Trump licenzia anche Paolo Zampolli: non è più l’inviato Usa per le partnership globali
La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).
Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.
Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.
Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.
Italia e Stati Uniti lanciano un nuovo acceleratore transatlantico per sviluppare partnership tra investitori, imprese, centri di ricerca e startup sulle due sponde dell’Atlantico. L’iniziativa, presentata nell’ambito del terzo US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, in programma a Washington il 15 e 16 ottobre, rappresenta un ulteriore passo nel percorso volto a trasformare la cooperazione tecnologica bilaterale in opportunità industriali e di investimento.
L’US-Italy Trusted Tech Accelerator, sostenuto dal Krach Institute for Tech Diplomacy della Purdue University, intende creare una struttura operativa capace di collegare gli ecosistemi dell’innovazione dei due Paesi. Il primo obiettivo è favorire la nascita di partnership tra reti industriali e di ricerca italiane e americane, con l’ambizione più ampia di facilitare il trasferimento tecnologico, mobilitare capitali e accelerare la commercializzazione delle innovazioni.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio lavoro diplomatico condotto dall’ambasciatore italiano a Washington, Marco Peronaci, per rafforzare la relazione bilaterale attraverso la sicurezza economica, l’innovazione tecnologica e la cooperazione industriale. In questo rapporto in evoluzione, le trusted technologies stanno diventando uno dei principali canali di dialogo tra Roma e Washington, affiancandosi alle tradizionali dimensioni della collaborazione politica, economica e di sicurezza.
Una figura centrale di questo percorso è Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Innovation dell’Ambasciata italiana, che svolge un ruolo di impulso tecnico e politico nel consolidamento del dialogo. L’acceleratore nasce proprio per sviluppare partnership capaci di collegare capitali, industria, centri di ricerca e startup italiani e statunitensi.
L’appuntamento di Washington si inserisce in una sequenza di sviluppi che hanno progressivamente portato la sicurezza tecnologica al centro delle relazioni tra Italia e Stati Uniti. L’adesione italiana alla Dichiarazione Pax Silica ha rafforzato la partecipazione di Roma al quadro di cooperazione promosso dagli Stati Uniti per costruire catene del valore tecnologiche affidabili, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, fino ai minerali critici. Il successivo accordo bilaterale sulle materie prime critiche ha ulteriormente consolidato la dimensione industriale di questo allineamento.
Questi sviluppi si collocano in una relazione diplomatica nella quale Roma e Washington cercano di connettere priorità strategiche e opportunità economiche, anche sulla base del rapporto politico tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente Donald Trump, recentemente rinvigorito dalle dichiarazioni di apprezzamento fatte dall’americano nei confronti della premier.
Il dialogo di Washington aggiunge a questo processo una dimensione operativa. Non a caso, tra i principali partecipanti americani figura Jacob Helberg, Under Secretary of State for Economic Affairs e uno degli architetti di Pax Silica, che interviene insieme all’ambasciatore Peronaci in una discussione dedicata alla costruzione dell’ecosistema delle tecnologie affidabili.
La presenza di alti funzionari di diversi dipartimenti dell’amministrazione americana dimostra quanto la cooperazione tecnologica sia ormai intrecciata con sicurezza nazionale, politica industriale e diplomazia economica.
Joseph Jewell, Assistant Secretary of War for Science and Technology, porta la prospettiva dell’innovazione applicata alla difesa, mentre il Department of Energy è rappresentato da William Schirano, Deputy Assistant Secretary for Multilateral Engagement and Market Development, e Hal Finkel, Associate Director for Advanced Scientific Computing Research.
La partecipazione di rappresentanti dei dipartimenti di Stato e del Commercio, tra cui Nicole Johnson, Brad McKinney e David Fogel, conferma il coinvolgimento dell’amministrazione statunitense nell’iniziativa.
Sul versante italiano, la rappresentanza istituzionale comprende Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, e Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica, che interviene attraverso un videomessaggio. La presenza del presidente della Lombardia Attilio Fontana e del presidente del Lazio Francesco Rocca, insieme a rappresentanti del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, evidenzia inoltre il ruolo degli ecosistemi territoriali dell’innovazione e le loro potenziali connessioni con le controparti americane.
Il dialogo di due giorni combina una prima giornata di discussioni operative, il 15 ottobre, con una sessione istituzionale presso l’Ambasciata italiana il 16 ottobre. Tra le figure impegnate nel percorso di cooperazione figura Janice deGarmo, Chief Global Engagement Officer del Krach Institute for Tech Diplomacy. L’agenda riflette una consapevolezza crescente: la leadership tecnologica dipende sempre più dalla capacità di integrare ricerca, competenze industriali, strumenti finanziari e accesso ai mercati.
L’acceleratore si concentra sull’intelligenza artificiale avanzata, sulla physical AI e sulla robotica, sulle tecnologie quantistiche, sul calcolo ad alte prestazioni e sulla cybersicurezza. L’energia viene considerata un’infrastruttura abilitante essenziale, mentre le scienze della vita rappresentano uno dei principali ambiti di applicazione delle tecnologie emergenti.
Il settore quantistico offre, in particolare, un possibile terreno di complementarità tra i due Paesi. L’Italia dispone di competenze scientifiche consolidate nella fisica quantistica, nella fotonica, nella sensoristica e nelle tecnologie di comunicazione sicura, sviluppate attraverso università, centri di ricerca e programmi nazionali. La Strategia italiana per le tecnologie quantistiche, adottata nel 2025, punta proprio a rafforzare il collegamento tra ricerca, trasferimento tecnologico e industria.
Queste capacità possono rappresentare un elemento di interesse per gli Stati Uniti, soprattutto laddove si integrino con le risorse finanziarie, le infrastrutture tecnologiche e la capacità americana di portare innovazioni avanzate verso applicazioni industriali e commerciali. Il potenziale non riguarda soltanto il quantum computing, ma anche componenti, materiali, sistemi di misurazione e tecnologie abilitanti, settori nei quali la specializzazione scientifica può tradursi in partnership mirate.
Resta tuttavia una questione di scala. L’esistenza di competenze scientifiche non garantisce automaticamente la capacità di industrializzarle, né assicura che i risultati della ricerca si trasformino in imprese competitive. Proprio per questo, un acceleratore bilaterale potrebbe offrire uno strumento utile per collegare le eccellenze italiane alle reti americane di investimento e sviluppo tecnologico, a condizione che emergano progetti concreti, sostenibili e reciprocamente vantaggiosi.
Questo approccio riflette una trasformazione più ampia della competizione tecnologica internazionale. Garantirsi l’accesso alle tecnologie avanzate non significa soltanto sviluppare capacità nazionali, ma anche costruire partnership affidabili lungo le catene di approvvigionamento, nelle reti della ricerca e nei sistemi finanziari. Il concetto di trusted interdependence punta proprio a conciliare sovranità tecnologica e cooperazione internazionale tra partner democratici.
Un ulteriore obiettivo è esplorare la creazione di una Transatlantic Investment Facility, pensata per mobilitare capitali privati attraverso il sostegno di risorse pubbliche. Il modello finanziario proposto prevede una partecipazione pubblica del 20%, equamente ripartita tra Italia e Stati Uniti, e il restante 80% proveniente da investitori industriali e finanziari privati. La partecipazione di istituzioni finanziarie, tra cui SACE, Cassa Depositi e Prestiti, Intesa Sanpaolo ed Export-Import Bank of the United States, riflette la volontà di collegare la cooperazione tecnologica a strumenti di investimento capaci di sostenere progetti industriali.
Il significato dell’iniziativa di Washington va oltre il lancio dell’acceleratore. In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione sull’intelligenza artificiale, sulle infrastrutture di calcolo, sui minerali critici e sulla manifattura avanzata, le partnership tecnologiche stanno diventando una componente essenziale della sicurezza economica.
Per l’Italia, l’opportunità consiste nel collegare le proprie capacità industriali e scientifiche alle reti americane della tecnologia, dei capitali e dell’innovazione, rafforzando al tempo stesso il proprio posizionamento nella più ampia architettura tecnologica transatlantica.
Per Washington, la cooperazione con Roma offre accesso a una delle principali economie manifatturiere europee, a competenze industriali specializzate e a ecosistemi di ricerca che possono contribuire allo sviluppo di catene del valore tecnologiche resilienti. La sfida è ora garantire che l’allineamento politico produca risultati industriali tangibili.
Il lancio dell’US-Italy Trusted Tech Accelerator rappresenta un tentativo di rispondere proprio a questa esigenza, trasformando una crescente convergenza diplomatica in un meccanismo strutturato di investimento, collaborazione scientifica e sviluppo tecnologico.
Mentre Roma e Washington approfondiscono la cooperazione nel quadro di Pax Silica, le trusted technologies si affermano come uno dei pilastri della relazione bilaterale e, sempre più, come uno strumento concreto della strategia transatlantica.
Come Vladimiro ed Estragone aspettavano Godot nella celebre opera di Beckett, il mondo potrebbe oggi aspettare Xi Jinping in questo dramma politico.
L’America è impantanata in due guerre. In Ucraina, vorrebbe raggiungere un compromesso con la Russia. In Medio Oriente, cerca di far cadere il regime di Teheran, che sostiene molti gruppi estremisti della regione e blocca il traffico petrolifero negli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb. Entrambi i conflitti stanno creando una crisi petrolifera che non si vedeva da oltre 50 anni e stanno facendo calare i consensi del presidente Donald Trump.
Trump potrebbe quindi essere nettamente sconfitto alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il che aprirebbe, in teoria, due scenari. O Trump contesta il risultato delle urne, intrappolando il paese in uno scontro politico devastante che per mesi affogherà l’America; oppure accetta l’esito, e il nuovo Congresso a maggioranza democratica potrebbe fargli la guerra. In entrambi i casi, l’America potrebbe avere poche energie per occuparsi di politica estera e affrontare quello che, all’inizio della sua presidenza, era il “grande bersaglio”: la Repubblica Popolare Cinese (Prc) del presidente Xi Jinping.
Xi Jinping non ha alcun interesse a risolvere i problemi dell’America. Sarebbe pericoloso: qualcosa potrebbe andare storto nella mediazione, e la Prc verrebbe trascinata in un pasticcio che non ha innescato. Se Xi fosse di aiuto, allora l’America potrebbe tornare a una contrapposizione ostile con la Cina. Al contrario, facendo poco e lasciando che gli errori americani facciano il loro corso, Xi può affrontare con grande fiducia il congresso del partito del prossimo autunno.
Sarà celebrato come il primo capo di Stato cinese della storia ad aver messo all’angolo la grande potenza occidentale, due secoli dopo la vergognosa Guerra dell’oppio. Segnerà la fine del secolo dell’umiliazione che da decenni ossessiona l’educazione nelle scuole cinesi. Un risultato più grande della riunificazione con Taiwan, un’isola de facto indipendente, de jure parte di un’unica Cina e rivendicata dalla Prc.
Tutto questo avviene in un nuovo contesto globale complesso. Il 23 settembre l’Assemblea generale dell’Onu si è riunita a New York. Le due potenze, America e Cina, hanno messo da parte la Grande Mela e si sono incontrate a Washington. Di fatto, ciò ha svuotato l’Onu. Entrambe hanno preferito incontrarsi tra loro piuttosto che partecipare all’Assemblea generale. Se i più grandi non partecipano, a che serve l’Onu?
A maggio i due si erano incontrati a Pechino. Era forse un cessate il fuoco, un momento di pausa. A settembre l’incontro ha segnato una vera tregua. Ciò non significa che non ci saranno scoppi di tensione, ma la tregua dovrebbe reggere almeno fino al prossimo autunno, quando si aprirà il congresso del partito, che con ogni probabilità rinnoverà l’intero gruppo dirigente. Potrebbe persino reggere fino alle elezioni presidenziali americane del 2028.
Durante questa tregua, che potrebbe durare uno o due anni, alcuni segnali suggeriscono che le due potenze possano compiere qualche passo avanti, anche se si tratta di passi delicati.
Uno è la riapertura del dialogo militare. Forse il motivo principale dell’interruzione era che gli americani volevano stabilire codici di condotta per gli incontri in mare o in aria tra le forze cinesi e americane. I cinesi erano riluttanti perché stabilire tali codici avrebbe significato, in qualche modo, autorizzare la presenza americana in aree che la Cina considera di sua esclusiva pertinenza.
Un secondo punto importante riguarda l’attenzione con cui tutti i paesi asiatici, in particolare il Giappone, hanno seguito questo incontro. Fuori dalla Cina, il Giappone è una sorta di paese guida del fronte “anti-Prc”. Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi è andata di persona a Washington il giorno prima dell’arrivo di Xi e ha annunciato di aver ricevuto una telefonata da Trump subito dopo l’incontro di quest’ultimo con Xi.
Il vertice Trump-Xi non è stato un semplice incontro a due: è stato multilaterale, e l’America ha evidentemente accettato che lo fosse. Ha tenuto conto delle esigenze e delle richieste dei suoi alleati asiatici, in particolare del Giappone.
Le cose sono chiaramente cambiate rispetto all’inizio della presidenza Trump, quando diceva: “Metteremo la Cina all’angolo con i dazi, perché abbiamo il coltello dalla parte del manico: siamo il loro mercato”. Quell’approccio semplicistico è sparito, ma resta poco chiaro quale sarà il nuovo piano americano di lungo termine. Come verrà gestita la Cina? Verrà trattata semplicemente come qualsiasi altro paese, oppure gli Stati Uniti inizieranno davvero ad applicare ciò che Trump aveva annunciato nel suo primo mandato, nel 2016, cioè il decoupling, il distacco della Cina dal resto del mercato mondiale?
E la Cina, dal canto suo, cosa farà? Subirà e attenderà le decisioni americane? Cercherà di allineare il proprio sistema finanziario, economico e persino politico per integrarsi nel sistema mondiale? Oppure, al contrario, tenterà di sabotare questo sistema e crearne uno nuovo?
Nei prossimi due anni vedremo se questa tregua sarà di breve durata e sfocerà in un conflitto ancora più aspro, o se porterà a una pace duratura. Oppure la tregua potrebbe prolungarsi, dando forma alla nuova Guerra fredda 2.
L’Iran è un primo banco di prova. Nella dichiarazione congiunta la Cina ha detto di opporsi a un Iran dotato di armi nucleari e che l’Iran dovrebbe liberare i due stretti. Gli Houthi, alleati di Teheran, controllano lo stretto di Bab el-Mandeb. Qui potrebbe profilarsi un conflitto più ampio, poiché gli Houthi minacciano l’Arabia Saudita.
La Cina riuscirà a creare un sistema economico, commerciale e finanziario alternativo a quello attuale? Il primo passo sarebbe sganciare il renminbi (Rmb) dal dollaro, ma ciò creerebbe nuovi problemi. Ciò che la Cina sta facendo con successo è staccarsi dal sistema dei pagamenti in dollari. Tutti i pagamenti internazionali passano attraverso un nodo americano chiamato Swift.
La Cina ha creato un sistema di pagamento alternativo chiamato Cips. Di conseguenza, ha ottenuto maggiore riservatezza nelle sue transazioni. Se tutto passasse per il sistema americano, gli americani saprebbero esattamente come, dove, quando e a chi vanno i soldi cinesi. È così che gli Usa hanno scoperto che la Cina aveva ignorato alcune sanzioni internazionali, pur dichiarando ufficialmente di averle rispettate.
Intanto il dollaro è nel mezzo di un altro cambio di paradigma. Ha abbandonato il gold standard e oggi, oltre 50 anni dopo, consapevole della propria debolezza, sta creando le stablecoin, cioè criptovalute ancorate ad asset reali. Questa trasformazione monetaria comporta dei rischi perché, come sottolineano alcuni economisti come Paolo Savona, non possiamo essere certi che gli asset sottostanti a queste criptovalute siano reali.
Nel 2006-2007, alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, si scoprì che i derivati erano talvolta garantiti da asset poco solidi. La cattiva gestione dei derivati, una delle grandi innovazioni finanziarie americane dell’epoca, contribuì anch’essa alla crisi del 2008.
La riforma americana potrebbe oggi comportare rischi simili. Ma soltanto l’America sta affrontando la sfida; la Cina non sta intraprendendo un programma di riforma della propria moneta né del sistema finanziario e commerciale globale.
Almeno per ora, le condizioni per un’alternativa cinese non ci sono, e l’America, con il dollaro e Wall Street, resta centrale. La Cina gioca in difesa.
Ciò che la Cina dovrebbe fare, pur a costi considerevoli, è attuare riforme significative del proprio mercato interno e del proprio sistema politico. Con una popolazione di 1,4 miliardi di persone non può crescere consumando solo grazie a 350 milioni di americani o a 500 milioni di europei.
Potrebbe aver già cominciato. Le autorità fiscali cinesi stanno perseguendo i ricchi per le imposte non pagate. Lo Stato è chiaramente a corto di liquidità e ora ha bisogno di maggiori contributi da chi ha guadagnato di più in questi decenni. È una mossa delicata. Se i ricchi pagano, o ottengono qualcosa in cambio (di solito alla tassazione si accompagna la rappresentanza), oppure potrebbero diventare meno intraprendenti, il che potrebbe trascinare giù l’intera economia.
Se la Cina agisse davvero in questa direzione, potrebbe annunciarlo al congresso del 2027.
Alcuni in Cina potrebbero ancora essere innamorati della vecchia tesi di Marx, Lenin e altri socialisti secondo cui il sistema capitalista prima o poi crollerà. Naturalmente è possibile, ma la tesi ha ormai 200 anni. Il sistema capitalista ha subito crisi gravi, eppure ogni volta ne è uscito più forte, non più debole. Sarà diverso questa volta? Non è chiaro, ma è improbabile.
Eppure le scelte della Cina non sono lineari. La situazione potrebbe complicarsi nei prossimi 12 mesi. I due conflitti in corso si rendono sempre più confusi. La Russia di certo non sta vincendo. L’Iran, che ha ottenuto un risultato non trascurabile bloccando i flussi di petrolio, sta soffocando sotto il proprio blocco navale. Il blocco funziona in due direzioni: gli Usa ricevono poco petrolio e l’Iran non incassa alcuna entrata economica. L’economia iraniana sta implodendo.
Non si vedono prospettive nel breve o nel medio periodo su nessuno dei due fronti. Perciò la Cina, che sostiene questi due paesi, non ha a sua volta prospettive nel medio e lungo termine. L’America, al contrario, campione di secoli di capitalismo di successo, dovrebbe avere molte prospettive nel medio e lungo periodo, nonostante errori e passi falsi.
Aspettare potrebbe funzionare per un anno, o forse no. L’Iran o la Russia potrebbero cedere; nuovi guai potrebbero scoppiare in qualsiasi paese europeo e qualsiasi cosa potrebbe accadere ovunque nel mondo. Gli Houthi potrebbero aver innescato un conflitto regionale che coinvolge la Turchia.
Tutto è in movimento. La Cina potrebbe inciampare su qualsiasi cosa e diventare ancora più difensiva e cauta. Un po’ di tensione fa bene alla Cina, perché tiene lontana l’attenzione del mondo, ma troppo caos potrebbe riversarsi sulla Cina stessa.
Per Trump, il “mago” del caos, acque agitate all’estero, unite a un clima tempestoso in patria, potrebbero essere più facili da navigare. Oppure potrebbe finire per esserne travolto.
Se qualcosa di grosso si aggiungesse al caos attuale nei prossimi 12 mesi, i piani della Cina per un congresso del partito tranquillo potrebbero saltare.
Se Trump non riuscirà a risolvere il blocco al più presto, tutto potrebbe diventare molto più difficile. I tempi sono decisivi. È nell’interesse di Teheran mantenere chiusi gli stretti fino a dopo le elezioni, per mettere Trump in difficoltà e segnare così una vittoria. La Russia non sta aiutando Trump sull’Iran, anche se potrebbe spingere Teheran a cedere agli Usa, se volesse davvero. L’Iran potrebbe resistere per almeno un mese.
L’accordo con la Russia sul diesel dovrebbe, in teoria, compensare la resistenza iraniana. Ma non è chiaro se funzionerà e in che misura. La Russia ha poco o nessun diesel da distribuire.
L’Europa, in quanto tale, non è nel quadro. Ha un problema radicale. Per decenni ha appaltato all’esterno quasi tutto: la difesa agli Usa, l’energia alla Russia, la forza lavoro agli immigrati, l’industria e i mercati alla Cina e agli USA, la tecnologia agli Usa e alla Cina. Si può e si deve appaltare qualcosa, non tutto.
Gli Usa hanno appaltato parte della produzione industriale alla Cina e la forza lavoro ai migranti, e ne soffrono. Ma il loro mercato, la difesa e la tecnologia sono primi al mondo. In che cosa è prima al mondo l’Europa? Nel turismo culturale?
Per di più, alcune ferite potrebbero non essersi mai rimarginate del tutto. Dopo la fine della Guerra fredda, la dissoluzione della Jugoslavia mise i paesi europei con le spalle al muro. Francia e Regno Unito si schierarono con la Serbia; la Germania con la Croazia. Per evitare una divisione aspra che potesse accendere attriti nel continente, l’Ue implorò gli Usa di intervenire.
L’America non voleva. Ricordo una conversazione con Edward Luttwak all’epoca, che esortava gli europei a inviare truppe in Jugoslavia e, attraverso quel sacrificio, a plasmare una nuova identità comune e a forgiare una nuova unione politica. Gli europei tergiversarono, sperando che l’intervento americano risolvesse i loro guai. Allo stesso tempo lanciarono l’euro senza sufficiente accordo e dialogo con gli Usa.
L’allargamento dell’Ue a paesi dell’Europa orientale più filoamericani ha risolto solo in parte la frattura tra America ed Europa occidentale. Questo resta un problema per i paesi europei, dove la controversa amministrazione Trump ha compromesso i rapporti, ma riguarda anche gli Usa, che potrebbero vedere l’Europa più come un peso che come una risorsa.
Tutto questo si è riversato sulle immagini pubbliche di Cina e Usa. Da una parte, la cattiva gestione dell’immagine da parte dell’America; dall’altra, la gestione attenta di quella cinese.
L’America ha smantellato l’apparato informativo che aveva costruito durante la Guerra fredda e, per decenni, nessuno ha curato la sua immagine pubblica, proprio quando serviva consolidarla e proiettarla in una nuova fase. Lo scontro con l’Unione Sovietica era finito, ma le questioni politiche della libertà e della democrazia avevano ancora bisogno di un nuovo fondamento.
Inoltre, l’amministrazione Trump non si è curata di proiettare un’immagine positiva al mondo. Si è concentrata solo sul dire a una parte della pancia dell’America, quella che si sentiva defraudata e tradita, che il governo di Washington si sarebbe opposto a un mondo che approfittava dell’America. Questo messaggio lo ha aiutato a farsi eleggere, ma ha danneggiato l’immagine americana all’estero.
La Cina, al contrario, ha fatto quasi l’opposto. Ha proiettato un’immagine positiva di sé e ha una storia vera da raccontare. È una storia di sviluppo travolgente, dal sottosviluppo a infrastrutture da fantascienza in 40 anni. I treni superveloci cinesi, le città brulicanti di grattacieli, la creatività dei giovani di Pechino e Shanghai su TikTok, il successo delle aziende produttrici di auto elettriche: sono storie che si vendono quasi da sole.
Il documentario di Antonioni sulla Cina del 1972, Chung Kuo, mostra la vita povera e semplice di Pechino 54 anni fa e testimonia i progressi del paese nel corso dei decenni.
Possono sostenere che il sistema politico cinese è efficiente e produce risultati, al di là delle facili critiche sulla democrazia e sui diritti umani che circolano ampiamente, e persino che funziona meglio di una democrazia. L’America ha provato a esportare la democrazia in Iraq e in Afghanistan e ha fallito; la Cina ha resistito a quelle pressioni e ha trasformato il suo paese, e forse persino il mondo.
È una storia forte, convincente, e non mi sembra che l’America la sfidi in modo deciso e preciso. In realtà, è del tutto vera? Potrebbe essere più complessa di così.
Su scala più ampia, gli Usa potrebbero voler imparare qualcosa dalla Cina. La Cina ha perfezionato un sistema di pianificazione a lungo termine che guida il paese attraverso gli alti e bassi quotidiani. Gli Usa, al contrario, sembrano rivedere piani e idee a ogni presidenza e ora, con Trump, forse ogni giorno spunta un nuovo piano. Questo sistema priva l’America di una strategia e, senza strategia, come dicono i militari, la tattica o le brillanti idee improvvise sono solo il frastuono prima della sconfitta.
L’America ha bisogno di un piano a lungo termine per il mondo che desidera per sé e per tutti gli altri. L’ascesa della Cina e le sfide che pone ne sono una parte importante, ma le guerre in corso mostrano che gli Usa e l’ordine mondiale devono affrontare molto di più.
Durante la Guerra fredda, gli Usa hanno mantenuto coerenza tra una presidenza e l’altra; ora serve qualcosa di simile. Per farlo, l’America dovrebbe trovare un terreno comune al centro e tagliare le ali radicali, come fece 80 anni fa. Se gli Usa troveranno un equilibrio, metteranno in guardia la Cina; se non lo faranno, la Cina potrebbe pensare di poter continuare a perseguire politiche incentrate sulla sopravvivenza in mezzo a un caos crescente.
(Le discussioni con Giuseppe Rippa e Marco Mayer sono state utili per sviluppare gli argomenti qui esposti)
Il mese scorso Chongqing ha avuto un nuovo arcivescovo. Si chiama Andrea Ding, ha 44 anni, fino a poco fa era un semplice parroco e il suo incarico più rilevante era la vicesegreteria del Consiglio dei vescovi cinesi, organismo legato all’Associazione patriottica cattolica. Più o meno negli stessi giorni a Zhangjiakou è arrivato Giuseppe Wang, vicedirettore dell’Associazione nell’Hebei, prendendo il posto di Agostino Cui Tai, detenuto per anni dal governo cinese e messo a riposo dal Vaticano senza che nessuno abbia chiarito se oggi sia libero.
Per Nina Shea, che dirige il Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, sono gli ultimi tasselli di un disegno preciso. L’accordo del 2018, il cui testo non è mai stato reso pubblico, dà a Pechino voce in capitolo nella scelta dei vescovi e lascia al papa un diritto di veto. Il Partito, sostiene Shea, lo sta usando per collocare alla testa delle diocesi i dirigenti dell’Associazione patriottica. Lo sono quasi tutti i 18 vescovi nominati finora, più i due che Roma dovette riconoscere come condizione per firmare.
L’Associazione fu creata sotto Mao per staccare i cattolici cinesi da Roma, e chi vi aderisce si impegna all’“indipendenza” e all’“autogestione” della Chiesa. Benedetto XVI, nella lettera ai cattolici cinesi del 2007, giudicò questo obiettivo inconciliabile con la dottrina. Dal 2018 l’organismo risponde al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Pcc e i sacerdoti sono stati spinti ad aderire. Il Vaticano, che pure lo considera illegittimo, ha lasciato correre.
Sono questi vescovi a far rispettare le regole della sinizzazione voluta da Xi Jinping, che prevedono omelie centrate sul suo Pensiero e il divieto di ingresso in chiesa per i minori. Giuseppe Shen Bin fu trasferito a Shanghai da Pechino nel 2023 senza consultare Roma, e papa Francesco ratificò la decisione tre mesi dopo. Da allora parla della sinizzazione come della strada obbligata per la Chiesa cinese. A Shantou siede Giuseppe Huang Bingzhang, che da deputato votò per inserire il Pensiero di Xi in Costituzione e che Roma aveva scomunicato nel 2011. A Mindong Vincenzo Zhan Silu nel 2019 portò 33 preti in un centro di “rieducazione” socialista. Lo scorso dicembre, nell’Henan, Francesco Li Jianlin ha fatto chiudere una chiesa perché alcuni ragazzi vi suonavano degli strumenti, e poi ha esteso il divieto a tutta la provincia. Un fedele ha commentato con AsiaNews che la polizia ormai non serve più.
Chi non si è piegato ha pagato. Shea conta dieci vescovi fedeli a Roma finiti in carcere, scomparsi, degradati o mandati in pensione. Taddeo Ma Daqin, a Shanghai, è chiuso in un seminario da 14 anni. Giulio Jia Zhiguo è morto l’anno scorso in una clinica, sorvegliato dalla polizia.
Intanto i cattolici in Cina restano fermi tra i 10 e i 12 milioni, secondo le stime citate dal Pew Research Center, metà dei quali nella Chiesa clandestina. I protestanti praticanti, secondo il sociologo Fenggang Yang della Purdue University, sarebbero invece circa 100 milioni, e crescono soprattutto nelle comunità non registrate. Proprio quel mondo sotterraneo che il Vaticano, non nominando più vescovi clandestini, ha di fatto abbandonato.
L’intesa è stata rinnovata nel 2024 fino al 2028 e il passaggio a Leone XIV non ha avuto impatti di sorta. Ma se Roma non cambia strada, suggerisce Shea, la Chiesa cattolica cinese è destinata a spegnersi.