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Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia?

Nell’articolo precedente ci siamo chiesti cosa succede quando la lingua di casa lascia spazio a quella usata a scuola e nella comunità. Abbiamo visto che non si tratta necessariamente di una perdita, ma di una trasformazione del repertorio linguistico del bambino. Abbiamo anche capito che le due lingue non devono competere e che essere bilingui non significa parlare entrambe allo stesso modo.

A questo punto, però, la domanda cambia. Non è più “cosa sta succedendo?”, ma “cosa posso fare?”. Come genitore, come posso accompagnare mio figlio in questo percorso senza creare tensioni? Come posso continuare a offrirgli occasioni autentiche di incontro con l’italiano?

Cosa può fare il genitore?

Di fronte a queste situazioni, la prima tentazione può essere quella di correggere continuamente il bambino, insistere perché risponda in italiano o trasformare ogni conversazione in un piccolo “test” linguistico.

Ma se l’obiettivo è mantenere una relazione positiva con la lingua, forse è utile procedere nella direzione opposta.

La lingua ha bisogno di essere associata a esperienze significative, non soltanto a richieste e correzioni.

Il genitore può continuare a parlare italiano in modo naturale, senza pretendere necessariamente che il bambino risponda sempre in italiano. Può raccontare, leggere insieme, cucinare, giocare, cantare, guardare fotografie, parlare delle esperienze della giornata o condividere storie familiari.

Sono proprio queste esperienze quotidiane, ripetute nel tempo, a offrire al bambino occasioni autentiche di esposizione e utilizzo della lingua.

Dal punto di vista pedagogico, possiamo parlare di contesti significativi di apprendimento: il bambino apprende più facilmente quando la lingua non è percepita come un esercizio isolato, ma come parte di un’attività che per lui ha valore.

Anche il gioco può avere un ruolo importante. Nel gioco simbolico, per esempio, il bambino può sperimentare parole, frasi e ruoli senza vivere la situazione come una prestazione. Allo stesso modo, leggere insieme un libro in italiano permette di arricchire il vocabolario, sviluppare la comprensione e, soprattutto, condividere un momento di relazione.

Non trasformiamo la lingua in un terreno di conflitto

Un altro elemento da non sottovalutare è la dimensione emotiva.

Se ogni risposta in inglese viene accolta con frasi come “Parlami in italiano!”, “Te l’ho detto mille volte!” oppure “Non vuoi più parlare con me?”, il bambino potrebbe associare progressivamente l’italiano a una situazione di pressione o di conflitto.

Al contrario, può essere utile mantenere l’italiano come una presenza stabile e accogliente.

Se il bambino dice:

“Mamma, can you help me?”

il genitore può semplicemente rispondere in italiano:

“Certo, vieni, ti aiuto io.”

In questo modo la comunicazione continua senza interrompere il flusso della relazione e senza trasformare ogni scambio in una verifica.

Questo non significa rinunciare all’educazione linguistica, ma scegliere come perseguirla.

L’adulto può diventare un modello linguistico costante, offrendo parole corrette e strutture ricche senza necessariamente pretendere una ripetizione immediata.

La lingua è anche relazione

Forse è proprio questo il punto più importante.

Quando un bambino utilizza sempre più spesso la lingua della scuola, non sta necessariamente prendendo le distanze dalla famiglia. Sta crescendo, ampliando il proprio mondo e costruendo nuove relazioni.

La lingua della comunità può rappresentare per lui la scoperta di un nuovo ambiente, nuove amicizie, nuove competenze e nuove possibilità di espressione. La lingua familiare, invece, può continuare a custodire una parte della sua storia e delle sue relazioni affettive.

Per questo possiamo provare a non leggere il cambiamento come una perdita, ma come una trasformazione del repertorio linguistico del bambino.

Il nostro compito, come adulti, non è costringerlo a scegliere una lingua, ma accompagnarlo nella costruzione di un’identità capace di abitare più mondi.

E forse possiamo sostituire una domanda:

“Perché mio figlio non vuole più parlare italiano?”

con una domanda pedagogicamente più utile:

“Come posso continuare a rendere l’italiano una lingua viva, significativa e affettivamente importante nella sua esperienza?”

La risposta non sarà necessariamente fatta di regole o strategie complesse. Potrà trovarsi nelle conversazioni quotidiane, nelle storie raccontate prima di dormire, nelle telefonate ai nonni, nelle canzoni, nei giochi, nelle ricette di famiglia, nei libri e in tutti quei piccoli momenti nei quali una lingua smette di essere soltanto uno strumento e diventa, ancora una volta, relazione, appartenenza e memoria.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia? su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

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Crescere tra due lingue: quando la lingua parlata in famiglia diventa la seconda

Cosa succede quando la lingua che fino a quel momento era soprattutto “la lingua di casa” comincia a lasciare spazio a quella della scuola e della comunità?

“A casa abbiamo sempre parlato italiano. Da quando ha iniziato la scuola, però, mio figlio risponde sempre in un’altra lingua. All’inizio con noi parlava italiano, ma adesso sembra quasi non volerlo più usare.”

Questa è una delle tante esperienze raccontate da genitori di bambini che vivono all’estero, ma che possono riguardare anche famiglie residenti in Italia e sono esposte quotidianamente al bilinguismo.

La lingua parlata a scuola sostituisce poco per volta quella parlata in famiglia. Ed ecco che in poco tempo, scatta il “panico”: preoccupazioni, sensi di colpa e impotenza, quella sensazione di aver sbagliato tutto e non poter fare niente per cambiare questa situazione.

“Mio figlio anche quando è a casa vuole utilizzare la lingua parlata a scuola e dalla comunità, si rifiuta di parlare italiano con me che sono l’unica persona che lo conosce in famiglia. Rifiutando la lingua è come se si allontanasse anche da me. Adesso come faccio? Dove ho sbagliato? Se continua così, forse dimenticherà del tutto l’italiano…”

Come genitori possiamo facilmente comprendere i dubbi e le emozioni che accompagnano queste domande. La paura di “perdere tutto” può essere particolarmente forte quando si vive all’estero: la lingua non è soltanto uno strumento per comunicare, ma porta con sé ricordi, relazioni, appartenenza, storie familiari e una parte importante dell’identità.

Proprio per questo, però, può essere utile provare a osservare la situazione da un altro punto di vista.

Nel momento in cui il bambino preferisce la lingua parlata a scuola, ad esempio l’inglese, sta davvero abbandonando quella parlata in famiglia, nel nostro caso l’italiano?

La lingua non è una gara

Proviamo a immedesimarci nei nostri figli. Passano buona parte della giornata a scuola, dove parlano inglese, la lingua della comunità. La utilizzano per seguire le lezioni, giocare, parlare con gli amici, comprendere le regole e affrontare situazioni comunicative sempre nuove. Anche al di fuori della scuola, probabilmente, quella stessa lingua accompagna molti dei loro scambi quotidiani.

E in famiglia?

Se fino a poco tempo prima si parlava prevalentemente italiano, L1 di uno dei genitori, ora questa lingua può trovarsi ad avere un ruolo più circoscritto. Questo cambiamento può essere vissuto dagli adulti con scoraggiamento e frustrazione, ma dal punto di vista del bambino potrebbe rappresentare semplicemente un adattamento naturale al nuovo ambiente.

L’inglese, per esempio, può diventare la lingua attraverso cui studia, gioca e comunica con i coetanei. Può inoltre offrirgli un senso di appartenenza: è la lingua attraverso cui entra in relazione con il gruppo e costruisce nuove esperienze.

L’italiano, invece, può continuare a rappresentare la lingua della famiglia, delle relazioni affettive e della storia personale.

Questo significa che le due lingue non devono necessariamente competere tra loro.

Anzi, dal punto di vista pedagogico, può essere importante evitare di trasformare la situazione in una “gara” nella quale una lingua deve vincere sull’altra. Il bambino non dovrebbe sentirsi costretto a scegliere tra la lingua della famiglia e quella della comunità. Il compito dell’adulto può essere piuttosto quello di creare condizioni positive affinché entrambe possano avere uno spazio significativo nella sua esperienza.

Essere bilingui non significa parlare due lingue allo stesso modo

Se i miei bambini non parlano italiano è allora perché non riescono? Perché lo rifiutano?

Partiamo innanzitutto da una precisazione: essere bilingui non significa necessariamente parlare due lingue allo stesso livello, con la stessa sicurezza e negli stessi contesti.

Le lingue vengono spesso utilizzate per scopi differenti e in situazioni diverse. È ciò che François Grosjean ha descritto attraverso il principio di complementarità: le persone bilingui sviluppano e utilizzano le proprie lingue in relazione agli ambiti della loro vita.

L’inglese può essere, per esempio, la lingua dello studio, del gioco e delle amicizie. L’italiano può essere invece soprattutto “la lingua di casa”, quella utilizzata con alcuni membri della famiglia, durante determinate attività o in particolari situazioni.

Di conseguenza, anche le competenze possono essere distribuite in maniera diversa.

Un bambino può conoscere molte parole in inglese relative alla scuola, ai giochi e alle attività con i coetanei, mentre può avere un vocabolario più ampio in italiano quando si parla di famiglia, quotidianità o esperienze vissute in casa.

Non è quindi necessariamente corretto chiedersi quale sia la lingua “più forte”. È più utile domandarsi: in quali situazioni il bambino utilizza ciascuna lingua e quali funzioni svolge per lui?

L’apprendimento linguistico non è lineare

Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda la non linearità dell’apprendimento linguistico.

Nel corso della nostra vita, infatti, il livello di competenza nelle diverse lingue può subire variazioni anche significative, in relazione all’età, all’ambiente in cui viviamo, alla quantità e alla qualità degli input linguistici e alle occasioni concrete di utilizzo.

Possiamo immaginare le competenze linguistiche come dinamiche: una lingua può diventare temporaneamente più presente mentre un’altra sembra arretrare, per poi modificare nuovamente il proprio spazio in un momento successivo.

Grosjean, per rappresentare questa distribuzione, utilizza uno schema formato da esagoni, ciascuno dei quali rappresenta un diverso ambito della vita, come la famiglia, la scuola o il lavoro. All’interno di questi ambiti possono essere presenti una o più lingue. Alcune si estendono su molte sfere, altre rimangono circoscritte ad alcune di esse.

In generale, più numerosi sono gli ambiti nei quali una lingua viene utilizzata, maggiori possono essere le occasioni per svilupparne e consolidarne la competenza.

Calandolo nel contesto che ci è più vicino: i nostri figli, utilizzando l’inglese a scuola e nella comunità e l’italiano prevalentemente in famiglia, potrebbero avere una maggiore padronanza dell’inglese in determinati ambiti e dell’italiano in altri.

Questo non significa che una lingua sia necessariamente “sparita”.

Quando il bambino risponde nella lingua della scuola

Per rispondere alle domande poste in precedenza, quindi, possiamo considerare anche un’altra possibilità: il bambino potrebbe non stare rifiutando l’italiano. Potrebbe semplicemente trovare, in quel momento, più semplice e immediato esprimersi in inglese.

Per molte ore al giorno ascolta e utilizza questa lingua: segue le lezioni, gioca, parla con compagni e amici, impara nuove parole e affronta situazioni comunicative sempre diverse. Quando arriva a casa, può essere naturale continuare a utilizzare la lingua che in quel momento è maggiormente “attivata”.

Un aspetto fondamentale riguarda inoltre la differenza tra comprensione e produzione.

Un bambino può comprendere molto bene ciò che il genitore gli dice in italiano e, contemporaneamente, avere difficoltà o poca motivazione a rispondere nella stessa lingua. La comprensione può quindi essere più avanzata della capacità di produzione.

Questo è un elemento importante anche dal punto di vista educativo: non dovremmo valutare la competenza linguistica del bambino esclusivamente sulla base della lingua che sceglie di utilizzare nelle risposte.

Comprendere questi aspetti è il primo passo per accompagnare il bambino con maggiore consapevolezza, senza alimentare tensioni e conflitti.

Nel prossimo articolo ci concentreremo proprio sul ruolo dei genitori e dei modi in cui essi possano creare delle occasioni per sostenere la lingua parlata in famiglia.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: quando la lingua parlata in famiglia diventa la seconda su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

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