantenere l’attuale presenza militare comporta rischi crescenti. Caitlin Talmadge e Mara Karlin, in uno studio pubblicato dalla Brookings Institution, osservano che durante la guerra l’Iran ha colpito oltre duecento obiettivi in sette Paesi, danneggiando anche aerei radar e aerocisterne indispensabili alle operazioni americane. Teheran ha preso di mira persino i radar della difesa antimissile, cercando di compromettere i sistemi incaricati di intercettare i suoi attacchi.

La minaccia dei missili e delle mine iraniane ha limitato anche i movimenti delle navi americane, mostrando come un avversario militarmente inferiore possa ostacolare le operazioni statunitensi senza affrontarle direttamente. Per Talmadge e Karlin è un precedente preoccupante soprattutto in vista di un possibile confronto con la Cina, che dispone di capacità missilistiche più avanzate. Le due analiste chiedono al Pentagono di investire maggiormente nei sottomarini e nei sistemi senza pilota, riducendo la vulnerabilità delle proprie forze. 

È anche per rispondere a queste debolezze che Gordon propone di ripensare la presenza militare americana nel Golfo. Le grandi basi permanenti, dove si concentrano uomini e mezzi, potrebbero essere sostituite da installazioni più piccole e distribuite sul territorio, in modo che un singolo attacco non comprometta intere operazioni. Parte delle funzioni di comando potrebbe essere trasferita negli Stati Uniti o in Europa, mantenendo la capacità di intervenire nella regione senza esporre altrettante forze ai missili iraniani. Ma una simile riorganizzazione richiederebbe un maggiore utilizzo delle basi europee e quindi la collaborazione dei governi alleati. Una dipendenza politicamente delicata, proprio mentre Trump continua a mettere sotto pressione i rapporti con la Nato.

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