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Una coppia fa aperitivo vicino all'Arco di Trionfo a Parigi mentre la città brucia durante le proteste
La contestazione al ministro israeliano Ben Gvir all'università di Tel Aviv: «Fascista, vattene»
Vertice Putin-Trump-Xi, l’esperto: “Potremmo trovarci di fronte a un vero punto di svolta”
Ucraina, un accordo senza Zelensky? Simonini: “Trump può far leva sulla stanchezza degli ucraini”
Mentre i diplomatici lavorano dietro le quinte per definire le geometrie di un possibile vertice trilaterale, la prospettiva di un incontro a tre tra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping ridisegna le coordinate della politica internazionale. Sul tavolo non c’è solo il futuro della guerra in Ucraina, ma il tentativo del Cremlino di accreditarsi come terza potenza ordinatrice del pianeta, estromettendo Kiev e l’Europa per ridurre ogni negoziato a un affare esclusivo tra superpotenze.
Ma un accordo sul conflitto ucraino negoziato senza la partecipazione di Zelensky è davvero realizzabile? Quali sono le reali motivazioni di Mosca e i rischi che corrono le cancellerie europee? E soprattutto, fino a che punto la Cina è disposta a spingersi nel ruolo di mediatrice senza compromettere la propria strategia sull’Indo-Pacifico?
A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la fattibilità del summit, gli obiettivi strategici di Mosca, Washington e Pechino e i possibili scenari futuri.
Quanto è concreta la proposta di Putin di un vertice trilaterale con Trump e Xi Jinping e quali obiettivi strategici persegue Mosca?
La proposta russa di un vertice trilaterale con Stati Uniti e Cina veniva ventilata già da settimane. Avanzata lo scorso settembre, è stata poi rilanciata durante la telefonata del 9 ottobre fra Donald Trump e Vladimir Putin, la stessa che ha visto confermare l’intesa sul gasolio russo e sospendere alcune sanzioni fino all’aprile 2027. Al di là della concretezza della proposta e della scenografia degli incontri, le decisioni maturano sempre prima, nei meandri delle diplomazie.
Epperò gli obiettivi di Mosca appaiono nitidi. Anzitutto estromettere dal tavolo Kiev e le cancellerie europee, ritenute dal Cremlino i principali ostacoli a una soluzione favorevole, così da ridurre «la pace» a un mero affare fra grandi potenze. Di qui il secondo scopo, di natura simbolica, ovvero sedere da pari accanto a Washington e Pechino per restituire alla Russia il rango di potenza ordinatrice ed emanciparsi, almeno in parte, dall’immagine di socio di minoranza della Repubblica popolare.
Infine profittare della fretta della Casa Bianca per incassare il più possibile dalle eventuali trattative, a dispetto delle gravi difficoltà sul campo di battaglia e prima che l’inverno rallenti ulteriormente le operazioni.
Un eventuale accordo sulla guerra in Ucraina senza la partecipazione di Zelensky sarebbe davvero possibile? Quali rischi correrebbero Kiev e l’Europa?
Sul piano tecnico, la sopravvivenza dell’Ucraina è dipesa finora dalla logistica, dalla tecnologia, dai rifornimenti e soprattutto dall’intelligence statunitense. Benché in oltre quattro anni di guerra il paese abbia saputo accrescere la propria produzione autoctona di droni e di altri sistemi d’arma, resta legato a doppio filo alle forniture occidentali.
A ciò si aggiunge la stanchezza della popolazione. Secondo un sondaggio di inizio ottobre, il 62% degli ucraini ritiene che nessuno dei due belligeranti stia prevalendo e il 56% accetterebbe cessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza americane ed europee. Una spossatezza su cui Washington potrebbe far leva per imporre a Kiev le concessioni necessarie a un compromesso con Mosca, dall’amputazione del Donbass alla neutralità, fino alla rinuncia proprio a quelle garanzie che gli Stati Uniti non intendono offrire in prima persona e che tenterebbero semmai di accollare di straforo agli alleati europei.
Le trattative sono in pieno svolgimento e, tra i rapporti di forza sul campo e l’urgenza washingtoniana di volgersi all’Indo-Pacifico, potremmo trovarci dinanzi a un autentico punto di svolta.
Che cosa cerca di ottenere la Cina da questo incontro e quanto potrebbe rafforzare il proprio ruolo di mediatrice tra Mosca e Washington?
Per Pechino il vertice costituisce allo stesso tempo un’occasione e un’insidia. Ospitare a Shenzhen gli inquilini della Casa Bianca e del Cremlino consacrerebbe simbolicamente la Repubblica popolare come potenza indispensabile, l’unica in grado di favorire la pace. Di converso lo Zhongnanhai sa bene che l’incontro rischierebbe di ridursi a un atto meramente cerimoniale, privo di ricadute concrete se non a proprio detrimento.
In primo luogo, Mosca potrebbe, nei mesi successivi, recuperare margini di manovra al di fuori del rapporto obbligato con il potente vicino, allentando di riflesso la dipendenza che oggi lega le due capitali. In secondo luogo, ed è il punto decisivo, Washington, sgravata parzialmente dall’assillo del quadrante est-europeo, potrebbe concentrare le proprie pressioni sull’Impero di mezzo.
Di qui la prudenza mandarina, sospesa fra la necessità di vestire in pubblico i panni di paladina di un vantaggio reciproco tanto proclamato quanto fittizio e la convenienza di trarre partito dall’impantanamento delle potenze rivali. Con lo sguardo sempre fisso su Taiwan all’interno di un tempo limitato.
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Guerra, droghe, vodka e milioni: così Pavel Prigozhin, figlio del capo della Wagner, ora guida le brigate in Africa
Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo
Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.
Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?
Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.
Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…
L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.
Con quali inconvenienti?
Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.
Come arriva l’Europa?
Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.
Ovvero?
Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.
Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?
Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.
Come procedere?
Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.
Business e politica. Così l’Italia guida il commercio transatlantico negli Usa
Il gala per il 51° anniversario della National Italian American Foundation (Niaf), svoltosi sabato al Washington Hilton, ha riunito alcuni dei principali protagonisti del mondo imprenditoriale italiano, rappresentanti politici e personalità di spicco della comunità italoamericana, mettendo in evidenza i due pilastri su cui poggiano le relazioni tra Italia e Stati Uniti: cooperazione politica e partnership economica.
L’evento ha offerto una rappresentazione concreta del ruolo della Niaf come ponte transatlantico, capace di collegare istituzioni, industria e una comunità la cui influenza va ben oltre la dimensione culturale. In una fase segnata da incertezze geopolitiche e trasformazioni industriali, la diplomazia economica assume un’importanza sempre più paragonabile a quella del dialogo politico nel sostenere il rapporto bilaterale. La serata di Washington ha mostrato come queste due dimensioni si rafforzino reciprocamente.
La presenza delle imprese ha rispecchiato l’ampiezza degli interessi economici italiani sulle due sponde dell’Atlantico. Tra i principali protagonisti figuravano Fincantieri, Leonardo, Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato, Almaviva, Terna, Italgas, GE Healthcare, SHRO, Colavita, Ferrero e Campari Group, espressione di settori che spaziano dalla difesa alla cantieristica navale, dall’energia alle infrastrutture, dalla finanza alla tecnologia, fino alla sanità e ai beni di consumo. Il gala ha ricevuto inoltre il sostegno di HHH – Hospital Healthcare Holdings, parte di GKSD Investment Holding, a ulteriore conferma del coinvolgimento del settore privato.
Questa dimensione economica si inserisce in un contesto più ampio di dialogo transatlantico, al quale contribuisce anche l’American Chamber of Commerce in Italy (AmCham), impegnata a favorire i collegamenti tra imprese, investitori e istituzioni dei due Paesi. Le partnership industriali assumono infatti un peso crescente per la sicurezza nazionale, la competitività tecnologica e la resilienza economica. Per Italia e Stati Uniti, il coinvolgimento delle aziende garantisce continuità e sostanza operativa a una relazione tradizionalmente costruita sulla diplomazia e sulla condivisione di priorità politiche.
Altrettanto significativa è stata la partecipazione politica e istituzionale, rafforzata dal videomessaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha inquadrato l’anniversario nel contesto dei 250 anni dell’indipendenza americana e del contributo storico della comunità italiana alla costruzione degli Stati Uniti.
“La storia degli italoamericani è la storia stessa dell’America”, ha affermato Meloni, ricordando una nazione costruita attraverso il coraggio, il sacrificio e la ricerca di un futuro migliore. La premier ha richiamato anche la figura di Filippo Mazzei e la sua influenza su Thomas Jefferson come esempio del contributo italiano alla nascita degli Stati Uniti.
“Da oltre cinquant’anni, la Niaf rappresenta un ponte essenziale tra Italia e Stati Uniti”, ha aggiunto, descrivendo un legame fondato sulla storia condivisa, sui rapporti familiari, sulla cultura e sui valori comuni.
Il suo intervento ha assunto anche una dimensione geopolitica più ampia. “In questi tempi di crisi, il legame tra Italia e Stati Uniti rimane cruciale”, ha sottolineato Meloni, richiamando la necessità per i due Paesi di continuare a difendere la libertà e la democrazia.
La rappresentanza politica comprendeva l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, l’ex ministro degli Esteri Angelino Alfano, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e i parlamentari Carlo Fidanza, Alessandro Cattaneo, Christian Di Sanzo ed Elena Murelli. Tra le personalità diplomatiche e istituzionali erano presenti l’ambasciatore italiano a Washington Marco Peronaci, Damiano Beleffi, Raffaele Cattaneo, Giampiero Zinzi e Antonio Giordano.
Significativa anche la partecipazione delle Regioni, con i presidenti del Lazio Francesco Rocca, della Lombardia Attilio Fontana e del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Il programma della Niaf ha inoltre ospitato un confronto sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti tra Pompeo e Alfano, moderato dalla giornalista economico-finanziaria Maria Bartiromo.
L’ampiezza della partecipazione politica ha evidenziato i diversi livelli attraverso cui si sviluppa il rapporto bilaterale: dalla diplomazia nazionale agli scambi parlamentari, dalla cooperazione regionale alle partnership industriali. Le parole di Meloni hanno richiamato le fondamenta storiche e politiche di questa relazione, mentre la presenza di rappresentanti istituzionali e imprenditoriali ne ha mostrato la dimensione operativa.
Un’attenzione particolare è stata riservata alla Lombardia, scelta dalla Niaf come Regione d’Onore 2026 per il suo contributo all’industria, al design, alla moda e all’innovazione, oltre che per i consolidati rapporti economici e istituzionali con gli Stati Uniti. Fontana ha ribadito l’impegno della Regione nel rafforzamento delle relazioni transatlantiche, mentre la celebrazione ha offerto l’occasione per valorizzare uno dei principali poli manifatturieri e dell’innovazione europei. Il riconoscimento ha sottolineato come la relazione economica tra Italia e Stati Uniti sia alimentata non soltanto dalle politiche nazionali e dai grandi gruppi industriali, ma anche dagli ecosistemi produttivi territoriali.
Tra i protagonisti della serata figurava Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, insignito del Niaf Dea Roma Special Achievement Award for Outstanding Leadership in the Maritime Industry. Il riconoscimento ha valorizzato il posizionamento internazionale del gruppo e la sua crescente rilevanza strategica, in particolare nella cantieristica avanzata, nelle tecnologie digitali e nelle capacità subacquee.
“Sono orgoglioso di guidare una squadra concentrata sulle navi digitali del futuro e sul dominio subacqueo, facendo leva sull’affidabilità tecnica italiana”, ha dichiarato Folgiero, descrivendo il premio come un ponte tra «Italia e Stati Uniti, tradizione e futuro, ambizione individuale e orgoglio collettivo».
La presenza industriale di Fincantieri negli Stati Uniti conferisce al riconoscimento una dimensione concreta. Attraverso Fincantieri Marine Group, l’azienda opera in quattro cantieri americani, impiega circa 3.000 persone e ha investito oltre 800 milioni di dollari nelle proprie attività statunitensi, anche nell’ambito della collaborazione con la Marina americana.
Il tema della leadership imprenditoriale si è esteso oltre la cantieristica. Anche Anthony Capuano, presidente e amministratore delegato di Marriott International, è stato premiato per la sua leadership nel settore dell’ospitalità, a testimonianza dell’influenza della comunità italoamericana in alcuni dei principali comparti dell’economia statunitense.
Per il presidente e amministratore delegato della Niaf Robert Allegrini, l’anniversario ha rappresentato un’occasione per riaffermare la missione della Fondazione nel collegare generazioni diverse e rafforzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. “Da 51 anni, la Niaf funge da ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti”, ha dichiarato, sottolineando come la serata rappresentasse un’espressione concreta della missione dell’organizzazione.
Anche il presidente del consiglio di amministrazione della Niaf John Calvelli ha evidenziato l’importanza di investire nelle nuove generazioni e di preservare i legami che hanno contribuito a plasmare la comunità italoamericana.
Il gala ha così mostrato come un’istituzione nata per valorizzare un patrimonio culturale condiviso possa svolgere anche una funzione di piattaforma per il dialogo politico, le relazioni imprenditoriali e la cooperazione transatlantica.
Il fine settimana di Washington ha ospitato inoltre la quarta edizione degli Italpress Awards, organizzati dall’agenzia di stampa fondata e diretta da Gaspare Borsellino, in collaborazione con la Niaf. La cerimonia ha premiato personalità italiane e italoamericane che contribuiscono alla valorizzazione internazionale delle eccellenze italiane.
Tra i riconoscimenti figuravano quelli assegnati al presidente lombardo Fontana, all’ambasciatore Peronaci, al rappresentante permanente italiano presso le Nazioni Unite Giorgio Marrapodi, al giornalista Gianni Riotta e al presidente di Ferrovie dello Stato Tommaso Tanzilli. L’evento ha riunito rappresentanti della diplomazia, delle imprese, delle istituzioni e dei media. La galleria fotografica pubblicata offre una panoramica degli ospiti e delle personalità presenti alla manifestazione.
Nel complesso, il 51° anniversario della Niaf ha restituito l’immagine di una relazione bilaterale sempre più sostenuta dalla convergenza tra diplomazia politica, cooperazione industriale e legami culturali. I governi continuano a fornire il quadro istituzionale, mentre imprese, economie regionali e reti transatlantiche contribuiscono a tradurre questa partnership in rapporti economici e strategici duraturi.
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Due posizioni, una sola nave. Boschetti spiega il nuovo trucco della flotta ombra russa
Nel Mar Nero, le petroliere della flotta ombra di Mosca hanno iniziato a impiegare una nuova tecnica per nascondere la propria posizione. Almeno dodici navi avrebbero utilizzato dispositivi simili per falsificare i dati dell’Automatic Identification System (Ais), il sistema con cui le imbarcazioni comunicano la propria posizione, apparendo ferme mentre navigavano a centinaia di chilometri di distanza. In sei casi sarebbero risultate contemporaneamente in due punti diversi. La manipolazione dei segnali è già diffusa tra le petroliere che aggirano le sanzioni occidentali, ma la novità sarebbe l’uso di dispositivi identici, capaci di trasmettere coordinate congelate e sincronizzate.
La tecnica sarebbe stata impiegata soprattutto nel Bosforo, lo stretto turco che collega il Mar Nero al Mediterraneo. Le navi attivavano il segnale reale per attraversarlo, continuando però a trasmettere una seconda posizione fittizia nei pressi dell’imboccatura, così da risultare lontane dalla loro posizione effettiva e più difficili da individuare e colpire. Più che una svolta tecnologica, si tratta di un’evoluzione prevedibile. “Dal punto di vista tecnico non parlerei di una rivoluzione”, osserva Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology e il Marine Technology Center of Sweden. “Invece di uno spoofer se ne usano due. A quel punto chi osserva, che sia l’Ucraina, l’Unione europea o un altro attore, non è in grado di stabilire quale segnale sia autentico, e non può certo lanciare centinaia di droni per verificarlo. È una soluzione quasi ovvia. Semmai sorprende che ci sia voluto così tanto tempo per arrivarci”.
Parallelamente, Mosca ha rafforzato il controllo sulla flotta ombra, composta da petroliere spesso vecchie, con proprietà opache e bandiere cambiate di frequente. Secondo i dati citati dal Financial Times, oltre 80 navi avrebbero adottato la bandiera russa tra luglio e settembre e più di trenta avrebbero assunto nomi russi legati a pietre preziose, come Gagat, Labrador e Sapfir. Alcune sono state dotate di reti e gabbie contro i droni. Kyiv ha infatti dichiarato a fine settembre di aver colpito oltre 300 imbarcazioni russe in undici settimane. “Quando si dispone di uno strumento pensato per sorvegliare l’avversario, l’avversario farà di tutto per sottrarvisi”, spiega Boschetti. “I russi sono abili in questo e hanno un forte interesse economico e strategico. Era inevitabile che sviluppassero sistemi per eludere l’Ais”.
Secondo Windward, società di intelligence marittima, la flotta ombra mondiale conta circa 1.229 navi oltre le 20.000 tonnellate, più di tre quarti delle quali sanzionate da Stati Uniti, Regno Unito o Unione europea. “Questo episodio dimostra ancora una volta che affidarsi a un unico sistema non è sufficiente”, osserva Boschetti. L’alternativa passa per lo spazio: radar ad apertura sintetica (Sar), immagini ottiche, Ais satellitare. “Grazie alle aziende private attive in questi settori, oggi le navi si possono vedere. Sistemi di intelligenza artificiale correlano i dati raccolti a terra con quelli satellitari e individuano le imbarcazioni, un lavoro impossibile da affidare a migliaia di analisti. Ma si aggiungono livelli all’architettura e tutto diventa più costoso. È una complessità necessaria, ma va gestita”.
Il nodo resta la sovranità. “In ambito Nato e Ue dobbiamo assicurarci che la filiera della situational awareness sia europea, o quantomeno non interamente nelle mani degli Stati Uniti”, sottolinea Boschetti, “Se le mie operazioni dipendono da un satellite americano e Washington smette di fornire le immagini, torniamo al punto di partenza, come insegna il caso Starlink. In Europa abbiamo aziende come Iceye, non esiste solo Maxar. Non possiamo contare soltanto su Copernicus. Se le aziende ci sono, vanno sostenute”. C’è però un rovescio della medaglia. “Mentre costruiamo queste architetture, un satellite russo si trova a pochi chilometri da un satellite Iceye impiegato per il telerilevamento in Ucraina, e non sappiamo cosa stia facendo”, avverte Boschetti. “Integrandole nella sicurezza, rischiamo di rendere queste costellazioni commerciali ancora più un bersaglio militare, pur essendo usate per moltissimi scopi oltre alla guerra”. Un rischio che, conclude, non giustifica l’inazione.
Viene licenziata, sale le scale e cade: una donna chiede 33mila euro di risarcimento

Australia, la deputata Helen Haines travolta da un suv davanti al suo ufficio: è grave
SUV investe la parlamentare Helen Haines in Victoria, il premier Albanese: “Un attacco mirato”
La parlamentare federale indipendente Helen Haines è rimasta ferita in un incidente stradale davanti al suo ufficio nello stato di Victoria. Il premier Anthony Albanese parla di “un attacco mirato”, secondo quanto riferito dai giornali locali. Un SUV ha travolto Haines, provocandole gravi lesioni alla gamba.
Il giornalista di Melbourne Edward Godfrey ha spiegato che il dipendente di un salone da barba lì vicino ha raccontato al telefono che alcuni passanti avevano bloccato il guidatore del fuoristrada subito dopo l’impatto, scoprendo che l’uomo aveva un coltello a serramanico in tasca.
I familiari della donna confermano che l’episodio è avvenuto all’esterno della sua sede elettorale a Wangaratta, sempre nella regione di Victoria. La deputata, di 65 anni, è stata investita da una Toyota Landcruiser bianca verso le 15:35 ora locale.
Le forze dell’ordine hanno fatto sapere di essere al lavoro per capire se “si sia trattato di un atto intenzionale”, pur precisando di escludere una “minaccia in corso per la comunità”. Dal canto suo, Albanese ribadisce che “non si è trattato di un incidente” e che “sembra esserci stato un atto deliberato”, aggiungendo che le indagini vedono già il coinvolgimento della polizia antiterrorismo.
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