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Il woke dopo il woke

Valerio Savioli

Le dichiarazioni agostane di Alexandra Ocasio-Cortez, icona del neoprogressismo radicale statunitense, rilasciate in un’intervista con ABC News, hanno generato un certo dibattito anche alle nostre latitudini, a dimostrazione dell’interdipendenza politico-ideologica, trasversale anche nello spettro “centrodestra/centrosinistra” istituzionali, che, dal dopoguerra, lega stabilmente le due sponde dell’Atlantico e il modo di intendere l’agire, l’intendere politico e le sue categorie.

Della Cortez (AOC), dalle principali testate e opinionisti nostrani, è stato ripreso esclusivamente questo passaggio: “Woke was crazy”, il woke era follia, ponendo poca attenzione al passaggio immediatamente successivo, nel quale AOC, pur riconoscendo l’impraticabilità odierna di certa retorica, sostiene che molte delle discussioni aperte durante quella stagione siano state “molto produttive” (quite fruitful).

La citazione di AOC ha portato a un gran numero di riflessioni, da destra e sinistra, entusiastiche e pensose, il cui dibattito langue impietosamente in una cornice ben definita.

Da destra viene riproposta una lettura e una conseguente condanna prettamente liberali del fenomeno woke, concentrate principalmente sull’insofferenza, in parte condivisibile, di un fenomeno che ha fatto della censura e della sanzione, anche sociale, una delle proprie inappellabili cifre.

A sinistra si leggono approfondimenti pensosi, tipici delle classiche sedute psicanalitiche collettive proprie delle direzioni nazionali nostrane appena uscite da sonore batoste.

Dimostrazione di come ci si possa sentire smarriti quando dalla centrale operativa d’oltreoceano giungono inaspettatamente nuove coordinate.

Lo abbiamo già accennato: entrambi gli schieramenti soffrono di un vincolo esterno ideologico e culturale il cui perno ruota principalmente intorno ai principi liberali comprensivi degli interessi, da intendersi nell’accezione più ampia, “occidentali” ossia statunitensi.

Rispetto a questo atteggiamento avevamo coniato il termine “geopoliticamente corretto”.

La ricezione italiana, quindi, continua ad essere mediata dal paradigma ideologico e strategico liberal-progressista da una parte e liberal- conservatore dall’altra.

Elaborazioni del lutto col coltello tra i denti per i liberal nostrani e sfregamento di soddisfacimento e rivalsa per i conservatori: al vincitore dell’acerrima contesa il premio di sestante in seconda dell’Occidente.

Un dibattito sconsolante, racchiuso in un perimetro entro il quale è difficile dire se a preoccupare sia più la sterilità del confronto o l’incapacità di avvertire la necessità di produrre un punto di vista autenticamente afferente agli interessi europei e italiani.

Occorre quindi uscire, il più rapidamente possibile, da questo recinto per osservare quello che sta accadendo nella politica statunitense.

La battuta di AOC, tra l’altro attribuita al consigliere comunale newyorchese e figura di primo piano di Black Lives Matter Chi Ajani Ossé, più che intonare il de profundis di una stagione politica, pare piuttosto segnalare la mutazione e il conseguente riposizionamento iniziati già da tempo nella sinistra americana.

E la mutazione è per definizione un cambiamento in atto, una trasformazione, un passaggio da uno stato (Woke 1.0) a un altro (Woke 2.0? / New Left 2.0?).

Una trasformazione che non consiste tanto nell’abbandono delle istanze progressiste maturate nell’ultimo quindicennio, quanto nella loro progressiva subordinazione a un linguaggio politico tornato a ruotare attorno alla questione sociale.

Non è una resa ma una strategia che dimostra la vitalità tipica di un organismo vivo e il pragmatismo di una prospettiva politicamente sfruttabile, anche in considerazione della situazione socioeconomica degli Stati Uniti e dell’oggettiva difficoltà del partito Repubblicano.

A che cosa dobbiamo, di grazia, gli articoli scritti al ritmo dei nostrani cin-cin conservatori-liberali (con la i)?

Proviamo ad arretrare almeno fino al 2016.

Altro mondo, qualcuno dirà. Si noti, però, che, ai tempi, a riportare al centro della politica democratica un vocabolario appartenente ad un altro mondo ancora fu Bernie Sanders: classe, sanità (possibilmente universale), salari (infarciti di divario di genere) ruolo dei sindacati e indebitamento delle famiglie americane.

Un conflitto abilmente presentato principalmente in termini verticali: da una parte una minoranza estremamente ricca (gli happy few, i pochi felici), capace di esercitare un’influenza determinante sulle istituzioni; dall’altra il resto degli statunitensi obbligato a vivere alla giornata.

La sinistra americana di oggi che parla di “oligarchi” pesca a piene mani in quella stagione.

Proprio AOC nacque in questo brodo culturale e quindi politico. La sua affermazione nel 2018, con la sorprendente vittoria nelle primarie democratiche contro Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’apparato del partito Dem, rappresentò una delle prime manifestazioni della capacità del sandersismo di provare a produrre una propria classe politica.

Fu però negli anni immediatamente successivi che quel populismo economico venne a intrecciarsi sempre più strettamente con un secondo movimento, proveniente in larga parte dalle università, dall’attivismo digitale e dai nuovi movimenti identitari.

Quest’ultimo uno strumento di rara efficacia, già portatore delle principali istanze culturali e politiche del cosiddetto Politicamente Corretto e della sua deriva, razziale e intersezionale, nota come woke.

La morte di George Floyd segnò l’apogeo di quella stagione, l’ascesa di Black Lives Matter, le cui rivolte e istanze si erano già manifestate durante la presidenza obamiana, sebbene tenute in disparte dal comparto mediatico progressista, solerte invece nell’ingigantirlo in occasione della prima amministrazione trumpiana.

In quell’epoca fece la sua comparsa anche la parola d’ordine defund the police (togliamo i fondi alla polizia), l’espansione delle categorie intersezionali, le politiche DEI (diversity, equity, inclusion) e una crescente attenzione normativa al linguaggio, che costituirono, con forza e impatto, i riferimenti principali del movimento woke.

Era l’acme della mutazione del conflitto sociale: il politicamente corretto inteso come fusione di istanze progressiste figlie, in buona parte, della Scuola di Francoforte, entusiasticamente sostenute dall’ultima evoluzione del capitalismo finanziario.

A mutare, infatti, per le istanze progressiste, fu la gerarchia delle questioni e, soprattutto, la loro percezione pubblica: una crisi del tradizionale soggetto di classe che, in particolare in Herbert Marcuse, condusse a rivolgere crescente attenzione verso soggetti marginali, minoranze e nuove forme di opposizione sociale.

Dall’homo consumens, in cui si poteva comunque rintracciare ancora un afflato di qualsivoglia appartenenza e identità, all’Uomo Residuo le cui fondamenta, esistenziali e ontologiche, dovevano e devono vertere sulla fluidità intesa come fluidificante di un sistema, finanziario e quindi politico, che non tollera più sassolini nell’ingranaggio: la decostruzione delle appartenenze si è dimostrata efficacemente funzionale alla forma contemporanea del capitalismo finanziario.

Fu quella la stagione nella quale il woke, salendo di livello, cessò di essere “soltanto” un fenomeno circoscritto all’attivismo e penetrò profondamente nel linguaggio delle grandi imprese, delle università, dell’industria culturale, dell’informazione e di parti considerevoli dell’apparato pubblico.

Ed è proprio per questa ragione che sarebbe superficiale confondere l’attuale ridimensionamento della sua retorica con la scomparsa degli effetti prodotti durante quella fase.

Inoltre, il Partito Democratico, a seguito della sconfitta del 2024, fu testimone di una crisi di rappresentanza: continuava a rafforzarsi nell’America urbana e istruita, mentre perdeva terreno tra gli elettori privi di laurea e in ampi segmenti della classe lavoratrice.

Tornare a parlare di salari, sanità, casa e concentrazione della ricchezza diventava quindi non soltanto coerente con la tradizione sandersiana, ma politicamente necessario. È in questo contesto che deve essere letto il successivo riavvicinamento alla questione sociale.

Nel 2025 Sanders lanciò il suo Fighting Oligarchy Tour, al quale Ocasio-Cortez partecipò assumendo progressivamente un ruolo di primo piano.

Il dato interessante, per l’analisi che si dovrebbe fare oggi, non riguardava soltanto i temi economici affrontati, peraltro perfettamente coerenti con la tradizione sandersiana, ma il tentativo esplicito di allargare il perimetro della coalizione progressista.

Fu proprio in uno di quei comizi che AOC si rivolse anche a coloro che avevano votato diversamente, a chi non conosceva “le parole giuste” da utilizzare e persino a chi dissentiva da lei su alcune questioni.

Il discrimine diventava la disponibilità a combattere per altri americani e contro la concentrazione del potere economico, sullo sfondo di una nazione sempre più fratturata al suo interno, incapace di riconoscersi e soprattutto di definirsi: per ironia della sorte, proprio quelli che ora cercano di riposizionare strategicamente il messaggio politico, hanno pesantemente contribuito a quella crisi di identità che così tanto lacera, dall’interno, la nazione americana, sempre più oggetto di una fondamentale domanda: America chi sei?

È proprio su questa frattura che Donald Trump e l’universo politico (e di apparati), culturale ed economico raccoltosi attorno al suo ritorno alla Casa Bianca hanno costruito una parte consistente della propria forza.

Al di là del risultato elettorale contingente, il trumpismo ha saputo intercettare il bisogno, ormai esplicito, di ricomporre una nazione sempre meno capace di riconoscersi e un impero costretto a fare i conti con i limiti della propria sovraestensione, sognando di ribaltare il tavolo delle guerre culturali in patria, proponendo, a loro volta, un Woke a trazione conservatrice: si pensi solo allo psicodramma sull’antisemitismo, combattuto anche – e non è un caso – nei più prestigiosi contesti universitari statunitensi.

Comunque, l’intento trumpiano di un Woke a trazione conservatrice è, al momento, fallito.

Se all’apparato liberal-progressista può essere imputata una parte rilevante della disgregazione culturale culminata nella stagione Woke, il mondo conservatore americano non può dichiararsi estraneo ai processi economici e geopolitici che hanno contribuito alla medesima crisi: dalla globalizzazione alla deindustrializzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia alla proiezione imperiale perseguita per decenni da amministrazioni repubblicane e democratiche.

Due percorsi apparentemente opposti che hanno finito per concorrere, ciascuno a proprio modo, all’indebolimento delle appartenenze, delle sicurezze materiali e della stessa capacità degli Stati Uniti di darsi una definizione condivisa.

Tornando ad AOC, il suo passaggio è tutt’altro che secondario. Non siamo di fronte a una sinistra divenuta improvvisamente conservatrice né, tantomeno, a un’abdicazione rispetto alle battaglie identitarie degli anni precedenti. Stiamo assistendo piuttosto a un mutamento della loro funzione politica.

Ciò che fino a pochi anni fa costituiva uno dei principali strumenti di mobilitazione sembra progressivamente retrocedere sullo sfondo, mentre in primo piano tornano il salario, la casa, la sanità, il costo della vita, il potere dei monopoli e la concentrazione della ricchezza.

L’esperimento di Zohran Mamdani a New York, asceso al successo grazie all’affordability (sostenibilità e convenienza) e poi, probabilmente solo come inevitabile esito, alle tematiche afferenti alle guerre culturali di matrice woke, rappresenta probabilmente la manifestazione più compiuta di questa nuova fase, in cui Democratic Socialist of America, organizzazione socialista democratica che opera prevalentemente nello spazio elettorale del Partito Dem, tenta l’OPA sul partito Democratico.

Che si tratti di comunicazione strumentale o meno lo vedremo in futuro, certo è che nel giugno scorso il Rent Guidelines Board di New York (consiglio di regolazione degli affitti) ha approvato il congelamento dei canoni di locazione per circa un milione di appartamenti regolamentati, trasformando una delle principali promesse della campagna di Mamdani in una misura immediatamente percepibile da una parte consistente della popolazione cittadina.

Ma sarebbe riduttivo leggere Mamdani esclusivamente come il prodotto del ritorno della questione sociale. La sua affermazione intercetta anche un’altra trasformazione, forse altrettanto profonda, in corso nella società americana: la già menzionata progressiva erosione, soprattutto tra le generazioni più giovani e nell’elettorato democratico, dello storico consenso bipartisan intorno al sostegno a Israele (tema già affrontato in campagna elettorale).

Mentre sul woke la nuova sinistra sembra arretrare rispetto alla propria avanguardia culturale, su Israele potrebbe essere l’opinione pubblica – soprattutto giovane – ad avvicinarsi alle posizioni che fino a ieri appartenevano all’avanguardia.

È doveroso menzionare Abdul El-Sayed che il 4 agosto scorso ha vinto la candidatura democratica per il Senato in Michigan con un’agenda fortemente incentrata su quello che potremmo definire un populismo economico di sinistra.

Lo stesso El-Sayed nel 2020 si diceva favorevole al defund the police, mentre oggi ha preso le distanze da quelle posizioni, rinnegando di averlo chiesto, nonostante le ampie evidenze mediatiche disponibili.

Anche Democratic Socialists of America (DSA) ha ormai fornito una sistemazione programmatica esplicita a questo orientamento. Il suo nuovo programma nazionale porta un titolo difficilmente equivocabile: Workers Deserve More (i lavoratori meritano di più) in un contesto in cui la società americana viene descritta attraverso il conflitto tra una classe lavoratrice privata del controllo sulla propria vita economica e una “billionaire class” capace di orientare politica e istituzioni.

Ed è qui che l’interpretazione della presunta morte del woke comincia a mostrare tutti i propri limiti. Nello stesso programma continuano infatti a trovare spazio molte delle istanze che ne avevano caratterizzato la precedente stagione: dalle politiche relative all’identità di genere alla critica radicale del sistema carcerario e di polizia, dal Green New Deal alle riparazioni razziali fino al femminismo socialista.

Non vi è, dunque, alcuna evidenza di una conversione culturale. A essere cambiata, come detto, sembra piuttosto la gerarchia. Ed è un cambiamento strategico. Il progressismo identitario non viene necessariamente rinnegato: viene ricollocato.

La questione sociale torna a essere lo strumento attraverso il quale costruire una maggioranza; quella culturale può sopravvivere come parte di un patrimonio ideologico ormai acquisito, senza essere costretta a occupare quotidianamente il centro della scena.

Se così fosse, la domanda da rivolgere ad AOC non sarebbe allora se il woke sia morto. Un paradigma culturale non cessa necessariamente di operare nel momento in cui perde la capacità, o la convenienza, di presentarsi come strumento di mobilitazione politica.

Può accadere l’opposto: che alcune delle categorie introdotte e metabolizzate durante la sua fase espansiva siano penetrate abbastanza profondamente nel linguaggio, nelle istituzioni e nel costume da non avere più bisogno di essere continuamente proclamate ma solamente governate, gestite, solo in parte quindi ridimensionate.

Ciò che ieri necessitava della militanza può oggi sopravvivere nella (nuova) normalità, rispetto alla quale il timoniere pretende di restare lo stesso.

Se il fenomeno woke viene osservato soltanto attraverso le sue manifestazioni più caricaturali e oggettivamente deliranti – il lessico, la censura, le quote, i pronomi, le liturgie identitarie – la loro progressiva marginalizzazione può facilmente essere scambiata per una restaurazione, concentrarsi sugli esiti, spesso (ma non sempre) infausti degli eccessi portati, ad esempio sul grande schermo, godendo dei tonfi economici di certe produzioni hollywoodiane al grido di “Go woke get broke!” (diventa woke e fallisci!) proponendo, come alternativa, soluzioni pensate proprio nelle cucine d’oltreoceano porta solo al reiterarsi delle stesse condizioni di subalternità.

Ma se si considera invece tutto questo come parte di una trasformazione più profonda della concezione dell’uomo, delle appartenenze e del limite, il compimento dello sradicamento di qualsiasi istanza e sostanza afferente alla civiltà europea, la questione cambia radicalmente.

L’Uomo Residuo non coincide infatti con il militante woke: è semmai l’uomo che resta quando la dissoluzione delle appartenenze tradizionali è divenuta condizione ordinaria dell’esistenza.

E non c’è (centro)destra o (centro)sinistra che tenga.

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Trump dà il benvenuto alla Russia al G20 nonostante le proteste dell’UE.

Sa Defenza:

I funzionari europei hanno minacciato di boicottare la tradizionale “foto di famiglia”, costringendo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov a non partecipare allo scatto.

Il presidente statunitense Donald Trump ha accolto con favore la presenza di un’importante delegazione russa al G20, ignorando le proteste dei funzionari dell’UE che si sono rifiutati di comparire accanto al ministro delle Finanze russo Anton Siluanov nella tradizionale “foto di gruppo” del vertice.

Lunedì Siluanov è arrivato ad Asheville, nella Carolina del Nord, per la riunione di due giorni dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, su invito dell’amministrazione Trump. La sua prima apparizione di persona al forum dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022 ha immediatamente suscitato proteste da parte dei delegati europei.

https://sadefenza.blogspot.com/2026/09/trump-da-il-benvenuto-alla-russia-al.html

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Germania: 188.000 chiusure aziendali: perché molte imprese rinunciano senza dichiarare fallimento

Nel 2025, quasi 190.000 aziende hanno chiuso i battenti in Germania. Solo una piccola parte, tuttavia, era insolvente. Quali sono le cause di questo aumento e perché il solo numero di chiusure rivela ben poco sullo stato dell’economia?

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Creditreform prevede la chiusura di circa 188.000 imprese in Germania entro il 2025. Si tratta di un aumento del 10% rispetto all’anno precedente.

Foto: Wolf von Dewitz/dpa

Patrick Langendorf

31 agosto 2026

Tempo di lettura : 11 min.


In breve:

  • Uno studio di Creditreform ha rilevato che nel 2025 in Germania hanno chiuso i battenti circa 188.000 aziende , il 10% in più rispetto all’anno precedente.
  • Solo circa il 13% delle chiusure è stato dovuto a insolvenza ; spesso anche decisioni economiche o la mancanza di successori giocano un ruolo.
  • La sola cifra non mostra quanta produzione economica venga persa : allo stesso tempo, nascono nuove aziende e le imprese esistenti acquisiscono dipendenti, clienti o ordini.

In Germania, nel 2025 il numero di aziende che hanno chiuso i battenti è stato significativamente superiore rispetto all’anno precedente. Creditreform riporta circa 188.000 chiusure, il 10% in più rispetto al 2024 e il dato più alto degli ultimi quasi vent’anni. Secondo Creditreform, questa cifra proviene da uno studio congiunto con il Centro Leibniz per la ricerca economica europea (ZEW).

Tuttavia, questa cifra non rappresenta solo le aziende che non erano più in grado di pagare i propri debiti. Solo circa il 13% delle chiusure registrate è stato dovuto a insolvenza. In quasi nove casi su dieci, quindi, la chiusura non è stata preceduta da una procedura di insolvenza.

Un altro dato sorprendente è che le aziende che hanno chiuso i battenti nel 2024 e nel 2025 avevano, in media, un rating creditizio migliore rispetto alle aziende che avevano chiuso negli anni precedenti. Il rating creditizio si riferisce alla probabilità che un’azienda sia in grado di adempiere ai propri obblighi finanziari. Secondo lo ZEW, alcune delle chiusure recenti hanno riguardato aziende che non stavano ancora affrontando immediate difficoltà finanziarie.

Tuttavia, ciò non significa che la Germania abbia perso 188.000 aziende economicamente sane. Un’impresa può essere ancora in grado di pagare tutte le bollette, pur generando profitti insufficienti. Altre chiudono perché il proprietario va in pensione, non si trova un successore o per motivi personali che impediscono di proseguire l’attività.

Allo stesso tempo, sono aumentati i fallimenti aziendali. Secondo l’ Ufficio federale di statistica (Destatis), nel 2025 i tribunali locali tedeschi hanno registrato un totale di 24.064 istanze di fallimento aziendale. Si tratta di un aumento del 10,3% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, l’incremento era stato del 22,4%.

Come vengono determinate le 188.000 chiusure

Lo studio si basa sul Mannheim Business Panel. Questo panel utilizza un ampio database aziendale di Creditreform, che lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) elabora scientificamente. Sono incluse anche le microimprese e i liberi professionisti.

È importante comprendere che le 188.000 chiusure non rappresentano semplicemente le chiusure di attività commerciali ufficialmente segnalate. Circa il 43% è dovuto alla cancellazione dal registro delle imprese e alla chiusura di attività commerciali senza insolvenza, come rilevato da Creditreform, mentre circa il 13% è dovuto a insolvenza. Un ulteriore 43% riguarda aziende che, secondo metodi statistici, non sono più considerate economicamente attive.

Quest’ultima parte riguarda principalmente le piccole imprese, per le quali la cessazione dell’attività non può essere determinata immediatamente. Se per un periodo prolungato non sono disponibili nuove informazioni sulle loro operazioni, lo ZEW calcola la probabilità che abbiano cessato l’attività. Per gli anni 2024 e 2025, lo stesso ZEW segnala un “elevato grado di incertezza” riguardo alle stime statistiche sulle chiusure.

Inoltre, è stato modificato il metodo di calcolo: per le società iscritte nel registro delle imprese, ora si applica la data di cessazione dell’attività determinata da Creditreform, a condizione che sia anteriore alla cancellazione ufficiale.

In precedenza, il fattore determinante era la data di cancellazione dal registro delle imprese. Secondo l’ZEW, questo cambiamento comporta uno spostamento nella serie temporale. La cifra di 188.000 dovrebbe quindi essere intesa come un ordine di grandezza determinato scientificamente e non come il numero di chiusure ufficialmente confermate.

Perché le aziende rinunciano senza dichiarare bancarotta

Un’azienda non deve essere insolvente per cessare l’attività. Se i costi aumentano, la domanda diminuisce o i profitti rimangono costantemente troppo bassi, il proprietario può decidere di non proseguire l’attività.

La ZEW cita anche il fallimento della successione aziendale, l’età, la malattia e altre ragioni personali come fattori contribuenti. Ciò distingue la chiusura di un’azienda dall’insolvenza. Nel caso di insolvenza, i problemi finanziari sono così gravi da rendere necessaria una procedura regolamentata dalla legge. Una chiusura senza insolvenza, d’altro canto, inizialmente rivela poco sulla precedente salute finanziaria dell’azienda.

Ciò si riflette nei rating di credito. In precedenza, le aziende chiuse venivano valutate da Creditreform con un rating di credito almeno debole in media. Per il 2024 e il 2025, tuttavia, il rating medio è “solvibilità media”. Ciononostante, sarebbe una semplificazione eccessiva parlare di una perdita massiccia di “aziende sane”. Un rating di credito medio non significa automaticamente che un’azienda sia redditizia o abbia buone prospettive a lungo termine.

Quando l’imprenditore va in pensione

Un altro motivo sta acquisendo sempre maggiore importanza: molti imprenditori tedeschi stanno raggiungendo l’età pensionabile. Tra le imprese familiari a gestione diretta che hanno cessato volontariamente l’attività, circa il 29% aveva un titolare di età pari o superiore a 65 anni nel 2025. Nel 2002, questa percentuale era solo del 14%. Secondo lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica), circa l’86% delle aziende in Germania sono imprese familiari a gestione diretta.

Anche la banca di sviluppo statale KfW osserva un crescente ricambio generazionale. Secondo il suo rapporto “SME Succession Monitoring 2025”, il 57% dei titolari di piccole e medie imprese (PMI) ha almeno 55 anni. KfW calcola che entro la fine del 2029, i titolari di circa 569.000 PMI prevedono di chiudere le proprie attività. Ciò corrisponderebbe a una media di circa 114.000 aziende all’anno. Allo stesso tempo, circa 545.000 titolari di PMI, su un totale di 3,87 milioni, intendono cedere la propria attività a un successore.

Ciò può avere conseguenze per l’economia tedesca. Se, ad esempio, un’impresa artigianale o un fornitore specializzato chiude, si possono perdere posti di lavoro, rapporti con i clienti e competenze acquisite nel corso degli anni. Se, tuttavia, si trova un successore, queste strutture possono essere preservate.

I settori dell’industria, dell’edilizia e dell’ospitalità registrano un aumento delle chiusure.

Nel 2025 il numero di chiusure è aumentato in numerosi settori. Nel settore manifatturiero – che comprende la maggior parte delle imprese industriali – hanno cessato l’attività oltre 11.000 aziende, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore delle costruzioni, la cifra si è attestata intorno alle 24.000, con un incremento del 12%.

Si riscontrano differenze significative all’interno del settore industriale. Nei settori ad alta intensità energetica, come parte dell’industria chimica, cartaria, vetraria e metallurgica, il numero di chiusure è diminuito leggermente dello 0,2%. Al contrario, l’Istituto Nazionale di Statistica e Cultura (ZEW) ha registrato circa 360 chiusure nel settore automobilistico. Ciò rappresenta un aumento del 57% rispetto al 2024, secondo i dati dello ZEW.

L’aumento è stato particolarmente marcato nel settore dell’ospitalità. Circa 15.000 ristoranti e hotel hanno chiuso i battenti, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore della vendita al dettaglio, un confronto a lungo termine permette di contestualizzare il recente incremento. Mentre il numero di chiusure è aumentato dell’8%, raggiungendo circa 37.000 unità nel 2025, la media tra il 2003 e il 2011 si attestava intorno alle 55.000 all’anno. Dal 2020, la media è rimasta pressoché invariata a 35.000.

Perché l’Ufficio federale di statistica fornisce cifre diverse

Mentre lo studio ZEW e Creditreform prevede un aumento del 10% delle chiusure aziendali entro il 2025, Destatis riporta una diminuzione dell’1% delle cancellazioni di imprese. Questo perché le due statistiche misurano cose diverse.

La cancellazione di un’impresa dal registro non implica automaticamente la sua scomparsa definitiva. Può verificarsi anche in caso di vendita o locazione, cambio di forma giuridica o trasferimento in un diverso distretto di registrazione. Inoltre, le statistiche sulle imprese registrano le filiali, mentre lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) considera le imprese giuridicamente indipendenti.

Nel 2025, l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha registrato circa 502.200 chiusure definitive di imprese. Nello stesso periodo, sono state costituite circa 640.500 nuove imprese. Per quanto riguarda le imprese di maggiore importanza economica, si sono registrate circa 130.100 nuove aperture a fronte di circa 99.900 chiusure definitive.

Le 188.000 chiusure non significano necessariamente che la Germania abbia perso complessivamente così tante imprese. Mentre le aziende chiudono, ne nascono contemporaneamente di nuove. Inoltre, è fondamentale distinguere tra le imprese che scompaiono e quelle che vengono create ex novo. Una nuova impresa individuale non sostituisce automaticamente uno stabilimento industriale chiuso con 50 dipendenti. Al contrario, una giovane impresa può crescere e in seguito creare ulteriori posti di lavoro.

Cosa lasciano aperti i numeri

Il solo numero non è sufficiente per cogliere la portata economica delle 188.000 chiusure. Il set di dati mostra quante aziende hanno cessato l’attività, ma non la loro importanza economica. Un’azienda con pochi dipendenti viene conteggiata come chiusura nelle statistiche tanto quanto un’azienda con un numero maggiore di dipendenti.

Ciò lascia inoltre aperta la questione di quanti posti di lavoro, capacità produttive o investimenti scompaiano effettivamente con la chiusura delle imprese. Allo stesso modo, le cifre non rivelano se clienti, dipendenti e ordini vengano rilevati da altre aziende. Pertanto, la chiusura di un’impresa non equivale necessariamente a una corrispondente perdita di produzione economica.

Soprattutto nei casi di chiusura per anzianità, è probabilmente cruciale valutare se imprese fondamentalmente redditizie scompaiano dal mercato per mancanza di successori. I dati ZEW forniscono un’indicazione in tal senso, con l’aumento dell’età dei proprietari, ma non consentono di trarre conclusioni su quante di queste imprese sarebbero effettivamente sopravvissute se fosse stato predisposto un piano di successione efficace.

Pertanto, il semplice numero di chiusure rappresenta solo una parte del quadro complessivo per valutare la situazione economica della Germania. Informazioni più significative riguarderebbero quali aziende chiudono, quanti dipendenti sono coinvolti e se le loro attività commerciali proseguono altrove. Questo studio non fornisce risposte a tali quesiti.

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Il presidente Trump è accorso in difesa degli Amish non vaccinati

affermando che in 330 anni non è stato documentato nemmeno un caso pubblicato di un bambino Amish non vaccinato affetto da autismo.

I democratici vogliono costringerli a farsi vaccinare.

LASCIATE IN PACE GLI AMISH.

  • 1.899 bambini Amish sottoposti a screening
  • 7 casi di ASD confermati
  • Sono state raccolte le anamnesi vaccinali
  • L’abstract NON ha riportato alcun caso confermato in bambini completamente non vaccinati.

L’autismo È STATO documentato nei bambini Amish, ma c’è una totale assenza di casi pubblicati che documentino SIA l’autismo SIA l’assenza totale di vaccinazioni, come indica il grafico.

Lasciate che siano loro a decidere. LIBERTÀ MEDICA.

https://twitter.com/EricLDaugh/status/2094451293267902779?s=20

TUTTI i principali sistemi di intelligenza artificiale — Grok, ChatGPT e Gemini — sono giunti indipendentemente alla conclusione che I VACCINI CAUSANO L’AUTISMO dopo aver letto il nostro studio di riferimento di 52 pagine.

Abbiamo inviato il nostro studio direttamente a RFK Jr. e qualche giorno dopo, il CDC ha modificato il proprio sito web affermando: “L’affermazione ‘i vaccini non causano l’autismo’ NON è un’affermazione basata su prove scientifiche”.

Il nostro studio, sottoposto a revisione tra pari, ha rilevato che il 79% (107 su 136) degli studi relativi ai vaccini mostrava un COLLEGAMENTO POSITIVO con l’autismo, i disturbi dello sviluppo neurologico e/o i danni cerebrali.

La prevalenza dell’autismo è salita alle stelle del 32.000% nel momento in cuii produttori di vaccini hanno ottenuto una protezione totale dalla responsabilità civile e il calendario vaccinale è stato illegalmente esteso a 72 dosi.

E ora il presidente Trump ha fatto esplodere la questione su Truth Social, pubblicando un post in cui afferma che nessun caso pubblicato ha documentato esplicitamente un bambino Amish non vaccinato affetto da autismo.

La menzogna trentennale secondo cui «i vaccini non causano l’autismo» è stata ufficialmente SMENTITA.

ALL major AI systems — Grok, ChatGPT, and Gemini — independently concluded that VACCINES CAUSE AUTISM after reading our landmark 52-page study.

We sent our study directly to RFK Jr…

Days later, the CDC changed its website to say: “The claim ‘vaccines do not cause autism’ is… https://t.co/TiBE1Imaha pic.twitter.com/mQMwkjg06V

— Nicolas Hulscher, MPH (@NicHulscher) August 31, 2026

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