Nell’era dell’intelligenza artificiale serve ancora qualcuno dall’altra parte

La guerra in Ucraina, quando finirà – e speriamo che questa assurdità cessi al più presto – offrirà come tutti i conflitti un’enorme mole di argomenti per studi di ogni genere e sarà vivisezionata secondo mille ottiche diverse. Sicuramente una delle angolazioni più interessanti e ispiratrice di copiosi approfondimenti sarà quella intelligence, e già ora sono disponibili innumerevoli contributi e documenti al riguardo.
Se ci focalizziamo sull’inizio del conflitto, possiamo immediatamente riconoscere un successo delle intelligence statunitense e britannica nel raccogliere, analizzare, interpretare e diffondere correttamente il quadro informativo circa capacità ed effettive intenzioni della Russia nei confronti di Kyjiv. La dettagliata e corretta intelligence elaborata dai due partner anglosassoni ne ha ripristinato primazia e credibilità anche per coloro che ne avevano decretato la perdita di prestigio dopo il dossier Iraq.
Parallelamente a questo innegabile successo, le prime settimane del conflitto sono però state caratterizzate da una ben più lunga lista di fallimenti intelligence. Per il campo angloamericano, lasciando da parte per il momento le difficoltà a farsi ascoltare da molti partner e alleati, un fallimento ha riguardato la corretta valutazione delle effettive capacità e della determinazione dell’Ucraina a resistere all’invasione. In casa ucraina, sono palesi gli errori commessi dallo stesso presidente Volodymyr Zelensky nelle fasi immediatamente antecedenti l’attacco russo nel leggere la situazione che si stava creando; a questo ha, con ogni probabilità, concorso una perlomeno non ottimale copertura informativa interna. Anche Mosca ha commesso errori di valutazione e di interpretazione di intenzioni e capacità, giungendo all’errata conclusione che la campagna si sarebbe conclusa con un blitzkrieg di successo. Infine, qui nella vecchia Europa i ripetuti avvertimenti e allarmi provenienti da oltreoceano si sono infranti di fronte a un profondo scetticismo di gran parte delle capitali, tanto che il giorno dell’invasione il presidente del Bnd, ovvero del Servizio di intelligence estera della Germania, si trovava a Kyjiv e se ne rese necessaria l’estrazione di urgenza a opera di un team delle forze speciali di Berlino.
I vari post mortem condotti in campo occidentale da esperti veri o presunti, giornalisti e studiosi hanno evidenziato molti fattori, tutti corretti, per spiegare le difficoltà e gli errori delle intelligence specie europee. Tra di essi, spiccano bias di conferma, eccessiva importanza attribuita al parametro razionalità delle decisioni, diffidenza nei confronti delle capitali responsabili del caso Iraq, incidenza di valutazioni economiche, impatto di narrative negative su ruolo e futuro di formati quali Nato e Unione europea e così via.
Tra tutti questi contributi e analisi, ha invece attirato poca attenzione un pur coraggioso e illuminante atto di autodafè dell’intelligence olandese. Secondo notizie di stampa – originate da quella che è apparsa immediatamente una fuga di notizie voluta, alimentata e coordinata dai vertici di Aivd e Mvid – l’errore di valutazione circa le reali intenzioni russe sarebbe stato dovuto all’eccesso di fiducia, attendibilità in gergo intelligence, attribuito a quanto riferito da un’unica fonte umana, che in passato aveva sempre fornito intelligence corretta e preziosa. Quanto fatto filtrare dagli olandesi si rispecchiava in parte in successive dichiarazioni del presidente del Bnd, lo sfortunato visitatore, che affermava che il suo servizio soffriva, tra le altre limitazioni, della scarsità di fonti umane (da questa e altre analisi interne scaturirà in seguito la proposta di profonda riorganizzazione e di ampliamento degli strumenti del Bnd attualmente in fase di esame e probabile prossima approvazione).
Quasi in silenzio, di soppiatto, improvvisamente rientra in gioco il fattore umano, la spia in carne e ossa. Ma cosa poteva apportare di nuovo e determinante la human intelligence (Humint) che non fosse già noto e conosciuto attraverso le tante intelligence tecniche, come signals intelligence (Sigint), imagery intelligence (Imint), electronic intelligence (Elint), eccetera? Poteva aprire la conoscenza verso il fattore umano dell’avversario, esplorarne e capirne le motivazioni profonde, gli stati d’animo, amicizie e inimicizie, paure, sogni e aspirazioni; in altre parole, poteva illuminarne le vere, profonde intenzioni. Avrebbe, in sintesi, permesso di valutare con maggiore precisione il rapporto tra le capacità – chiaramente e univocamente riconosciute, sotto forma di schieramenti, dotazioni, unità – e cosa ne volessero realmente fare i decisori. Avrebbe apportato quel valore aggiunto, di esclusiva proprietà del detentore della fonte, in grado di far spostare con un contributo apparentemente minore il peso finale della bilancia.
È palese come il reclutamento di una fonte che sia allo stesso tempo affidabile, gestibile e in grado di riferire su aspetti così vitali per la sicurezza costituisca un’impresa estremamente complessa e rischiosa. Tuttavia, va sgombrato il campo dal preconcetto che per essere efficace anche ad altissimi livelli la fonte debba necessariamente appartenere al più immediato inner circle del decisore avversario. Prossimità, infatti, non sempre corrisponde ad accesso informativo, specie quando si tratta di dinamiche così sensibili e protette con attenzione; anche una risorsa apparentemente lontana dalla stanza dei bottoni può rivelarsi preziosissima e causare danni enormi all’organizzazione di appartenenza.
Questo è il motivo per cui gli addetti alla cifra sono da sempre prime game per ogni servizio di intelligence, in quanto da loro transita tutto il flusso delle comunicazioni più riservate. Un caso di scuola in questo campo è quello di Victor Sheymov, elemento centrale del sistema di comunicazioni protette del Kgb che defezionò negli Stati Uniti (da leggere la sua autobiografia “Tower of Secrets”, oramai reperibile quasi esclusivamente nel mercato dell’usato). Ma anche un semplice archivista può rivelarsi un vero gioiello, come dimostrato dalla vicenda di Vasilij Mitrokhin.
Se gli olandesi avessero avuto a libro paga almeno un’altra fonte, in grado di contribuire al processo di validazione dell’unico loro informatore, forse sarebbero giunti a conclusioni più vicine a quella che si è poi rivelata essere la corretta realtà. Lo stesso discorso vale per il Bnd, che ha ufficialmente riconosciute le proprie carenze anche in questo campo. Vale anche per gli Stati Uniti, che con una più chiara lettura delle dinamiche psicologiche di Zelensky e di quelle motivazionali della popolazione ucraina avrebbero potuto evitare errori e organizzare al meglio la propria risposta.
Ci troviamo ora in piena rivoluzione globale, causata dall’avvento e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e viene spontaneo chiedersi se questo approccio all’intelligence mediante il ricorso a fonti umane, ovvero la human intelligence, abbia ancora senso e valore. Tornando indietro di un paio di decenni, all’epoca che oramai sembra preistorica della diffusione di Internet, si possono rintracciare dibattiti incentrati sulla stessa domanda e molti preconizzavano la futura irrilevanza della Humint, superata dalle potenti tecnologie emergenti. La realtà si è rivelata essere molto diversa e, semmai, la Humint negli anni è diventata ancor più preziosa che in passato.
La stessa valutazione può essere razionalmente sostenuta rispetto a ciò cui assistiamo ai giorni nostri.
L’intelligenza artificiale ha già portato profondi cambiamenti nella pratica intelligence e questi mutamenti stanno portando a un processo di democratizzazione dell’accesso a strumenti di acquisizione, ricerca e assemblaggio di informazioni, sinora dominio esclusivo di strutture governative o aziende altamente specializzate. Inoltre, l’intelligenza artificiale ha la capacità di influenzare i processi di percezione e costruzione dell’ambiente cognitivo che sottende alle dinamiche decisionali. Tuttavia, quello che ancora non riesce a fare è sondare in profondo l’animo, il cuore, la “pancia” che alla fine saranno i motori delle decisioni degli avversari e dei competitor. Per questo, l’unico vero strumento di superiorità informativa rimane una fonte ben piazzata.
Consideriamo un altro aspetto. Con i progressi nella crittografia quantistica, ci stiamo avvicinando a grandi passi al Q-Day, giorno a partire dal quale tutti gli attuali sistemi di protezione delle comunicazioni e dei dati saranno perfettamente leggibili da chi disporrà della necessaria tecnologia. Questa esposizione in massa di dati e la necessità di proteggere comunque le informazioni più segrete riporterà in auge vecchie metodologie di scambio, basate su vettori umani: di nuovo, ecco qualcosa che pensavamo destinato al tramonto.
Un capitolo a parte merita lo spionaggio industriale, un settore dove l’applicazione di strumenti nuovi – quali piattaforme professionali come LinkedIn e sistemi open di comunicazione cifrata – si è fusa con una ricerca a tappeto di fonti inserite nei contesti di maggiore interesse e sensibilità. Dettagliati e aggiornati database, disponibili pubblicamente, certificano quanto questa Humint supportata dalla tecnologia costituisca non solo oramai un fenomeno diffuso ma configuri una delle principali armi nella competizione per la superiorità in campo industriale, cibernetico, medico e persino alimentare.
La vecchia, classica Humint appare a buon titolo continuare a offrire uno strumento irrinunciabile per un’efficace attività di intelligence, anche in un momento nel quale l’offerta sempre più ampia di intelligence tecnica e il proliferare di declinazioni dell’intelligence in forme piuttosto singolari (le -int più disparate) aveva fatto perdere di vista l’esistenza e l’importanza di questa che molti operatori di intelligence considerano non a caso una vera arte.
Come tutti gli sviluppi tecnologici che sono occorsi nei secoli, anche l’intelligenza artificiale avrà effetti profondi in questa specialità, e il futuro ne introdurrà di nuovi. L’importante è quindi soffermarsi ad approfondire quali siano questi effetti e come la Humint si possa e debba evolvere. Trattandosi però di interagire con persone reali, al centro rimarrà sempre l’animo umano, con tutta la sua complessità e le sue sfumature. La conoscenza della Humint e delle sue peculiarità reali esula e trascende il mero spettro dello spionaggio e può diventare uno strumento utile per perseguire un vantaggio competitivo, per alimentare con contenuti originali e di qualità i processi decisionali e, perché no visto che siamo tutti potenziali prede, per proteggere se stessi e le organizzazioni o aziende di appartenenza dall’operato di avversari e competitor. Non da ultimo, smaliziarsi in qualche piccola tecnica Humint può essere utile anche nella sfera personale, aiutandoci a capire meglio gli altri e a costruire delle relazioni strategiche di mutuo beneficio.
Un corso di formazione per approfondire
“Humint Pro” è il titolo del corso teorico-pratico che l’Istituto Gino Germani organizzata nell’ambito della sua scuola Scuola di formazione in intelligence e analisi strategica. Si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 28-29-30 ottobre 2026. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili. Tutte le informazioni qui.
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