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Vannacci: il programma di politica estera

27 September 2026 at 17:19

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SOVRANISMO REALE E INTERESSE NAZIONALE: LA DOTTRINA GEOPOLITICA DI VANNACCI PER UN’ITALIA PROTAGONISTA NEL MONDO MULTIPOLARE

Al di là delle consuete etichette strumentali e delle caricature mediatiche, la visione di politica estera espressa da Roberto Vannacci e sintetizzata nel programma di Futuro Nazionale delinea una rottura profonda con il conformismo diplomatico degli ultimi decenni, ponendo al centro un principio chiaro e non negoziabile: la tutela pragmatica dell’interesse strategico italiano.

Superare il vassallaggio: verso un multipolarismo di equilibrio

La presa d’atto del superamento del vecchio ordine unipolare a trazione statunitense non è una concessione a ideologie altrui, bensì un lucido esercizio di realismo geopolitico. Riconoscere l’avvento di un mondo multipolare significa rifiutare l’idea che Roma debba limitarsi a subire passivamente decisioni prese oltreoceano che spesso danneggiano il tessuto produttivo e la stabilità energetica dell’Europa.
In quest’ottica, la collocazione all’interno dell’Alleanza Atlantica viene ripensata secondo un modello pragmatico, analogo a quello esercitato con successo da potenze regionali come la Turchia, in cui l’adesione al patto non si traduce in subordinazione cieca, ma convive con il perseguimento autonomo della propria agenda nazionale. Analogamente, la disponibilità a comprendere le esigenze di sicurezza della Russia risponde alla logica di evitare escalation permanenti ai confini orientali, comprendendo che la stabilità del continente europeo non può prescindere da canali di distensione e cooperazione strategica.

Medio Oriente: diplomazia multilaterale contro le guerre a oltranza

L’approccio alla polveriera mediorientale si distingue per equilibrio e coraggio politico. Pur riconoscendo la legittimità della reazione di Israele contro le minacce terroristiche, la linea di Vannacci non esita a denunciare gli eccessi di una risposta bellica che definisce sproporzionata e le derive espansionistiche in Cisgiordania, riaffermando il diritto alla tutela delle comunità cristiane storiche, minacciate da entrambi gli estremismi, e aprendo con determinazione alla prospettiva di due Stati distinti, con una divisione equa di Gerusalemme.
Ancora più innovativa è la proposta di architettura di sicurezza per l’area: per garantire una pace durevole e reale, è velleitario pensare a esclusioni a priori. Coinvolgere come garanti potenze globali e attori regionali decisivi, dagli Stati Uniti alla Russia, fino (e qui i futuristi hanno davvero avuto coraggio) alla Repubblica Islamica dell’Iran, costituisce l’unica via per disinnescare conflitti endemici.

Al contempo, la netta condanna delle avventure militari americane in Iran e delle conseguenti tensioni, i cui effetti subiamo tutti quotidianamente, risponde alla necessità vitale di proteggere l’economia e gli approvvigionamenti marittimi ed energetici italiani, evitando che il nostro Paese venga trascinato in guerre per procura dettate esclusivamente da agende esterne.

Una politica estera matura non si misura sul grado di obbedienza a un blocco precostituito, ma sulla capacità di posizionare l’Italia come ponte sovrano, autorevole e indipendente nel nuovo scacchiere internazionale.
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L’America alza il conto

27 September 2026 at 11:00

Gasolio a livelli mai visti, petrolio di nuovo oltre i 100 dollari, titoli del Tesoro americano ai massimi dal 2007 e una Fed che torna ad alzare i tassi. Mentre Bruxelles apre al Canada come primo membro associato dell’Unione, Trump minaccia dazi pesantissimi sull’Europa. All’ONU l’Iran fissa le condizioni per riaprire Hormuz, i BRICS rilanciano valute nazionali e riforma del Fondo monetario. E il conto, come sempre, arriva alla pompa e in bolletta. Ne parliamo con Nino Galloni, economista, già direttore generale al Ministero del Lavoro, da decenni voce critica sulla sovranità monetaria e sulla politica industriale del Paese. Intervista a cura di Jeff Hoffman

Dentro l’intervista:
 La CIA avverte Italia, Francia e Spagna..
 Canada membro associato: emancipazione europea o nuovo recinto atlantico?
🏦 Treasury oltre il 5% e Fed al rialzo: il mondo si stanca del debito americano?
🛢 Hormuz, blocco navale e beni congelati: la finanza come arma di guerra
🌍 BRICS dopo Nuova Delhi: valute nazionali, FMI e divisioni interne
⛽ Gasolio record. Eutanasia dell’Unione europea?
📈 Borse: petrolio e difesa in rialzo, famiglie e imprese in affanno

📚 I LIBRI DELL’OSPITE
▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi)
▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022
▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022
▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007
▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008
▫La Sicilia protagonista della rivoluzione sovranista costituzionale, Edizioni Arianna

▶ LE INTERVISTE PRECEDENTI
Crisi energetica, che ne sarà del fu Belpaese?
https://www.youtube.com/watch?v=aAItMLLOJpc
Statonote e spazi di sovranità
https://www.youtube.com/watch?v=lkXfx-bUqWk
Dedollarizzazione controllata
https://www.youtube.com/watch?v=Ql2baUlXNLI

📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN
♟ BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo)

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Il Papa visita i martiri della Rivoluzione

27 September 2026 at 09:09

Papa Leone XIV prega ai piedi della scalinata dei martiri della rivoluzione francese, laddove 110 religiosi furono assassinati dai massoni. Papa Leone XIV è il primo Papa della storia che fa un gesto simile. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si recarono in Francia, ma non si fermarono in questo luogo simbolo del martirio dei cattolici. Lo spirito ecumenico del Vaticano II sta morendo.

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Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia?

27 September 2026 at 06:59

Nell’articolo precedente ci siamo chiesti cosa succede quando la lingua di casa lascia spazio a quella usata a scuola e nella comunità. Abbiamo visto che non si tratta necessariamente di una perdita, ma di una trasformazione del repertorio linguistico del bambino. Abbiamo anche capito che le due lingue non devono competere e che essere bilingui non significa parlare entrambe allo stesso modo.

A questo punto, però, la domanda cambia. Non è più “cosa sta succedendo?”, ma “cosa posso fare?”. Come genitore, come posso accompagnare mio figlio in questo percorso senza creare tensioni? Come posso continuare a offrirgli occasioni autentiche di incontro con l’italiano?

Cosa può fare il genitore?

Di fronte a queste situazioni, la prima tentazione può essere quella di correggere continuamente il bambino, insistere perché risponda in italiano o trasformare ogni conversazione in un piccolo “test” linguistico.

Ma se l’obiettivo è mantenere una relazione positiva con la lingua, forse è utile procedere nella direzione opposta.

La lingua ha bisogno di essere associata a esperienze significative, non soltanto a richieste e correzioni.

Il genitore può continuare a parlare italiano in modo naturale, senza pretendere necessariamente che il bambino risponda sempre in italiano. Può raccontare, leggere insieme, cucinare, giocare, cantare, guardare fotografie, parlare delle esperienze della giornata o condividere storie familiari.

Sono proprio queste esperienze quotidiane, ripetute nel tempo, a offrire al bambino occasioni autentiche di esposizione e utilizzo della lingua.

Dal punto di vista pedagogico, possiamo parlare di contesti significativi di apprendimento: il bambino apprende più facilmente quando la lingua non è percepita come un esercizio isolato, ma come parte di un’attività che per lui ha valore.

Anche il gioco può avere un ruolo importante. Nel gioco simbolico, per esempio, il bambino può sperimentare parole, frasi e ruoli senza vivere la situazione come una prestazione. Allo stesso modo, leggere insieme un libro in italiano permette di arricchire il vocabolario, sviluppare la comprensione e, soprattutto, condividere un momento di relazione.

Non trasformiamo la lingua in un terreno di conflitto

Un altro elemento da non sottovalutare è la dimensione emotiva.

Se ogni risposta in inglese viene accolta con frasi come “Parlami in italiano!”, “Te l’ho detto mille volte!” oppure “Non vuoi più parlare con me?”, il bambino potrebbe associare progressivamente l’italiano a una situazione di pressione o di conflitto.

Al contrario, può essere utile mantenere l’italiano come una presenza stabile e accogliente.

Se il bambino dice:

“Mamma, can you help me?”

il genitore può semplicemente rispondere in italiano:

“Certo, vieni, ti aiuto io.”

In questo modo la comunicazione continua senza interrompere il flusso della relazione e senza trasformare ogni scambio in una verifica.

Questo non significa rinunciare all’educazione linguistica, ma scegliere come perseguirla.

L’adulto può diventare un modello linguistico costante, offrendo parole corrette e strutture ricche senza necessariamente pretendere una ripetizione immediata.

La lingua è anche relazione

Forse è proprio questo il punto più importante.

Quando un bambino utilizza sempre più spesso la lingua della scuola, non sta necessariamente prendendo le distanze dalla famiglia. Sta crescendo, ampliando il proprio mondo e costruendo nuove relazioni.

La lingua della comunità può rappresentare per lui la scoperta di un nuovo ambiente, nuove amicizie, nuove competenze e nuove possibilità di espressione. La lingua familiare, invece, può continuare a custodire una parte della sua storia e delle sue relazioni affettive.

Per questo possiamo provare a non leggere il cambiamento come una perdita, ma come una trasformazione del repertorio linguistico del bambino.

Il nostro compito, come adulti, non è costringerlo a scegliere una lingua, ma accompagnarlo nella costruzione di un’identità capace di abitare più mondi.

E forse possiamo sostituire una domanda:

“Perché mio figlio non vuole più parlare italiano?”

con una domanda pedagogicamente più utile:

“Come posso continuare a rendere l’italiano una lingua viva, significativa e affettivamente importante nella sua esperienza?”

La risposta non sarà necessariamente fatta di regole o strategie complesse. Potrà trovarsi nelle conversazioni quotidiane, nelle storie raccontate prima di dormire, nelle telefonate ai nonni, nelle canzoni, nei giochi, nelle ricette di famiglia, nei libri e in tutti quei piccoli momenti nei quali una lingua smette di essere soltanto uno strumento e diventa, ancora una volta, relazione, appartenenza e memoria.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia? su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

Crescere tra due lingue: quando la lingua parlata in famiglia diventa la seconda

27 September 2026 at 06:52

Cosa succede quando la lingua che fino a quel momento era soprattutto “la lingua di casa” comincia a lasciare spazio a quella della scuola e della comunità?

“A casa abbiamo sempre parlato italiano. Da quando ha iniziato la scuola, però, mio figlio risponde sempre in un’altra lingua. All’inizio con noi parlava italiano, ma adesso sembra quasi non volerlo più usare.”

Questa è una delle tante esperienze raccontate da genitori di bambini che vivono all’estero, ma che possono riguardare anche famiglie residenti in Italia e sono esposte quotidianamente al bilinguismo.

La lingua parlata a scuola sostituisce poco per volta quella parlata in famiglia. Ed ecco che in poco tempo, scatta il “panico”: preoccupazioni, sensi di colpa e impotenza, quella sensazione di aver sbagliato tutto e non poter fare niente per cambiare questa situazione.

“Mio figlio anche quando è a casa vuole utilizzare la lingua parlata a scuola e dalla comunità, si rifiuta di parlare italiano con me che sono l’unica persona che lo conosce in famiglia. Rifiutando la lingua è come se si allontanasse anche da me. Adesso come faccio? Dove ho sbagliato? Se continua così, forse dimenticherà del tutto l’italiano…”

Come genitori possiamo facilmente comprendere i dubbi e le emozioni che accompagnano queste domande. La paura di “perdere tutto” può essere particolarmente forte quando si vive all’estero: la lingua non è soltanto uno strumento per comunicare, ma porta con sé ricordi, relazioni, appartenenza, storie familiari e una parte importante dell’identità.

Proprio per questo, però, può essere utile provare a osservare la situazione da un altro punto di vista.

Nel momento in cui il bambino preferisce la lingua parlata a scuola, ad esempio l’inglese, sta davvero abbandonando quella parlata in famiglia, nel nostro caso l’italiano?

La lingua non è una gara

Proviamo a immedesimarci nei nostri figli. Passano buona parte della giornata a scuola, dove parlano inglese, la lingua della comunità. La utilizzano per seguire le lezioni, giocare, parlare con gli amici, comprendere le regole e affrontare situazioni comunicative sempre nuove. Anche al di fuori della scuola, probabilmente, quella stessa lingua accompagna molti dei loro scambi quotidiani.

E in famiglia?

Se fino a poco tempo prima si parlava prevalentemente italiano, L1 di uno dei genitori, ora questa lingua può trovarsi ad avere un ruolo più circoscritto. Questo cambiamento può essere vissuto dagli adulti con scoraggiamento e frustrazione, ma dal punto di vista del bambino potrebbe rappresentare semplicemente un adattamento naturale al nuovo ambiente.

L’inglese, per esempio, può diventare la lingua attraverso cui studia, gioca e comunica con i coetanei. Può inoltre offrirgli un senso di appartenenza: è la lingua attraverso cui entra in relazione con il gruppo e costruisce nuove esperienze.

L’italiano, invece, può continuare a rappresentare la lingua della famiglia, delle relazioni affettive e della storia personale.

Questo significa che le due lingue non devono necessariamente competere tra loro.

Anzi, dal punto di vista pedagogico, può essere importante evitare di trasformare la situazione in una “gara” nella quale una lingua deve vincere sull’altra. Il bambino non dovrebbe sentirsi costretto a scegliere tra la lingua della famiglia e quella della comunità. Il compito dell’adulto può essere piuttosto quello di creare condizioni positive affinché entrambe possano avere uno spazio significativo nella sua esperienza.

Essere bilingui non significa parlare due lingue allo stesso modo

Se i miei bambini non parlano italiano è allora perché non riescono? Perché lo rifiutano?

Partiamo innanzitutto da una precisazione: essere bilingui non significa necessariamente parlare due lingue allo stesso livello, con la stessa sicurezza e negli stessi contesti.

Le lingue vengono spesso utilizzate per scopi differenti e in situazioni diverse. È ciò che François Grosjean ha descritto attraverso il principio di complementarità: le persone bilingui sviluppano e utilizzano le proprie lingue in relazione agli ambiti della loro vita.

L’inglese può essere, per esempio, la lingua dello studio, del gioco e delle amicizie. L’italiano può essere invece soprattutto “la lingua di casa”, quella utilizzata con alcuni membri della famiglia, durante determinate attività o in particolari situazioni.

Di conseguenza, anche le competenze possono essere distribuite in maniera diversa.

Un bambino può conoscere molte parole in inglese relative alla scuola, ai giochi e alle attività con i coetanei, mentre può avere un vocabolario più ampio in italiano quando si parla di famiglia, quotidianità o esperienze vissute in casa.

Non è quindi necessariamente corretto chiedersi quale sia la lingua “più forte”. È più utile domandarsi: in quali situazioni il bambino utilizza ciascuna lingua e quali funzioni svolge per lui?

L’apprendimento linguistico non è lineare

Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda la non linearità dell’apprendimento linguistico.

Nel corso della nostra vita, infatti, il livello di competenza nelle diverse lingue può subire variazioni anche significative, in relazione all’età, all’ambiente in cui viviamo, alla quantità e alla qualità degli input linguistici e alle occasioni concrete di utilizzo.

Possiamo immaginare le competenze linguistiche come dinamiche: una lingua può diventare temporaneamente più presente mentre un’altra sembra arretrare, per poi modificare nuovamente il proprio spazio in un momento successivo.

Grosjean, per rappresentare questa distribuzione, utilizza uno schema formato da esagoni, ciascuno dei quali rappresenta un diverso ambito della vita, come la famiglia, la scuola o il lavoro. All’interno di questi ambiti possono essere presenti una o più lingue. Alcune si estendono su molte sfere, altre rimangono circoscritte ad alcune di esse.

In generale, più numerosi sono gli ambiti nei quali una lingua viene utilizzata, maggiori possono essere le occasioni per svilupparne e consolidarne la competenza.

Calandolo nel contesto che ci è più vicino: i nostri figli, utilizzando l’inglese a scuola e nella comunità e l’italiano prevalentemente in famiglia, potrebbero avere una maggiore padronanza dell’inglese in determinati ambiti e dell’italiano in altri.

Questo non significa che una lingua sia necessariamente “sparita”.

Quando il bambino risponde nella lingua della scuola

Per rispondere alle domande poste in precedenza, quindi, possiamo considerare anche un’altra possibilità: il bambino potrebbe non stare rifiutando l’italiano. Potrebbe semplicemente trovare, in quel momento, più semplice e immediato esprimersi in inglese.

Per molte ore al giorno ascolta e utilizza questa lingua: segue le lezioni, gioca, parla con compagni e amici, impara nuove parole e affronta situazioni comunicative sempre diverse. Quando arriva a casa, può essere naturale continuare a utilizzare la lingua che in quel momento è maggiormente “attivata”.

Un aspetto fondamentale riguarda inoltre la differenza tra comprensione e produzione.

Un bambino può comprendere molto bene ciò che il genitore gli dice in italiano e, contemporaneamente, avere difficoltà o poca motivazione a rispondere nella stessa lingua. La comprensione può quindi essere più avanzata della capacità di produzione.

Questo è un elemento importante anche dal punto di vista educativo: non dovremmo valutare la competenza linguistica del bambino esclusivamente sulla base della lingua che sceglie di utilizzare nelle risposte.

Comprendere questi aspetti è il primo passo per accompagnare il bambino con maggiore consapevolezza, senza alimentare tensioni e conflitti.

Nel prossimo articolo ci concentreremo proprio sul ruolo dei genitori e dei modi in cui essi possano creare delle occasioni per sostenere la lingua parlata in famiglia.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: quando la lingua parlata in famiglia diventa la seconda su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

Il rafforzamento di Aspides lunedì sul tavolo dei ministri della Difesa Ue

BRUXELLES – Un eventuale rafforzamento della missione europea Aspides sarà al centro delle discussioni che i ministri della Difesa avranno lunedì 28 settembre, a Bruxelles. Le pressioni per inviare nuove...

La Russia riduce la produzione di gas e le previsioni di esportazione

26 September 2026 at 15:54

Energia Oltre – Secondo una bozza di documento governativo visionata dall’agenzia Reuters, il Ministero dell’Economia russo prevede che quest’anno il Paese produrrà ed esporterà meno gas naturale rispetto alle stime precedenti, mentre l’Europa si prepara a concludere gli ultimi acquisti di gas (GNL) russo.

La Russia ha anche ridotto le previsioni sulla produzione di petrolio per il 2026 – portandole ai minimi degli ultimi 17 anni – e ha rivisto le prospettive di esportazione di carburante per l’anno in corso e per il prossimo a causa della guerra in Ucraina.

Le previsioni serviranno ad aggiornare il bilancio federale fino al 2029. Le stime su produzione ed esportazione di gas naturale sono state riviste al ribasso sullo sfondo della rottura dei legami economici e politici con l’Occidente dovuta alla guerra in Ucraina e dei piani dell’Unione Europea di interrompere tutti gli acquisti di gas russo a partire dal prossimo anno.

Secondo la bozza delle previsioni, quest’anno la produzione di gas naturale in Russia si attesterà a 683,1 miliardi di metri cubi, un dato inferiore di 5,3 mmc rispetto alla proiezione di maggio, ma comunque superiore ai 662,7 mmc prodotti nel 2025.

Questo mese il Cremlino ha dichiarato che l’Europa si sta danneggiando acquistando gas costoso sul mercato spot invece di optare per le forniture russe, più economiche. Mosca sostiene di essere pronta a riprendere le forniture di gas all’Europa, anche attraverso i gasdotti sottomarini Nord Stream, di cui una linea è rimasta intatta dopo le esplosioni del settembre 2022.

Si prevede che le esportazioni russe di GNL via mare saliranno a 35 milioni di tonnellate quest’anno, rispetto ai 30,3 milioni di tonnellate del 2025; si tratta comunque di un volume inferiore di 5,3 milioni di tonnellate rispetto alle stime precedenti.

Il documento indica che le esportazioni di GNL continueranno a crescere nei prossimi anni, ma a un ritmo più lento rispetto a quanto previsto in precedenza. Secondo i calcoli di Reuters, nel 2025 le esportazioni di gas russo verso l’Europa sono crollate del 44%, attestandosi a soli 18 mmc – il livello più basso dalla metà degli anni ’70 – in seguito alla chiusura della rotta di transito ucraina. Le esportazioni russe di gas via gasdotto verso l’Europa avevano raggiunto un picco di circa 180 mmc annui nel biennio 2018-2019.

Intanto  i prezzi del diesel nelle stazioni di servizio dell’Unione europea hanno toccato ieri un nuovo massimo di 2,23 euro al litro, contro i 2,16 euro della settimana precedente: è quanto emerge da un’analisi realizzata dall’agenzia France Presse basata sui dati nazionali pubblicati dalla Commissione europea. In base a tali tabelle, disponibili dal 2005, si registrano record in 19 Paesi dell’Unione europea – tra cui Germania, Francia e Italia – a causa degli shock energetici causati dai conflitti in Medio Oriente e Ucraina.

Foto TASS

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Gesù, il pane, i pesci e l’idiota collettivo

26 September 2026 at 12:05

Talvolta le vignette raccontano il nostro tempo meglio di intere biblioteche.

Gira un disegno a fumetti, probabilmente realizzato con l’Intelligenza Artificiale, con didascalie in perfetto latino, in cui Gesù Cristo mostra a una piccola folla pane e pesci, evocazione del famoso miracolo della moltiplicazione.

Abbigliati con indumenti d’epoca, i presenti, con aria perplessa, non mostrano particolare interesse per il Redentore.

Un uomo chiede se il pane contenga glutine.

Un altro, con fiero cipiglio, afferma di non voler mangiare pesce: veganus sum.

Una donna sospettosa domanda: il pesce non conterrà mercurio?

La vignetta – involontario apologo della postmodernità – ha più chiavi di lettura.

Viene alla mente lo straordinario racconto del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Ivan, il più tormentato, narra ad Alioscia un sogno febbrile: Gesù torna sulla terra nella Siviglia dell’Inquisizione.

Senza che si sveli, tutti lo riconoscono, implorando miracoli e salvezza. Un vegliardo cardinale, l’Inquisitore, lo fa arrestare dopo avergli rimproverato di aver portato la libertà al popolo incapace di usufruirne. Dopo la sua venuta sulla terra, spiega, è stata la Chiesa a farsi carico di rendere felici gli uomini. Il suo ritorno turba l’ordine faticosamente raggiunto.

La domanda dell’Inquisitore è glaciale: perché sei venuto a infastidirci?

La persona di Gesù, la sua predicazione, i suoi precetti interrogano l’umanità di ogni tempo. O meglio, la interrogavano.

Oggi viviamo un’epoca non solo post religiosa, ma post umana. Gesù infastidisce come ogni domanda di senso, ma ormai non è più riconosciuto, nella vignetta e nella realtà.

Fu profetico egli stesso, ponendo la domanda decisiva nel Vangelo di Luca (18,8): quando tornerà, il figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra?

La risposta è negativa, almeno nello spicchio di mondo chiamato Occidente, altezzosamente chiuso nella superstizione scientista, che considera superstizione, sciocca credenza, primitivismo, tutto quanto eccede la dimensione materiale dell’esistenza.

Così come l’Inquisitore accusa Gesù redivivo di turbare l’ordine costituito, la vignetta lo sospetta di offrire un cibo spirituale avariato, simboleggiato da beni materiali come il pane e i pesci.

Soprattutto, colpisce l’indifferenza di chi vede e ascolta Cristo. La folla, antica ma modernissima, appare insensibile, disinteressata a chi sia l’uomo barbuto dinanzi a lei; finisce per porre domande ed esprimere valori privi di consistenza.

È l’idiota collettivo postmoderno cresciuto a pubblicità, consumo, ideuzze, piaceri volgari, novità assunte quasi religiosamente, sostitute del Verbo.

E tutti, gattopardi, sciacalli e pecore, continuano a credersi il sale della terra, come disse il disincantato Principe di Salina all’inviato dei Savoia, rifiutandone le promesse.

Sale della terra: una citazione evangelica, ma quanti la riconoscono come tale, nel deserto degli analfabeti funzionali muniti di titolo di studio?

Il povero Gesù, forse scambiato per venditore maldestro o predicatore con vassoio per le offerte, non viene rifiutato: peggio, è ignorato.

Le domande dei postmoderni in abiti antichi sono quelle di chi non vuole capire. Generazioni di signorini soddisfatti guardiamo il dito che indica la luna senza mai elevare lo sguardo.

Liberati dal bisogno immediato, aderiamo a mode sostitute della morale e siamo preda dei timori più vari, rappresentati nella vignetta dalla richiesta di cibo senza glutine e di pesci che non accumulino mercurio come in natura.

Fragile salutismo indotto dal circo del consumo, unito all’ecologismo d’accatto e alle idiosincrasie alimentate da giganteschi interessi la cui portata sfugge ai superficiali che abboccano a qualunque novità, spacciata per cultura, fuoriuscita dall’ignoranza di ieri per entrare nel luccicante regno delle magnifiche sorti e progressive.

Diventiamo civili, colti e razionali se non mangiamo carni e prodotti di origine animale per non sfruttare altre creature, ma non battiamo ciglio sullo sfruttamento vecchio e nuovo dell’uomo.

Gusti indotti scambiati per avanzata civiltà, dimentichi che la natura ignora le ubbie moralistiche dei popoli in declino.

Prestiamo fede a qualsiasi narrazione provenga dal baccano orchestrato dal potere senza vedere l’essenziale, “invisibile agli occhi” (Il piccolo principe) ma non all’anima.

Anima? Che cosa significa, che rappresenta?

Nulla, agli occhi dell’omuncolo postmoderno. Non si può compravendere, toccare o pesare, non ha codice QR. Quindi, non esiste. Chi vi fa appello, come Gesù, non è creduto né riconosciuto. Tutt’al più è un breve intermezzo nella corsa quotidiana, soggetto alla derisione, all’incredulità.

Che ne dice la Scienza, sempre con la maiuscola? Se tace o nega, meglio abbandonarlo al suo destino o smascherarlo – noi astuti, scafati, emancipati- con futili domande. Gli abbiamo già dedicato fin troppo del nostro preziosissimo tempo.

Eppure- non stiamo meglio di quando credevamo in Dio. Non è che manchi la fede: è stata sostituita dai Diritti, dal Progresso, dalla Scienza, dalla Ragione. Potenza di calcolo, mancanza di senso. In mezzo egoismo, disumanità, vuoto interiore.

Una vita senza glutine, ossia senza ciò che unisce. L’Inquisitore che lo arrestava perché pericoloso aveva più rispetto per Gesù della folla postmoderna che lo rifiuta (non posso mangiare il tuo pane: sono vegano!) o gli pone condizioni (il pesce senza mercurio).

Un prodotto tra gli altri sullo scaffale del supermercato. A che cosa serve, pensa l’Idiota Collettivo?

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La storia insegna che le crisi finanziarie USA si verificano quando i tassi salgono rapidamente come in questo caso: “Qualcosa finisce sempre per rompersi”

26 September 2026 at 07:58

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Mercoledì, il rendimento del titolo a 10 anni ha registrato il più rapido aumento giornaliero dall’inizio del 2025. Giovedì ha toccato il livello più alto dal luglio 2007.
John Roque di 22V Research ha rilevato che, in 16 casi di rapido aumento del rendimento a 10 anni dal 1970 a oggi, si è verificata una crisi finanziaria.
“Dobbiamo essere preparati o avvisati del fatto che i tassi stanno salendo e che qualcosa finirà per rompersi”, ha avvertito Roque.
In questo articolo

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Trader al lavoro durante la sessione mattutina alla Borsa di New York.
Angela Weiss | Afp | Getty Images
Il rendimento del titolo del Tesoro a 10 anni

sta salendo a livelli che non si vedevano da anni. Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente Wall Street non è tanto il livello assoluto raggiunto, quanto la velocità del movimento.

Quando i tassi salgono a un ritmo così sostenuto, la storia insegna che tende a verificarsi qualche evento negativo.

Mercoledì, il rendimento a 10 anni ha registrato il più rapido aumento giornaliero dal 7 aprile 2025, per poi salire ulteriormente giovedì superando il 5,17%: un balzo notevole, considerando che due settimane fa era inferiore al 4,8% e che, a un certo punto di agosto, si attestava sotto il 4,6%.

“Qualcosa finisce sempre per rompersi”, ha affermato una recente nota di John Roque, responsabile dell’analisi tecnica presso 22V Research.

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Rendimento dei Treasury USA a 10 anni, ultimi 3 mesi
Analizzando un grafico del rendimento dei Treasury a 10 anni relativo agli ultimi cinquant’anni, Roque ha individuato 16 casi in cui si è verificato un rapido rialzo simile a quello attuale. Ognuno di questi movimenti ha portato a una qualche forma di crisi finanziaria. Sebbene l’entità delle crisi e il loro impatto sui mercati siano variati (dal fallimento, traumatico ma di breve durata, della Silicon Valley Bank nel 2023 al crollo azionario del 1987), l’impennata dei rendimenti ha quasi sempre causato perturbazioni sui mercati finanziari, penalizzando gli asset di rischio.

“Certo come il giorno segue la notte: quando il rendimento dei Treasury a 10 anni sale, qualcosa finisce per cedere”, ha osservato Roque ai microfoni della CNBC. “È opportuno mantenere la prudenza”.

Il rendimento dei Treasury a 10 anni funge da parametro di riferimento per i costi di finanziamento dell’intera economia. Dai tassi sui mutui alle complesse operazioni degli hedge fund, molte attività dipendono dalla stabilità di questo rendimento. Quando esso subisce un’impennata rapida, può far saltare i piani rischiosi di aziende o investitori che contavano su tassi di finanziamento stabili.

Cosa cederà questa volta? Di solito non è evidente finché non è troppo tardi e, in apparenza, non sempre il problema è direttamente legato ai costi di finanziamento. Lo scoppio della bolla delle dot-com fu causato da molteplici fattori, in particolare da valutazioni irrealistiche di numerose aziende tecnologiche che non generavano alcun profitto; tuttavia, anche i tassi più alti giocarono un ruolo importante. Durante la crisi immobiliare, l’aumento dei tassi mise a nudo la scarsa severità delle banche nella concessione dei prestiti, rendendo sempre più difficile per i mutuatari con debiti a tasso variabile onorare i pagamenti.

Questa volta, gli operatori di mercato indicano spesso come possibili punti di rottura il mercato in forte espansione (e opaco) del credito privato e i progetti per i data center dedicati all’IA, finanziati in misura eccessiva tramite debito (in parte fuori bilancio). Attenzione alle banche regionali
Secondo Roque, questa volta sarà fondamentale monitorare le banche regionali: affinché il mercato mantenga la propria stabilità, è necessario che esse registrino buone performance. Lo State Street SPDR S&P Regional Banking ETF (KRE)
è già sceso di quasi il 10% rispetto ai massimi recenti, avvicinandosi pericolosamente alla soglia della “correzione” (un calo del 10% o più). Analizzando le passate turbolenze causate dai tassi elevati, si nota come il settore bancario sia solitamente quello che subisce le ripercussioni più pesanti.

“È essenziale che le banche regionali, in particolare, tengano la posizione o subiscano un calo minimo o non problematico”, ha affermato. “Se le banche regionali continuano a scendere – e di conseguenza anche le banche in generale – non è possibile avere un mercato forte. Semplicemente non è possibile”.

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State Street SPDR S&P Regional Banking ETF
Quotazione in tempo reale | Ultimo (NYSE Arca), Volumi (CTA) | USD
After-hours: Ultimo | 25/09/26 EDT
71,61
+0,06 (+0,08%)
71,55
+0,61 (+0,86%)
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State Street SPDR S&P Regional Banking ETF (KRE), da inizio anno (YTD)
L’analista ha inoltre evidenziato segnali di cedimento nei settori delle utility e dell’edilizia residenziale. Solo nell’ultima settimana, il comparto utility dell’S&P 500
ha perso oltre il 4%, risultando di gran lunga il settore con la performance peggiore tra gli 11 gruppi che compongono l’indice.

“Il mercato obbligazionario ha dovuto faticare non poco per convincere le persone che i tassi sono in aumento; siamo stati tutti condizionati a credere che i rialzi dei tassi fossero solo temporanei, ma credo che questa volta la situazione sia diversa”, ha osservato Roque. “Siamo di fronte a un rialzo strutturale dei rendimenti obbligazionari e a un mercato ribassista di lungo periodo per le obbligazioni”.

“Dobbiamo essere preparati o consapevoli del fatto che i tassi…”
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