❌

Normal view

Blocchi degli autotrasportatori: la spaccatura interna e i cittadini che appoggiano i presìdi (nonostante disagi e perdite) e chiedono di resistere

22 October 2026 at 14:10

Gli studenti hanno raggiunto i blocchi, i ristoratori hanno regalato alimenti, le mamme sono arrivate con la busta della spesa. I disagi ci sono e sono pure tanti, a iniziare dai supermercati vuoti, ma c’è una fetta di popolazione che chiede agli autotrasportatori di non fermare i blocchi, di non perdere questa occasione storica. Nonostante tutto, nonostante gli evidenti danni che stanno subendo alcuni settori. C’è chi ha continuato anche nelle ultime ore ad appoggiare i presidi. Perché oggi gli autotrasportatori potrebbero avere un potere contrattuale senza precedenti, almeno negli ultimi decenni. Oggi che è il loro “se non ora, quando”. Lo mostrano i gesti di solidarietà dei cittadini che negli ultimi giorni hanno portato da mangiare ai blocchi e gli studenti delle scuole di Campania, Puglia e Calabria che hanno raggiunto i presidi, in alcuni casi rischiando anche delle conseguenze. Alcune mamme, che non hanno trovato i prodotti al supermercato, quello che sono riuscite ad acquistare l’hanno portato ai camionisti in protesta da giorni. Ma lo mostrano anche episodi che raccontano ancora di più la tensione e la spaccatura che c’è in queste ore all’interno del settore. Ieri sera, un camionista ha minacciato di darsi fuoco al casello di Avellino Est con una tanica di carburante. Evidentemente lo scenario che si vede all’orizzonte e che il Governo Meloni prepara in queste ore per mettere fine alla protesta non convince. Il noto conduttore televisivo calabrese Lino Polimeni, che per quattro mesi ha raccontato il dramma degli autotrasportatori calabresi, ha pubblicato ieri sui social lo scontro avuto con i dirigenti di Federalog Calabria durante il quale sono volate parole grosse.I sindaci dell’Area del Cratere del medio Sele hanno raggiunto i presidi degli autotrasportatori a Contursi Terme e a Sicignano degli Alburni per esprimere la solidarietà delle amministrazioni comunali a chi protesta da giorni

Lo scontro tra il conduttore Polimeni e la Federalog

“Siete venduti al sistema politica che ve lo mette in quel posto. Vergognatevi! Non lo capite che vi stanno ammazzando?” urlava a chi ha trattato con il ministro leghista dei Trasporti. È avvenuto dopo che Matteo Salvini ha detto di “aver sbloccato” risorse per un miliardo, di cui 480 milioni di pagamenti immediati dei crediti d’imposta maturati da maggio ad agosto. Solo che, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, le risorse nuove che dovrebbero arrivare via decreto legge si fermano a poco più di 160 milioni. E i pagamenti in arrivo non sono altro che aiuti già attesi da almeno sette mesi. Ne sono consapevoli i campioni che, evidentemente, i conti li sanno fare ed è anche per questo che, nonostante le trattative, le promesse e l’attesa di queste ore, non tutti i blocchi sono stati rimossi. La spaccatura interna c’è e, forse, c’è sempre stata, ma ora c’è da scoprire le carte e capire chi vuole cosa. Da qui la rabbia di Polimeni: “Dove sono le risposte concrete? Dove sono gli impegni? Cosa avete portato a casa? Per Polimeni, dall’incontro con Salvini non è arrivato nulla di concreto, “soltanto un pugno di mosche”.

Le minacce ‘istituzionali’

Nel frattempo, i supermercati hanno continuato a svuotarsi, i sindaci di Napoli e Bari, Gaetano Manfredi e Vito Leccese, parlando di “città paralizzate e sommerse dai rifiuti”, hanno chiesto al ministro Matteo Salvini di anticipare il confronto al Mit, gli industriali denunciano che ci sono imprese al “collasso” in Campania e Puglia e anche il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop lancia l’allarme sul blocco della produzione. Il governo sceglie ‘la linea dura’, con identificazioni e denunce per blocco stradale. Pure il Codacons minaccia di chiamare i singoli autotrasportatori e le organizzazioni che stanno sostenendo le proteste a rispondere dei danni prodotti alla collettività e dei reati di blocco stradale, interruzione di pubblico servizio e violenza privata.

La solidarietà dei cittadini, nonostante tutto

Eppure gli autotrasportatori hanno trovato la solidarietà dei cittadini. Mamme, padre di famiglia, li hanno raggiunti manifestando la loro vicinanza. A Casoria, sono scesi in campo, insieme ad alcuni ristoratori locali, portando pasta e bibite nei pressi dei blocchi. Anche ad Avellino e Caserta (per esempio all’Interporto di Maddaloni), residenti e intere famiglie hanno portato pizze e pasti caldi ai camionisti fermi ai blocchi. Rosanna Freddo, nota sui social come ‘La figlia del Pizzaiolo’ e titolare della pizzeria Tèmpora a San Marco Evangelista (Caserta), ha donato un furgone carico di pizze. Ma non si tratta dell’unico caso. I sindaci dell’Area del Cratere del medio Sele hanno raggiunto i presidi a Contursi Terme e a Sicignano degli Alburni, partecipando ai sit-in nei due comuni. Insomma, parte della popolazione legittima la protesta e, anzi, incita a resistere. Perché le difficoltà degli autotrasportatori potrebbero essere, e un po’ lo sono, quelle di molte categorie. E poi ci sono i volontari e gli studenti. A Santa Maria Capua Vetere, solo per fare un esempio, il gruppo di volontari dell’associazione “Ciò che vedo in città” ha raggiunto i camionisti nei presidi consegnando caffè, dolci per la colazione e generi di prima necessità. A Eboli, in provincia di Salerno, sono partiti da sette scuole per raggiungere autotrasportatori e agricoltori, che protestavano contro il caro carburante. Lo hanno fatto anche a Maddaloni (Caserta), in Calabria, per esempio a Lamezia Terme e in Puglia. Tanto che a Canosa, al liceo di Scienze umane e Scientifico “Fermi-Einaudi”, dopo l’assenza collettiva del 17 ottobre, è arrivata una comunicazione del dirigente scolastico, con un richiamo alla frequenza. Pena “possibili ricadute sul voto di comportamento”.

L'articolo Blocchi degli autotrasportatori: la spaccatura interna e i cittadini che appoggiano i presìdi (nonostante disagi e perdite) e chiedono di resistere proviene da Il Fatto Quotidiano.

Emissioni e clima, per l’Onu se tutto va bene andrà male: rispettando ‘solo’ gli impegni attuali il riscaldamento salirà a 2,6°C (l’obiettivo era 1,5)

21 October 2026 at 12:36

Anche se le nazioni dovessero rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas serra, entro la fine del secolo le temperature globali risulterebbero superiori di 2,6°C rispetto ai livelli preindustriali. È l’ennesima tegola che arriva sul fronte del riscaldamento globale, forse una delle più dure da metabolizzare, ma è quanto si afferma nell’Emissions Gap Report 2026, il rapporto sul divario tra la riduzione delle emissioni e gli obiettivi da raggiungere, appena pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Il mondo è “pericolosamente lontano dall’obiettivo” e “non può più evitare di superare il limite di 1,5°C (non annuale, ma basato su medie decennali, ndr)” ha spiegato António Guterres, segretario generale dell’Onu (nella foto), in occasione della presentazione del rapporto, riferendosi al traguardo più ambizioso fissato dall’Accordo di Parigi del 2015. Dieci anni dopo quegli impegni, lo scorso anno, le emissioni globali di gas serra si sono mantenute su livelli record. “I piani climatici nazionali e le politiche attuali – aggiunge Guterres – sono pericolosamente insufficienti, lasciando presagire un riscaldamento compreso tra 2,6°C e 2,8°C” entro il 2100. Si tratta di proiezioni persino più cupe rispetto a quelle dello scorso anno, che indicavano un riscaldamento compreso tra 2,3°C e 2,5°C (Leggi l’articolo). E dovute, tra l’altro, al ritiro degli Stati Uniti (il secondo maggior inquinatore al mondo) dall’Accordo di Parigi e alla revisione delle stime sulle emissioni storiche.

Emissioni ancora su livelli record

Tra i sei maggiori emettitori, i dati preliminari per il 2025 indicano un aumento delle emissioni negli Stati Uniti, in Indonesia e in Cina, a fronte di una diminuzione in India, Russia e Unione Europea. Tuttavia, gli analisti dell’Unep si sono mostrati cauti nel definire i livelli attuali come un vero e proprio “picco”, date le grandi incertezze geopolitiche e la crescente dipendenza dai combustibili fossili, nonostante la forte crescita delle energie rinnovabili. L’Emissions Gap Report 2026, intitolato ‘The Point of Return’ (Il punto di ritorno), rileva che la possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, senza alcuno sforamento o con uno sforamento limitato, è ormai svanita dopo “decenni di un’azione climatica insufficiente”, in particolare da parte dei paesi ricchi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni. Dure, durissime le parole di Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep: “Per anni, i governi sono stati avvertiti che il tempo stava per scadere. Dicevamo che c’era ancora un’opportunità, se avessimo fatto questo sforzo erculeo per rimanere entro il limite di 1,5°C, ma ora è chiaro che lo sforzo non è stato fatto. Abbiamo temporeggiato e ora diciamo che questa finestra di opportunità si è chiusa”.

L’obiettivo attuale: il minimo sforamento possibile

Ma non bisogna gettare la spugna. Questo è il messaggio dell’Unep. Ogni ulteriore frazione di grado e ogni anno aggiuntivo di riscaldamento al di sopra di 1,5°C accrescono i rischi climatici, come cambiamenti irreversibili nelle calotte glaciali, nel carbonio contenuto nel permafrost, nella circolazione oceanica, nelle barriere coralline e altro ancora, con gravi ripercussioni per la salute e la prosperità umana. L’obiettivo attuale, ormai è noto, deve essere quello di ridurre al minimo la durata e l’entità dello sforamento, per poi tornare a 1,5°C entro la fine del secolo. A questo riguardo, il rapporto esamina uno scenario di sforamento del target di 1,5°C definito come il “più contenuto possibile”, in cui il picco di riscaldamento viene limitato a 1,7-1,8°C. Per intraprendere questo percorso, le emissioni globali di gas serra (GHG) dovrebbero essere ridotte, rispetto ai livelli del 2025, del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040. Per fare un confronto, secondo l’Onu, il rispetto degli attuali impegni climatici porterebbe a una riduzione di appena il 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035. Si tratta quindi di un obiettivo difficilissimo da raggiungere, impossibile senza un cambio di rotta deciso e repentino. Implica tassi di riduzione medi annui del 5,7 per cento nel decennio 2025-2035, superiori al quelli indicati nel sesto rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, che richiedeva tassi di riduzione annuali di circa il 5 per cento.

Tornare sotto l’1,5°C di riscaldamento

Per tornare a 1,5°C o scendere al di sotto di tale soglia, sarà necessaria la rimozione di CO2 dall’atmosfera su larga scala. Si parla della necessità di rimozione dall’atmosfera e di stoccaggio permanente di circa 320 gigatonnellate di CO2 (equivalente a circa otto anni di emissioni globali di CO2 del 2024) nel corso di questo secole, oltre all’avvio di rigorose misure di mitigazione. Solo in questo modo, si stima nel rapporto, si avrà una probabilità del 66% di non superare 1,8°C, riportando, con una probabilità del 50% invece, l’aumento della temperatura globale a 1,5°C o meno, entro il 2100. Sebbene la sfida sia imponente, esistono ampie opportunità per accelerare l’azione: “Dall’adozione dell’Accordo di Parigi, le energie rinnovabili hanno registrato un forte sviluppo, l’offerta complessiva di energia derivante da carbone e petrolio è cresciuta meno di quanto previsto e le politiche climatiche si sono dimostrate efficaci nel ridurre le emissioni”. Il report indica la strada: la capacità globale di produzione elettrica da fonti rinnovabili dovrebbe almeno triplicare entro il 2035 (rispetto al 2025) e al massimo cinque anni più tardo (entro il 2040) dovrebbe raggiungere almeno 4,5 volte il livello del 2025. Sempre entro il 2035 le quote di carbone, petrolio e gas nell’offerta energetica globale dovrebbero ridursi rispettivamente di almeno il 55%, il 1% e il 5%, raggiungendo nel 2040 riduzioni del 75%, del 30% e del 35%. La generazione elettrica da carbone, invece, dovrebbe diminuire di almeno il 75% entro il 2035, per arrivare all’eliminazione a livello globale cinque anni dopo.

Dove si arriva con le politiche attuali (o rispettando gli impegni). I vari scenari

Le traiettorie attuali sono ben lontane dal consentire il raggiungimento di questo obiettivo. Se le politiche che si stanno mettendo in campo oggi dovessero proseguire, senza quindi seguire gli impegni presi dai Paesi, il riscaldamento si attesterebbe a 2,8°C entro il 2100 per poi aumentare ulteriormente. Qualora venissero attuati tutti i contributi determinati a livello nazionale (Ndc, i Nationally Determined Contributions*) e proseguissero sforzi analoghi, il riscaldamento sarebbe limitato a 2,6°C. Questi piani, come si diceva, ridurrebbero le emissioni solo del 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035, ma si tratta comunque di una risposta del tutto insufficiente per invertire la rotta in tempi utili. Si tratta di stime peggiori rispetto alle proiezioni dello scorso anno. I nuovi Ndc presentati dopo la pubblicazione del rapporto dell’anno scorso hanno avuto un impatto trascurabile sulle proiezioni. Anche nello scenario più ottimistico, in cui vengono raggiunti tutti gli Ndc più ulteriori obiettivi net-zero, il riscaldamento globale raggiungerebbe 2,1°C in questo secolo. Morale: “Senza un’azione urgente, la traiettoria che prevede il superamento più contenuto della soglia di 1,5°C diventerà rapidamente irraggiungibile”. Basta fare i conti: “Ogni cinque anni di emissioni di CO2 ai livelli attuali – avverte l’Unep – innalza il picco di riscaldamento di circa 0,1°C”.

L'articolo Emissioni e clima, per l’Onu se tutto va bene andrà male: rispettando ‘solo’ gli impegni attuali il riscaldamento salirà a 2,6°C (l’obiettivo era 1,5) proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌