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Peste, laboratori e trasparenza. Il caso Irkutsk e le domande ancora aperte

La notizia arriva dalla Siberia e riporta alla memoria paure che credevamo, almeno in parte, di aver lasciato al passato. Una ricercatrice dell’Istituto antipeste di Irkutsk è morta dopo aver sviluppato una grave polmonite. Le prime ricostruzioni hanno sollevato il sospetto di un possibile incidente di laboratorio e di un’infezione da Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. Le autorità russe hanno escluso, finora, evidenze di contagio riconducibili agli agenti patogeni studiati nell’istituto, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto ulteriori informazioni per chiarire le circostanze della morte.

Ma al di là delle ricostruzioni, ancora da verificare, la vicenda solleva interrogativi che meritano attenzione. Che cosa accade quando si lavora quotidianamente con microrganismi potenzialmente letali? Quali misure di sicurezza vengono adottate? E soprattutto, quanto sappiamo delle attività che si svolgono all’interno di questi laboratori?

La peste, un nemico conosciuto

La Yersinia pestis è un batterio Gram-negativo che, nonostante il suo terribile passato, può essere trattato efficacemente con diversi antibiotici, a condizione che la terapia venga avviata tempestivamente. La streptomicina ha rappresentato storicamente uno dei principali trattamenti, affiancata oggi da altre opzioni come gentamicina, ciprofloxacina, levofloxacina e doxiciclina. La rapidità della diagnosi e dell’intervento resta determinante, soprattutto nelle forme più gravi.

La peste, infatti, può manifestarsi in forme differenti. Quella bubbonica, la più conosciuta, provoca febbre elevata, debolezza e il caratteristico ingrossamento doloroso dei linfonodi. La forma polmonare interessa invece l’apparato respiratorio, con sintomi che possono aggravarsi rapidamente, mentre quella setticemica coinvolge il sangue e può determinare shock e gravi alterazioni della coagulazione.

Insomma, oggi conosciamo il batterio, sappiamo come riconoscerlo e disponiamo di strumenti terapeutici efficaci. Come è possibile, allora, che un’eventuale esposizione professionale possa sfuggire ai controlli o non essere individuata abbastanza rapidamente? Naturalmente, prima di rispondere bisognerebbe conoscere le reali circostanze dell’accaduto.

Quando il rischio nasce in laboratorio

Non sarebbe, del resto, la prima volta che un laboratorio diventa il luogo di origine di un’emergenza infettiva. Nel 1967, tra Marburgo e Francoforte, in Germania, e Belgrado, nell’allora Jugoslavia, si verificarono alcuni focolai legati al contatto con scimmie verdi africane importate dall’Uganda e utilizzate per attività di laboratorio. Il virus, fino ad allora sconosciuto, provocò 31 casi e sette decessi. Fu così che il mondo conobbe la malattia da virus Marburg.

Gli incidenti biologici, dunque, non sono una novità. E non lo è neppure la possibilità che agenti patogeni vengano impiegati per scopi diversi dalla ricerca scientifica.

Basta tornare all’autunno del 2001, poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre. Negli Stati Uniti, lettere contenenti spore di antrace provocarono 22 casi di infezione e cinque morti. Anche l’Italia visse settimane di allarme, tra buste sospette, polveri bianche e segnalazioni che si rivelarono infondate. Ricordiamo bene quella psicosi collettiva: bastava una busta contenente farina o borotalco per far scattare l’allarme. Nel nostro Paese non si verificarono infezioni riconducibili agli attentati, ma fu sufficiente la percezione del rischio a generare paura e incertezza.

La ricerca e i suoi interrogativi

Da Marburgo all’antrace, fino agli interrogativi sollevati dalla vicenda siberiana, abbiamo forse scoperto l’acqua calda? Sappiamo da decenni che esistono laboratori nei quali vengono studiati virus e batteri altamente pericolosi, anche attraverso tecniche avanzate di manipolazione genetica. Molte di queste ricerche sono essenziali per comprendere i meccanismi delle malattie, sviluppare vaccini, individuare nuove terapie e prepararci a possibili emergenze sanitarie.

Ma il punto è un altro. Chi controlla queste attività? Chi stabilisce fino a dove sia possibile spingersi? E quali garanzie abbiamo che conoscenze e tecnologie sviluppate per proteggere la salute umana non possano essere utilizzate anche per finalità differenti?

Il confine sottile tra scienza e sicurezza

Non possiamo ignorare che la storia abbia già conosciuto programmi di sviluppo di armi biologiche. Né possiamo fingere che il confine tra ricerca civile e possibili applicazioni militari sia sempre così netto. Questo, naturalmente, non significa che ogni laboratorio che studia agenti patogeni pericolosi nasconda attività illecite. Significa però riconoscere che alcune conoscenze scientifiche possono prestarsi a un duplice utilizzo, benefico o dannoso, e che proprio per questo la responsabilità di chi le produce e di chi le controlla è enorme.

C’è poi il problema della segretezza. È comprensibile che determinate informazioni debbano essere protette per ragioni di sicurezza. Ma la riservatezza non può diventare un alibi per sottrarsi alla verifica, soprattutto quando un incidente, reale o presunto, solleva preoccupazioni per la salute pubblica. La sicurezza biologica ha bisogno di regole, controlli indipendenti, trasparenza e cooperazione internazionale.

La fiducia non può essere cieca

Da scienziato, vorrei continuare a credere che la ricerca su virus e batteri pericolosi sia orientata principalmente alla tutela della salute, alla sperimentazione di nuove cure e allo sviluppo di vaccini. Forse sono un inguaribile amante dell’essere umano, ancora fiducioso nella sua natura. Ma la fiducia nella scienza non deve tradursi in una fiducia cieca nei confronti di chiunque la utilizzi.

E allora ben vengano la ricerca, l’innovazione e persino gli esperimenti più complessi, quando necessari e giustificati. Purché siano accompagnati da responsabilità, verifiche e garanzie adeguate.

Perché alla fine di tutto, resta sempre e solo la sicurezza.

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France and Germany Split Over Who Should Qualify as ‘Made in Europe’

France and Germany are at odds over how the European Union should define European production under its emerging industrial preference rules, with Paris favouring a narrow EU-only system while Berlin wants trusted trade partners including Britain, Canada and Japan to remain eligible.

France and Germany have reopened a fundamental dispute over the European Union’s “Made in Europe” industrial policy, this time over the question that will determine how far-reaching the programme eventually becomes: which countries should qualify as European suppliers.

The disagreement centres on the Industrial Accelerator Act, under which the EU wants to use subsidies and public procurement to strengthen domestic manufacturing and reduce dependence on Chinese production in strategic sectors.

France is pressing for a restrictive definition centred on manufacturing within the EU’s 27 member states. Germany favours a broader approach that could extend preferential treatment to countries with close trade agreements or reciprocal industrial relationships with the Union.

That could bring Britain, Canada, Japan and potentially Turkey within the system rather than treating their products in the same way as goods from China and other outside suppliers, according to reporting on the Franco-German dispute.

The dispute has important consequences because “Made in Europe” is intended to influence how large amounts of public money are spent.

The Industrial Accelerator Act is designed to introduce European-content requirements into selected subsidy schemes and public contracts in sectors including electric vehicles, batteries and clean technology. The underlying objective is to ensure that European public spending supports European industrial capacity rather than increasing dependence on imported technologies.

EU Today has followed the argument since the proposals began taking shape. In February, it reported that the Commission was preparing local-content rules for strategic technologies. The debate has since moved from whether such preferences should exist to how broadly “European” should be interpreted.

Paris wants the benefits concentrated inside the EU. The French position reflects concern that allowing manufacturers in countries with EU trade agreements to qualify could dilute the purpose of the scheme. If access is too broad, the argument runs, public procurement may do little to increase production or employment within the Union itself.

Germany is more cautious about creating a closed EU system. Its manufacturing economy is embedded in supply chains extending across Europe and into neighbouring markets, including Britain and Turkey. Berlin has therefore argued for a “made with EU” approach under which trusted trade partners could participate if their markets also provide reciprocal access to European industry.

That disagreement has become increasingly important for Britain. British manufacturers, particularly in the automotive sector, remain closely integrated into continental production networks despite Brexit.

A strict EU27 definition could therefore produce situations in which components made in Britain count as foreign content even when they are incorporated into vehicles assembled inside the Union.

France and Germany had appeared to be moving towards a broader industrial compromise last week. Their negotiations combined the “Made in Europe” question with disagreements over vehicle-emission rules and the future treatment of combustion-engine technology. The latest discussions show that one of the hardest questions remains unresolved.

There is also concern among some EU governments that an overly broad system could create routes for companies from countries such as China to obtain favourable treatment indirectly.

The argument mirrors a wider change in EU economic policy. Supply disruptions, Russia’s war against Ukraine and China’s dominance of several strategic manufacturing sectors have pushed Brussels towards a more interventionist approach.

France sees public purchasing power as an instrument for rebuilding production specifically within the Union. Germany is seeking greater flexibility for supply chains involving trusted partners and appears more concerned about the trade consequences of drawing the boundary too tightly.

For Brussels, the problem is now practical rather than theoretical. The narrower the definition, the more industrial support remains inside the EU; the broader it becomes, the easier it is to preserve existing supply chains and relations with allies.

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Plainly, Trump doesn’t really care about the midterms

With a month still to go before America’s mid-term congressional and gubernatorial elections, the prospect of a “blue wave” of Democratic success in the House of Representatives, the Senate and in many governorships is looking increasingly likely. But whether that forecast holds true or not, one important aspect has already become clear. It is that […]

The post Plainly, Trump doesn’t really care about the midterms appeared first on Asia Times.

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