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L’Ucraina potrà acquistare armi, munizioni ed equipaggiamenti militari attraverso la Nato Support and Procurement Agency (Nspa), l’agenzia centralizzata dell’Alleanza per gli approvvigionamenti. Secondo il Financial Times Kyiv starebbe avviando una partnership con l’agenzia che le offrirà un ulteriore canale di procurement, senza dover più dipendere esclusivamente dalle trattative bilaterali con i singoli alleati. L’obiettivo di quetso sforzo è ottenere forniture in tempi più brevi e a prezzi più contenuti.
Secondo Jacqueline Borsboom, direttrice del supporto alle operazioni della Nspa, l’accordo darà all’Ucraina una cornice più strutturata per sfruttare le competenze dell’agenzia in materia di acquisti, i suoi servizi di supporto e l’accesso a una base industriale consolidata, con il vantaggio delle economie di scala. In concreto, ha spiegato al quotidiano britannico, Kyiv potrà ad esempio incaricare l’agenzia di acquistare per suo conto trentamila uniformi. Per la capo della missione ucraina presso la Nato, Alyona Getmanchuk la partnership rappresenta una “porta d’accesso importante” all’ecosistema industriale della difesa alleato, oltre a un accesso più ampio ai contratti gestiti dall’agenzia.
Il provvedimento si inserisce nel solco della decisione presa dall’Alleanza ad aprile, che ha consentito alle aziende della difesa ucraine di partecipare alle gare d’appalto della Nspa, aprendo prospettive commerciali potenzialmente redditizie per un comparto in rapida crescita. La scorsa settimana l’agenzia ha organizzato a Kyiv un evento con circa 150 imprese ucraine, illustrando le procedure per registrarsi come fornitori e competere per i contratti. Non è un dettaglio secondario, considerando che il procurement militare è diventato terreno di scontro politico in Ucraina dopo diversi scandali legati alla corruzione. L’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha sostenuto di essere stato rimosso a luglio perché i suoi sforzi per rendere più trasparenti i contratti avevano suscitato l’opposizione di interessi consolidati. Volodymyr Zelensky ha invece motivato il licenziamento con il lungo contrasto tra Fedorov e il comandante in capo delle forze armate, Oleksandr Syrsky.
L’annuncio arriva in un momento delicato per i rapporti tra Kyiv e Washington, scesi al livello più basso dallo scontro nello Studio Ovale dello scorso anno. Donald Trump ha recentemente criticato gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie russe, accusandoli di aver fatto salire i prezzi del carburante a ridosso delle elezioni di metà mandato di novembre. Mercoledì l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha incontrato Vladimir Putin a San Pietroburgo: secondo fonti russe, i due hanno discusso della ripresa dei negoziati di pace a tre tra Russia, Stati Uniti e Ucraina e di un possibile vertice il mese prossimo tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping. Un avvicinamento a Mosca che preoccupa gli alleati di Kyiv.
Quando il 13 ottobre Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, ha descritto un ambiente di sicurezza profondamente mutato, le proteste che nei giorni successivi avrebbero attraversato diverse città europee non erano ancora diventate oggetto di verifiche sulle possibili interferenze straniere. Il suo intervento delineava una stagione nella quale le attività degli Stati ostili, il terrorismo e l’evoluzione tecnologica stanno modificando la natura delle minacce alle società occidentali. Le successive notizie sulle indagini europee relative a campagne di disinformazione e amplificazione dei disordini hanno conferito a quell’avvertimento una particolare attualità.
La successione degli eventi non dimostra un collegamento diretto tra le violenze e le attività di governi stranieri. Le verifiche riferite dal Financial Times riguardano possibili operazioni condotte nell’ambiente digitale, con il coinvolgimento sospettato di reti filorusse e di altri attori. Restano da accertare responsabilità ed effetti concreti, ma la difficoltà di distinguere tra mobilitazione spontanea e sfruttamento esterno delle tensioni sociali riflette una delle complessità dell’attuale ambiente di sicurezza.
Il Council on Foreign Relations è tornato sull’intervento di McCallum, approfondendo il ruolo della radicalizzazione e delle tecnologie digitali. In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che da tempo parla di “guerra ibrida” contro l’Europa, ha denunciato l’utilizzo delle piattaforme social da parte di alcuni Paesi per monitorare, studiare e influenzare gli utenti, mentre il concetto di “conflitto cognitivo” diventa sempre più utile per interpretare la possibile interazione tra disordini e strategie di destabilizzazione. Angolazioni differenti, che tuttavia convergono su una questione più ampia: la crescente rilevanza delle vulnerabilità interne delle democrazie nella competizione geopolitica.
Le operazioni di influenza accompagnano da decenni la rivalità tra potenze. Durante la Guerra fredda, propaganda e disinformazione costituivano strumenti consolidati della competizione internazionale. Sono cambiate soprattutto le condizioni tecnologiche nelle quali queste attività vengono condotte, la quantità di informazioni disponibili sugli individui e la possibilità di intervenire rapidamente su processi sociali già in corso.
Le piattaforme digitali hanno ampliato le opportunità di partecipazione politica, creando contemporaneamente un ambiente nel quale la visibilità dei contenuti dipende da sistemi algoritmici e meccanismi commerciali che possono favorire la circolazione di messaggi divisivi. L’intelligenza artificiale consente inoltre di produrre e personalizzare contenuti su scala crescente, riducendo i costi di determinate operazioni informative.
Per un attore ostile, il vantaggio consiste nella possibilità di inserirsi in controversie autentiche, sfruttando tensioni economiche, politiche o identitarie senza necessariamente provocarle. Il malcontento sociale conserva cause proprie, che non possono essere subordinate a spiegazioni geopolitiche, ma la sua rappresentazione pubblica può essere alterata attraverso campagne di amplificazione e manipolazione.
Le conseguenze strategiche emergono nel rapporto tra le risorse di uno Stato e la sua capacità di impiegarle. Le decisioni di politica estera e sicurezza richiedono legittimazione politica e continuità istituzionale, soprattutto quando comportano costi prolungati, come il sostegno militare agli alleati, le sanzioni economiche o gli investimenti nella difesa. L’erosione della fiducia istituzionale e la frammentazione dell’ambiente informativo possono rendere più difficile sostenere tali scelte, anche quando le capacità materiali dello Stato rimangono intatte.
Il dissenso costituisce naturalmente una componente essenziale della democrazia e può contribuire a migliorare le decisioni. La vulnerabilità si manifesta quando interventi manipolativi, di attori statuali o organizzazioni (anche criminali), compromettono le condizioni informative nelle quali il confronto politico si sviluppa. La tenuta interna diventa così una variabile della capacità di proiezione internazionale, offrendo agli attori ostili la possibilità di esercitare pressioni strategiche senza ricorrere necessariamente a forme dirette di aggressione.
Le preoccupazioni espresse da Crosetto richiamano una dimensione che supera la tradizionale disinformazione: il ruolo delle infrastrutture attraverso le quali vengono raccolte informazioni sui comportamenti degli utenti e organizzata la distribuzione dei contenuti. Le grandi piattaforme dispongono di capacità di analisi e personalizzazione che incidono quotidianamente sull’esperienza informativa individuale. Sebbene queste tecnologie rispondano prevalentemente a finalità commerciali, il loro funzionamento assume rilevanza strategica quando soggetti esterni possono sfruttarne le caratteristiche o esercitare influenza sulle imprese che le gestiscono. La concentrazione di dati e capacità tecnologiche attribuisce inoltre a pochi operatori privati un peso considerevole sulle condizioni del dibattito pubblico.
Occorre comunque distinguere tra la disponibilità di informazioni sugli utenti e l’effettiva capacità di modificarne opinioni e comportamenti, che rimane complessa e non automatica. La rilevanza del problema risiede anche nella crescente dipendenza delle società democratiche da infrastrutture transnazionali sulle quali le istituzioni pubbliche esercitano un controllo limitato.
Il dibattito italiano sull’estensione a 14 anni del divieto di iscrizione ai social network, pur riguardando principalmente la tutela dei minori, riflette una più ampia attenzione politica verso gli effetti dell’ambiente digitale sulla formazione individuale. Non costituisce una risposta alla guerra ibrida, ma segnala quanto le conseguenze sociali delle piattaforme stiano entrando in ambiti differenti dell’azione pubblica.
Il concetto di conflitto cognitivo assume significato in questo contesto, descrivendo il tentativo di incidere sui processi attraverso i quali individui e collettività interpretano gli avvenimenti e maturano orientamenti politici. Per le democrazie, la questione riguarda la possibilità di preservare l’autonomia dei propri processi decisionali in un ambiente informativo sempre più condizionato da infrastrutture private e da potenziali interferenze esterne.
L’evoluzione delle minacce richiede una cooperazione più stretta tra intelligence, autorità regolatorie, istituzioni pubbliche e operatori tecnologici. Ma l’ampliamento del perimetro della sicurezza comporta anche il rischio di attribuire rilevanza strategica a fenomeni che appartengono al normale funzionamento del confronto democratico.
La distinzione tra attività ostili e legittimo esercizio delle libertà diventa particolarmente delicata quando le operazioni di influenza si inseriscono in mobilitazioni collettive o controversie politiche autentiche. Le indagini sulle proteste europee mostrano l’importanza di separare amplificazione digitale, coordinamento operativo e coinvolgimento diretto negli episodi violenti. La complessità delle attività online può rendere difficile attribuire responsabilità, ma l’incertezza non può trasformarsi in una presunzione di interferenza straniera.
La risposta richiede capacità investigative, trasparenza delle piattaforme e cooperazione internazionale, accompagnate da garanzie democratiche adeguate. Esiste tuttavia un limite all’efficacia degli strumenti di sicurezza: una società attraversata da profonde fratture economiche e politiche non può diventare resiliente attraverso la sola individuazione delle campagne ostili. Le interferenze possono aggravare tensioni preesistenti, le cui cause richiedono risposte politiche e istituzionali.
È qui che l’avvertimento dell’MI5 acquista una portata più ampia. La competizione geopolitica continua a misurarsi attraverso risorse militari, economiche e tecnologiche, ma la possibilità di tradurle in risultati dipende anche dalla credibilità delle istituzioni e dalla capacità di sostenere decisioni collettive. Una democrazia può conservare strumenti di potere considerevoli e vedere ridotta la propria autonomia strategica se il deterioramento del confronto pubblico ne compromette la capacità decisionale.
La sfida per le società occidentali consiste dunque nel rafforzare la protezione dei propri processi politici senza confondere il dissenso con la destabilizzazione o subordinare il pluralismo alle esigenze della sicurezza. In un ambiente internazionale nel quale gli avversari possono cercare di condizionare le scelte di uno Stato agendo sulle condizioni sociali e informative che le rendono possibili, la qualità del funzionamento democratico diventa essa stessa una risorsa strategica.
















