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Sciopero tir, stop ai blocchi in Sicilia e Calabria: decreto in Cdm e linea dura del Viminale

La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio (e non solo) è giunta a una triste svolta. Dopo giorni di blocchi, che hanno messo in difficoltà buona parte del Sud (in buona parte unito a sostegno dei manifestanti, ndr), nella serata di mercoledì 21 ottobre 2026 sono stati sospesi i presidi in Sicilia e in Calabria. Diverso il discorso in Campania, dove sono stati liberati alcuni snodi autostradali.

Il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto e nuove risorse per l’agricoltura. Sul fronte dell’ordine pubblico, il Viminale ha però avviato un’azione a tappeto contro i presidi illegali, con 1.339 persone identificate. Non proprio l’intervento a supporto dei lavoratori esausti che ci si sarebbe aspettato.

Sicilia e Calabria sospendono la protesta

La Sicilia è la regione che ha fatto il primo passo e, di fatto, quella che si è beccata dure critiche sui social. La svolta è giunta in serata, dopo un incontro in Prefettura a Catania. L’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), che manteneva i blocchi lungo l’autostrada Messina-Catania, davanti al porto di Palermo e in altre strade dell’isola, ha deciso di sospendere la protesta.

Ecco le parole del presidente dell’Aias Giuseppe Richichi:

Abbiamo deciso di revocare il blocco dei tir poiché abbiamo ricevuto delle rassicurazioni da parte del prefetto che anche noi siederemo ai tavoli nazionali per i confronti sul tema dell’autotrasporto.

Una decisione che ha ribaltato quanto deciso soltanto poche ore prima. L’assemblea all’interporto di Catania aveva infatti votato all’unanimità il “fermo a oltranza”.

Un fronte, quello siciliano, nettamente spaccato. Il Comitato trasportatori siciliani (Cts) di Salvatore Bella aveva infatti già revocato il fermo dopo l’incontro con il ministro Matteo Salvini del 20 ottobre. L’Aias contestava invece l’accordo, chiedendo:

  • contributi straordinari sul gasolio;
  • sospensione dei versamenti contributivi;
  • finanziamenti agevolati per rinnovare i mezzi;
  • maggiori tutele per i piccoli trasportatori.

Sciopero tir

In Calabria invece lo stop è stato annunciato da Fedralog, la federazione regionale della logistica che aveva proclamato il fermo. Ecco un sunto di quanto riportato nella nota ufficiale:

Abbiamo deciso di sospendere l’astensione dai servizi per dare fiducia al Governo e al ministero.

L’attenzione resta però massima e se l’incontro del 27 con Salvini non darà risposte reali, si spiega, “organizzeremo un grande corteo verso Roma con tutti i nostri mezzi. La misura è colma e il tempo delle attese è finito”.

Come detto, differente la situazione in Campania. Secondo Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori, sono stati liberati i presidi di Caserta e di Mercato San Severino, nel Salernitano, ma camion e trattori si sono spostati allo svincolo di Pontecagnano. Nel Casertano, dopo le identificazioni della Polizia, sono stati rimossi i presidi vicino alle autostrade, mentre restavano quelli nelle aree industriali e interportuali. In Basilicata, infine, è stato sciolto dopo quattro giorni il presidio sulla statale 106 Jonica.

Decreto in Cdm e fondi per l’autotrasporto

Dopo il vertice a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e i Ministri Francesco Lollobrigida e Matteo Piantedosi, il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri.

Si punta all’approvazione di un decreto legge che riunisca gli interventi a sostegno dell’autotrasporto, così come ulteriori risorse per il comparto agricolo. Secondo il Ministero delle Infrastrutture, il provvedimento dedicherà particolare attenzione ai piccoli operatori, i cosiddetti padroncini, e a chi è rimasto escluso dalle misure previste dalla normativa europea.

Tra gli interventi già individuati figurano:

  • ristori per il caro gasolio;
  • sospensione dei canoni di leasing;
  • digitalizzazione della lettera di vettura.

In termini concreti, parlando di risorse, Salvini ha svelato una cifra, diciamo. Oltre un miliardo di euro sbloccato per il settore. Il Ministro ha confermato che “i 430 milioni sono in pagamento da oggi agli autotrasportatori per il caro gasolio, con 32mila imprese che verranno aiutate”.

A ciò si aggiungono 50 milioni per i mesi di settembre e ottobre, per un totale di 480 milioni destinati al caro carburante tra marzo e ottobre. Un totale che non basta ma che, stando al Ministero, copre il 70% dei maggiori costi.

Altri 590 milioni saranno poi erogati per sostituire i camion più vecchi con mezzi nuovi. Salvini ha anche smentito un messaggio audio circolato online, secondo cui l’accordo sarebbe stato rifiutato: “Non fidatevi delle balle che girano in rete”.

Non tutti, però, sono convinti. Dai presidi del Casertano circola malcontento, con alcuni manifestanti che hanno contestato le somme. Quanto sbloccato, dicono, sarebbe parte di “soldi già destinati alla categoria”. I sindaci di Napoli e Bari, Gaetano Manfredi e Vito Leccese, hanno intanto chiesto di anticipare il confronto del 27 ottobre: “Rischiamo città paralizzate e sommerse dai rifiuti”. Per l’agricoltura, infine, Lollobrigida ha annunciato “ulteriori interventi” contro il caro carburanti. Al tempo stesso, però, le sue parole sono tra le più problematiche pronunciate da esponenti di questo esecutivo.

Linea dura sui blocchi

Se da un lato c’è stato spazio per il dialogo, dall’altro il Ministero dell’Interno ha avviato un’azione a tappeto per identificare chi attua “in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione, soprattutto in Campania”.

Il bilancio è stato diffuso proprio dal Viminale e si parla di 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Le forze dell’ordine hanno scortato circa 500 tir soltanto in Campania, un servizio che, secondo Palazzo Chigi, “sarà garantito a chiunque ne faccia richiesta per poter continuare a lavorare in sicurezza”.

Il Ministero si è impegnato inoltre a garantire la continuità dei rifornimenti di prima necessità, dai generi alimentari ai farmaci. Il Ministro Piantedosi ha poi riunito prefetti e questori per sollecitare la massima attenzione su possibili infiltrazioni criminali.

Parole durissime sono state pronunciate nel pomeriggio di mercoledì 21 ottobre. Il tutto a corredo di un generale atteggiamento governativo che avrà un netto peso, in un verso e nell’altro, alle prossime elezioni. Alla Camera, il Ministro delle Imprese Adolfo Urso ha precisato che “impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”.

Ed ecco che da un lato si chiede di poter vivere dignitosamente e dall’altro si sfrutta lo spauracchio di multe, denunce e detenzione. Sulla stessa linea il viceministro Edoardo Rixi, che teme “infiltrazioni di bande organizzate”. In merito non è mancato il pensiero espresso ad alta voce di Lollobrigida, che ha parlato di “casi evidenti di infiltrazioni criminali”.

Chi protesta, anche pacificamente, è da condannare alla gogna (o peggio). E così ecco spuntare anche il Codacons, che ha annunciato denunce alle Procure se i blocchi non saranno rimossi. Il tutto mentre le 11 associazioni nazionali dell’autotrasporto, da Anita a Unatras, hanno chiesto a Piantedosi di intervenire: “Continuare a bloccare il Paese non è più giustificabile”.

Supermercati, carburante e prezzi: che succede

Le conseguenze dei blocchi sono sotto gli occhi di tutti al Sud ma, come detto, ciò non ha fatto vacillare il generale sostegno da parte del popolo, in strada e sui social. Federdistribuzione ha segnalato scaffali sempre più vuoti in Puglia, Calabria e Campania, con merci ferme nei centri distributivi. A Bari, invece, gli operatori stimano scorte sufficienti solo per pochi giorni, mentre a Gela l’acqua minerale è diventata introvabile. Ancd-Conad ha parlato invece di sprechi per decine di milioni di euro.

Un po’ di conseguenze iniziano però a lambire anche i confini del Centro-Nord. In Veneto l’ortofrutta arriva “a singhiozzo”, secondo Confcommercio, e in Toscana si registrano i primi problemi di approvvigionamento, mentre in Umbria la situazione resta al momento sotto controllo.

Supermercato vuoto

Sul fronte dei carburanti, a Napoli si sono formate code di ore davanti ai pochi distributori ancora riforniti, con difficoltà anche per il Gpl. Diversi automobilisti hanno inoltre denunciato prezzi fuori mercato (in alcuni casi gli aumenti sono stati svelati anche in piccoli alimentari, ndr), con il diesel venduto fin oltre i 3 euro al litro e la benzina fino a 2,499 euro. Ciò a fronte di medie intorno a 2,25 e 1,99 euro.

Per contrastare eventuali speculazioni, la Guardia di Finanza ha avviato controlli sugli impianti, mentre a Crotone è stata istituita una task force. Qui le compagnie che hanno aderito al tetto promosso da Eni, fissato a 1,99 euro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, stanno rispettando gli impegni, ma alcune pompe indipendenti avrebbero toccato i 2,8 euro al litro per il gasolio.

Aeroporti, scuole e servizi pubblici: com’è la situazione

La protesta ha inevitabilmente colpito anche il trasporto aereo. Secondo i Notam diffusi da Enav, ovvero gli avvisi ufficiali per i piloti, il carburante per gli aerei è risultato indisponibile o limitato negli aeroporti di:

  • Crotone;
  • Reggio Calabria;
  • Napoli;
  • Catania.

Le compagnie sono state così invitate a rifornirsi negli scali di partenza. In questo contesto, WizzAir ha avvertito di possibili limitazioni sui voli. Per quanto riguarda gli aeroporti calabresi, la Sacal, ovvero la società di gestione, ha assicurato che non sono previsti impatti sui voli programmati. Resta regolare intanto il traghettamento tra Calabria e Sicilia.

Disagi anche per i servizi essenziali. Poste Italiane ha comunicato ritardi nelle consegne di pacchi e corrispondenza da e per:

  • Calabria;
  • Sicilia;
  • Campania;
  • Puglia.

A Napoli l’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate ha segnalato rischi per i trasporti sanitari, dai pazienti in dialisi ai trasferimenti tra ospedali. In Campania l’Eav ha annunciato possibili riduzioni dei servizi di autobus e, in assenza di carburante, di alcune corse ferroviarie dal 24 ottobre.

A Praia a Mare e Tortora è stata invece sospesa la raccolta dei rifiuti porta a porta, mentre a Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese, una scuola ha sospeso la mensa dal 22 ottobre perché i pasti non arrivano più. Tornando a Napoli, infine, la Federico II ha annunciato il ritorno alla didattica a distanza, considerando la crisi dei carburanti.

I danni ad agricoltura e industria

Tra i settori più colpiti c’è l’agroalimentare:

  • si è fermata la produzione di mozzarella di bufala campana Dop, perché il latte non arriva ai caseifici entro le 60 ore previste dal disciplinare;
  • nel Casertano i produttori di mela annurca Igp hanno interrotto la raccolta;
  • in Calabria Coldiretti segnala kiwi, agrumi e olive bloccati e operatori del Nord, che si riforniscono già in Spagna;
  • in Sicilia il mercato ortofrutticolo di Vittoria non ha ripreso l’attività.

Secondo Legacoop Agroalimentare, se i blocchi proseguissero fino al 27 ottobre, i danni potrebbero arrivare a decine di milioni di euro. A Termoli, ad esempio, la pesca si è fermata perché i camion non riescono a trasportare il pescato e al porto manca persino il gasolio per i pescherecci.

Le difficoltà riguardano anche l’industria e i servizi. Gli industriali di Campania e Puglia parlano di “attività produttiva alla paralisi”, mentre a Cosenza il gruppo di surgelati Gias ha annunciato lo stop delle linee, con 200-300 lavoratori su 400 che rischiano di restare a casa. Ance Calabria segnala invece che acciaio e bitume non arrivano più nei cantieri, e Aigrim-Fipe stima già 50 ristoranti di catena chiusi al Sud.

Sullo sfondo infine restano i costi strutturali del settore. Confcommercio offre un dato interessante. Tra il 2019 e il 2026 il gasolio è aumentato di circa il 30% e oggi pesa per il 40% sui costi operativi delle imprese di autotrasporto. Sul piano locale, la Regione Campania ha annunciato un fondo per il caro gasolio in agricoltura. In merito però c’è un po’ di confusione sulle cifre, con circa 13 milioni secondo il presidente Roberto Fico, che diventano 20 milioni, come “prima base di partenza”, secondo Coldiretti Campania.

Cosa succede ora

Gli appuntamenti cardine ora sono due. Il primo è il citato Consiglio dei ministri di giovedì 22 ottobre. In quest’occasione si dovrà tradurre in un decreto legge l’insieme degli impegni presi con la categoria. Il secondo è l’incontro del 27 ottobre con il Ministro Salvini. Una data che diverse sigle considerano decisiva.

Molte realtà hanno soltanto sospeso il blocco, minacciando di riprendere la mobilitazione in caso di mancata concretezza governativa, fino a un corteo verso Roma, se le richieste non saranno accolte. Per i cittadini del Sud, intanto, il ritorno alla normalità di rifornimenti e servizi dovrebbe essere graduale, mentre resta da capire se tutti i presidi ancora attivi nelle aree industriali verranno rimossi nelle prossime ore.

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Sciopero tir al Sud, Urso: “Il Viminale sta identificando i camionisti per rimuovere i presidi”

Il governo punta a far rimuovere i presidi degli autotrasportatori che stanno rallentando il trasporto delle merci nel Mezzogiorno. A ribadirlo è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, durante un question time alla Camera, annunciando che il Viminale sta procedendo all’identificazione dei camionisti coinvolti nei blocchi.

Secondo Urso, impedire il passaggio dei soli camion, consentendo invece alle automobili di circolare, può configurare un blocco stradale con conseguenze penali, comprese quelle detentive. Il ministro ha inoltre riferito che le stesse associazioni degli autotrasportatori hanno chiesto al governo di intervenire per rimuovere i presidi.

Nel frattempo, si moltiplicano le segnalazioni di episodi di intimidazione. Alcuni camionisti denunciano pneumatici tagliati e copertoni collocati al centro della carreggiata per costringere i mezzi a fermarsi. Altri sostengono di essere stati obbligati a interrompere i viaggi.

Organizzazioni autotrasportatori chiedono la rimozione dei blocchi

Urso ha spiegato che le misure annunciate il giorno precedente sono state accolte positivamente dalle associazioni di categoria, che hanno dichiarato sospese le proteste. Restano tuttavia alcuni presidi e blocchi sporadici. Le stesse organizzazioni degli autotrasportatori, attraverso un comunicato congiunto, hanno chiesto di rimuoverli, sostenendo che non sia più giustificato paralizzare il Paese dopo la ripresa del dialogo con il governo, giudicata positiva. Alla richiesta di ripristinare la circolazione si sono unite anche le associazioni industriali del Mezzogiorno e quelle dei consumatori.

Salvini: “Non siamo disponibili a tollerare la criminalità”

Le proteste continuano nonostante le risorse annunciate dall’esecutivo per sostenere il settore, colpito dall’aumento dei costi del carburante. Il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi ha spiegato che i primi pagamenti degli aiuti sono partiti il 21 ottobre, mentre ulteriori interventi saranno inseriti in un decreto legge. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha parlato di oltre un miliardo di euro di risorse complessive, destinate sia a compensare i maggiori costi del gasolio sia a incentivare il rinnovo dei veicoli. “Abbiamo sbloccato un miliardo di euro di risorse e da oggi partono i pagamenti per duemila aziende al giorno: soldi veri, veloci”, ha dichiarato, aggiungendo che il governo è disponibile a discutere anche l’introduzione di un tetto al prezzo del gasolio.

Salvini ha però escluso qualsiasi tolleranza nei confronti di eventuali comportamenti criminali: “Non siamo disponibili a tollerare la criminalità”.

Disagi negli aeroporti e scaffali vuoi nei supermercati

Le conseguenze della protesta degli autotrasportatori si fanno sentire al Sud, dove le difficoltà nei trasporti stanno coinvolgendo sia il settore aereo sia la distribuzione dei beni di prima necessità.

Negli scali di Crotone e Reggio Calabria le scorte di carburante per gli aerei risultano esaurite, mentre l’aeroporto di Lamezia Terme non segnala criticità e continua a garantire la normale operatività. La situazione è stata comunicata da Enav tramite un Notam, l’avviso rivolto a piloti e personale aeronautico, che raccomanda agli equipaggi di fare rifornimento nello scalo di partenza.

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Federico II, lezioni a distanza da giovedì per la crisi dei carburanti: cosa cambia per esami e lauree

L’Università Federico II di Napoli passa alle lezioni a distanza da giovedì 22 ottobre 2026 e fino a nuova comunicazione. La decisione è legata alle agitazioni in corso e alle difficoltà di approvvigionamento del carburante, che rischiano di compromettere gli spostamenti di studenti e personale universitario.

Le lezioni e le attività formative ordinarie proseguiranno online, rispettando gli orari già stabiliti dai calendari accademici. L’obiettivo è garantire la continuità della didattica e limitare i disagi provocati dalla situazione, senza interrompere il regolare svolgimento dell’anno universitario.

Esami e lauree, cosa cambia

Il passaggio alla modalità online non riguarda necessariamente tutte le attività universitarie. Gli esami di profitto già programmati potranno infatti svolgersi in presenza, compatibilmente con le condizioni organizzative e con la disponibilità dei docenti.

Per gli studenti che non riusciranno a raggiungere le sedi universitarie saranno predisposte sedute straordinarie di recupero. Le date e le modalità saranno comunicate successivamente dall’Ateneo, così da consentire agli interessati di sostenere gli esami senza essere penalizzati dalle difficoltà negli spostamenti.

Le sedute di laurea già inserite in calendario, invece, si svolgeranno regolarmente in presenza. Una scelta che permette di mantenere gli appuntamenti già fissati, nonostante le misure straordinarie adottate per le lezioni ordinarie.

Laboratori e tirocini, le regole per le attività in presenza

Una disciplina specifica è prevista per le attività formative che non possono essere svolte interamente online. È il caso dei laboratori, dei tirocini e delle esercitazioni pratiche, per i quali la presenza fisica può risultare indispensabile. In queste situazioni saranno i presidenti delle Scuole universitarie a definire le modalità di svolgimento, tenendo conto delle caratteristiche dei singoli corsi di studio e delle esigenze organizzative. Le indicazioni potranno quindi variare in base al tipo di attività e alle necessità formative degli studenti.

Nel bel mezzo degli scioperi generali, la misura adottata dalla Federico II rappresenta una risposta temporanea alle difficoltà legate alle agitazioni e alla disponibilità di carburante. L’Università continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione e comunicherà eventuali aggiornamenti sulle modalità di svolgimento delle attività accademiche.

Per studenti e docenti sarà quindi importante consultare gli avvisi ufficiali dell’Ateneo, soprattutto per verificare eventuali cambiamenti relativi agli esami, alle attività pratiche e agli appuntamenti già programmati. Al momento, il provvedimento resterà in vigore fino a nuove disposizioni. La ripresa delle lezioni in presenza dipenderà dall’evoluzione delle condizioni che hanno reso necessario il ricorso alla didattica a distanza.

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Mario Draghi: “C’è un problema comune sotto le proteste: Europa offre poche possibilità”

Mario Draghi richiama l’attenzione sulle difficoltà economiche dei giovani europei, collegando le proteste degli ultimi giorni alla mancanza di crescita e alle disuguaglianze tra generazioni. L’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano è intervenuto durante una conferenza di Citadel Securities, rispondendo alle domande della giornalista di Bloomberg Lisa Abramowicz. Secondo Mario Draghi, alla base delle proteste che hanno interessato diverse città europee c’è una difficoltà strutturale legata alle prospettive economiche delle nuove generazioni.

Draghi sulle proteste dei giovani: “Aspettative bloccate”

L’ex premier ha parlato di “aspettative bloccate”, spiegando che molti giovani “hanno la sensazione che nessuno li ascolti”. Il problema riguarda soprattutto la possibilità di trovare un’occupazione stabile, migliorare la propria condizione economica e affrontare i cambiamenti del mercato del lavoro.

“La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla”, ha dichiarato Draghi. L’ex presidente della Bce ha sottolineato che i giovani “faticano a trovare un impiego” e devono confrontarsi con “una società in rapidissima trasformazione tecnologica”. La mancanza di prospettive economiche, secondo Draghi, “genera ansia” e contribuisce ad alimentare il malcontento sociale.

La stagnazione economica in Europa

Nel corso dell’intervista Mario Draghi ha individuato nella stagnazione economica uno dei principali problemi strutturali dell’Unione europea. “Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca”, ha affermato. Nonostante alcune revisioni al rialzo delle previsioni economiche, l’ex premier ritiene che il continente continui a confrontarsi con le difficoltà di “una società ricca, certamente, anziana e che non cresce”.

La crescita insufficiente rischia di accentuare le differenze tra chi occupa già una posizione lavorativa consolidata e chi cerca di entrare nel mercato del lavoro. “Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani”, ha spiegato Draghi.

Riferendosi alle manifestazioni e agli scontri registrati a Parigi e Milano, l’ex premier ha precisato che la violenza “va condannata in ogni circostanza”. Le dinamiche politiche e gli episodi di disordine rappresentano, nella sua analisi, fattori che amplificano un problema economico e sociale già presente.

Le due condizioni necessarie per un intervento della Bce

Nell’analisi di Mario Draghi sono due gli elementi principali che potrebbero rendere necessario un intervento della Banca centrale europea. Il primo riguarda il contagio finanziario, ossia la diffusione della crisi di un Paese agli altri Stati dell’area euro. “Francamente, non vediamo un contagio sostanziale in Europa”, ha dichiarato, precisando che l’aumento dei rendimenti registrato in diversi mercati è diverso dalla situazione osservata durante le precedenti crisi finanziarie.

Il secondo elemento riguarda il funzionamento del credito e la capacità delle decisioni della Bce di raggiungere famiglie e imprese attraverso il sistema bancario. Un intervento potrebbe diventare necessario in presenza di difficoltà nei mercati del credito o di problemi nella trasmissione della politica monetaria. Secondo Mario Draghi, questi segnali attualmente non emergono. Anzi, “gli ultimi dati mostrano che i prestiti bancari sono aumentati”.

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Milano, 1 milione di euro di danni per le manifestazioni: quali sono le tutele per i commercianti

L’ondata di proteste e gli scontri che hanno interessato soprattutto il centro di Milano per il caro vita hanno aperto il dibattito sui costi economici delle manifestazioni.

Tra vetrine infrante, arredi urbani danneggiati e giornate di chiusura precauzionale, le stime provvisorie delle associazioni di categoria parlano di danni diretti e indiretti che superano il milione di euro.

La geografia dei danni

A essere state prese di mira sono state soprattutto le vetrine e le serrande delle vie dello shopping e del Quadrilatero della moda di Milano. Un perimetro urbano caratterizzato da una forte concentrazione di boutique del lusso, flagship store di grandi maison e catene in franchising ad alto fatturato, dove i blocchi della circolazione e i disordini impattano su volumi d’affari e flussi turistici danarosi particolarmente elevati.

La reazione della politica

I disordini hanno innescato un acceso scontro politico sulla gestione dell’ordine pubblico nelle grandi città. Il vicepremier e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, è intervenuto con toni perentori definendo le scene di Milano inaccettabili e invocando la necessità di limitare l’uso delle piazze simbolo alle manifestazioni, chiedendo apertamente di blindare piazza Duomo per i cortei a rischio.

Sul fronte legislativo ed economico, il leader della Lega e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno ribadito la necessità di applicare con fermezza il principio chi rompe paga:

Manifestare è un diritto, devastare le nostre città no. Chi rompe paga, e se chi rompe è un minorenne pagano i suoi genitori.

L’obiettivo del disegno di legge è far ricadere la responsabilità civile e finanziaria dei danneggiamenti direttamente sugli autori dei reati o sulle organizzazioni dei cortei non autorizzati. Una linea che punterebbe ad accelerare le procedure di rivalsa economica, visto il reale funzionamento dei meccanismi assicurativi, ma lascia comunque aperto il problema dell’identificazione e della reale capacità finanziaria di chi è già stato individuato come responsabile.

Le prime risposte del Governo

A margine degli eventi del capoluogo lombardo, l’Esecutivo ha approvato in Consiglio dei Ministri il nuovo Decreto Sicurezza, introducendo misure stringenti e un focus specifico sul coinvolgimento dei giovanissimi nei disordini di piazza, un fenomeno commentato dalla stessa Meloni con preoccupazione:

Il più piccolo dei fermati a Milano ha 11 anni. Fa male e fa paura. Faremo tutto quello che possiamo per impedire che quello che abbiamo visto diventi la normalità.

Tra le principali novità contenute nel testo figurano:

  • il reato di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche;
  • l’estensione della durata del fermo preventivo fino a 24 ore, applicabile anche ai soggetti minorenni fermati con oggetti atti a offendere o travisati;
  • l’estensione della presunzione d’imputabilità alla fascia d’età compresa tra i 14 e i 16 anni;
  • l’introduzione di sanzioni amministrative da 500 a 1.000 euro a carico dei genitori dei minorenni comprovati autori di atti vandalici.

Chi risponde dei danni materiali e dei mancati guadagni

La copertura economica per i punti vendita e le catene retail si articola oggi su due binari principali:

  • i contratti stipulati dai grandi marchi internazionali con le polizze assicurative includono generalmente clausole per atti vandalici, sommosse e fermo d’attività (Business Interruption), la cui effettiva liquidazione dipende dalle franchigie e dalle perizie sui mancati incassi contabili;
  • l’azione di rivalsa diretta a individuare la responsabilità civile e penale dei manifestanti fermati richiede tempi processuali lunghi e presenta tassi di recupero effettivo tradizionalmente contenuti.

Proprio perché i tempi della giustizia sono quelli che sono, le associazioni di categoria stanno sollecitando l’intervento delle istituzioni locali e nazionali per valutare misure straordinarie a tutela del proprio indotto e dell’immagine commerciale della città.

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Sciopero dei tir, in Sicilia il Comitato revoca la protesta: sbloccati 480 milioni per il gasolio

La paralisi dei trasporti nell’isola è stata sventata in extremis. In Sicilia le associazioni di categoria hanno disposto la revoca del fermo dei tir, mettendo in salvo la catena della distribuzione alimentare e l’approvvigionamento dei carburanti.

La svolta è arrivata al termine di un serrato confronto con le istituzioni, culminato con lo sblocco di risorse finanziarie decisive per il comparto logistico della regione.

Perché i tir ricominciano a circolare in Sicilia

A disinnescare la protesta è stato il via libera definitivo ai fondi di compensazione. Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, ha confermato l’immediata disponibilità di 480 milioni di euro destinati ad abbattere i costi di insularità e a mitigare l’impatto dei rincari sulla movimentazione delle merci.

Preso atto dell’accoglimento di quasi tutte le istanze presentate nella piattaforma rivendicativa, il Comitato trasportatori siciliani ha sospeso il blocco dei camion per dare un segnale di apertura al ministro Matteo Salvini, pur mantenendo lo stato di agitazione fino all’attuazione completa delle misure.

A stretto giro è arrivata anche la fermata del presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, che ha promesso di affiancare alle risorse nazionali ulteriori interventi regionali a tutela della continuità territoriale e della competitività delle imprese locali.

La protesta del caro carburante continua nel resto del Sud

Se in Sicilia si evita il peggio, nel resto del Mezzogiorno la morsa della protesta non accenna a flettere. La combinazione tra l’esplosione dei costi del gasolio e i ritardi negli interventi statali sta spingendo autotrasportatori e agricoltori a bloccare i principali snodi viari del Sud:

  • in Campania la mobilitazione ha congelato la viabilità con presidi a oltranza e blocchi notturni ai caselli di Nola sulla A30, Avellino Est e lungo gli svincoli della A2 nel Vallo di Diano;
  • in Puglia i cortei di tir e trattori hanno invaso la viabilità ordinaria tra Bari e Bitonto, paralizzando il traffico per denunciare margini di profitto ormai azzerati;
  • in Molise i presidi dei camionisti stanno già provocando i primi ritardi nelle consegne dei prodotti freschi e rallentamenti nelle catene di produzione industriale.

Dopo i fornai anche i pescherecci pronti al blocco nazionale

A rendere il quadro ancora più critico è l’effetto contagio che sta travolgendo gli altri settori energivori. Dopo i fornai, anche le marinerie italiane sono pronte a spegnere i motori e a incrociare le braccia contro i rincari energetici innescati dalle tensioni geopolitiche internazionali.

In prima fila c’è la flotta del Molise: gli armatori della marineria di Termoli hanno confermato che i motopesca resteranno ormeggiati nei porti. Tra le richieste urgenti indirizzate al Governo spiccano la proroga del credito d’imposta sul carburante fino al 31 dicembre, il saldo dei ristori arretrati e un’immediata sburocratizzazione per il comparto della blue economy.

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Sciopero autotrasportatori, viceministro Rixi: “Sbloccato 1 miliardo di euro”

Al termine del vertice in Prefettura a Milano per lo sciopero degli autotrasportatori, il viceministro Edoardo Rixi ha illustrato le misure economiche concordate per sostenere le imprese.

“Abbiamo sbloccato circa un miliardo di euro: 480 milioni per quanto riguarda tutte le domande che sono arrivate fino ad agosto e poi mettiamo nuove risorse su settembre-ottobre, però il credito d’imposta sarà ovviamente nel ’27”

ha dichiarato Rixi. Il viceministro ha precisato che le procedure di pagamento sono state avviate per soddisfare le richieste presentate fino al 30 agosto.

“Da oggi iniziamo a erogare i contributi sui 430, che ora sono diventati 480 milioni circa, per azzerare tutte le domande che sono pervenute fino al 30 di agosto, che è l’ultima finestra che è stata aperta”.

Le somme sono destinate a compensare parte dei maggiori costi del gasolio sostenuti dalle aziende durante i mesi di aumento dei prezzi.

Crediti d’imposta sul gasolio, quando arrivano i pagamenti

Secondo quanto riferito dalle associazioni presenti all’incontro, il Governo ha presentato un calendario per l’erogazione dei contributi relativi al periodo compreso tra il 1° marzo e il 31 agosto 2026. La prima tranche dovrebbe essere pari a circa 306 milioni di euro, corrispondenti al 70% delle risorse inizialmente previste, con pagamenti in partenza dal 21 ottobre. Le somme residue, fino a raggiungere circa 437 milioni di euro, dovrebbero essere liquidate entro la fine di novembre.

Durante il confronto è stato inoltre annunciato lo stanziamento di 60 milioni di euro aggiuntivi per settembre e ottobre 2026. Per accedere a queste nuove risorse, la piattaforma dedicata alle richieste riaprirà il 5 novembre per un periodo di 15 giorni. I relativi pagamenti sono previsti tra gennaio e febbraio 2027. Il Governo sta anche preparando una norma da inserire nel prossimo decreto Infrastrutture per rendere più automatico l’adeguamento dei costi di trasporto alle variazioni dei prezzi del carburante, rafforzando il meccanismo del fuel surcharge.

Marebonus, sbloccati anche gli incentivi al trasporto marittimo

Tra le misure discusse durante l’incontro figura anche il Marebonus, il programma che sostiene economicamente le imprese di autotrasporto che utilizzano le navi per trasferire veicoli e merci, riducendo i chilometri percorsi su strada. Salvini ha assicurato che “ci sarà cassa disponibile anche per il cosiddetto mare bonus”. Il programma dispone di uno stanziamento pluriennale complessivo di 125 milioni di euro fino al 2026.

Secondo quanto riferito dal viceministro Rixi, il Governo si è impegnato a liquidare le annualità pregresse entro i primi dieci giorni di novembre. Per il 2026 sono inoltre attesi circa 50 milioni di euro, attraverso il decreto di riparto previsto entro la fine dell’anno. Un altro intervento riguarda lo sblocco del fondo da 590 milioni di euro per il rinnovo del parco veicolare, con decorrenza dal 1° gennaio 2027.

Quando torneranno pieni scaffali dei supermercati

La protesta degli autotrasportatori ha provocato rallentamenti nella distribuzione delle merci, con conseguenze soprattutto per i supermercati e per le attività commerciali delle regioni meridionali. Tra i prodotti maggiormente esposti ai ritardi figurano frutta, verdura, latte e altri alimenti freschi che richiedono rifornimenti frequenti.

Secondo il presidente di Federdistribuzione, Carlo Alberto Buttarelli, se le proteste dovessero cessare, il ritorno alla normalità nella distribuzione potrebbe richiedere due o tre giorni. La ripresa regolare delle consegne dipenderà tuttavia dalle decisioni dei comitati che partecipano alla mobilitazione e dall’effettiva rimozione dei presidi ancora attivi. Il prossimo confronto tra Governo e associazioni è fissato per il 27 ottobre, con l’obiettivo di verificare l’erogazione delle risorse annunciate e l’attuazione delle altre misure previste per il settore.

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Sciopero dei tir fino al 27 ottobre senza accordo: incontro con Salvini e revoca del fermo in Sicilia

La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti potrebbe proseguire fino al 27 ottobre 2026 se non arriveranno risposte concrete dal Governo. La mobilitazione, iniziata in Puglia l’11 ottobre e successivamente estesa ad altre regioni del Sud Italia, sta provocando rallentamenti nella distribuzione delle merci, difficoltà nei rifornimenti e carenze di prodotti freschi nei supermercati. Al centro della trattativa ci sono anche 534 milioni di euro tra arretrati e crediti d’imposta richiesti dagli autotrasportatori.

La cifra comprende circa 104 milioni di contributi arretrati legati agli incentivi per il trasporto marittimo e 430 milioni di crediti d’imposta sul carburante. Non si tratta di nuovi finanziamenti già approvati, ma di somme di cui le associazioni chiedono lo sblocco o l’effettiva disponibilità. Il confronto decisivo è previsto per oggi martedì 20 ottobre alla Prefettura di Milano, dove il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini incontrerà i rappresentanti del settore.

Autotrasportatori, il Comitato siciliano revoca il fermo

Il Comitato trasportatori siciliani ha revocato il fermo dei servizi al termine dell’incontro di martedì 20 ottobre con il ministro Matteo Salvini alla Prefettura di Milano. Secondo quanto riferito dal Comitato, sono state accolte quasi tutte le richieste contenute nella piattaforma presentata al Governo.

La decisione punta a sbloccare la situazione logistica nell’isola e a dare un segnale di apertura all’esecutivo. Le imprese restano però in stato di agitazione fino alla soluzione completa dei punti ancora aperti.

Ecco alcuni degli impegni ottenuti:

  • lo sblocco immediato degli arretrati del Sea Modal Shift per le annualità 2023/2024 e 2025/2026;
  • ulteriori 50 milioni di euro per gli incentivi marittimi del 2026/2027;
  • il rilascio immediato dei 430 milioni di euro di crediti d’imposta sul gasolio;
  • la presenza della categoria nei tavoli istituzionali su trasporti e mobilità e nei gruppi di lavoro dedicati al Mezzogiorno.

Per gli incentivi marittimi del prossimo anno la cifra ottenuta resta inferiore ai 70 milioni chiesti. Restano inoltre da definire la proroga di 4 mesi del credito d’imposta sul gasolio. Per questa se ne dovrebbe parlare in un comitato permanente per il Sud. Spazio poi agli sconti sui biglietti dei traghetti per l’attraversamento dello Stretto di Messina.

Il coordinatore Salvatore Bella ha spiegato che le imprese vogliono tornare al lavoro senza penalizzare ulteriormente il territorio. La revoca, ha precisato, non è però una delega in bianco. Il Comitato vigilerà sul rispetto dei tempi e sull’avvio del comitato per il Sud.

Protesta dei tir, l’incontro con Salvini

Dal governo arriva una prima risposta alle richieste degli autotrasportatori. Il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi ha annunciato che per il settore sono disponibili 480 milioni di euro. Una cifra che si avvicina in maniera netta, per quanto sia chiaramente inferiore, ai 534 milioni chiesti tra arretrati e crediti d’imposta.

Durante l’incontro di Milano con il ministro Matteo Salvini l’esecutivo si è inoltre impegnato a stanziare altre risorse per i mesi di settembre e ottobre. Al tempo stesso porte aperte per definire un modello di prezzo del carburante seguendo l’esempio spagnolo.

Intanto i presidi continuano. Ai caselli e agli svincoli autostradali di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, anche lungo l’A2 e l’A30, i blocchi restano attivi. Gli effetti sono già evidenti, con scaffali vuoti di prodotti freschi nei supermercati del Sud, carburante scarso a Ischia e Procida con il rischio di stop per i traghetti, raccolta dei rifiuti ferma in oltre 15 comuni siciliani e circa 100 mezzi pesanti fermi all’ingresso di Palermo.

Il Comitato Trasporto Siciliano rivendica una protesta pacifica e limitata alle aree portuali. Resta da capire se le misure annunciate basteranno a far revocare il fermo o se la mobilitazione andrà avanti fino al 27 ottobre.

Sciopero dei tir fino al 27 ottobre, cosa chiedono gli autotrasportatori

La possibilità di prolungare il fermo è stata avanzata dal Comitato Trasporto Siciliano, tra i principali protagonisti della mobilitazione. Il coordinatore Salvatore Bella ha subordinato la sospensione della protesta alla sottoscrizione di impegni precisi da parte del Governo. “Se il ministro Salvini accetta di firmare il protocollo d’impegni e incontrarci il 20 ottobre revochiamo il fermo. Diversamente rimane fino al 27 ottobre”, ha dichiarato Bella.

La protesta, inizialmente programmata fino al 20 ottobre, potrebbe quindi continuare per un’altra settimana se l’incontro non dovesse portare a un’intesa. La richiesta dei comitati non riguarda soltanto l’individuazione di nuove risorse economiche, ma anche la definizione di tempi certi per l’erogazione dei sostegni già previsti. Il fermo fino al 27 ottobre rappresenta al momento una possibilità annunciata dagli organizzatori e non una proroga generalizzata già confermata su tutto il territorio nazionale.

Accordo da 534 milioni di euro, quali sono i fondi richiesti

Uno dei principali punti della vertenza riguarda le risorse economiche destinate alle imprese di autotrasporto. Il Comitato Trasporto Siciliano chiede lo sblocco di due importi:

  • 104 milioni di euro di arretrati relativi agli incentivi per il trasporto marittimo delle merci, collegati al programma Sea Modal Shift;
  • 430 milioni di euro di crediti d’imposta sul carburante relativi alle richieste già presentate dalle imprese.

Gli incentivi marittimi servono a sostenere le imprese che scelgono di trasportare le merci via nave anziché percorrere interamente le tratte su strada. Il credito d’imposta sul gasolio è invece uno strumento destinato a compensare parte dei maggiori costi sostenuti dalle aziende per l’acquisto del carburante. Secondo le associazioni, i ritardi nell’erogazione delle risorse stanno contribuendo alle difficoltà di liquidità delle imprese.

Il Comitato Siciliano chiede inoltre 70 milioni di euro per gli incentivi marittimi relativi all’annualità 2026-2027 e ulteriori 400 milioni per la copertura dei costi del carburante nei mesi non ancora adeguatamente sostenuti. Queste ultime richieste sono aggiuntive rispetto ai 534 milioni indicati come principale oggetto della trattativa.

Caro gasolio, quanto costa un pieno ai camionisti

Alla base della mobilitazione c’è l’aumento del prezzo del gasolio, che ha fatto crescere sensibilmente i costi operativi delle imprese di trasporto. Secondo le rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy del 17 ottobre, il diesel aveva raggiunto una media di 2,257 euro al litro sulla rete stradale e 2,296 euro in autostrada. Confartigianato Trasporti ha calcolato che, per un camion con un serbatoio da 900 litri, il costo di un pieno è passato da 1.503,78 euro a febbraio a 1.971,61 euro a metà settembre.

La differenza è di quasi 468 euro per rifornimento. Considerando quattro pieni mensili, il maggior costo arriva a circa 1.871 euro al mese per ogni mezzo. Le imprese segnalano inoltre difficoltà nel trasferire gli aumenti del carburante sulle tariffe applicate ai clienti, soprattutto quando i contratti di trasporto prevedono condizioni economiche già definite.

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Proteste tir e scorte a rischio, Meloni: “Non firmo per dare un miliardo ai magistrati”

Supermercati con scaffali sempre meno riforniti, prodotti freschi che iniziano a scarseggiare e rischio di nuovi aumenti dei prezzi della spesa. La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti sta provocando difficoltà nella distribuzione delle merci, soprattutto nel Sud Italia. Il blocco dei camion interessa Sicilia, Calabria e Puglia, con conseguenze sulle forniture alimentari e sui rifornimenti di carburante. In questo scenario la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato di non voler firmare il decreto per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati, dal costo stimato di quasi un miliardo di euro. La premier ha spiegato di considerare prioritario trovare le risorse necessarie per sostenere l’autotrasporto ed evitare il blocco delle consegne in tutta Italia.

Supermercati con scaffali vuoti, quali prodotti rischiano di mancare

Le proteste degli autotrasportatori stanno rallentando la distribuzione delle merci, con le prime conseguenze visibili nei supermercati delle regioni maggiormente interessate dai presidi. Le difficoltà riguardano soprattutto frutta, verdura, latte e carne, prodotti che richiedono consegne frequenti e tempi di trasporto contenuti per garantirne la conservazione.

In Sicilia, alcune attività della grande distribuzione hanno segnalato una riduzione delle scorte disponibili. Se il fermo dovesse proseguire, le difficoltà potrebbero estendersi ad altri punti vendita. I problemi non riguardano soltanto i supermercati. Anche le aziende agricole rischiano di subire perdite economiche a causa delle consegne bloccate. I prodotti deperibili possono deteriorarsi prima di arrivare ai mercati e ai consumatori.

Non risultano, al momento, assalti generalizzati ai supermercati, mentre aumenta la preoccupazione per la disponibilità dei beni essenziali.

Rischio aumento dei prezzi della spesa per il caro gasolio

Oltre alla disponibilità dei prodotti, un altro problema riguarda il possibile aumento dei prezzi al consumo. Il costo del gasolio si è avvicinato a 2,30 euro al litro, con un incremento stimato dal Codacons vicino al 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il carburante rappresenta una voce importante nei costi delle imprese di autotrasporto. Quando il prezzo aumenta, le aziende devono sostenere spese maggiori per consegnare alimenti e altri beni ai punti vendita. Una parte di questi costi potrebbe essere trasferita lungo la filiera commerciale, fino a raggiungere il consumatore finale.

Per le famiglie, questo potrebbe tradursi in una maggiore spesa per l’acquisto dei prodotti alimentari, soprattutto se le difficoltà nei trasporti dovessero prolungarsi. Non sono però disponibili stime precise su quanto potrebbero aumentare i prezzi nei supermercati a causa dell’attuale protesta. Il rischio riguarda anche la riduzione dell’offerta di determinati alimenti freschi. Se le consegne diminuiscono e la disponibilità dei prodotti si restringe, potrebbero verificarsi ulteriori pressioni sui prezzi.

Meloni: “Non posso mettere la mia firma su un Dpcm da quasi un miliardo”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha collegato la crisi dell’autotrasporto alla necessità di individuare risorse economiche per fronteggiare le difficoltà delle imprese. Intervistata telefonicamente dall’Adnkronos, la premier ha annunciato di non voler sottoscrivere il decreto sugli adeguamenti degli stipendi dei magistrati.

“Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.

Secondo le stime riportate, per sostenere il settore dell’autotrasporto servirebbero almeno 100 milioni di euro.

Aumenti stipendi magistrati, perché la cifra è così alta

L’aumento degli stipendi ai magistrati nasce da alcune sentenze della giustizia amministrativa che hanno riconosciuto la necessità di rivedere il metodo di calcolo degli adeguamenti retributivi dei magistrati. A differenza di altre categorie professionali, gli stipendi dei magistrati vengono aggiornati periodicamente attraverso un meccanismo previsto dalla legge, che tiene conto dell’andamento delle retribuzioni nel pubblico impiego.

Con il precedente sistema di calcolo erano stati determinati aumenti del 4,85% per il triennio 2018-2020 e del 6,69% per il periodo 2021-2023. Dopo i ricorsi presentati dalle associazioni della magistratura, i nuovi valori sono stati rideterminati rispettivamente al 6,22% e al 12,32%. Secondo le stime circolate, l’applicazione del nuovo metodo comporterebbe per lo Stato una spesa complessiva di circa 979 milioni di euro, comprendendo anche gli arretrati. Le associazioni dei magistrati contestano però le cifre diffuse e ricordano che gli adeguamenti derivano da disposizioni di legge e da sentenze della giustizia amministrativa.

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Concessioni balneari, indennizzo anche sui beni ammortizzati: le linee guida

L’indennizzo per i concessionari balneari uscenti potrà comprendere anche il valore dei beni già ammortizzati, purché siano ancora utilizzabili e possano generare un beneficio economico per chi subentra. È uno dei criteri indicati nelle nuove linee guida elaborate dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), destinate a contribuire alla definizione delle regole per le future gare sulle concessioni demaniali marittime.

Il documento punta a rendere più omogenea la valutazione degli investimenti effettuati dagli attuali gestori degli stabilimenti, stabilendo criteri comuni per determinare l’eventuale compensazione economica dovuta al termine della concessione. Un altro principio riguarda gli interventi abusivi: se l’ente concedente segnala che un investimento interessa opere realizzate o modificate illegittimamente, il relativo valore non viene incluso nel calcolo dell’indennizzo, salvo diversa indicazione dell’amministrazione.

Concessioni balneari: bando-tipo atteso il 22 ottobre

Le linee guida si inseriscono nel percorso di preparazione delle gare per l’assegnazione delle concessioni balneari, che dovranno svolgersi nel quadro della direttiva europea Bolkestein. Il 22 ottobre il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, presenterà alla Conferenza unificata Stato-Regioni la proposta di bando-tipo, secondo quanto annunciato dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi a margine dell’assemblea nazionale delle imprese balneari di Rimini.

Il modello è destinato a fornire ai Comuni un riferimento per predisporre le procedure di selezione, con l’obiettivo di arrivare ai rinnovi delle concessioni entro settembre 2027. Le linee guida dei commercialisti dovrebbero costituire parte integrante del bando-tipo, offrendo indicazioni operative per la stima del valore degli investimenti da riconoscere al concessionario uscente.

La bozza prevede che la durata delle nuove concessioni sia stabilita nel bando, entro un intervallo compreso tra un minimo di cinque anni e un massimo di venti. Le regole non riguardano soltanto gli stabilimenti balneari, ma anche le attività di ristorazione, le spiagge libere attrezzate, le aree demaniali marittime destinate allo sport e altre tipologie di utilizzo, come i punti di ormeggio.

Come si determina l’indennizzo per il concessionario uscente

Il compenso riconosciuto al gestore che perde la concessione balneare non comprende automaticamente tutte le spese sostenute nel corso dell’attività. Per ottenere l’indennizzo, gli investimenti devono avere ancora una rilevanza economica per chi subentra, perché consentono di utilizzare opere e strutture esistenti oppure di evitare nuovi costi.

Le linee guida del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili individuano due elementi da considerare nella stima: il valore degli investimenti, al netto degli eventuali contributi pubblici ricevuti, e un’equa remunerazione degli investimenti realizzati negli ultimi cinque anni della concessione.

Il criterio centrale è quindi l’utilità che le opere possono conservare dopo il passaggio di gestione. Il vantaggio per il nuovo concessionario non deve necessariamente tradursi in un guadagno diretto: può consistere anche nella possibilità di risparmiare sulle spese che sarebbero necessarie per realizzare nuove strutture o interventi.

Questo principio vale anche per i beni già completamente ammortizzati sul piano contabile. Se continuano a essere utilizzabili e mantengono un valore economico per il gestore subentrante, possono essere inclusi nella valutazione. L’ammortamento, dunque, non determina da solo l’esclusione dall’indennizzo: occorre verificare le condizioni del bene e il beneficio che può ancora offrire.

Quali investimenti possono essere indennizzati

Per stabilire quali spese possano concorrere alla determinazione dell’indennizzo, le linee guida distinguono gli investimenti in base alla destinazione dei beni al termine della concessione. Le categorie individuate sono tre.

  • beni che restano al concessionario uscente: rientrano in questo gruppo, per esempio, lettini e ombrelloni che il gestore può conservare e portare via alla scadenza del contratto. Non essendo destinati a essere trasferiti al nuovo concessionario o all’amministrazione, non danno diritto all’indennizzo previsto per gli investimenti che rimangono nella disponibilità pubblica o vengono acquisiti dal subentrante;
  • beni destinati all’ente concedente: si tratta delle opere che, alla fine della concessione, passano nella titolarità e nella disponibilità dell’amministrazione, secondo quanto previsto dall’articolo 49 del Codice della navigazione. Un esempio è rappresentato dalle piattaforme che facilitano l’accesso alla spiaggia alle persone con disabilità.
  • investimenti su beni demaniali: questa categoria comprende gli interventi realizzati su beni pubblici messi a disposizione del concessionario durante la gestione e che devono essere restituiti alla scadenza.

Opere abusive: quando l’indennizzo è escluso

Le linee guida affrontano anche il caso degli investimenti collegati a opere realizzate o modificate in violazione delle norme edilizie e delle autorizzazioni richieste.

Il professionista incaricato della stima non è tenuto a verificare autonomamente la regolarità urbanistica ed edilizia di ogni bene oggetto della valutazione. Spetta all’ente concedente segnalare eventuali irregolarità rilevanti. Quando l’amministrazione comunica che un investimento riguarda un’opera abusiva, il relativo valore non viene conteggiato ai fini dell’indennizzo, salvo diverse indicazioni dell’ente stesso.

Chi effettua la perizia e chi paga

Per garantire criteri omogenei tra i diversi territori, le stime dovranno essere affidate a commercialisti individuati dall’ente concedente all’interno di una rosa di cinque nominativi indicati dal presidente del Cndcec. Le linee guida servono proprio a orientare il lavoro dei professionisti, limitando il rischio che investimenti analoghi siano valutati in modo diverso da un Comune all’altro.

Le spese della perizia sono a carico del concessionario uscente. La bozza di bando-tipo prevede inoltre la possibilità di rinunciare alla valutazione e, di conseguenza, a qualsiasi indennizzo. La quantificazione della compensazione rappresenta uno degli aspetti più delicati delle procedure di rinnovo, perché deve conciliare il riconoscimento degli investimenti che conservano un’utilità economica con l’esigenza di assegnare le concessioni attraverso procedure aperte e trasparenti.

Gli altri elementi della bozza-tipo

L’indennizzo è soltanto uno degli elementi del nuovo quadro per le concessioni balneari. La bozza di bando-tipo prevede anche che la scelta del nuovo gestore tenga conto delle garanzie offerte per un utilizzo proficuo del bene demaniale, coerente con l’interesse pubblico, e della capacità di assicurare la continuità dei servizi e delle attività.

I bandi dovranno inoltre indicare il numero di lavoratori del concessionario uscente per i quali l’attività rappresenta la principale fonte di reddito personale e familiare. Questa informazione consentirà ai partecipanti di valutare l’eventuale impegno ad assumere il personale già impiegato.

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L’ultimo dei Crow: La vera storia di Plenty Coups

Il sole sta calando sulle vette dei monti Pryor come una ferita aperta che sanguina sul Montana. È un paesaggio che sembra un quadro, ma è un inganno: sotto questa selce grigia  giace una storia di violenza, fango e calcoli a freddo.

Se volete capire come si è chiuso il West, dimenticatevi le favolette di Hollywood. Qui si parla di sopravvivenza cruda, di gente che ha dovuto masticare ferro e sputare pallottole per non farsi cancellare dalla mappa.

Al centro di questo conflitto c’è Plenty Coups. Nato attorno al 1848 nella tribù degli Absarokee — i Crow, per chi mastica solo l’inglese —, gli appioppano alla nascita un nome che suona come “Bisonte che affronta il vento”. Ma da queste parti le parole valevano meno del fango sotto gli stivali se non eri pronto a tirare fuori i denti.

La svolta arriva quando ha nove anni. Gli ammazzano il fratello maggiore in una scaramuccia da quattro soldi. Un colpo secco, di quelli che ti fanno cortocircuitare il cervello. Il ragazzino prende e se ne va da solo tra i dirupi selvaggi dei Pryor, posti duri, pieni di selce scura e affilata come bisturi. Si mette a digiunare per giorni, masticando rabbia e svenendo sulla roccia dura.

Lì, tra la selce e la polvere, la fame gli regala una visione che sembra un film di terrore: una tempesta bestiale si abbatte sulla foresta e sradica i pini secolari, tirandoli giù come birilli spazzati via dal fango. Tutti gli alberi crollano, piallati. Ne resta in piedi uno solo. Su quel ramo sopravvissuto c’è una cinciallegra. Subito dopo, vede le mandrie di bisonti svanire nel nulla, rimpiazzate da una marea di buoi maculati che occupano ogni centimetro di terra.

Gli anziani del villaggio non ci misero molto a capire l’antifona, senza troppi fronzoli:

L’uomo bianco sta arrivando e farà tabula rasa. Se non vogliamo dare le dimissioni dalla storia, dobbiamo fare come quel piccolo uccello bastardo: ascoltare, capire come muove le carte il nemico e adattarci prima che ci schiacci.

Ma Plenty Coups non era un agnellino. Prima di mettersi la giacca e la cravatta, quel tipo era un guerriero spietato. Un coup per loro era il massimo del coraggio: toccare un nemico in battaglia a mani nude o con un bastone mentre quello cercava di piantarti un proiettile in pancia.

Bisognava avere i nervi di selce. Plenty ne collezionò a decine, umiliando Lakota e Sioux prima ancora di compiere trent’anni.

Si infilava la pelle di un lupo grigio sulla schiena e strisciava nel campo avversario rapido come una lama che ti taglia la gola in silenzio.

Poi arrivò il punto di non ritorno. Mentre altri capi leggendari sceglievano la guerra totale contro l’esercito americano — una scelta eroica ma destinata a finire in un bagno di sangue e nella resa incondizionata —, Plenty applicò la lezione della cinciallegra con un calcolo politico spietato. Capì che affrontare i fucili a ripetizione e i treni a vapore era un suicidio pulito.

Così fece la sua mossa: alleò i Crow con Washington, fornendo esploratori all’esercito contro i nemici storici della sua tribù. Un tradimento? No, puro cinismo da sopravvivenza.                                    I Crow non volevano finire deportati in qualche buco arido a centinaia di miglia da casa. E il piano funzionò: quando la polvere si posò, i Crow furono tra i pochissimi a tenere le proprie terre ancestrali nella valle del Little Bighorn.

Nel 1890, diventato Capo Supremo, Plenty capì che la battaglia non si faceva più con i cavalli, ma negli uffici. Salì su quei mostri di ferro a vapore e andò dritto a Washington a trattare con i presidenti americani, schivando i tranelli di senatori corrotti e speculatori minerari con la stessa cattiveria con cui un tempo schivava le frecce.

Agli anziani che volevano ancora impugnare l’ascia, sputava in faccia la realtà:

L’istruzione è la vostra arma più potente. Con quella siete pari al bianco; senza, siete soltanto le sue prossime vittime.

Nel 1921 lo chiamarono perfino ad Arlington per la sepoltura del Milite Ignoto. Unico nativo presente in mezzo a una manica di politici che puzzavano di ipocrisia. Stette lì, solenne, e depose sulla tomba il suo copricapo di piume e il suo bastone da guerra. Tirò giù la serranda sulla sua carriera da guerriero davanti al mondo intero.

Morì nel 1932, a 84 anni suonati. Niente figli, ma una terra salvata dal disastro e la sua casa regalata allo Stato perché bianchi e nativi imparassero a non scannarsi come bestie.

La storia di Plenty Coups non è una storiella da eroi romantici: è la vicenda di un leader che ha preferito affilare il cervello invece di farsi massacrare per un briciolo di orgoglio.

Fonti consultate e citate:

  • Wikipedia (voce di riferimento): https://en.wikipedia.org/wiki/Plenty_Coups
  • Autobiografia e fonti storiche: Frank B. Linderman, Plenty-Coups: Chief of the Crows, University of Nebraska Press, 2002.
  • Archivi storici: Library of Congress (Dedicazione del Tomb of the Unknown Soldier, Arlington 1921).

 

L'articolo L’ultimo dei Crow: La vera storia di Plenty Coups su Vanilla Magazine scritto da Elian Dar

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Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia?

Nell’articolo precedente ci siamo chiesti cosa succede quando la lingua di casa lascia spazio a quella usata a scuola e nella comunità. Abbiamo visto che non si tratta necessariamente di una perdita, ma di una trasformazione del repertorio linguistico del bambino. Abbiamo anche capito che le due lingue non devono competere e che essere bilingui non significa parlare entrambe allo stesso modo.

A questo punto, però, la domanda cambia. Non è più “cosa sta succedendo?”, ma “cosa posso fare?”. Come genitore, come posso accompagnare mio figlio in questo percorso senza creare tensioni? Come posso continuare a offrirgli occasioni autentiche di incontro con l’italiano?

Cosa può fare il genitore?

Di fronte a queste situazioni, la prima tentazione può essere quella di correggere continuamente il bambino, insistere perché risponda in italiano o trasformare ogni conversazione in un piccolo “test” linguistico.

Ma se l’obiettivo è mantenere una relazione positiva con la lingua, forse è utile procedere nella direzione opposta.

La lingua ha bisogno di essere associata a esperienze significative, non soltanto a richieste e correzioni.

Il genitore può continuare a parlare italiano in modo naturale, senza pretendere necessariamente che il bambino risponda sempre in italiano. Può raccontare, leggere insieme, cucinare, giocare, cantare, guardare fotografie, parlare delle esperienze della giornata o condividere storie familiari.

Sono proprio queste esperienze quotidiane, ripetute nel tempo, a offrire al bambino occasioni autentiche di esposizione e utilizzo della lingua.

Dal punto di vista pedagogico, possiamo parlare di contesti significativi di apprendimento: il bambino apprende più facilmente quando la lingua non è percepita come un esercizio isolato, ma come parte di un’attività che per lui ha valore.

Anche il gioco può avere un ruolo importante. Nel gioco simbolico, per esempio, il bambino può sperimentare parole, frasi e ruoli senza vivere la situazione come una prestazione. Allo stesso modo, leggere insieme un libro in italiano permette di arricchire il vocabolario, sviluppare la comprensione e, soprattutto, condividere un momento di relazione.

Non trasformiamo la lingua in un terreno di conflitto

Un altro elemento da non sottovalutare è la dimensione emotiva.

Se ogni risposta in inglese viene accolta con frasi come “Parlami in italiano!”, “Te l’ho detto mille volte!” oppure “Non vuoi più parlare con me?”, il bambino potrebbe associare progressivamente l’italiano a una situazione di pressione o di conflitto.

Al contrario, può essere utile mantenere l’italiano come una presenza stabile e accogliente.

Se il bambino dice:

“Mamma, can you help me?”

il genitore può semplicemente rispondere in italiano:

“Certo, vieni, ti aiuto io.”

In questo modo la comunicazione continua senza interrompere il flusso della relazione e senza trasformare ogni scambio in una verifica.

Questo non significa rinunciare all’educazione linguistica, ma scegliere come perseguirla.

L’adulto può diventare un modello linguistico costante, offrendo parole corrette e strutture ricche senza necessariamente pretendere una ripetizione immediata.

La lingua è anche relazione

Forse è proprio questo il punto più importante.

Quando un bambino utilizza sempre più spesso la lingua della scuola, non sta necessariamente prendendo le distanze dalla famiglia. Sta crescendo, ampliando il proprio mondo e costruendo nuove relazioni.

La lingua della comunità può rappresentare per lui la scoperta di un nuovo ambiente, nuove amicizie, nuove competenze e nuove possibilità di espressione. La lingua familiare, invece, può continuare a custodire una parte della sua storia e delle sue relazioni affettive.

Per questo possiamo provare a non leggere il cambiamento come una perdita, ma come una trasformazione del repertorio linguistico del bambino.

Il nostro compito, come adulti, non è costringerlo a scegliere una lingua, ma accompagnarlo nella costruzione di un’identità capace di abitare più mondi.

E forse possiamo sostituire una domanda:

“Perché mio figlio non vuole più parlare italiano?”

con una domanda pedagogicamente più utile:

“Come posso continuare a rendere l’italiano una lingua viva, significativa e affettivamente importante nella sua esperienza?”

La risposta non sarà necessariamente fatta di regole o strategie complesse. Potrà trovarsi nelle conversazioni quotidiane, nelle storie raccontate prima di dormire, nelle telefonate ai nonni, nelle canzoni, nei giochi, nelle ricette di famiglia, nei libri e in tutti quei piccoli momenti nei quali una lingua smette di essere soltanto uno strumento e diventa, ancora una volta, relazione, appartenenza e memoria.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia? su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

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Alessandro Ariosi racconta il metodo per scegliere gli artisti lirici da rappresentare

Nel panorama internazionale del management lirico contemporaneo, l’idea che si possa rappresentare chiunque appartiene a un passato superato o a un’illusione di breve respiro. Quando si chiede ad Alessandro Ariosi, fondatore e guida di Ariosi Management, da dove nasca la complessità di questa professione, la riflessione muove immediatamente dall’essenza stessa dell’opera: non ci si trova a collocare un prodotto sul mercato, bensì ad affiancare esseri umani custodi di uno strumento delicato quale è la voce. Ogni interprete porta con sé un universo irripetibile fatto di carattere, radici, aspirazioni personali, dinamiche familiari e fragilità fisiche o emotive; elementi che rendono ogni percorso una trama unica e impossibile da standardizzare.

Interpellato sul significato profondo della selezione e sulla necessità di non accogliere chiunque nel roster di Ariosi Management, Ariosi rivendica con fermezza il valore della credibilità. Nel dialogo quotidiano con le istituzioni teatrali e le direzioni artistiche di tutto il mondo, la reputazione dell’agenzia è il primo capitale: garantire per un cantante significa porsi come interlocutore autorevole, trasparente e responsabile, capace di proporre professionisti pronti e all’altezza delle aspettative dei grandi cartelloni.

Alessandro Ariosi e i criteri per i giovani talenti lirici

Sollecitato su quali siano i criteri che guidano la scelta di un giovane talento oltre le doti innate, il focus del manager si sposta sulla concretezza. Una bella voce, una presenza scenica magnetica e una buona predisposizione attoriale sono qualità preziose, ma prese da sole rischiano di generare meteore destinate a esaurirsi nello spazio di poche stagioni. La vera discriminante risiede nel potenziale tecnico, nella solidità psicologica e nella capacità di ascolto. Davanti a una vocalità con qualità evidenti ma ancora immatura, la tentazione di bruciare le tappe e proporre l’interprete anzitempo a contesti prestigiosi può rivelarsi controproducente: le dinamiche e i ritmi serrati delle produzioni odierne rischiano di logorare prematuramente uno strumento non ancora consolidato. Il dovere primario di Ariosi Management consiste nell’onestà intellettuale di indicare all’artista dove lavorare, cosa perfezionare e quali carichi vocali evitare, proteggendone la maturazione prima del grande debutto.

Il rapporto con gli artisti affermati nel mondo dell’opera

Approfondendo la differenza di visione nella gestione di una carriera emergente rispetto a quella di una figura già consacrata, Alessandro Ariosi chiarisce come le priorità siano speculari ma profondamente diverse. Se per un giovane l’attenzione è tutta rivolta alla scelta mirata del repertorio e all’acquisizione graduale dell’esperienza, per un interprete affermato il lavoro si sposta sulla gestione dell’equilibrio complessivo: dosare gli impegni, preservare i tempi di recupero, selezionare collaborazioni di altissimo profilo artistico e concordare soluzioni che consentano di esprimere al meglio il proprio carisma sul palcoscenico in totale serenità.

Riguardo alla struttura ideale di una realtà di rappresentanza, il confronto tra agenzia boutique e grande roster diversificato si risolve a favore della cura sartoriale, cifra distintiva della linea di Ariosi Management. Fondamentale instaurare quel rapporto ravvicinato e costante che la delicatezza dello strumento “voce” impone, evitando la dispersione di energie e garantendo a ciascun artista una presenza attiva e tangibile in ogni fase della carriera.

Quando gli si domanda come debba svolgersi il primo incontro con un potenziale candidato, l’accento cade sulla reciprocità e sulla trasparenza. È indispensabile verificare l’allineamento delle visioni professionali. Senza una fiducia profonda e una disponibilità autentica al confronto leale, nessuna pianificazione strategica può reggere a lungo.

Infine, riflettendo sul valore del contratto di rappresentanza e sul tema dell’esclusiva, la conclusione mette al centro il concetto di partnership. L’accordo formale non deve essere vissuto come un vincolo rigido o un’imposizione burocratica, ma come un patto fiduciario condiviso, in cui l’esclusiva trova giustificazione unicamente nell’investimento reciproco di tempo, dedizione e cura strategica verso un progetto artistico comune e duraturo.

L'articolo Alessandro Ariosi racconta il metodo per scegliere gli artisti lirici da rappresentare su Vanilla Magazine scritto da Matteo Rubboli

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