Calenda e De Romanis hanno posto le basi di una nuova agenda economica riformista

Ieri sulla Stampa sono usciti due interventi molto utili per uscire dal solito giro del pensiero biunico di destra e sinistra sull’economia. Nel primo Carlo Calenda ha posto un problema che il centro liberale e riformista non può eludere: la concentrazione della ricchezza e il rischio che il denaro determini, fino a sopprimerla, la democrazia. Su questo siamo nella stessa area, quella che si oppone ai populismi di destra e di sinistra senza rinunciare a nominare le questioni sociali. Proprio per questo vale la pena discutere la diagnosi con la serenità di chi lavora allo stesso progetto.
Il problema è reale. Il patrimonio si concentra, la rendita cresce più dei salari, il mercato elettrico mostra come regole mal disegnate possano produrre margini che nessuna concorrenza giustificherebbe. Ma parlare di fine del capitalismo, o evocare il 1929, mi sembra più di quanto i dati consentano. Oggi abbiamo banche centrali che conoscono gli errori del passato, stabilizzatori sociali, autorità di garanzia. Le crisi arriveranno, come sempre, ma sono sfide da governare, non sentenze di fine vita. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: le rivoluzioni tecnologiche hanno spostato il lavoro più che cancellarlo, e l’IA può abbattere il costo di sanità, istruzione e servizi professionali, con un effetto redistributivo dal basso. Naturalmente ogni nuova epoca tecnologica presenta rischi e opportunità, con i suoi perdenti e vincenti.
Qualche giorno fa ho scritto che l’uso militare dell’intelligenza artificiale segna più di ogni altro evento il passaggio dal Novecento al nuovo secolo: a decidere degli equilibri mondiali sembrano destinati i capitali, non più le capitali. Ma “destinati” indica una prospettiva politica, non un destino fatale. Occorre frenare e riaggiustare gli strumenti. È compito dei governi democratici trovare le soluzioni. Innanzitutto porselo, come ha fatto Calenda.
Il quale è stato chiamato anche a pronunciarsi sulla patrimoniale, che è il filo rosso del serial economico avviato sulla Stampa da un intervento del magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio. Calenda ha giustamente rinviato la questione al fantafuturo, cioè a quando la patrimoniale venisse decisa da una autorità europea che ancora non c’è. Le esperienze fino ad oggi tentate a livello nazionale non sono state fortunate e la stessa patrimoniale europea avrebbe, credo, la funzione di un cerotto su un arto amputato. La tassa patrimoniale produce pochi miliardi e una volta sola, se ci riesce: le vie di fuga sono innumerevoli.
La tassa patrimoniale non agisce alla radice, perché il problema non è la ricchezza ma la sua trasformazione in dittatura del denaro: il potere di comprare norme, regolatori, mercati. Una ricchezza che nasce dall’impresa e dal lavoro, e che non fa male a nessuno, è un bene collettivo. Il rimedio è moltiplicarla e distribuirla meglio, non punirla. Qui possiamo richiamarci a una tradizione che l’Italia ha già avuto. Gaetano Salvemini combatté i monopoli e il protezionismo che difendevano le rendite dei pochi a spese di tutti; Luigi Einaudi insegnò che il liberalismo è regole certe, concorrenza reale e un fisco che non ostacoli chi produce; Ernesto Rossi fece della proprietà diffusa e della lotta ai monopoli un obiettivo liberale. Marco Pannella portò quello spirito nella politica di massa, contro corporativismi e rendite di posizione. Il filo è lo stesso: il nemico non è la ricchezza, è il privilegio.
Veronica De Romanis, nell’altro intervento che voglio citare, ha messo a fuoco un’altra questione: il nemico pubblico del benessere è l’inflazione, che è una tassa patrimoniale di fatto, e colpisce anche dove non dovrebbe. Come del resto il “servizio del debito”, che è a carico delle generazioni presenti e future. Aumentare il debito pubblico per salvare il welfare state non è una soluzione, al contrario. De Romanis ha suggerito una diversa via: redistribuire la spesa che già c’è, spostandola da ciò che ha scarso impatto su crescita ed equità, e usare i risparmi per alleggerire il fisco su lavoro e impresa. I risparmi sì. Ma a quanto pare gli studi di Carlo Cottarelli, Tito Boeri o di Mario Baldassarri non sono più di attualità a destra e sinistra.
Ed ecco la necessità di un programma comune del centro, a partire dai punti che già lo uniscono. Un documento unitario sarebbe il miglior modo per avviare una campagna elettorale con ambizioni non di testimonianza ma di governo. (Esagerato? Esageratissimo, ma non è tempo di stabilità in nessuna area politica, lo vedremo nei prossimi mesi). La distinzione, in fondo, è tra chi vede la ricchezza come un problema da ridurre o da sfruttare, e chi la vede come una risorsa da moltiplicare e tenere lontana dal potere. Credo che il centro possa portare questa seconda visione, in un’offerta elettorale credibile e senza strizzate d’occhio.
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