❌

Reading view

Perché gli uomini fanno fatica a perdere peso? Uno studio mostra le differenze di genere

Cosa c’è dietro le difficoltà a perdere peso di molti uomini che fanno i conti con un Indice di Massa Corporea (BMI) elevato? La risposta, che crea una vera e propria differenza di genere, passerebbe anche attraverso la mancanza di un “target” maschile, con programmi dietetici tradizionali che sono spesso percepiti come troppo restrittivi e rivolti principalmente alle donne.

Ad indicare questa ed altre interessanti ipotesi è una ricerca, pubblicata sulla rivista PLOS One e condotta dall’Anglia Ruskin University, in Inghilterra. Si tratta della prima valutazione accademica ad indagare le motivazioni che spingono gli uomini a perdere peso, le loro esperienze personali e gli approcci che trovano più efficaci.

Cosa emerge

La ricerca ha coinvolto 24 uomini del Regno Unito, di età pari o superiore a 30 anni, che avevano avuto esperienze di sovrappeso. I partecipanti avevano precedentemente preso parte a un programma di dimagrimento o stavano pianificando di perdere peso nel prossimo futuro.

Cosa è emerso? Lo studio ha rilevato che gli uomini spesso associavano la dieta alla privazione dei cibi che apprezzavano ed erano riluttanti ad adottare approcci che percepivano come eccessivamente faticosi. Soprattutto, un tema ricorrente in tutti i focus group è stata la percezione che la dieta sia un’attività prevalentemente femminile. I partecipanti hanno descritto le conversazioni sulle diete come più comunemente associate alle donne, spesso attraverso i social media e le riviste, e la maggior parte di loro ha espresso il timore di sentirsi a disagio e imbarazzati nell’affrontarle.

Lo studio ha rilevato anche che gli uomini erano più propensi a rifiutare un programma dietetico se percepito come incentrato sulle donne o troppo restrittivo. Tuttavia, i partecipanti hanno reagito in modo più positivo quando la dieta veniva presentata come una sfida competitiva o un’attività da condividere con la partner.

In due è meglio

Il supporto del coniuge è emerso come un fattore chiave per aiutare i partecipanti a mantenere l’impegno a lungo termine nel percorso di perdita di peso, come ha affermato un partecipante: “Per me, è stato fondamentale avere il supporto di mia moglie. Senza di esso, non ce l’avrei fatta”. Infatti, molti partecipanti hanno dichiarato che i cambiamenti nella loro alimentazione sono stati in gran parte orchestrati dalla partner, che consideravano più esperta e competente in materia di diete.

I ricercatori suggeriscono che i programmi pensati per gli uomini potrebbero essere più efficaci se si concentrassero su progressi visibili e su elementi di sfida o competizione, piuttosto che sui tradizionali messaggi sulle diete, e potrebbero anche includere sport o altre forme di attività fisica.

Attenzione a obiettivi e parole

Lo studio ha anche scoperto che, affinché i programmi per la perdita di peso siano attraenti per gli uomini, dovrebbero prevedere risultati rapidi, ricompense immediate e un certo grado di competizione sociale incentrata sui miglioramenti estetici, prima ancora che sui requisiti specifici di salute. Non solo: la terminologia dovrebbe evitare ‘diete’ e ‘mettersi a dieta’ ed inquadrare invece la perdita di peso come una sfida personale positiva. Lo studio suggerisce anche che le iniziative rivolte alle coppie potrebbero essere particolarmente efficaci.

La situazione in Italia

Quasi un adulto italiano su due convive con un peso superiore a quello considerato salutare e il quadro non mostra sostanziali segnali di miglioramento. Nel biennio 2024-2025 il 43% degli adulti italiani risulta in eccesso ponderale: circa il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% presenta obesità. Il fenomeno aumenta con l’età, è più frequente tra gli uomini e colpisce maggiormente le persone con minore istruzione o maggiori difficoltà economiche. Le Regioni del Sud continuano a presentare i valori più elevati e in Campania l’eccesso ponderale interessa oltre la metà della popolazione adulta.

È la fotografia tracciata dai nuovi dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, presentati da Valentina Minardi in occasione del Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO) WiP 2026, in corso a Palermo. Un quadro nel quale l’obesità rimane sostanzialmente stabile nel tempo, mentre persistono importanti disuguaglianze sociali e territoriali. Ma un secondo elemento emerge dalla sorveglianza: meno della metà degli intervistati riferisce di avere ricevuto dagli operatori sanitari indicazioni sul controllo del peso, nonostante il consiglio sanitario aumenti significativamente l’adozione di comportamenti salutari.

“I dati confermano un fenomeno sostanzialmente stabile nel tempo, ma mostrano il persistere di importanti disuguaglianze. L’eccesso ponderale aumenta con l’età, è più frequente fra gli uomini e interessa maggiormente le persone con un livello di istruzione più basso o con maggiori difficoltà economiche, oltre a essere più diffuso nelle Regioni del Sud. Un altro elemento sul quale è importante richiamare l’attenzione riguarda il ruolo degli operatori sanitari: meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti più salutari”

spiega Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto Superiore di Sanità.

“È proprio da questa fotografia che dobbiamo partire. Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale. Le disuguaglianze sociali e territoriali ci dicono che non possiamo lasciare al singolo cittadino la responsabilità di trovare da solo una risposta. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili”

prosegue Silvio Buscemi, Presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo.

  •  

Ortopedia, allarme in Italia: carenza di specialisti, lunghe liste d’attesa e fuga nel privato

Sempre meno specialisti nella sanità pubblica. È questo il principale grido d’allarme che emerge dal Trauma Meeting di Otodi, la società scientifica degli ortopedici e traumatologi ospedalieri, che ha riunito a Riccione oltre 2500 persone.
Lo ha ribadito Marco Mugnaini, presidente di Otodi e primario del reparto di Ortopedia e traumatologia dell’Ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze, che ha recentemente ricordato in un’intervista a LaSalute di LaPresse come il nodo principale dell’assistenza sia rappresentato dalla crescente difficoltà ad attrarre i giovani specialisti verso il Servizio sanitario nazionale.

Insomma: si fa fatica a reperire ortopedici per gli ospedali, con un lavoro che appare sempre meno attrattivo per i giovani. Ed allora? Allora bisogna cercare di risolvere questa ed altre “fratture complesse” della sanità.

In cerca di specialisti

Una delle fratture complesse, forse la più importante, è quello della carenza del capitale umano.

“Da tempo abbiamo già evidenziato fortemente questo problema. ANAAO ASSOMED lo ha ribadito recentemente: per la prima volta il numero dei camici bianchi in fuga del SSN è superiore a quello di chi va in pensione. Dato ancora più evidente per la categoria degli ortopedici incentivata per vari motivi a lasciare gli ospedali pubblici per scegliere le strutture private convenzionate”

commenta Mugnaini.

A detta degli specialisti, questo è il principale problema da affrontare per tentare di trovare qualche possibilità di soluzione, magari partendo proprio dall’immissione di nuove risorse nel Sistema Sanitario Nazionale come elemento di base, in presenza però di un disegno programmatico su come investirle.
In questo senso, a detta del presidente Mugnaini, occorre anche snellire molte pratiche burocratiche che richiedono tempo allo specialista.

“Come ortopedici parliamo spesso di sintesi e riduzione: dalle fratture puntiamo a farlo anche sul fattore tempo. Purtroppo, gran parte del nostro tempo viene assorbito per attività amministrative e burocratiche sicuramente importanti ma mai quanto quelle mediche, cliniche e chirurgiche che partono dall’ascolto del paziente alla prima visita. Questo si traduce in utilizzo non profittevole delle risorse umane già insufficienti”

segnala Mugnaini.

Proposta operativa? Dagli esperti emerge la necessità di “parlare un linguaggio unico” tra i vari sistemi di gestione dati degli ospedali: stiamo studiando un applicativo con intelligenza artificiale capace di ridurre notevolmente il tempo non clinico, aumentando le performance di interi reparti.

Liste d’attesa e organizzazione

La traumatologia è un focus importante della professione degli specialisti riuniti a Riccione. Ma nella pratica, all’interno delle corsie ospedaliere, il modello organizzativo rischia di farsi farraginoso per la necessità di trattare pazienti ortopedici in elezione. Ad esempio pensate in questo senso a chi programma un intervento di protesi per una patologia degenerativa dell’anca del ginocchio o della spalla.

“Capita purtroppo spesso che interventi preordinati di protesi vengano posticipati per l’arrivo di casi di trauma da trattare in urgenza. Questo si traduce inevitabilmente in allungamento delle liste di attesa ed in diverse regioni italiane in fuga dei pazienti in altre regioni nel privato, (convenzionato e non), con aumento della mobilità passiva. Sappiamo bene che nessuno al momento ha la bacchetta magica ma ci proponiamo come interlocutori con il decisore politico per raccontare ed attuare soluzioni strategiche che già abbiamo “in pancia” nella nostra società scientifica”

fa notare Mugnaini.

  •  

Il Premio Nobel per l’Economia agli americani Robert E. Hall e Michael Woodford

Il premio Nobel per l’Economia 2026 va agli economisti statunitensi Robert E. Hall e Michael Woodford. Il Nobel è stato assegnato per il loro lavoro sulle “fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica”, ha dichiarato l’Accademia Reale Svedese delle Scienze di Stoccolma.

I due ricercatori sono stati premiati sia per il significato scientifico dei loro contributi alla comprensione dei fenomeni economici, sia per l’influenza che tali contributi hanno avuto sulle politiche pubbliche globali.

Entrambi sono docenti di Economia: Hall è nato nel 1943 in California e insegna all’università di Stanford; Woodford è nato in Massachusetts nel 1955 e insegna alla Columbia di New York. Entrambi hanno studiato al MIT, il Massachusetts Institute of Technology, la più prestigiosa università al mondo per gli studi scientifici.

Le motivazioni del Premio

L’Accademia Reale Svedese delle Scienze ha spiegato che l’economia è caratterizzata da alternanze di fasi di recessione e di espansione. Da quando l’economista John Maynard Keynes ha lanciato le sue teorie quasi un secolo fa, le politiche di stabilizzazione sono state importanti per affrontare queste fluttuazioni. Durante le recessioni, l’economia viene stimolata riducendo i tassi di interesse e aumentando il deficit di bilancio, mentre si dovrebbe agire in senso opposto per rallentare un’economia in forte espansione.

Tuttavia, durante le crisi petrolifere degli anni ’70, sembrò che i modelli keynesiani che regolano quando e come le misure debbano essere implementate non funzionassero più. Non ridussero la disoccupazione, ma portarono invece a un’inflazione incontrollata. Molti ritenevano che la politica di stabilizzazione avesse causato più danni che benefici e che dovesse essere abbandonata

Robert E. Hall e Michael Woodford hanno ricevuto il Premio Nobel per le scienze economiche per aver dimostrato come i modelli economici possano essere ricostruiti per rivitalizzare le politiche di stabilizzazione. Invece di basare i modelli su legami statistici tra variabili macroeconomiche, come inflazione, produzione e consumo, hanno scelto di costruirli su una base microeconomica. Ciò implica comprendere in che modo l’insieme delle singole famiglie e imprese influenzi l’economia attraverso le proprie azioni.

Un elemento centrale di questi modelli è che famiglie e imprese guardano al futuro quando prendono decisioni in merito a risparmi o prezzi dei prodotti. Quando governi e banche centrali comunicano i loro piani di politica economica, possono influenzare questa visione del futuro e indirizzare l’economia nella giusta direzione. I nuovi modelli si sono rivelati estremamente utili per affrontare le recessioni economiche che ci hanno colpito.

“Il lavoro dei premiati ci ha fornito una solida base teorica per i modelli oggi utilizzati da banche centrali e governi di tutto il mondo. Grazie a essi, siamo meglio attrezzati per gestire gli shock economici, come le crisi energetiche o le improvvise variazioni nei consumi delle famiglie”

ha detto John Hassler, presidente del Comitato per il Premio in Scienze Economiche.

Quanto vale il Premio Nobel

Il Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche non è tecnicamente un Nobel come gli altri, ma un premio della Banca di Svezia per le scienze economiche dedicato alla memoria di Alfred Nobel. L’anno scorso è stato assegnato al francese Philippe Aghion, al canadese Peter Howitt e all’americano-israeliano Joel Mokyr per il loro lavoro sull’impatto dell’innovazione sulla crescita economica.

Come gli altri premi Nobel, quello per l’economia consiste in un diploma, una medaglia d’oro e un assegno di 12 milioni di corone svedesi pari a circa 1,06 milioni di euro. I vincitori riceveranno i loro premi durante cerimonie ufficiali il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel, a Stoccolma, ad eccezione del Nobel per la Pace che viene consegnato a Oslo.

  •  
❌