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Cosa nascondono davvero i dipinti di Marc Chagall? Dal Paradiso in cui uomo e donna diventano una cosa sola alle città della sua vita: viaggio nel museo di Nizza progettato dall’artista

Bisogna andare a Nizza, in avenue Dr Ménard, sulla collina di Cimiez, per conoscere da vicino Marc Chagall. E’ qui che si può vedere non solo il famoso “messaggio biblico” dell’artista ma toccare con mano un museo progettato, pensato ed inaugurato dallo stesso pittore russo. Ogni spazio, finestra e vetrata, parla di Chagall che ha saputo trasformare una villa in rovina dai primi del Novecento in un luogo capace di ospitare una collezione permanente e mostre come quella di quest’estate dedicata agli schizzi e ai modelli per il soffitto dell’Opéra Garnier.

E se nel 1973, quando fu inaugurato il museo, a visitarlo erano in trenta mila oggi si registrano 200 mila presenze ogni anno. Ad attrarre così tante persone in avenue Dr Ménard sono, soprattutto, quei dodici dipinti che illustrano la Genesi e l’Esodo, esposti nella sala principale e le cinque tele che evocano il Cantico dei Cantici nella sala esagonale adiacente.

Certamente i colori in sé, restano la maggiore qualità espressiva dell’artista e balzano subito all’occhio ma il fascino di questo percorso sta nel fermarsi davanti ad ogni opera per meditarla. Solo sostando a lungo, in silenzio, dinanzi a “il Paradiso” si può cogliere l’intrinseco universale e rivoluzionario messaggio di Chagall: l’uomo e la donna sono una cosa sola.

E’ questo l’annuncio che continua a essere “nuovo” dopo decenni dalla creazione del quadro: la coppia primordiale è intrecciata come per diventare una sola cosa, con solo due braccia e tre gambe e sta per condividere insieme il frutto proibito, quello dell’albero della conoscenza del bene e del male che li renderà uguali a Dio. E’ l’Umanità non il maschio o la femmina. Così come in “Abramo e i tre angeli” le figure protagoniste (Abramo e Sara) spinte verso sinistra, sono eloquenti nell’esprimere lo stupore dell’annuncio della nascita di un figlio in età avanzata. Ma anche stavolta solo riflettendo su quest’opera si può cogliere – osservando i tre angeli seduti sulla panca – la lontana eco di quelli raffigurati nell’icona della Trinità di Andrej Rublev a Mosca.

Nel ciclo del “Cantico dei Cantici”, Chagall, riesce a parlare di Dio, incarnando la Parola biblica con la sua vita. Guardare a questi dipinti solo con idolatria per l’artista sarebbe sciocco perché ogni tela cela una complessità da decifrare con i giusti strumenti. Basti pensare al terzo quadro del ciclo. Chagall sembra aver voluto raccontare la propria storia in questo dipinto: la rappresentazione di Gerusalemme, al centro, è duplice: in alto, la città assomiglia alla sua visione di Saint-Paul-de-Vence, con le sue mura. In basso, capovolta, si trova Vitebsk (paese natio), riconoscibile dal santuario con il tetto verde che lo corona. L’intera sezione inferiore del dipinto, capovolta, evoca quindi la giovinezza dell’artista; quella superiore un inno alla sua nuova vita nel sud della Francia.

Unica anche la mostra permanente dal titolo “Chagall all’opera” realizzata in collaborazione con il Centre “Georges Pompidou” dove dal 2023 sono conservati 151 opere donate dai nipoti dell’artista. Il pittore, nel 1960, accettò l’incarico di rifare il soffitto dell’Opéra di Parigi, a condizione di non essere pagato. Ne uscì un dipinto – preceduto da quarantuno schizzi e modelli (in parte visibili a Nizza) – che omaggia i grandi compositori dell’opera e del balletto, Parigi e la Francia.

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“Non avrei mai pensato che un giorno sarei stato costretto a fare una cosa simile. Erano 5, poi ne sono sparite 2”: stelle alpine chiuse in gabbia, la soluzione estrema del Rifugio Verdelli contro i turisti cafoni

Una griglia di metallo imbullonata tra le rocce per difendere i petali di una pianta. A quasi duemila metri di altitudine, la convivenza tra l’ecosistema d’alta quota e il turismo di massa ha prodotto un’immagine paradossale: le stelle alpine costrette a crescere dietro le sbarre di una gabbia. Succede negli spazi esterni del Rifugio Vandelli, la storica struttura che si affaccia sulle acque del Lago di Sorapis, nel territorio di Cortina d’Ampezzo. Qui, per proteggere una specie botanica rara e rigorosamente tutelata dalla legge, si è resa necessaria l’installazione di una barriera fisica contro le mani dei visitatori.

A spiegare le ragioni di questa drastica misura al Corriere della Sera è Emilio Pais Bianco, storico gestore della struttura ampezzana. “Il Rifugio Vandelli ormai è come casa mia. Ci vivo e ci lavoro in estate da ventisette anni e queste stelle alpine mi fanno compagnia da quindici“, racconta l’uomo. “Fino alla scorsa primavera erano cinque, poi ne sono sparite due. Per questo ho deciso di proteggerle con una gabbia metallica”.

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Ryanair taglia le rotte di 13 aeroporti tra il 2026 e il 2027:dalla Grecia alla Spagna, la Francia e la Germania ecco quali sono gli scali in cui non volerà più

Nonostante un traffico passeggeri in crescita del 4% e un picco di oltre 20,1 milioni di viaggiatori registrato nel mese di settembre 2026, Ryanair ha avviato un drastico ridimensionamento del proprio network periferico. Tra l’inizio dell’anno in corso e la primavera del 2027, la compagnia low cost irlandese ha programmato l’abbandono definitivo di 13 aeroporti distribuiti tra Spagna, Francia, Portogallo, Giordania, Turchia, Grecia, Serbia e Germania.

Alla base della decisione non c’è una crisi finanziaria, ma una precisa logica di ottimizzazione aziendale: tagliare le rotte penalizzate da elevati costi aeroportuali e tasse statali, trasferendo la capacità operativa (che oggi conta una media di 3.272 voli giornalieri) verso scali in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose.

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“Non fate quello che fa Mauro Corona in montagna, non appendetevi nel vuoto. Vedono la foto online e decidono di andare, senza informarsi”: l’allarme degli alpinisti sulle Dolomiti

Chi vi scrive questo articolo lo ammette candidamente: anch’io vedendo i reel che l’algoritmo mi propone in loop di paesaggi mozzafiato, sentieri a picco e scale scalette ponticelli e tratti di piccola scalata che portano in vette dolomitiche straordinarie, ho avuto più di una volta la tentazione di andare a fare una ferrata pur senza aver mai fatto corsi di arrampicata ad hoc. La mia esperienza (e passione) nel trekking mi ha portato a peccare di hybris, unita poi alla spettacolarità di certi percorsi un tempo appannaggio di pochi esperti (come è giusto che sia) e oggi invece tentazione comune proprio grazie alle immagini che li immortalano. D’altra parte a vederli sui social sembrano tutti facili, certi video in 4 ore ti mostrano come girare 2-3 rifugi con anche 800 metri di dislivello. Poi, per fortuna, per me resta solo una tentazione ma certo c’è invece chi va e si cimenta in imprese per cui non è minimamente preparato.

La problematica dell’impreparazione in quota si scontra oggi con un acceso dibattito riportato oggi dal Corriere della Sera. Da una parte le linee guida del 2021 elaborate dalla Società degli Alpinisti Tridentini (Sat), che fissano un limite invalicabile: “La Sat non intende realizzare nuove vie ferrate“, ha sintetizzato il presidente Cristian Ferrari, limitando gli interventi esclusivamente alla manutenzione e alla messa in sicurezza dei tracciati già esistenti. Dall’altra parte, chi osserva il mutamento turistico degli ultimi anni e, come ammette lo stesso Ferrari, “la pensa in modo diverso”, vedendo nei percorsi attrezzati “un volano per il territorio anche nelle stagioni meno gettonate” e spingendo per la moltiplicazione degli impianti sulle vette trentine.

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Viaggia attraverso il Nilo e torna indietro nel tempo

Basta con le piramidi di Giza, la sfinge e il giro sul cammello: torna davvero indietro nel tempo con un viaggio attraverso il Nilo. La civiltà che ha reso popolari i monumenti egizi non era concentrata al Cairo ma si radunava intorno al fiume.

Restare connesso mentre scopri l’Egitto

Viaggiare lontano dal Cairo significa attraversare lunghi tratti senza un segnale locale affidabile e il roaming internazionale in Egitto può comportare costi elevati e imprevedibili non appena esci dalle zone urbane vicino al fiume. Molti viaggiatori scelgono di attivare un piano eSIM per l’Egitto prima della partenza, così da tenere sempre attive mappe, strumenti di traduzione e verifica delle informazioni. È una soluzione pratica per un problema specifico: restare connessi in un luogo dove i monumenti sono millenari. Inoltre non richiede nessuna sostituzione fisica, garantendo la massima comodità di utilizzo. L’unica cosa da tenere a mente è verificare la compatibilità della eSIM con il tuo smartphone. Non temere però, se hai un dispositivo moderno, questa sarà nella maggior parte dei casi supportata.

Il fiume “divino”

Gli storici antichi descrivevano l’Egitto come un Paese costruito dal fiume stesso: ogni anno esondava lasciando dietro di sé il limo nero che rendeva possibile l’agricoltura in una terra quasi senza pioggia. Gli antichi egizi trattavano il Nilo come qualcosa più vicino a una divinità che a una risorsa. Veneravano Hapi, dio delle piene e dell’abbondanza, di solito rappresentato con un corpo tondeggiante e fertile, e costruirono interi sistemi religiosi attorno al ritmo del fiume. Capire l’Egitto senza capire il Nilo è sicuramente impossibile.

Tebe, la città dietro Luxor

A più di seicento chilometri a sud del Cairo si trova Luxor, una città moderna costruita direttamente sopra l’antica Tebe, che fu per oltre un millennio la capitale politica e religiosa dell’Egitto. Il Tempio di Luxor, eretto principalmente sotto Amenofi III e ampliato da Ramses II, custodisce ancora statue colossali.

Poco distante trovi Karnak che ha richiesto il contributo di più di trenta faraoni per essere completato. La sua sala ipostila da sola contiene oltre cento colonne di pietra, alcune così alte da poter contenere un intero edificio. I due templi erano collegati da un viale fiancheggiato da sfingi, lungo il quale le statue degli dei venivano trasportate durante la festa di Opet, uno degli eventi religiosi più importanti del calendario antico.

Le meraviglie più silenziose della sponda occidentale

La Valle dei Re custodisce più di sessanta tombe reali scavate nella roccia calcarea, i cui interni dipinti conservano ancora il colore dopo migliaia di anni sottoterra. La tomba di Tutankhamon, piccola e modesta rispetto alle vicine, resta la più famosa semplicemente perché fu ritrovata quasi intatta. Poco lontano, il tempio funerario di Hatshepsut si erge su tre lunghe terrazze contro una parete rocciosa, costruito da una delle poche donne che governarono l’Egitto come faraone a pieno titolo.

Verso sud, fino ad Aswan, sempre più indietro nel tempo

Continuando a navigare verso sud si arriva a Edfu, dove un tempio dedicato al dio falco Horus è sopravvissuto quasi intatto perché la sabbia del deserto lo ha sepolto per secoli, proteggendo le sue incisioni dalle intemperie e dai saccheggi. Segue Kom Ombo, un tempio insolito diviso equamente tra due divinità, una dedicata a Sobek il dio coccodrillo e l’altra a Horus. Le sue pareti mostrano persino antichi strumenti chirurgici scolpiti nella pietra, testimonianza di conoscenze mediche più antiche di quanto si immagini. Vicino ad Aswan si trova Philae, dedicato alla dea Iside, smontato blocco per blocco negli anni Sessanta e ricostruito su un terreno più elevato prima che le acque crescenti della Grande Diga di Aswan potessero sommergerlo.

Il fiume che ricorda

Le piramidi continueranno sempre ad attirare chi visita l’Egitto per la prima volta ma le storie più antiche, più strane e più umane dell’Egitto si trovano più a monte, nelle pareti dei templi che conservano ancora il colore, nelle tombe costruite per i grandi re, e in un fiume che non ha mai smesso di plasmare le persone che vivono lungo le sue rive. Scoprirlo richiede di lasciarsi il Cairo alle spalle, almeno per qualche giorno, e permettere che sia il Nilo a dettare l’itinerario.

L'articolo Viaggia attraverso il Nilo e torna indietro nel tempo su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza

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