❌

Reading view

Se la conoscenza diventa una scorciatoia, anche le competenze diventano fragili

C’è qualcosa di più profondo della semplice abitudine a studiare sulle slide invece che sui libri nella fotografia degli universitari italiani emersa recentemente da un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su 463 docenti di 34 atenei.

L’83% dei professori ha osservato negli ultimi tre-cinque anni un cambiamento nelle modalità di studio degli studenti. Il 69% indica le slide come il materiale più utilizzato, il 52% gli appunti, mentre appena il 17% ritiene che i materiali didattici degli editori siano oggi molto letti.

E il dato forse più significativo è che per il 68% dei docenti la progressiva perdita dell’abitudine a leggere integralmente i manuali è tra le principali cause delle difficoltà riscontrate nella preparazione: il 41% segnala una riduzione della capacità di analisi e ragionamento critico, il 28% una preparazione più nozionistica e superficiale e il 24% difficoltà nel collegare argomenti diversi.

Non è, naturalmente, una condanna delle slide. Né dei riassunti. Né, tantomeno, della tecnologia che tutti abbiamo utilizzato nel corso dei nostri percorsi accademici per tradurre i concetti più ostici, ma mai completa sostituzione degli altri strumenti, Una buona sintesi può essere, infatti, uno strumento straordinario per orientarsi, così come un video, un podcast o un sistema di intelligenza artificiale possono aiutare uno studente a comprendere meglio un concetto difficile. Il problema nasce quando lo strumento sostituisce il percorso.

Perché conoscere non significa semplicemente possedere informazioni. Significa comprenderle, organizzarle, metterle in relazione, verificarle, discuterle e, quando necessario, cambiarle alla luce di nuove evidenze. È proprio questa trasformazione dell’informazione in conoscenza che rischiamo di perdere.

E quando la conoscenza diventa superficiale, anche le competenze diventano fragili. Un castello di carte: può apparire perfetto finché nessuno lo mette alla prova, ma rischia di crollare alla prima folata di vento.

I numeri ci invitano a prendere sul serio il problema. Nel 2025, secondo Invalsi, soltanto il 51,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori ha raggiunto in Italiano un risultato almeno adeguato, mentre in Matematica la quota si è fermata al 49,2%. L’8,7% degli studenti presenta inoltre una condizione di “dispersione scolastica implicita”, cioè conclude il percorso scolastico con livelli di competenza molto bassi nelle diverse discipline.

Anche i risultati Pisa 2025 dell’Ocse raccontano un quadro che merita attenzione. In Italia il 76% dei quindicenni raggiunge almeno il livello 2 in lettura, contro il 69% della media Ocse.

Ma soltanto il 4% arriva ai livelli più elevati, contro il 6% della media Ocse. E raggiungere quei livelli significa, tra le altre cose, saper comprendere testi lunghi e complessi, cogliere concetti astratti e distinguere fatti e opinioni anche sulla base di informazioni implicite.

Non è soltanto un problema della scuola o dell’università. È un problema che attraversa l’intera società.

È qui che la questione educativa diventa una questione economica, istituzionale e democratica.

Una popolazione con competenze fragili significa, inevitabilmente, anche una pubblica amministrazione che può incontrare maggiori difficoltà nel gestire processi complessi, imprese che faticano a trovare competenze adeguate, lavoratori più esposti alla trasformazione tecnologica e cittadini meno autonomi nell’interpretare le informazioni.

L’Italia, peraltro, continua ad avere un ritardo importante sul capitale umano: nel 2024 soltanto il 22,3% della popolazione tra 25 e 64 anni aveva un titolo di istruzione terziaria, contro il 36,1% della media europea. Tra i giovani di 20-34 anni la quota con un titolo terziario era del 25,1%, 11,3 punti meno della media Ue27.

La conseguenza più sottovalutata riguarda però il pensiero critico.

Un cittadino che non è abituato a leggere un testo fino in fondo, a distinguere una fonte da un’opinione, a verificare un dato, a confrontare due tesi differenti, rischia di diventare un cittadino più facilmente condizionabile. La conoscenza offre libertà a chi la governa: ma la libertà presuppone la capacità di comprendere.

Anche per questo il rapporto con i social network va affrontato senza demonizzazioni. Un reel di trenta secondi può essere utile, divertente, persino istruttivo.

Ma quando un post confezionato come una verità assoluta ci dà l’impressione di avere capito tutto, può produrre l’effetto opposto: non costruire conoscenza, ma soltanto la sensazione di possederla.

Un ragazzo può sapere che cosa dice un video sulla Rivoluzione francese senza aver mai letto una pagina di storia; può conoscere la definizione di inflazione senza comprendere davvero perché i prezzi aumentino; può ripetere che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro senza sapere come funziona un modello linguistico, quali siano i suoi limiti o come verificare una risposta.

Il rischio è quello di confondere la familiarità con un argomento con la sua comprensione.

E qui arriviamo all’intelligenza artificiale. È inutile discutere soltanto di come governeremo l’Ai, di come regoleremo gli algoritmi o di come proteggeremo i cittadini dalle informazioni false se una parte della popolazione non dispone delle competenze di base necessarie per comprendere un testo, interpretare un grafico o verificare una notizia.

L’Ai può essere una straordinaria alleata della formazione. Può spiegare un concetto in modo diverso, costruire esempi, adattare un esercizio al livello dello studente, aiutare a individuare gli errori. I dati Pisa 2025 mostrano già quanto sia entrata nella quotidianità scolastica: il 47% degli studenti italiani dichiara di utilizzare chatbot basati sull’Ai almeno una volta alla settimana per l’apprendimento; il 36% li utilizza per sintetizzare testi e il 30% per elaborare testi scritti.

Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda: vogliamo una tecnologia che sostituisca lo sforzo cognitivo o una tecnologia che lo potenzi?

Nella scuola, aiutare uno studente a comprendere un passaggio difficile è una cosa. Consegnargli direttamente la risposta è un’altra. La prima rafforza l’autonomia; la seconda rischia di indebolirla.

Perché non conta soltanto il risultato. Conta anche il percorso attraverso il quale quel risultato viene raggiunto. Ma questo è anche frutto della deriva che ha preso spesso una società in cui l’apparenza conta più della sostanza.

Imparare a risolvere un problema significa anche imparare a sbagliare, correggersi, cercare una fonte, confrontare una soluzione, sostenere una tesi. È attraverso questo esercizio che si costruisce quella struttura mentale che poi consente di affrontare problemi nuovi, anche quando nessuno ha preparato per noi una slide riassuntiva. La consapevolezza dei propri limiti – senza scomodare Socrate – è essa stessa conoscenza.

La riforma della formazione, allora, deve certamente riguardare l’università. Ma deve partire molto prima. Dalla capacità di leggere. Dalla scrittura. Dalla matematica. Dalla comprensione di un testo. Dalla capacità di fare domande. Dalla distinzione tra un fatto e un’opinione. Dall’abitudine a verificare una fonte.

Sono competenze apparentemente semplici, che diamo per scontate, ma in cui si annida in realtà il pericolo e che costituiscono l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

Francis Bacon scriveva che “la conoscenza stessa è potere”. Oggi potremmo aggiungere che, nell’economia digitale, la conoscenza è anche autonomia. Senza di essa rischiamo di essere soltanto consumatori di informazioni, utenti di piattaforme, destinatari di algoritmi.

Le scorciatoie sono affascinanti perché fanno risparmiare tempo. Ma nella formazione il tempo non è necessariamente un costo: è parte dell’investimento.

Leggere cento pagine quando basterebbero dieci slide può sembrare inefficiente. E qualche volta lo è. Ma se quelle cento pagine ci insegnano a comprendere un ragionamento, a seguirne la logica e a costruire un pensiero autonomo che facciamo nostro e riutilizziamo in seguito, allora non abbiamo semplicemente studiato un libro. Abbiamo costruito uno strumento che ci servirà per tutta la vita.

È questo, in fondo, il vero obiettivo della scuola e dell’università: non riempire teste di informazioni, ma costruire persone capaci di orientarsi quando le informazioni diventano troppe.

Perché il problema del futuro non sarà sapere dove trovare una risposta.

Sarà sapere se quella risposta merita di essere creduta.

  •  

Alle Giornate di Trevi transizione energetica ed economia circolare per un nuovo futuro

Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, gli italiani considerano importante la transizione ecologica per ridurre gli effetti del cambiamento climatico: aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e promuovere l’economia circolare attraverso produzioni e consumi più sostenibili.

La decima edizione delle Giornate dell’Energia e dell’ Economia Circolare, che ha chiuso ieri i propri lavori  a Trevi, in provincia di Perugia, ha avuto come filo conduttore la politica ambientale nella sua declinazione proprio della transizione energetica e dell’economia circolare: confronti e dibattiti che hanno visto protagonisti i rappresentanti delle istituzioni, del mondo della ricerca e quello delle imprese. 

Il titolo di quest’anno, “Politica, ambiente, energia, economia circolare. Dieci anni nel cuore dell’Italia: l’inizio di un nuovo futuro”, invitava a riflettere sui risultati ottenuti nell’ultimo decennio e a pianificare i prossimi dieci decisivi anni.

L’evento è stato promosso da Globe Italia e da WEC Italia, in collaborazione con AICP  (Associazione Italiana dei Collaboratori Parlamentari) e Askanews.  

“Quest’anno le Giornate di Trevi arrivano in un momento particolarmente critico per il settore dell’energia e per l’ambiente tutto, alle prese con sfide storiche come l’accesso al gas, o nuove, come l’impatto che avrà l’Intelligenza Artificiale – ha detto Matteo Favero, presidente di Globe Italia, in apertura della manifestazione – Negli ultimi dieci anni le politiche ambientali hanno fatto tanta strada, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi, l’Europa ha spinto gli Stati membri a porsi obiettivi sempre più ambiziosi, Stati Uniti e Cina hanno fatto passi da gigante nel mercato delle rinnovabili, le politiche ambientali hanno guadagnato un posto nel dibattito pubblico. I prossimi dieci anni saranno quelli decisivi per vincere questa sfida epocale”. 

“Queste Giornate, da dieci anni, gli ha fatto eco Marco Margheri, presidente di World Energy Counsil (WEC) Italia, mettono in relazione energia ed economia circolare, facendo dialogare istituzioni, imprese, associazioni e territori. Le politiche energetiche devono sempre tenere uno sguardo attento alla dimensione internazionale, essenziale per comprendere le sfide della geopolitica, della sicurezza energetica, dei grandi processi di innovazione tecnologica e industriale”. 

L’Italia parte da una posizione di forza. Il tasso di circolarità di utilizzo dei materiali ha raggiunto il 21,6%, ben al di sopra della media UE del 12,2%.

Lo ha ricordato Laura D’Aprile, Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. “Nel 2024, ha detto D’Aprile, il riciclo dei rifiuti urbani è salito al 52,3%, mentre il recupero di materia rappresenta il 74,3% della gestione dei rifiuti speciali: 139 milioni di tonnellate restituite ai cicli produttivi. Ed è proprio qui che energia e circolarità si incontrano. Le filiere del riciclo consumano molta energia e l’elevato costo dell’energia in Europa rende le materie prime seconde meno competitive rispetto a quelle vergini”.

La priorità, ha concluso, è costruire un vero Mercato unico europeo delle materie prime seconde, capace di garantire domanda, qualità e competitività.   

E allora, in attesa che la Commissione Europea vari nei prossimi mesi il tanto agognato Circular Economy Act che dia attuazione concreta alla transizione con misure di sostegno regolatorie e finanziarie, occorre che  in Italia l’economia circolare diventi una precisa scelta di politica industriale. E’ la prospettiva dello studio “Una nuova politica industriale europea per l’economia circolare” realizzato da THEA Group in collaborazione con CONAI.  

Lo studio stima, per l’intera industria europea del riciclo, un impatto economico annuo di 555 miliardi di euro e 222 miliardi di valore aggiunto, con oltre 3 milioni di posti di lavoro. Questi numeri descrivono la capacità industriale esistente. Compito della politica creare le condizioni per rafforzarla e renderla competitiva.

Innanzitutto con la ricerca. Automazione e Intelligenza Artificiale migliorano l’efficienza dei processi e la qualità delle materie prime seconde. Servono collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca: regole comuni e finanziamenti per la crescita. 

“Le regole comuni devono favorire un mercato europeo più integrato, attraverso criteri riconoscibili, dati comparabili e sistemi interoperabili – ha precisato Simona Fontana, direttrice generale di CONAI – Il riconoscimento reciproco e la condivisione delle migliori pratiche permettono di valorizzare le esperienze nazionali. La finanza deve sostenere progetti con prospettive economiche credibili, tempi autorizzativi prevedibili e strumenti di gestione del rischio.

Anche disponibilità e costo dell’energia incidono sulla competitività degli impianti. Le politiche energetiche e industriali devono quindi procedere in modo coerente”. 

Tutti, quindi,  in attesa del pronunciamento della Commissione sulle misure  che dovranno offrire l’occasione di collegare gli obiettivi ambientali al mercato delle materie prime seconde. La direzione è tracciata: ricerca che deve diventare capacità industriale, simbiosi tra settori produttivi, investimenti che generano valore nei territori. 

“I dieci anni delle Giornate di Trevi segnano un passo di maturità nella capacità di confronto e ricerca del pensiero critico su materie fondamentali come clima, energia e sviluppo sostenibile, ha dichiarato Fabrizio Penna, direttore generale di ISPRA.

Il nostro contributo riguarda la sfida che stiamo affrontando nel contrasto al cambiamento climatico attraverso uno sviluppo concretamente sostenibile.

Un contributo che non può prescindere dall’analisi dei dati e dai riscontri tecnici che vede ISPRA, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale, impegnato in prima fila per raggiungere questo obiettivo”. 

Particolarmente apprezzato l’intervento di Giovanni Mastrandrea, della Tenuta di Castelporziano della Presidenza della Repubblica,  il quale ha ricordato la fiducia riposta dal Presidente Sergio Mattarella dieci anni addietro decidendo di medagliare questa giornate.

“L’insieme delle risorse naturali del Paese e dei servizi che esse garantiscono, ha aggiunto, la cui complessità e ricchezza può essere misurata e pesata come il livello di biodiversità presente, è la base sostanziale del benessere economico, sociale e ambientale. Ce lo ricorda la Banca Centrale Europea che già dal 2023 certifica un legame indissolubile e tuttavia allarmante tra la stabilità economica e la tutela della biodiversità”.

Il Capo dello Stato, ha aggiunto Mastrandrea, non smette di ricordarcelo e non smette di tracciare la rotta obbligata per il Paese: “la biodiversità è un patrimonio che ci interpella”, ha detto qualche giorno fa al Salone del Gusto di Torino. “La molteplicità genetica ha permesso al genere umano di svilupparsi per millenni; senza responsabilità, senza la cura di questa ricchezza l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e distruggersi”. 

D’altra parte, ha ricordato Mastrandrea, la Tenuta di Castelporziano è divenuta ed è sempre più hub culturale e formativo per temi quali la biodiversità, il capitale naturale, ma anche l’economia circolare, il legame tra  fragilità sociale e fragilità ambientale, luogo di consapevolezza sul valore della Casa Comune. 

“E allora, ha concluso, a poca distanza temporale dalla ricorrenza dalla morte di S. Francesco – cui il Presidente Mattarella ha partecipato definendolo un ‘profeta di pace, di amore  e di rispetto per il Creato’ – chiudo menzionando il passo del Cantico delle Creature nel quale loda il Signore per la Madre Terra, la quale ci sostiene e ci governa. Questa Madre Terra che abbiamo il privilegio e il grande onere di dover consegnare ai nostri figli”. 

La voce del legislatore nazionale è stata espressa da  Massimo Milani, Segretario della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha riassunto la molteplicità dei temi trattati in queste giornate. “Temi complessi che ormai attraversano tutti i settori produttivi, quindi possiamo dire che rappresentano la struttura scheletrica (la visione circolare) e il cibo (l’energia) di ogni attività della nostra complessa società.

Il senso di Comunità che pervade queste giornate, ha concluso Milani, è il segreto di un lavoro che si articola durante tutto l’anno, nel riconoscersi, appunto, per nelle differenze, appartenenti a una comunità che  vuole aiutare la comprensione di questi temi, la crescita e l’affermazione dell’economia circolare e della indipendenza e sicurezza energetica”.

  •  
❌