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“A Milano rischio violenze neofasciste”, “Piazza unita anche con i neri”: i collettivi studenteschi contestano gli apolitici di Telegram. “Usate chat segrete e messaggi cifrati”

Le locandine sono pronte, in vista delle proteste di sabato 24 ottobre, a Milano e nelle principali città del centro e del nord Italia. “Diffondiamo ovunque, facciamo girare e stampiamo e attacchiamo ovunque in città”, è l’invito lanciato alle 9 del mattino nel gruppo Telegram Movimento 17 ottobre. La chat conta oltre 3.500 iscritti e 1.600 messaggi, raccolti in poco più di 24 ore. Gli anonimi contestatori sono divisi, a giudicare dalle conversazioni di queste ore. Una corrente invoca un’organizzazione in vecchio stile, con lo striscione in testa al corteo e servizio d’ordine per gestire infiltrati e provocatori violenti, additati come neofascisti o agenti in borghese. La linea tradizionale è sostenuta dai collettivi studenteschi milanesi, di sinistra. Propongono l’esclusione dell’estrema destra dalle manifestazione. Ma in chat molti non sono d’accordo e rilanciano l’unità della piazza, rifiutando etichette politiche e includendo i “neri”: “O ma parlate tutti di fascisti che non volete, ma stiamo facendo una protesta per una rivoluzione? O contro i fascisti, si deve scendere tutti insieme se volete qualcosa”, scrive un utente. “Dobbiamo avere un indirizzo politico chiaro”, ribatte il nickname Nuel.

La frattura tra collettivi studenteschi di sinistra e gli apolitici di Instagram e Telegram

La frattura non si esprime solo in chat. I rappresentanti delle due anime si sono riunite in assemblea alla vigilia delle proteste, per valutare la possibilità di unirsi in piazza. Da una parte gli studenti dei collettivi. Dall’altra, gli organizzatori della pagina Instagram Italiainpiazza17, detonatore social delle contestazioni di sabato. I primi hanno risposto picche, per due ragioni. La prima: “Possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo”. La seconda: “Mancanza di una linea politica chiara e l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Così le strade si sono divise, come illustra il verbale della riunione, in possesso de ilfattoquotidiano.it. Il timore di violenze da parte dell’estrema a destra, a Milano, riecheggia forte anche nel gruppo Telegram.

“Neofascisti a Milano. Occupiamo il Comune per depistare militari a piazza Duomo”

“Qualcuno ha notizie sulla presunta presenza di neofascisti violenti?”, scriveva in chat SoraKH, ieri. “Sono arrivate voci che si stanno organizzando per il 24, 1700 persone armate ma dubito fortemente”, l’immediata risposta del profilo Giulio Andreotti. “Facciamo ronde antifa”, propone Sivallettoh. “Rimaniamo compatti e cerchiamo comunque di fare qualcosa”, rimbecca “Andreotti” invitando all’unità. Non solo i gli estremisti di destra. In chat, la frangia “politica” teme devastazioni indiscriminate, senza escludere azioni non violente contro i palazzi istituzionali.

Poco dopo la mezzanotte, un messaggio ammoniva sui militari a Milano, suggerendo di ingannare agenti e provocatori per manifestare in sicurezza: “Stanno mobilitando l’esercito per sabato in Duomo state attenti, cambiare zona in anonimato, senza farlo sapere create gruppi chiusi con controlli su chi entra. E organizziamo. Una cosa fatta bene così la celere si scontrerà con i mong… che vanno a distruggere, e noi dall’altra parte potremo fare qualcosa di serio!”. E ancora: “Depisterei gli sbirri facendogli credere che scendiamo al Duomo, e invece si va altrove, questo di sicuro non fermerà la celere nell’esercito ma ci potrebbe far guadagnare tempo..”. L’utente, con nickname M, propone un nuovo obiettivo della protesta: “Andiamo a Loreto davanti al Comune e occupiamolo”. “Vanno fermati tutti gli edifici che impattano sul sistema”. Vengono citate citate Inps e banche.

“Esercito in piazza? No paranoia, propaganda di Meloni”

Molti in chat temono il pugno duro del governo contro la piazza. Il profilo Movimento 17 Ottobre condivide il lancio di agenzia con l’annuncio del vicepremier Tajani: “Cinquecento militari in più a Milano”. Anche in Toscana qualcuno è preoccupato: “A Firenze come pensate di fare che è pieno di militari?”. “Noi siamo pirati”, la risposta accompagnata da un’illustrazione ad hoc firmata dall’Intelligenza artificiale. A chi invoca rassicurazioni giungono risposte spavalde: centinaia di militari “in una città come Milano non fanno un cazzo. Solo propaganda” di Meloni, “una mossa di Giogggggia per farsi dire brava, sta facendo qualcosa questo governo”. I prudenti sottolineano che “avranno diritto di arrestare” e “chi è maggiorenne, cosa rischia?”. La risposta elenca “il fermo, devastazione e saccheggio (c.p 419), resistenza a pubblico ufficiale (c.p 337) nei casi peggiori pluriaggravata. Ma è sempre stato così, non fatevi prendere dalla paranoia”, incoraggia Demetrius. Molti non sono convinti. Il “principe Sayan” dice di vivere a Catania e punta il dito contro le priorità del governo: “Al sud ci sono i supermercati vuoti e questi il massimo che fanno è schierare 500 militari”.

24 ottobre, la mappa delle proteste: Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova

Il gruppo Telegram, oltre alla chat generale con migliaia di messaggi, è divisa in canali di comunicazione locali. Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova: ciascuna città ha la sua chat separata per consentire l’organizzazione sul posto. Ogni sottogruppo ha condiviso la locandina per l’appuntamento del 24 ottobre. E in “zona Marche niente?”, chiede Kknote. “Ad Ancona non si fa niente di serio”, dice sconfortato. Al Sud “Irma Bandiera” – che prende il nome da un’eroica partigiana di Bologna – tratteggia il dipinto della decadenza: “Gli agricoltori e i fornai stanno protestano per il caro carburante e mancanza di materie prime, noi giovani non riusciamo a vedere un futuro, salari bassi e lavori precari, mentre le nostre famiglie faticano a curarsi per i costi e le liste d’attesa, mentre le scuole cadono a pezzi”.

Chat segrete per organizzarsi: Signal Bitchat, Briar. E GrapheneOS per cancellare i dati

Quello che è emerso in questi giorni, cioè che si tratta di gruppi di contestatori così diversi, divisi per geografia e idee politiche, piomba anche sulle chat dei social. L’ala movimentista, nata sui social con il fortino su Telegram, rifiuta capi, gerarchie e disciplina: “Il nostro obiettivo è decentralizzare il più possibile questa rete, così che sia difficile per lo Stato reprimerci. Più siamo diffuse e diffusi, più siamo forti”, mette in chiaro il post fissato all’inizio della chat. Si prediligono i messaggi cifrati in chat per dare il via alle proteste locali: “L’organizzazione spetta a ogni città, in autonomia: di persona, nelle piazze, e su gruppi Signal creati da chi partecipa, in modo anonimo. Questi gruppi vanno aperti solo per la giornata di piazza e cancellati subito dopo”. Non solo Signal, dice un utente, ma anche “Bitchat durante le manifestazioni, che non usa dati cellulare”. Così “possiamo depistare i puffi”, ovvero gli agenti, “perché lavora solo bluetooth”. Anche Briar è consigliata, oltre a GrapheneOS per cancellare all’occorrenza ogni dato sullo smartphone.

“C’è qualche maggiorenne qui?”

La cosiddetta “decentralizzazione”, che appare come un “caposaldo” dei fondatori del gruppo Telegram, viene contestata. “Il Moicano” invoca soluzioni vecchio stampo, come quelle dei partiti di sinistra negli anni della contestazioni: “Ma come è strutturata la manifestazione?? Parlo di ruoli, perché secondo il mio umile parere bisogna avere una prima linea, un servizio di ordine (per arginare eventuali “infiltrazioni di stato” chiamiamole così) Poi bisogna avere chi mostra gli striscioni che prevalentemente dovrebbero essere anziani e donne, cosa contraria per la prima fila…”. Dice di avere 37 anni. Molti in chat sono più giovani, forse anche minorenni. “C’è qualche altro ragazzo maggiorenne qui?”, domanda un utente. Ma arriva l’alt del nickname Movimento 17 ottobre: “Non date informazioni personali. Molti sbirri fanno questo tipo di domande. Stiamo attenti”. Syrex insiste: “Quanti anni avete voi raga?”. Nessuna risposta. Ma giunge l’appello per sgli studenti delle scuole superiori: “Per tutti i liceali qua dentro: organizzatevi con i vostri collettivi, perché “di persona in una scuola siete intoccabili”.

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Controllore spinto con la testa sull’asfalto e aggredito da un gruppo di studenti che aveva richiamato

Un richiamo al rispetto delle regole a bordo di un autobus si è trasformato in un’aggressione ai danni di un controllore della società di trasporti vicentina Svt. È accaduto òunedì mattina, intorno alle 7.35, quando l’operatore è stato accerchiato da una quindicina di studenti e colpito da alcuni di loro, dopo essere intervenuto per fermare un comportamento scorretto durante il viaggio. La notizia, riferita oggi dal Giornale di Vicenza, è stata confermata dall’azienda.

Secondo le testimonianze, i ragazzi coinvolti avrebbero un’età compresa tra i 15 e i 17 anni e frequenterebbero un istituto scolastico di Schio, in provincia di Vicenza. Tutto sarebbe cominciato durante il tragitto, quando uno degli studenti avrebbe azionato ripetutamente l’allarme del mezzo. Il controllore lo avrebbe quindi richiamato, chiedendogli di smettere. Ma la situazione sarebbe degenerata al termine della corsa, quando il dipendente è stato aggredito dal gruppo.

Tra gli episodi più gravi riferiti dai testimoni, quello di un ragazzo che avrebbe spinto la testa del controllore contro l’asfalto, mentre altri studenti avrebbero incitato chi lo stava colpendo. Nonostante l’aggressione e i colpi ricevuti, l’operatore sarebbe riuscito a rialzarsi e a tornare a bordo dell’autobus. L’episodio riaccende l’attenzione sulla sicurezza del personale del trasporto pubblico locale. La settimana scorsa, infatti, alla stessa fermata si era verificato un altro episodio, in quell’occasione caratterizzato da insulti rivolti al personale di Svt.

Dura la presa di posizione del presidente dell’azienda, Marco Sandonà, che ha definito quanto accaduto “un episodio inqualificabile”, auspicando una condanna “ferma e unanime”. “Non si è trattato di una bravata, ma di un’aggressione vera e propria”, ha sottolineato. Sandonà ha inoltre ricordato l’importanza del rispetto delle regole di viaggio e, in particolare, dell’uso corretto dei dispositivi di emergenza, definendolo un elemento fondamentale per il funzionamento del trasporto pubblico locale.

Sulla vicenda è intervenuta anche la Filt Cgil, che in una nota diffusa chiede di individuare rapidamente i responsabili e di adottare nei loro confronti tutti i provvedimenti necessari. Il sindacato sollecita inoltre l’apertura immediata di un confronto tra Svt, istituzioni locali e mondo della scuola per affrontare il tema della sicurezza di autisti, verificatori e personale viaggiante. Tra le richieste avanzate dalla sigla sindacale anche la garanzia di tutela legale per il lavoratore aggredito e l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi, affinché l’episodio possa essere riconosciuto ai fini dell’infortunio.

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Social media, cattivi maestri

L’uso precoce dei social media ha un’influenza negativa sui risultati scolastici. Introdurre l’educazione alla cittadinanza digitale nelle scuole e iniziative rivolte ai genitori aiutano a contrastare il fenomeno, ma serve una regolazione più stringente.

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Gli squali in Italia e Francia, gli scarafaggi in India, i fenicotteri in Albania e le rane anti-Trump: così gli animali diventano simbolo delle proteste

Uno squalo azzurro, ventre bianco e pinne di plastica, attraversa una strada investita dagli idranti. Intorno, transenne rovesciate, fumo, ragazzi incappucciati. È tra le fotografie più spettacolari degli scontri di questi giorni e arriva da Torino: nel corteo contro il carovita, in mezzo al caos urbano, spunta una figura ridente da cartone animato. Succede anche in Francia, dove la tensione degli scontri, sporadicamente, viene spezzata da visioni surreali: un unicorno, un pescecane, uno Spiderman in calzamaglia che affronta la polizia.

Gli Stati Uniti, come spesso accade, sono tra i precursori del fenomeno: qui la rana verde gonfiabile è diventata una delle cartoline delle proteste contro Donald Trump. Tutto nasce a Portland, nell’ottobre 2025, quando un agente federale spruzza una sostanza urticante contro un manifestante mascherato da anfibio davanti a una struttura dell’Ice. Può sembrare farsesca, ma l’immagine contiene un messaggio potente: un animale innocuo davanti al braccio più violento dello Stato. Le rane si moltiplicano nei cortei No Kings, insieme a dinosauri e altri gonfiabili. Il costume crea appartenenza e rovescia l’immagine del manifestante cattivo.

In Giappone, nei cortei del 2026 contro il riarmo e la revisione della Costituzione, compaiono gatti, rane, dinosauri e personaggi dei manga. Gli appassionati di cultura pop, gli otaku, sono stati il soggetto politico che ha organizzato una manifestazione contro la guerra. Nelle piazze entra così l’immaginario di una generazione, lontanissimo da quello dei partiti.

Altrove invece l’animale è il protagonista, la ragione stessa della protesta. In Albania il fenicottero rosa è il simbolo del movimento contro i progetti turistici nelle zone umide dell’Adriatico, fra speculazione immobiliare e investimenti legati a Jared Kushner. Difendere l’uccello significa contestare un modello di sviluppo e, presto, lo stesso governo Rama. È accaduto qualcosa di simile a Nordelta, enclave residenziale alle porte di Buenos Aires. Nel 2021 i capibara, tornati fra giardini e piscine, sono stati descritti come invasori dagli affluenti residenti del quartiere. Gli ambientalisti ribaltano la prospettiva: sono le ville ad aver occupato le zone umide dei roditori. I manifestanti indossano maschere da capibara; nei meme, il roditore diventa protagonista della lotta di classe.

In India lo scarafaggio dà direttamente il nome al partito di protesta, il CJP, Cockroach Janata Party (cockroach-scarafaggio appunto).

L’Italia ha avuto (brevemente) le sue sardine. A Bologna, nel 2019, il pesce che sopravvive in branco diventa simbolo della mobilitazione contro Salvini: si sono estinti entrambi piuttosto in fretta, il movimento e il consenso del leghista. In Cile un cane vero, Negro Matapacos (mata-pacos: ammazza poliziotti) è diventato un idolo dei cortei studenteschi e degli scontri con i carabineros; rivive nei murales della rivolta del 2019. Prima di lui ci fu Kanellos, il randagio che divenne leggenda accompagnando i cortei e gli scontri nelle manifestazioni degli anni della crisi e dell’austerity.

Sempre in Cile, invece, il soprannome “pinguini” designa gli studenti in uniforme bianca e scura che nel 2006 protestano contro le disuguaglianze della scuola. Pinguini anche in Turchia, ma stavolta per caso. Durante le proteste di Gezi Park nel 2013, mentre Istanbul si riempie di manifestanti, la televisione CNN Türk manda in onda un documentario sugli uccelli marini. Per denunciare il silenzio dei media, i dimostranti adottano proprio quei pinguini, disegnandoli con le maschere antigas. A Bangkok, nel 2020, papere gialle gonfiabili diventano scudi contro gli idranti nei cortei per la democrazia. Un giocattolo che diventa strumento di difesa.

Eppure il legame fra animali e conflitto politico precede largamente i social e i video virali. Nel 1968, a Chicago, gli Yippies di Abbie Hoffman presentano un maiale, Pigasus, come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: una provocazione contro il sistema politico e la guerra in Vietnam. All’inizio del Novecento gli Industrial Workers of the World avevano scelto il gatto nero, dorso arcuato e artigli esposti, simbolo dell’azione diretta. Più tardi i picchetti sindacali avrebbero accolto Scabby, un gigantesco topo gonfiabile che denuncia l’impiego dei crumiri. L’animale può rappresentare chi protesta, ma anche l’avversario, come in questo caso; a Torino, nel 2011, durante il conflitto alla Fiat, uno squalo di cartapesta con il volto di Marchionne esibiva fauci cariche di dollari e teschi.

Le radici sono profonde e molto più lontane. Nell’Ottocento, nelle valli minerarie del Galles, gruppi di operai chiamati Scotch Cattle, “bestiame scozzese”, usano pelli bovine e travestimenti durante spedizioni contro crumiri e proprietari. Nelle loro azioni, anche violente, la maschera serve a nascondere il volto e intimidire. Nei charivari europei, cortei di scherno fra campanacci e fantocci, le maschere si mescolano ai rituali popolari di contestazione.

E’ cambiato tutto: i materiali (dalla pelle al gonfiabile) e il messaggio; la maschera che serviva a mettere paura, oggi può esibire innocenza. C’è una distanza inequivocabile, più che secolare, tra il minatore gallesi che indossava pelle d’animale per sottrarsi allo sguardo delle autorità e lo “squalo” di Torino. La maschera ha quasi rovesciato la propria funzione: da strumento per scomparire a mezzo per conquistare visibilità. Resta solo la stessa intuizione di affrontare il potere costituito rappresentandosi come qualcos’altro, per sfuggirgli o per ridergli in faccia.

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Scuola e Pnrr, il Comune aspetta da due anni i rimborsi per le aule provvisorie: “Dal ministero nessuna risposta”

“È da due anni che aspettiamo il contributo del ministero dell’Istruzione e del Merito per il noleggio di strutture modulari temporanee prese durante la costruzione della nuova scuola con i fondi Pnrr. Abbiamo investito quasi due milioni di euro ma dopo averci erogato la prima tranche sono spariti. Nessuno ci ha più comunicato nulla. Aspettiamo…”. Alberto Olmi, sindaco di Quattro Castella, tredicimila anime in provincia di Reggio Emilia, allarga le braccia. Lui e la sua giunta hanno rispettato tutti i tempi, risposto in maniera puntuale a ogni richiesta burocratica arrivata da Roma, garantito la continuità didattica agli alunni della secondaria di primo grado “Balletti” e alla primaria “Pascoli” ma alla fine i soldi promessi dagli uffici di viale Trastevere non sono mai arrivati. Peggio ancora. “Li abbiamo sollecitati ma nessuno ci ha mai detto nulla”, specifica Olmi. Che avverte: “C’è una quarantina di comuni nella nostra stessa situazione”.

La vicenda ora è arrivata anche in Parlamento attraverso un’interrogazione dell’onorevole Ilenia Malavasi (Pd) rivolta al ministro Giuseppe Valditara. Inizia tutto nel 2023. All’epoca gli enti locali soggetti attuatori del Pnrr dovevano demolire e ricostruire edifici scolastici in situ. Durante il cantiere, tuttavia, avevano l’obbligo di garantire la continuità didattica affittando immobili o noleggiando strutture modulari temporanee. Per sostenere questi oneri il ministero aveva predisposto, con cadenza annuale, avvisi pubblici per assegnare contributi agli enti interessati. Il sindaco di Quattro Castella, avendo dovuto ricorrere al noleggio di alcune strutture per ospitare cinque sezioni di scuola media, aveva aderito all’avviso pubblico otto giorni dopo la pubblicazione. Diciassette giorni più tardi da viale Trastevere era arrivata una richiesta burocratica da risolvere in un solo giorno: fatto anche quello. Il 15 dicembre 2023 il ministero ha riconosciuto il contributo di 313.652,52 euro erogato, tuttavia, solo nel dicembre 2024. Poco male per la giunta di Olmi. Il problema è che, trattandosi di un contributo triennale, il Comune ha presentato domanda anche per gli anni successivi senza ricevere alcun riscontro.

“Un ente virtuoso – spiega Malavasi nell’interrogazione – come il comune di Quattro Castella, che ha rispettato ogni scadenza, anche la più stringente, ha sostenuto con risorse proprie per tre anni scolastici consecutivi i costi necessari per garantire il diritto allo studio dei propri studenti, anticipando l’intero importo. Parliamo complessivamente di una cifra molto significativa, pari a 2 milioni di euro. Questa situazione, che presumibilmente riguarda numerosi enti locali in tutto il Paese, pesa sugli equilibri di bilancio e sulla tenuta dei conti pubblici, andando a limitare la liquidità necessaria a garantire le risorse di spesa corrente indispensabili per la tenuta dei servizi pubblici locali e a compromettere la stessa capacità di programmazione degli enti coinvolti”. Parole che trovano conferma in quanto ci spiega Olmi: “Si tratta di un finanziamento importante per noi perché coincide con la capacità di investimento di un anno. Pensi, temevo di avere problemi a ricevere i soldi del Pnrr ma sono arrivati puntuali mentre il ministero dell’Istruzione e del Merito è sparito…”.

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