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Matera, la protesta degli studenti da anni senza una sede per il loro liceo: in corteo fino alla Provincia

“Diritto a restare, diritto a studiare”. Dietro questo slogan, in queste ore, centinaia di studenti dei licei classico e artistico “Emanuele Duni” di Matera sono scesi in piazza per manifestare in maniera pacifica i disagi che vivono da anni nella loro scuola. Una storia come tante altre in Italia di promesse mancate, di cantieri mai finiti, di alunni costretti a vagabondare da una parte all’altra della città (firma qui la petizione del Fatto quotidiano “La scuola non si arma, si insegna”). A preoccupare gli studenti sono gli interventi edilizi interni ed esterni alla scuola in atto da un anno e l’ipotesi che la Regione Basilicata possa rientrare in possesso delle aule al primo piano del plesso, con il conseguente trasferimento di una parte delle classi in un’altra sede, al momento non individuata.

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Una protesta che è servita dal momento che una delegazione è stata accolta dai vertici della Provincia e dal sindaco Antonio Nicoletti per un confronto che ha portato ad un obiettivo: istituire un tavolo di confronto mensile tra il rappresentante della Consulta provinciale degli Studenti, i futuri rappresentanti d’Istituto e la Provincia. I ragazzi avranno il compito di raccogliere e riportare le problematiche sollevate dalla componente studentesca, garantendo un dialogo diretto e continuativo con le istituzioni. Un traguardo a detta di Michele Caserta, rappresentante del classico che con i compagni ha organizzato la protesta. Gli studenti ci tengono a difendere il loro diritto di studiare. La storia del “Duni” risale al 1864: tra i suoi insegnanti più illustri c’è stato persino Giovanni Pascoli. Fino agli anni sessanta del secolo scorso il liceo si trovava a palazzo Lanfranchi, edificio del Seicento; successivamente è stato spostato in viale delle Nazioni Unite, in un edificio molto grande e rifornito di ogni mezzo per fare didattica.

“Nel settembre del 2018 – racconta Caserta – a seguito di carenze e problematiche strutturali di una certa importanza tutta la scuola è stata costretta ad abbandonare la sede storica trovando una prima sistemazione presso l’istituto agrario della città, per poi stabilirsi fino ad oggi nei locali della Regione Basilicata: un ex ospedale pediatrico che chiaramente non ha un’aula magna, dei laboratori, una palestra, una biblioteca. Fare scuola in queste condizioni è molto complicato”. Parole che sono diventate slogan per la manifestazione che ha visto le delegazioni dei licei in corteo fino alla Provincia per chiedere trasparenza sui tempi e sui piani degli interventi respingendo l’ipotesi di una divisione delle classi tra sedi differenti. La protesta sortito qualche risultato: “La Provincia ha chiesto alla Regione – continua Caserta – di posticipare gli interventi previsti nella nostra attuale sede di via Annibale Maria di Francia, riprogrammandoli per il periodo estivo, anche qualora ciò comportasse il pagamento di una penale. Allo stato attuale, non sono state individuate soluzioni che consentano di trasferire l’intera comunità scolastica in un’unica sede. Né la Provincia né il Comune dispongono, al momento, di strutture adeguate a ospitare tutte le classi del nostro liceo”.

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Avellino, assenza ingiustificata e sanzioni per gli studenti che hanno scioperato. Dopo le polemiche il preside fa marcia indietro

Gli studenti vanno in piazza a scioperare, il preside minaccia sanzioni disciplinari e chiede ai genitori di venire di persona a dichiarare che l’assenza era “ingiustificata”. Poi, dopo le polemiche, è costretto al passo indietro. Il caso è scoppiato nei giorni scorsi nel Polo liceale di Ariano Irpino, dopo che circa 400 giovani hanno aderito alla manifestazione studentesca di venerdì 16 ottobre ad Avellino. Contro di loro si è scagliato il preside Gerardo Cipriano, che ha diffuso una prima circolare (la numero 85) in cui definiva l’assenza “ingiustificata” e dichiarava che avrebbe influito “sulla valutazione della condotta disciplinare dello studente”. A protestare è stato il Collettivo studentesco di Irpinia e i Giovani Comunisti che hanno parlato di atto “intimidatorio“. Le conseguenze per gli studenti vengono “ingigantite e falsate”, si legge nella nota, mentre gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare “il diritto allo studio e un miglioramento delle condizioni della scuola stessa”. In piazza, durante lo sciopero, gli studenti hanno protestato per le condizioni degli edifici scolastici, la carenza di personale, gli stipendi degli insegnanti, il costo dei trasporti e hanno portato avanti la richiesta di investire nell’istruzione anziché nel riarmo (firma qui la petizione del Fatto “La scuola non si arma, si insegna”).

Come riporta Avellino Today, la circolare prevedeva una giustificazione ad hoc da parte dei genitori dell’alunno assente. Non più la solita modalità telematica, ma per l’assenza del 16 ottobre ai genitori veniva richiesto di compilare un modulo specifico in cui consideravano “ingiustificata” l’assenza del figlio e legittimare – di conseguenza – i docenti a valutare in modo negativo il loro comportamento. “Viene demandata al genitore una dichiarazione di colpevolezza del proprio figlio dall’essersi astenuto dalle lezioni”, aveva commentato così Faustino Liuzzi, l’avvocato a cui si sono rivolti gli studenti, ai microfoni di Irpinia Tv. Per il legale, la definizione di “ingiustificata” e il carattere collettivo, presenti nella circolare, erano già motivo di illegittimità.

Dopo le polemiche, il dirigente scolastico Cipriano, ha fatto marcia indietro, pubblicando una nuova circolare, la numero 87, che modifica le disposizioni precedenti: le assenze degli studenti che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre potranno essere giustificate attraverso il registro elettronico Argo, senza che i genitori debbano presentarsi personalmente a scuola. Escluse anche le conseguenze disciplinari: non saranno avviati procedimenti né applicate sanzioni individuali o collettive, e nessuno studente sarà escluso dalle lezioni o dalle attività didattiche. Al loro posto, la scuola prevede momenti di riflessione nell’ambito dell’educazione civica, dedicati ai diritti, ai doveri e alla partecipazione democratica. Intervistato da Alanews, Cipriano ha sostenuto che la prima comunicazione non era sufficientemente chiara, pur ribadendo che “il diritto di sciopero spetta ai lavoratori e non agli studenti, per i quali la frequenza scolastica rimane un obbligo”.

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Severità o supporto ai ragazzi? Dividersi non serve, la scuola va ripensata in modo diffuso

Quando un fatto di cronaca coinvolge dei giovani, il dibattito sull’educazione torna a polarizzarsi alla ricerca di un colpevole. La scuola non sa più farsi rispettare. Le famiglie hanno smesso di educare. I ragazzi non tollerano la frustrazione. Formule che riempiono i confronti televisivi, ma lasciano intatta la domanda decisiva: quali condizioni permettono oggi di educare davvero?

Il confronto tra Paolo Crepet ed Enrico Galiano, andato in scena qualche sera fa su La7, rappresenta bene questo dualismo. Da una parte, Crepet attribuisce alla scuola un eccesso di permissività: promuovere tutti, rinunciare alla selezione e alla sanzione impedirebbe ai ragazzi di misurarsi con le proprie responsabilità. Dall’altra, Galiano difende il lavoro degli insegnanti, denuncia la carenza di risorse e il peso di famiglie che spesso ostacolano l’azione degli insegnanti. Anche sulla psicologia scolastica le posizioni divergono: svalutata dal primo, riconosciuta come risorsa dal secondo. Entrambe le letture intercettano problemi reali. Entrambe rischiano di fermarsi prima del punto essenziale.

Prendiamo la questione “severità-frustrazione” (Crepet). Imparare ad affrontare un limite, un insuccesso, la conseguenza di un comportamento è parte della crescita. Ma quale esperienza educativa costruisce questa capacità? Un voto usato come punizione può ottenere obbedienza senza produrre comprensione. La responsabilità matura quando si comprendono le conseguenze delle proprie azioni e si incontra un adulto capace di accompagnare questa elaborazione. Confondere autorevolezza e potere di sanzionare impoverisce il lavoro educativo. La scuola pubblica italiana è gravemente sottofinanziata, non c’è dubbio. Ma la fatica degli insegnanti, che merita riconoscimento, non rende superflua una riflessione sulla loro preparazione. Difendere la scuola pubblica significa anche interrogarne la cultura professionale e se gli insegnanti si “spaccano la schiena” (Galiano), occorre aiutarli a con modelli educativi più efficaci.

Qui emerge un nodo che riguarda soprattutto la scuola secondaria: l’idea, che per larghi settori domina ancora la cultura del corpo docente, che conoscere una disciplina sia sufficiente per insegnarla e non siano necessarie competenze pedagogiche e didattiche, capacità di leggere i contesti, di costruire una relazione. Continuare a ritenere che l’insegnamento sia un mero trasferimento di contenuti, significa ignorare oltre un secolo di ricerche e evidenze scientifiche e comportarsi in pedagogia come chi, in medicina, pretendesse oggi di curare con i salassi. È fondamentale dunque cambiare paradigma, superando un corporativismo non più sostenibile dal punto di vista scientifico e culturale.

L’istruzione non è separabile dall’educazione perché coinvolge la persona nella sua interezza. In classe entrano corpi, emozioni, linguaggi, storie familiari e condizioni socio-culturali e per questo occorre una competenza che orienti il lavoro quotidiano. Insegnare in senso pedagogicamente fondato significa interrogare i propri metodi, collegare le discipline, mettere i contenuti in rapporto con le domande del presente. Molti insegnanti già lo fanno. La questione è rendere questa professionalità patrimonio comune e condiviso.

C’è poi un secondo passaggio. La complessità che arriva nelle aule richiede la costruzione di équipe scolastiche interdisciplinari nelle quali docenti, educatori, psicologi, mediatori culturali, antropologi, tutor dell’apprendimento e assistenti sociali possano collaborare. Professionalità diverse devono condividere la responsabilità educativa e costruire una comunità di adulti significativi, capace di conquistare la fiducia degli studenti e l’efficacia educativa operando come un sistema integrato.

Anche la psicologia scolastica va pensata dentro questa prospettiva. Liquidarla è un errore. Ridurla a uno sportello separato dalla vita della scuola rischia però di limitarne l’efficacia. Se chiedere aiuto viene percepito come ricevere un’etichetta, l’accesso diventa una soglia insormontabile. Lo psicologo scolastico può lavorare anche sulle relazioni informali, nei gruppi, sui contesti, insieme agli altri professionisti. Il suo apporto acquista forza quando entra in un progetto educativo condiviso.

Per quanto riguarda le famiglie, rappresentarle come un fronte avversario rischia di dare sfogo alla frustrazione e rende impossibile costruire un’alleanza. Esistono genitori che delegano, negano i problemi, contestano qualsiasi richiamo. Esistono anche adulti disorientati, privi di strumenti, che hanno bisogno di essere accompagnati. Poiché genitori non si nasce, ma si può diventare e la competenza educativa si costruisce, sostenere la formazione dei genitori è al giorno d’oggi una responsabilità sociale non più derogabile che richiede luoghi e opportunità oltre la scuola.

Infine, bisogna guardare agli studenti come protagonisti della conoscenza. Un ragazzo può accettare la fatica dello studio quando ne riconosce il senso e incontra adulti credibili e, soprattutto, che siano al suo fianco e non contro di lui. Iniziare a comprendere il mondo, capirne le dimensioni latenti, costruire conoscenza e senso e critico, conquistare autonomia sono elementi che alimentano l’impegno e il piacere di apprendere. Una scuola che vuole educare deve saperli coltivare. Continuare a dividersi tra chi invoca punizioni e chi difende gli insegnanti, in una logica binaria e manichea, è certamente utile ad alimentare l’audience e le opposte tifoserie, ma lascia le questioni fondamentali sullo sfondo.

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Castel Volturno, 14enne accoltella un coetaneo a scuola. I medici: “Ferita addominale potenzialmente grave”

Una lite tra due ragazzi nei corridoi della scuola, ieri mattina 19 ottobre, è finita con l’accoltellamento di un quattordicenne da parte di un coetaneo. Nell’istituto scolastico superiore “Vincenzo Corrado” di Castel Volturno in provincia di Caserta, i due avrebbero iniziato a discutere per futili motivi e poi il 14enne avrebbe tirato fuori un coltello a serramanico e colpito all’addome l’altro ragazzino. Il giovane ferito è stato soccorso dal personale sanitario del 118 e trasportato in ospedale, dove è stato ricoverato in prognosi riservata.

La Polizia ha arrestato l’aggressore, che è stato condotto al Centro di Prima Accoglienza dei Colli Aminei, a Napoli. Il ragazzo, secondo quanto ricostruito finora, è scappato subito dopo con il coltello in tasca. I docenti e il personale scolastico hanno soccorso il minore ferito e hanno avvisato le forze dell’ordine. Per i medici, la ferita addominale è potenzialmente grave, mentre non desta alcuna preoccupazione una seconda ferita a una mano. I poliziotti hanno trovato e sequestrato il coltello, ritenuto compatibile con quello utilizzato nell’aggressione. Le testimonianze raccolte e gli ulteriori accertamenti hanno consentito agli investigatori di ricostruire le circostanze dell’episodio. Il 14enne arrestato è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria.

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Social media, cattivi maestri

L’uso precoce dei social media ha un’influenza negativa sui risultati scolastici. Introdurre l’educazione alla cittadinanza digitale nelle scuole e iniziative rivolte ai genitori aiutano a contrastare il fenomeno, ma serve una regolazione più stringente.

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Scuola e Pnrr, il Comune aspetta da due anni i rimborsi per le aule provvisorie: “Dal ministero nessuna risposta”

“È da due anni che aspettiamo il contributo del ministero dell’Istruzione e del Merito per il noleggio di strutture modulari temporanee prese durante la costruzione della nuova scuola con i fondi Pnrr. Abbiamo investito quasi due milioni di euro ma dopo averci erogato la prima tranche sono spariti. Nessuno ci ha più comunicato nulla. Aspettiamo…”. Alberto Olmi, sindaco di Quattro Castella, tredicimila anime in provincia di Reggio Emilia, allarga le braccia. Lui e la sua giunta hanno rispettato tutti i tempi, risposto in maniera puntuale a ogni richiesta burocratica arrivata da Roma, garantito la continuità didattica agli alunni della secondaria di primo grado “Balletti” e alla primaria “Pascoli” ma alla fine i soldi promessi dagli uffici di viale Trastevere non sono mai arrivati. Peggio ancora. “Li abbiamo sollecitati ma nessuno ci ha mai detto nulla”, specifica Olmi. Che avverte: “C’è una quarantina di comuni nella nostra stessa situazione”.

La vicenda ora è arrivata anche in Parlamento attraverso un’interrogazione dell’onorevole Ilenia Malavasi (Pd) rivolta al ministro Giuseppe Valditara. Inizia tutto nel 2023. All’epoca gli enti locali soggetti attuatori del Pnrr dovevano demolire e ricostruire edifici scolastici in situ. Durante il cantiere, tuttavia, avevano l’obbligo di garantire la continuità didattica affittando immobili o noleggiando strutture modulari temporanee. Per sostenere questi oneri il ministero aveva predisposto, con cadenza annuale, avvisi pubblici per assegnare contributi agli enti interessati. Il sindaco di Quattro Castella, avendo dovuto ricorrere al noleggio di alcune strutture per ospitare cinque sezioni di scuola media, aveva aderito all’avviso pubblico otto giorni dopo la pubblicazione. Diciassette giorni più tardi da viale Trastevere era arrivata una richiesta burocratica da risolvere in un solo giorno: fatto anche quello. Il 15 dicembre 2023 il ministero ha riconosciuto il contributo di 313.652,52 euro erogato, tuttavia, solo nel dicembre 2024. Poco male per la giunta di Olmi. Il problema è che, trattandosi di un contributo triennale, il Comune ha presentato domanda anche per gli anni successivi senza ricevere alcun riscontro.

“Un ente virtuoso – spiega Malavasi nell’interrogazione – come il comune di Quattro Castella, che ha rispettato ogni scadenza, anche la più stringente, ha sostenuto con risorse proprie per tre anni scolastici consecutivi i costi necessari per garantire il diritto allo studio dei propri studenti, anticipando l’intero importo. Parliamo complessivamente di una cifra molto significativa, pari a 2 milioni di euro. Questa situazione, che presumibilmente riguarda numerosi enti locali in tutto il Paese, pesa sugli equilibri di bilancio e sulla tenuta dei conti pubblici, andando a limitare la liquidità necessaria a garantire le risorse di spesa corrente indispensabili per la tenuta dei servizi pubblici locali e a compromettere la stessa capacità di programmazione degli enti coinvolti”. Parole che trovano conferma in quanto ci spiega Olmi: “Si tratta di un finanziamento importante per noi perché coincide con la capacità di investimento di un anno. Pensi, temevo di avere problemi a ricevere i soldi del Pnrr ma sono arrivati puntuali mentre il ministero dell’Istruzione e del Merito è sparito…”.

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“Torneremo in piazza, ora siamo parte di qualcosa”: le voci dei giovani di Milano. “Prima di sabato nessuno parlava di noi”

Le vetrine distrutte, gli scontri, le cariche. Delle due giornate di manifestazione a Milano, il 17 e 18 ottobre, sono rimaste soprattutto queste immagini. Gli scontri e i saccheggi erano cominciati già sabato. Domenica, però, molti ragazzi sono tornati in piazza, spinti dal passaparola e da una rabbia che non si era esaurita. Ma chi erano? Li abbiamo rintracciati a partire dai social, dove avevano pubblicato video e raccontato la loro partecipazione. Hanno tra i 12 e i 18 anni, vengono dalla periferia di Milano e dall’hinterland milanese e parlano di famiglie che non arrivano a fine mese, di discriminazioni e di un futuro che non sembra appartenergli. “Sembra che delle vetrine contino più di noi, del nostro futuro e delle parole che urliamo quando scendiamo in piazza. Cosa resta da fare per non essere più invisibili?”, chiedono.

Il futuro? “Non so neanche se ci sarà”

F. ha 16 anni, è italiano e vive con la famiglia in una casa popolare a Pero. Sabato è sceso in piazza per il carovita ed è rimasto fino alla fine. “Mio padre prima riusciva a darmi quei venti o trenta euro al mese, che erano già pochi per una città come Milano. Adesso non può più permetterselo. E mia madre, che fa le pulizie, sta perdendo una famiglia dopo l’altra”. A casa, racconta, basta una bolletta perché cominci la preoccupazione. “Vedi i tuoi genitori che fanno fatica anche per le cose più normali e ti chiedi che futuro puoi avere”. In manifestazione è andato con alcuni amici, anche loro alle prese con difficoltà simili. I genitori non volevano che finisse nei guai, ma lui si domanda come si possa essere ascoltati altrimenti. “Non sono sceso in piazza per spaccare tutto. Sono sceso perché sono stanco di vedere i miei genitori preoccuparsi per ogni spesa e di sentirmi dire che devo pensare al futuro, quando non so nemmeno se ci sarà“. Racconta di essere stato colpito ripetutamente dalla polizia, anche prima che cominciassero gli scontri: “La polizia ci ha manganellato solo perché per una volta ci stavamo facendo sentire”. La preoccupazione riguarda anche la scuola: F. frequenta un istituto tecnico e non vede nel percorso che sta facendo la promessa di un futuro migliore. “Sembra che ci stiano preparando soltanto per andare a lavorare in posti malpagati. Ma se uno vuole continuare a studiare, che possibilità ha?”.

“Lavorerò per non riuscire a vivere”

M. ha 18 anni, viene da una famiglia moldava ed è arrivato in Italia quando aveva due anni: vive a Gratosoglio, nella periferia milanese. Sta terminando le scuole superiori. Sabato ha seguito i video della protesta, domenica ha deciso di scendere in piazza. “Ma che futuro ci stanno dando? Sentiamo solo parlare di guerra, armi, sacrifici, sforzi. E noi? Ci era stato promesso che dopo lo studio avremmo avuto un futuro. Siamo stanchi, scendiamo anche in piazza per dire che non abbiamo più nulla da perdere”. I suoi genitori lavorano, ma faticano comunque ad arrivare a fine mese. M. non vuole ritrovarsi nella stessa condizione. “Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?”.

“In piazza ti senti parte di qualcosa”

Y. ha 14 anni, è nato in Italia da una famiglia di origini egiziane e vive nell’hinterland milanese. È sceso in piazza dopo aver visto su TikTok i video di ragazzi che denunciavano l’assenza di prospettive e invitavano a manifestare. Ma le motivazioni, racconta, non erano tutte uguali. “Certo, una parte di noi è scesa anche per noia, per fare qualcosa di diverso dal solito stare nella piazzetta. Anch’io all’inizio ero andato per farmi un giro diverso e mettere qualche video online. Ma una volta lì ti senti parte di qualcosa e ti rendi conto che stanno parlando anche del tuo futuro e della tua vita”. Ammette che, una volta in mezzo alla folla, la tentazione di saccheggiare, come stavano facendo altri, è stata forte. “Non ho mai avuto nulla, solo vestiti delle bancarelle o che ci dà la Chiesa”. Alla fine ha scelto di non mettersi nei guai. Adesso ha paura del clima che si è creato, ma vorrebbe tornare in piazza. “Ho paura che, se smettiamo di andarci, nessuno si ricordi più di noi e dei nostri problemi”.

“Siamo solo all’inizio”

R. ha 17 anni, è nato e cresciuto in Italia, ha origini arabe e vive a San Siro. È sceso in piazza sia sabato sia domenica, spinto non solo dalla rabbia per il carovita, ma anche dalla stanchezza di sentirsi giudicato per le sue origini. All’inizio pensava che gli appelli circolati sui social sarebbero rimasti parole. Invece, una volta arrivato, ha trovato anche alcuni compagni di scuola. “Mi sono stancato di sentirmi dire ‘tornatene al tuo Paese’. Ma quale Paese? Io sono nato qui, sono cresciuto qui. Quando sento parlare di remigrazione mi chiedo dove dovrei andare. Questa è casa mia”. A scuola, racconta, anche il cognome basta a farlo sentire giudicato. Nelle strade del centro, invece, dice di sentirsi subito sotto controllo: “Appena andiamo nelle vie del centro siamo subito controllati dalla polizia. Sembra che appena diventiamo visibili siamo un disturbo”. È anche contro l’etichetta di “maranza” che R. se la prende , con una provocazione sarcastica: “Sono stanco di essere definito così. Perché devo avere un’etichetta? E se poi devo averla, perché vengo contestato se rubo e rompo le cose? Non è l’etichetta che mi avete dato?”. Poi torna a parlare della polizia. Racconta che sabato gli agenti avrebbero cominciato a chiudere le strade e che da lì la situazione sarebbe precipitata. Sostiene che la polizia abbia colpito per prima e racconta di essere stato a sua volta colpito in faccia e sulle gambe. Da quel momento racconta: “Se tu mi colpisci, perché io devo rimanere tranquillo?” . La rabbia, però, non si è esaurita con quelle due giornate. “Lavoriamo, paghiamo le tasse, ma quando abbiamo bisogno noi sembra che il problema non sia altrettanto importante”. Domenica è tornato in piazza anche per questo. “Se la risposta è che dobbiamo stare a casa e non farci vedere, allora non è cambiato niente. Siamo solo all’inizio, torneremo in piazza”.

F. torna a parlare di quello che, secondo lui, è rimasto fuori dal racconto delle due giornate. “Adesso si parla soltanto delle vetrine rotte, ma prima di sabato chi parlava di noi? Di quello che succede nelle nostre case, dei soldi che mancano, del futuro che non abbiamo? Finché non si parlerà dei problemi veri e del futuro che ci aspetta, saremo costretti a scendere in piazza. Non abbiamo nulla da perdere”.

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Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia: abbiamo bisogno della loro lotta nonviolenta

L’Italia è al quarto posto in Europa per spese militari e quart’ultimo per investimento in istruzione: investe appena il 4% scarso del PIL per la scuola (a fronte del 7% della Svezia) e si è impegnata a raggiungere il 5% in spesa per gli armamenti. Eppure, prima dello sciopero studentesco di venerdì 16 ottobre, l’unica relazione tra armi e scuola nel discorso pubblico era legata ai metal detector all’ingresso delle scuole, voluti della coppia Piantedosi e Valditara (e per lo più rifiutati dai dirigenti scolastici), per contrastare la possibile presenza di coltellini negli zaini. Contrasto ai coltellini, a fronte di 36,4 miliardi di euro per 78 programmi di riarmo pesante autorizzati dal Parlamento nei quattro anni di legislatura, sottratti anche all’investimento in scuole sicure e vivibili.

Sono stati studenti e studentesse a squarciare il velo di ipocrisia, mettendo insieme dati e fatti nei loro cartelli e nelle loro rivendicazioni nello sciopero nazionale, in sintonia con gli scioperi europei: “più scuola, meno armi”; “più investimenti in istruzione, meno spese militari”. Altro che riarmo e preparazione della guerra: “non siamo carne da macello”; “disertiamo le vostre guerre”. Dopo la consapevolezza sulla crisi climatica, che ha spinto la generazione Zeta a lottare contro la catastrofe ambientale, ecco la piena consapevolezza che la guerra e la sua preparazione sono la nuova catastrofe incombente contro il futuro di tutti.

Gli studenti italiani, come quelli di tutta Europa non vogliono che la guerra, da argomento trattato negli insegnamenti di storia e geografia, impatti tragicamente sulle loro biografie, come avviene per una generazione di russi e ucraini mandati al macello. Hanno compreso che gli adulti bellicisti che ce li vogliono inviare, o non fanno nulla per impedirlo – mentre discettano sull’abusato tema del “disagio giovanile” – sono dentro un grave disagio etico e mentale che ha prodotto questa deriva di follia: “l’isteria di guerra” l’ha chiamata Edgar Morin. Che entra anche a scuola: mentre gli studenti protestano contro la leva militare e le spese per la guerra, gli Uffici scolastici regionali, che rispondono direttamente al ministro Valditara, chiedono ai dirigenti delle scuole secondarie di secondo grado di aprire le aule agli uffici reclutamento delle Forze Armate.

Attenzione alle date: con una manovra di accerchiamento degli adolescenti il 22 settembre esce sulla piattaforma Netflix la serie tv Minerva, un teen drama che normalizza e rende attraente la scuola militare; il 23 settembre esce sul sito dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna la comunicazione dell’esercito alle scuole che promuove, come primo punto, l’incontro con studenti e studentesse del primo e del secondo anno per “divulgare le modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari”. Mentre ai più grandi, di quarta e di quinta, si divulga l’offerta formativa dell’Accademia Militare.

In una scuola dove è vietata (o limitata fortemente alle superiori) l’educazione sessuo-affettiva, dove si subiscono ispezioni e sanzioni se gli insegnanti parlano del genocidio in Palestina, dove l’ingresso di formatori nonviolenti è spesso censurato, o subordinato alla presenza di un cosiddetto “contraddittorio”, hanno libero accesso, e senza contraddittorio, le mimetiche e le stellette per convincere ragazzi e ragazze che l’unico modo di “risolvere le controversie internazionali” e “difendere la patria” è arruolarsi ed usare massicciamente le armi. L’etificazione della violenza, considerata “legittima” se voluta dalla Stato, all’interno del paradigma implicito della sua ineluttabilità.

Invece, la guerra è ripudiata dalla Costituzione che prevede, infatti – come da ripetute sentenze della Corte Costituzionale – anche la difesa non armata e nonviolenta del Paese e delle sue istituzioni. Contro la guerra globale permanente e il bellicismo dilagante è a questo che avrebbero bisogno di essere formati studenti e studentesse: all’obiezione di coscienza, alle tecniche di difesa nonviolenta, all’efficacia della resistenza civile, ai metodi di de-escalation dei conflitti, agli esempi di “pace con mezzi pacifici”. Insomma serve un cambio di paradigma culturale: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. Per il superamento di ogni forma di violenza, interpersonale e internazionale.

E’ necessaria la forza della nonviolenza di studenti e studentesse per dire di no alla guerra ed alla sua preparazione, ma anche alle tentazioni della violenza di piazza, che della guerra è lo stupido scimmiottamento, oltre ad essere la tomba dei movimenti. In questo svolgono un ruolo fondamentale dirigenti scolastici e insegnanti, se diventano esempi di obiezione di coscienza e disobbedienza civile. Come le insegnanti che hanno sostenuto la lotta degli studenti con l’interposizione dei propri corpi alle cariche della polizia: una lezione viva di teoria e pratica della nonviolenza.

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