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“Interrompa subito la diretta”: in Ue scoppia il caso della consigliera dei Patrioti che trasmetteva all’esterno informazioni riservate sul bilancio

Mentre la Plenaria di Strasburgo iniziava a svuotarsi, con europarlamentari, staff e assistenti che prendono la strada di Bruxelles o dei rispettivi Paesi d’origine, nelle stanze dell’Eurocamera, giovedì mattina, si continua a lavorare. Uno degli incontri in corso, però, si interrompe bruscamente: “Fermi immediatamente quella registrazione o videocall“. A pronunciare queste parole, come hanno raccontato a Ilfattoquotidiano.it due diverse fonti presenti all’incontro, è l’eurodeputato bulgaro del Ppe, Andrey Novakov. La destinataria del messaggio è invece Tamara Volokhova, consulente per gli Affari parlamentari per il gruppo dei Patrioti, di nazionalità franco-russa e legata al Rassemblement National di Marine Le Pen.

L’accusa implicita è grave: trasferire informazioni riservate al di fuori di un ristretto gruppo di politici e funzionari deputati a discuterle. Perché in quel meeting si stavano prendendo decisioni fondamentali sul prossimo, molto discusso bilancio settennale 2028-2034 dell’Unione europea. Si tratta, per la precisione, della riunione congiunta di relatori e relatori ombra delle tre commissioni Bilancio, Sviluppo Regionale e Agricoltura sul Piano Nazionale e Regionale di Partenariato (Nrpp), lo strumento proposto per il prossimo QFP che ha lo scopo di accorpare decine di programmi fino a oggi divisi, come i fondi di sviluppo regionale, di coesione, Pac o sviluppo rurale, per un totale di circa 800 miliardi di euro: quasi la metà dell’ultima proposta di bilancio avanzata dalla presidenza di turno irlandese.

Lo shadow meeting, al quale partecipano parlamentari, loro assistenti, adviser dei gruppi e delle commissioni, è poi proseguito come da programma, con la consigliera dei Patrioti che ha mantenuto il suo posto in sala, come confermano le due fonti, ma la storia si è velocemente sparsa tra europarlamentari e membri dello staff intenti a raggiungere la stazione ferroviaria di Strasburgo o gli aeroporti della città alsaziana o di Francoforte. Non è chiaro a chi la registrazione o videocall fosse destinata. Secondo alcune versioni non confermate, dall’altra parte dello schermo si trovavano giornalisti in ascolto per avere in esclusiva informazioni rilevanti sul dossier riguardante il prossimo bilancio settennale. Ilfattoquotidiano.it ha provato a contattare Volokhova per chiedere un chiarimento anche su questo punto ma, nel momento in cui si scrive, la funzionaria non ha risposto alla richiesta recapitata via mail. Lo stesso è stato fatto con l’eurodeputato Novakov che, ha spiegato un suo assistente, si trovava in viaggio e quindi impossibilitato, al momento, a rispondere.

Le speculazioni sulle motivazioni che hanno spinto la consigliera a trasmettere all’esterno di una riunione a porte chiuse informazioni riservate si rincorrono. E ad alimentarle c’è anche il passato della donna, noto a molti addetti ai lavori a Bruxelles. La consigliera ed ex modella nata a Rostov, nell’allora Unione Sovietica, era finita al centro delle cronache francesi nel 2024, quando il candidato di Renaissance poi diventato primo ministro, Gabriel Attal, nel corso del dibattito per le legislative mise in difficoltà Jordan Bardella (Rassemblement National) ricordandogli che, nonostante il suo partito proponesse di vietare incarichi rilevanti ai cittadini con doppia cittadinanza, allo stesso tempo la sua consigliera nell’allora gruppo europeo Identità e Democrazia era la franco-russa Tamara Volokhova.

Già nel 2019, un’inchiesta di Mediapart aveva rivelato che il nome di Volokhova figurava in una nota della Direzione Generale per la Sicurezza Interna (DGSI) francese sui “centri d’influenza” utilizzati dalla Russia per orientare le elezioni europee, insieme ad altri tre membri (o ex) del partito di Le Pen. Il portale francese ha così ricostruito la vita e la carriera della donna soffermandosi sulla sua assunzione, nel 2014, come assistente parlamentare a Bruxelles. Un incarico che ha destato perplessità nella DGSI, dato che è arrivato nel pieno delle intense attività di lobbying di Mosca in Europa in seguito all’annessione della Crimea. “Nel suo nuovo incarico – scrive Mediapart – Tamara Volokhova accompagna diversi eurodeputati in viaggi in Russia e Crimea e organizza alcuni viaggi per l’eurodeputato Aymeric Chauprade (che compare accanto a lei nella nota della DGSI)”. Senza dimenticare i presunti rapporti economici tra il partito di Le Pen e la Russia che risalgono proprio a quegli anni. Volokhova, scrive ancora Mediapart, era anche in contatto con la segreteria di Alexander Babakov, consigliere di Putin responsabile della cooperazione con le organizzazioni russe all’estero e intermediario per il prestito russo all’allora Front National, e con Alexei Kovalski, all’epoca consigliere politico dell’ambasciatore russo a Parigi ma considerato dalla DGSI un “ufficiale dell’SVR“, i servizi segreti russi all’estero.

Da lì è iniziata la lunga carriera di Volokhova all’interno delle istituzioni europee che oggi la vedono ancora nel ruolo di consigliere politico per il gruppo dei Patrioti, del quale fa parte la formazione di Le Pen. Con il suo nome che, a due anni di distanza dal dibattito interno francese scatenato dalle dichiarazioni di Attal, torna d’attualità per i suoi presunti rapporti fuori dai palazzi di Bruxelles.

X: @GianniRosini

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Premio Sacharov 2026 alla Corte penale internazionale. Il Parlamento europeo: “Difendiamo l’indipendenza dei giudici”

Il premio Sacharov 2026 per la Libertà di pensiero va alla Corte penale internazionale e ai suoi giudici. La Conferenza dei Presidenti, un organo del Parlamento europeo con a capo il presidente e di cui fanno parte i leader di tutti i gruppi politici, questa mattina a Strasburgo ha scelto il vincitore. L’organo con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, è stato colpito dalle sanzioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e per questo è stato proposto dal gruppo dei Socialisti come “simbolo della resistenza contro le guerre dell’amministrazione americana”. Dopo aver sanzionato singoli giudici e procuratori, l’amministrazione Trump ha deciso di colpire la Corte stessa, privandola delle risorse necessarie per operare. L’annuncio è arrivato il 9 ottobre, dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navi Pillay, che è stata giudice della Cpi e ha accusato formalmente Israele di aver commesso un genocidio a Gaza. Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della difesa Yoav Gallant, la Corte ha emesso i mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

“L’Unione europea si fonda sul rispetto del diritto internazionale. Con questo premio conferito alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari, il Parlamento europeo riconosce l’operato di coloro che rendono giustizia alle vittime, anche attraverso indagini, azioni penali e processi. Questi devono poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente. Continueremo a difendere questo principio”, ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola nell’annunciare il vincitore. Gli altri due finalisti erano Tundu Lissu, avvocato, leader politico e difensore dei diritti umani perseguitato per motivi politici in Tanzania, e Taraneh e Romina Rahimi, a nome di tutte le persone perseguitate dal regime islamico iraniano.

La Corte penale internazionale indaga e giudica le persone accusate dei crimini più gravi per l’intera comunità internazionale: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione. La Corte svolge un ruolo fondamentale nella lotta globale all’impunità e attraverso la giustizia penale internazionale, chiama i responsabili a rispondere delle proprie azioni e si adopera per evitare che i crimini si ripetano. In qualità di organo giurisdizionale di ultima istanza, inoltre, integra l’operato dei tribunali nazionali. Disciplinata dallo Statuto di Roma, è la prima Corte penale internazionale permanente al mondo.

Il Premio Sacharov per la libertà di pensiero è stato assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela e ad Anatolij Marčenko ed è il massimo riconoscimento che l’Unione europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. È attribuito a singoli, gruppi e organizzazioni che abbiano contribuito in modo eccezionale a proteggere la libertà di pensiero. Ogni anno il Parlamento europeo consegna al vincitore del Premio Sacharov una somma di 50mila euro e i candidati possono essere nominati anche dai singoli deputati in Parlamento. “La giustizia deve fare il suo corso, piaccia o non piaccia ai potenti della terra: questo è il messaggio che arriva oggi dal Parlamento europeo con la decisione di assegnare il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e per l’impegno a favore dei diritti umani proprio alla Corte penale internazionale. Finalmente arriva uno schiaffo a Trump”, così in una nota Gaetano Pedullà, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

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L’Ue assegna il premio Caruana Galizia a un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani nell’accordo Italia-Albania. Ma l’Europa lo considera un modello

L’assegnazione del Premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026, in memoria della reporter maltese uccisa per i suoi lavori contro la corruzione, dimostra come, a volte, il destino sia in effetti un cinico baro. Perché il riconoscimento, istituito dal Parlamento europeo, è andato al giornalista italiano Giacomo Zandonini e alla collega olandese Maite Vermeulen per un’inchiesta pubblicata sulla piattaforma giornalistica De Correspondent. L’anomalia, però, sta nel tema trattato dal lavoro vincitore che ha come titolo Rinchiudere i migranti in una gabbia in Albania: l’Italia lo fa, i Paesi Bassi lo vogliono. Un prodotto giornalistico che è allo stesso tempo un atto d’accusa contro la volontà di sempre più Stati membri dell’Ue di rinchiudere i migranti in centri fuori dai propri confini. Un modello che lo stesso Parlamento europeo ha sposato de facto votando a favore dell’ultimo Regolamento Ue sui rimpatri.

Così, la cerimonia che si è tenuta nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo è diventata l’occasione per mettere l’operato delle istituzioni sotto esame fin dentro la loro ‘casa’. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni della presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, pubblicate sul sito dell’Eurocamera e tutte incentrate sulla necessità di difendere la libertà di stampa, ben attenta a non entrare nel merito del lavoro premiato.

A farlo ci hanno pensato gli autori dell’inchiesta che alla stampa hanno dichiarato come la diffusione degli accordi con Paesi terzi per trasferire migranti comporti “rischi per i diritti umani, costi elevati e pochi risultati“: “È diventata quasi una prassi, tra i governi europei, cercare di creare strutture di questo tipo in Paesi terzi – ha dichiarato Vermeulen ricordando che anche il governo olandese sta trattando con il Rwanda – Spero davvero che questo premio e la nostra inchiesta possano servire da monito per i governi europei che stanno accelerando la stipula di tali accordi, mostrando cosa comportino concretamente. Non ho mai visto un accordo con un Paese extra-Ue in cui i diritti umani siano stati adeguatamente tutelati. Peraltro, si tratta di soluzioni estremamente costose che, alla fine, non risolvono nulla“.

Chissà cosa penserà Metsola di queste dichiarazioni, dato che la Plenaria ha approvato, il 17 giugno scorso, il nuovo Regolamento Ue sui rimpatri. Al suo interno, tra le altre cose, si legge che sarà possibile “l’allontanamento verso territori extra-UE, inclusi i cosiddetti ‘centri di rimpatrio‘, possibile sulla base di un accordo”. In poche parole, il Protocollo Italia-Albania oggetto dell’inchiesta è già da mesi un modello di riferimento per le istituzioni Ue e per tutti gli Stati membri.

A premiare il lavoro dei due reporter è stata una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i Paesi europei, che ha selezionato dieci finalisti tra le 344 candidature pervenute prima di decretare il vincitore. L’inchiesta è stata pubblicata a gennaio, frutto di un lavoro di ricerca durato quasi due anni. Il focus del lavoro, ha poi spiegato Zandonini, era quello di rendere comprensibile il reale funzionamento dell’accordo Albania-Italia, mostrandone così le criticità, e questo ha richiesto l’analisi di numerosi documenti ufficiali. A questo punto è emersa la scarsa trasparenza delle istituzioni nei confronti della stampa: “Lo scoglio più grande è stato accedere alle informazioni”, confessa, dato che le richieste presentate al governo, al ministero dell’Interno e alle prefetture hanno ottenuto pochi riscontri. Dai Paesi Bassi sono arrivati 70 documenti, tra cui email su incontri, valutazioni e scambi relativi all’intesa tra Italia e Albania. “Dal punto di vista italiano c’è stata paradossalmente molta meno trasparenza, sia sui dati finanziari sia sulle condizioni e il numero e le situazioni delle persone trattenute nei centri”, continua. I giornalisti non hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nei centri e i governi italiano e albanese hanno anche rifiutato di rilasciare dichiarazioni o commentare i dati raccolti. Un modus operandi che, però, l’Ue ha deciso di elevare a modello.

X: @GianniRosini

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