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NERA | Vencedor do Concurso de Projetos Inovadores – Turismo & Recursos Geológicos 

A Tech Salt, S.A. venceu a categoria “Turismo & Recursos Geológicos” do Concurso de Projetos e Atividades Inovadores – INOVA ALGARVE + DIVERSIFICAR, promovido pelo NERA, com o projeto «Almoço Mineiro Subterrâneo», recebendo um prémio monetário de 2.500 euros. A distinção foi atribuída durante a Conferência dedicada à Fileira dos Recursos Geológicos, realizada a 20 […]

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“Datemi fiducia, pensate che io sia innocente. Ho perso moglie e figlia”, lo sfogo di Gianni Di Vita

“Sono passati dieci mesi, sono esasperato. Non ce la faccio più, rendetevi conto che ho perso una moglie e una figlia”. È lo sfogo di Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara, la quindicenne morta insieme alla madre a seguito di un avvelenamento da ricina a Pietracatella, in Molise. Davanti alle telecamere della trasmissione di Rai Uno La vita in diretta, l’uomo esprime tutta la fatica di convivere con un dolore che, dice, non può essere raccontato davanti a un microfono. “Il dolore è una cosa intima, privata. Io ne parlo con mia figlia, con i miei cari, con i miei amici. Non ne posso parlare davanti a un microfono”. Poi l’appello: “Datemi fiducia un attimo, per un secondo pensate che io sia innocente”.

Mentre le parole di Di Vita riaccendono l’attenzione sul caso, proseguono le indagini sulla morte delle due donne, avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre 2025. Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda l’origine della ricina che ha provocato l’intossicazione mortale e le modalità con cui il veleno sarebbe stato procurato. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le segnalazioni di piante di ricino alle forze dell’ordine. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, riguarda Casacalenda, in provincia di Campobasso, dove gli investigatori della Squadra Mobile sono intervenuti su indicazione di un cittadino. Le piante sono state fotografate e ne è stata verbalizzata la presenza; secondo una delle ricostruzioni diffuse, sono stati inoltre prelevati campioni di vegetazione nei pressi del liceo delle Scienze Umane del paese.

La zona non è estranea all’inchiesta: proprio venerdì scorso, nello stesso istituto, si era conclusa una delle quattro perquisizioni informatiche disposte dalla Procura di Larino e condotte dalla Squadra Mobile e dallo Sco. Gli investigatori stanno cercando eventuali tracce di ricerche online sulla ricina e su sostanze e procedimenti collegati. Nell’ambito degli accertamenti non sono stati sequestrati computer, ma sono stati acquisiti i dati della rete centralizzata ed è stata effettuata la copia forense di un notebook.

Al momento, tuttavia, non è stato accertato alcun collegamento tra le piante individuate nei pressi della scuola, il computer sottoposto a copia forense e la morte di Antonella e Sara. Le verifiche sulla presenza del ricino sul territorio vengono definite dagli ambienti investigativi come attività ordinarie, senza che siano emersi elementi in grado di collegare gli esemplari segnalati agli omicidi. Le segnalazioni, del resto, non riguardano soltanto Casacalenda. Nei giorni precedenti piante della stessa specie erano state individuate a Riccia, nelle campagne di Sant’Elia a Pianisi, nella zona del lago di Occhito, al confine tra Molise e Puglia, e nelle campagne di Campodipietra. In alcuni casi, gli esemplari presentavano numerosi semi, la parte della pianta dalla quale è possibile estrarre la ricina. Anche a Castelpagano, in Campania, erano state segnalate piante analoghe.

Gli accertamenti mirano a chiarire uno degli interrogativi centrali dell’inchiesta: se il veleno possa essere stato ricavato dai semi del ricino oppure se sia stata utilizzata una sostanza già preparata e procurata attraverso altri canali. Per ora nessuna delle due ipotesi risulta accertata. Le analisi condotte dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia sui campioni biologici delle vittime avevano individuato lectine e frammenti proteici riconducibili al Ricinus communis, risultati compatibili con un’intossicazione acuta da ricino confermata dall’autopsia. Resta però da stabilire in quale forma la sostanza sia stata assunta.

Sul fronte investigativo, non sono esclusi nuovi interrogatori nei prossimi giorni. La pista seguita resta quella passionale e, negli ultimi giorni, sono emersi dettagli relativi ad alcune deposizioni di Gianni Di Vita, durante le quali l’ex sindaco avrebbe ammesso di aver avuto una relazione extraconiugale con un’insegnante sua amica da molto tempo.

L'articolo “Datemi fiducia, pensate che io sia innocente. Ho perso moglie e figlia”, lo sfogo di Gianni Di Vita proviene da Il Fatto Quotidiano.

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“Frattura al collo per strangolamento”, l’ipotesi sulla morte della giudice Francesca Ercolini

Una morte che, a quasi quattro anni di distanza, non ha ancora una spiegazione definitiva. E una serie di elementi che mettono in discussione la prima ricostruzione, quella di un suicidio. Il caso di Francesca Ercolini, giudice di 51 anni trovata morta nella sua abitazione di Pesaro il 26 dicembre 2022, torna al centro dell’inchiesta con un nuovo dettaglio emerso – come riporta il Corriere della Sera – dagli esami medico-legali: una frattura al collo che, secondo quanto emerso dalla seconda autopsia, non sarebbe riconducibile all’impiccagione, mentre potrebbe essere compatibile con uno strangolamento.

È uno degli elementi sui quali si concentra l’attenzione degli investigatori, che oggi procedono per omicidio. Per la morte della donna sono iscritti nel registro degli indagati il marito, avvocato di 56 anni, assistito dal legale Gaetano Insolera, e un suo amico poliziotto. Si tratta di un’ipotesi investigativa, ancora da verificare attraverso gli accertamenti tecnici e il lavoro della magistratura.

La mattina in cui fu scoperto il corpo, la scena era stata ricondotta a un gesto volontario. A trovare Francesca erano stati il marito e l’amico poliziotto. La donna, secondo la versione iniziale, si sarebbe impiccata utilizzando un foulard legato alla ringhiera di una scala interna. Anche il figlio, che all’epoca aveva 17 anni, aveva riferito quella ricostruzione. All’arrivo dei soccorritori, tuttavia, il corpo si trovava già a terra.

Le prime verifiche non avevano portato a mettere in discussione l’ipotesi del suicidio. Ma Carmela Fusco, la madre della giudice, non si è mai convinta di quella conclusione. Assistita dall’avvocato Giuseppe Lattanzio, ha insistito perché venissero approfondite le circostanze della morte della figlia, fino alla riapertura del fascicolo. Da lì sono ripartiti gli accertamenti che hanno portato a esaminare nuovamente il corpo e a ricostruire la dinamica dell’accaduto.

La seconda autopsia ha già evidenziato un elemento che solleva interrogativi sul presunto impiego del foulard. Il segno lasciato sul collo sarebbe infatti caratterizzato da una conformazione poco compatibile con un tessuto morbido e più vicina a quella che potrebbe essere prodotta da un elemento sottile e resistente, come una corda, un filo o un laccio. Un particolare che richiama anche la telefonata al 118 effettuata dal figlio, durante la quale il ragazzo avrebbe utilizzato il termine “cordino”.

Tra gli oggetti finiti sotto la lente degli investigatori ci sono due lampade sequestrate nei mesi scorsi dal Ris. Una di queste potrebbe essere stata privata del filo elettrico, ipotizzato come possibile strumento utilizzato per provocare la morte della donna. Anche in questo caso, si tratta di una pista che dovrà essere confrontata con i risultati degli esami e con gli altri dati raccolti. La frattura al collo non è l’unico elemento da chiarire. Sul corpo erano stati rilevati anche alcuni lividi, che potrebbero essere compatibili con tentativi di difesa. La loro origine e il loro eventuale rapporto con la dinamica della morte rientrano negli aspetti da valutare nell’ambito delle perizie.

Per ricostruire quanto accaduto nella casa di Pesaro, il Ris ha effettuato anche prove con un manichino. Gli accertamenti hanno riguardato, tra le altre cose, il comportamento del foulard durante una simulazione di sospensione. L’obiettivo è verificare se gli effetti osservati siano coerenti con la versione secondo cui la donna si sarebbe impiccata. Tra i punti ancora controversi c’è anche la possibilità che Francesca sia riuscita a salire sulla ringhiera e a mantenere l’equilibrio mentre si sistemava il tessuto intorno al collo.

Il lavoro dei consulenti è arrivato a una fase decisiva. Il giudice per le indagini prelimimari Marco Billi del Tribunale dell’Aquila ha fissato al 5 novembre il termine per il deposito delle relazioni del Ris e del medico legale, mentre il 20 novembre è prevista l’udienza. Le conclusioni tecniche dovranno contribuire a stabilire se i reperti e le lesioni riscontrate siano compatibili con un suicidio oppure se sostengano una diversa ricostruzione.

Per la famiglia di Francesca, e soprattutto per la madre che non ha mai accettato la spiegazione iniziale, si avvicina un passaggio importante. Dopo anni di dubbi, gli accertamenti potranno fornire nuovi elementi per comprendere le ultime ore della giudice. Resta da stabilire che cosa sia successo davvero in quella casa e se la morte della donna sia stata provocata da qualcun altro. Saranno le perizie e le successive valutazioni giudiziarie a dare una risposta, senza che le ipotesi investigative possano essere considerate, allo stato, eventuali responsabilità.

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