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Normal view

Tre miliardi di visualizzazioni e zero portaerei: il capolavoro cinese che umilia Hollywood

 

di Francesco Santoianni

 

Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.

P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):

La festa: i pali, la spirale e la spada

Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.

Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.

Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.

Tre miliardi di ascolti, zero carri armati

La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".

Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.

Spontaneo o regia? Tutti e due

Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.

Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.

È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.

Come funziona il soft power cinese

Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:

Strumento

Come funziona

Esempio

Media internazionali

Testate statali in decine di lingue

Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group

Lingua e cultura

Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere

Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente

Turismo e visti

Ingresso senza visto per soggiorni brevi

Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026

Economia e infrastrutture

Investimenti e prestiti all'estero

Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese

Piattaforme e intrattenimento

App, cinema, videogiochi, cultura pop

TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong

Patrimonio e feste

Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze

Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi

I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.

Curiosità

  • La voce non è umana. La versione virale è stata rielaborata con l'intelligenza artificiale e cantata da una voce sintetica, secondo lo Yangtse Evening Post. La tradizione millenaria arriva al mondo con un'ugola digitale.
  • Un titolo in due lingue. "Munao" viene dalla lingua jingpo, "Zongge" dalla lingua zaiwa, parlata da un altro ramo dello stesso popolo. Insieme significano "ballare tutti insieme".
  • Un ritornello facile apposta. Il passo base è semplice e ripetitivo, e i versi senza significato ("o ran o ran") si imparano al primo ascolto. Per questo ballano anche i turisti, e le signore delle danze di piazza.
  • Minoranza remixata da minoranza. Zhen Zhen, secondo China News Service, appartiene alla minoranza hui, musulmana. Non era mai stato a Dehong quando ha composto la versione di successo.
  • Una leggenda celeste. Secondo la tradizione la danza viene dal palazzo del Sole e l'hanno portata sulla terra gli uccelli. I capi danza portano copricapi di piume di bucero, l'uccello sacro dei Jingpo, come racconta China News Service.
  • La stessa festa, oltre confine, in guerra. In Myanmar i Kachin celebrano il Manau a Myitkyina. Nel 2015 un comitato culturale kachin lo boicottò: molti kachin non volevano festeggiare in piena guerra tra l'esercito birmano e i ribelli kachin. In Cina la stessa danza è vetrina di "unità tra le etnie"; a pochi chilometri, è un terreno conteso.

 

Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

Fine vita, l’Europa procede in ordine sparso: dall’eutanasia in Spagna al rebus italiano

In Europa non esiste un modello unico sul fine vita. Spagna e altri Paesi hanno legalizzato, con modalità diverse, eutanasia o suicidio assistito; Francia e Italia riconoscono forme più limitate di autodeterminazione, mentre nell’Europa orientale prevalgono ancora i divieti. Regole, garanzie e accesso cambiano radicalmente da uno Stato all’altro

Trump e Putin riaprono il Nord Stream?

10 October 2026 at 17:26

@Geopolitik_2030

A FINE DELLA GUERRA IN UCRAINA IN CAMBIO DI UN HUB PETROLIFERO: -La formula “territorio in cambio di sicurezza” Trump ha promosso uno schema in cui l’Ucraina cederebbe il territorio del Donbass in cambio di garanzie di sicurezza da parte di USA ed Europa. I rapporti indicano che Washington avrebbe accettato la sequenza russa: l’Ucraina prima cede territorio e poi riceve garanzie. La Russia controlla già quasi il 95% del Donbass e richiede il ritiro ucraino dal resto. -L’interesse energetico degli USA sul gas russo: Sono stati riportati colloqui tra Jared Kushner e Kirill Dmitriev affinché investitori americani entrino in comproprietà dei gasdotti Nord Stream, permettendo che il capitale statunitense tragga beneficio dal flusso di gas russo verso l’Europa una volta terminata la guerra.

Lavrov ha dichiarato che Washington cerca di controllare il transito del gas russo attraverso l’Ucraina per dominare il mercato energetico europeo. La logica è che gli USA ottengano un ruolo centrale come intermediari e azionisti, ricavando profitti dalla rivendita del gas russo. “Hub petrolifero” · Un consorzio statunitense con fondi del Qatar e degli EAU acquisisce partecipazioni nel gasdotto Nord Stream, nel transito attraverso l’Ucraina o in asset di Lukoil. La Casa Bianca vuole accordi che beneficino aziende e contribuenti americani, con supervisione della DFC e del Tesoro.

La Russia mantiene la proprietà delle sue risorse, ma gli USA controllano la commercializzazione verso l’Europa, agendo come intermediari che acquistano gas russo e lo rivendono a prezzi altissimi all’Europa. · L’Ucraina ottiene garanzie di sicurezza sebbene non l’ingresso nella NATO e finanziamenti per la ricostruzione. In cambio, cede i territori che la Russia già controlla quasi totalmente. · L’Europa rimarrà intrappolata in una nuova dipendenza, ma questa volta dal gas russo gestito dagli USA, ciò che Washington considera un modo per mantenere influenza su Bruxelles senza che Mosca abbia il controllo diretto. Per gli USA: guadagni economici diretti dall’intermediazione energetica, controllo geopolitico sull’approvvigionamento europeo e un “dividendo di pace” che le permette di ridurre la spesa militare in Ucraina e reindirizzare risorse verso l’Asia. Per la Russia: fine delle sanzioni, riconoscimento delle sue annessioni, ritorno al mercato europeo con la mediazione statunitense, che le offre una via per eludere parte dell’isolamento e una relazione commerciale che le garantisce entrate senza dipendere esclusivamente dalla Cina. Per l’Europa: stabilità energetica a breve termine, sebbene a costo di accettare uno schema che la rende dipendente da intermediari e che contraddice il suo obiettivo dichiarato di staccarsi dal gas russo. Ostacoli: · L’UE ha proibito operazioni con Nord Stream e approvato la fine del gas russo. La Germania si oppone a riaprire i gasdotti. · L’Ucraina teme di cedere territorio senza garanzie reali e la Russia rifiuta qualsiasi garanzia significativa che limiti la sua azione futura. · Qualsiasi accordo che implichi cessione territoriale è visto come “suicidio statale” e non fermerebbe la Russia a lungo termine.

Polonia e i Baltici rifiutano qualsiasi legame energetico con la Russia, mentre la Germania affronta divisioni interne.

“Yalta economico” Nella teoria politica, questo modello assomiglia a una versione economica della Conferenza di Yalta: le potenze vincitrici USA e Russia ridisegnano la mappa e le sfere di influenza, con Ucraina ed Europa come meri spettatori dell’accordo. Un alto funzionario europeo ha già descritto il piano energetico di Trump come “l’Yalta economico del 1945”.

Se questo scenario si materializzasse, la fine della guerra non sarebbe una pace giusta, ma una transazione di potere in cui gli USA emergono come principali beneficiari economici, la Russia consolida guadagni territoriali ed Europa rimane intrappolata in una nuova dipendenza energetica mediata da Washington. La reale fattibilità dipende dal superare gli ostacoli legali, politici e di fiducia che oggi lo rendono improbabile, ma non impossibile in un contesto di pressione crescente per terminare il conflitto.

L'articolo Trump e Putin riaprono il Nord Stream? proviene da Blondet & Friends.

Una mail non letta. Così Pechino è riuscita ad avere accesso agli F-35

10 October 2026 at 15:58

Altro che James Bond. I componenti dell’F-35 finiti il mese scorso in mano cinese sono arrivati a Hong Kong perché un agente di Ups non ha visto una mail. A ricostruirlo è Bloomberg, che aggiunge un tassello decisivo a una vicenda su cui Washington fatica ancora a dare risposte.

Le parti, tra cui il tettuccio della cabina di pilotaggio e un portello della stiva armi, viaggiavano dall’Australia verso gli Stati Uniti, dove dovevano essere riparate o smaltite. L’itinerario prevedeva due scali, in Corea del Sud e a Taiwan, prima dell’arrivo a San Francisco. Entrambi i Paesi sono autorizzati dall’International Traffic in Arms Regulations (Itar), la normativa americana che regola il trasferimento di materiale militare sensibile e vieta il passaggio attraverso Stati considerati a rischio. La spedizione è arrivata in Corea del Sud come previsto, ma poiché era partita dall’Australia in ritardo, per accorciare i tempi è stata fatta proseguire via Hong Kong, che nella lista Itar figura tra le destinazioni escluse. Da lì le autorità cinesi ne hanno preso possesso e i componenti non sono più tornati indietro.

A monte c’era stato il tentativo di evitare questa contingenza, in accordo con le procedure. Il freight forwarder Dsv aveva infatti avvertito per iscritto che il carico non poteva transitare in alcuni Paesi, citando espressamente i vincoli Itar.  Ma quell’avviso, stando alla ricostruzione di Bloomberg, non è mai arrivato sotto gli occhi dell’agente Ups che ha deciso il cambio di rotta. Una fonte sentita dall’agenzia ipotizza che Dsv abbia usato un sistema informatico diverso da quello in uso al corriere. Se l’avviso fosse stato letto, il carico difficilmente sarebbe passato da Hong Kong.

Lockheed Martin e il Pentagono hanno provato fin dall’inizio a minimizzare, facendo notare che i pezzi erano danneggiati e che il loro valore per un’intelligence straniera sarebbe limitato. Il problema però non è la struttura in sé, ma il rivestimento radar-assorbente che la copre, cioè uno degli elementi su cui si regge la bassa osservabilità del velivolo. È probabile che i tecnici cinesi lo studino a fondo, sia per migliorare i propri aerei sia per capire come individuare l’F-35. Pechino non conferma nulla. Il ministero degli Esteri ha fatto capire di non sapere nemmeno di quali parti si stia parlando, una versione a cui nessuno crede ma che non stupisce: se a finire per sbaglio negli Stati Uniti fossero stati i componenti di un J-20, la risposta del dipartimento di Stato sarebbe stata con ogni probabilità la stessa.

Negli Stati Uniti sono partite le indagini e al Congresso è stata chiesta una revisione della catena di approvvigionamento del programma. La questione riguarda da vicino anche gli alleati. L’F-35 è costruito e mantenuto da una rete di Paesi partner, Italia compresa, e i componenti si spostano di continuo da un continente all’altro, spesso affidati a operatori logistici privati.

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere. Nel 2008 il Pentagono ammise che due anni prima a Taiwan erano state spedite per errore quattro ogive per missili balistici, prive di componenti nucleari, al posto delle batterie per elicotteri che Taipei aveva ordinato tramite il programma Foreign Military Sales. Nel 2024, in Polonia, un carico di mine anticarro viaggiava su un treno ed è finito in un magazzino Ikea. Se ne sono accorti solo quando un dipendente ha chiamato il ministero della Difesa per chiedere quando qualcuno sarebbe passato a riprenderle.

 

La pena di morte è una sconfitta della civiltà. Mons. Paglia rilancia l’appello di papa Leone

10 October 2026 at 15:07

La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di redenzione. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male. Le parole di Papa Leone, che definisce la pena di morte inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona, riaprono una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, il richiamo del Pontefice è molto più di un’indicazione morale: è una direzione spirituale e culturale per un mondo che sembra avere smarrito il senso della fraternità.

Monsignor Paglia, il Papa ha ribadito che la pena di morte è inammissibile e che la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Che cosa ci dicono queste parole?

Sono parole sante, che disarmano dall’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa. Il messaggio del Pontefice ci ricorda che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili.

Lei parla di inutilità della vendetta. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di redenzione.

Come spiega il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, spesso accompagnata da una forte esposizione mediatica?

Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità. Dobbiamo riscoprire insieme l’indispensabilità della fraternità.

Lei cita anche la scienza, parlando dei legami che uniscono gli esseri umani. Che cosa intende?

La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. La fraternità deve diventare una scelta politica, spirituale e religiosa. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dobbiamo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale rende ancora più grave questa deriva?

Certamente. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Il monito del Papa sembra rivolgersi anche alla politica, oltre che alle coscienze individuali. Lei che idea si è fatto?

Assolutamente. Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, le parole del Papa indicano una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguardano soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. La fraternità non è un sentimento astratto: è il fondamento di una convivenza nella quale nessuno può essere considerato definitivamente perduto. È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

India, proteste a Nuova Delhi contro la riforma delle liste elettorali: oltre mille fermati, tra cui i leader degli scarafaggi

La polizia ha blindato la capitale nel giorno della manifestazione indetta dal Cockroach Janta Party contro le nuove norme elettorali volute dal premier Modi. Rahul Gandhi: “Continuate a scendere in piazza, orgoglioso di voi”

Fratelli Musulmani, Sinwar e il 7 ottobre. Quelle parole che non hanno bisogno di interpretazioni

10 October 2026 at 13:57

Ci sono documenti che non hanno bisogno di interpretazioni. Il comunicato del 18 ottobre 2024, pubblicato sul sito ufficiale in inglese dei Fratelli Musulmani e firmato da Mahmoud Hussein, Guida generale ad interim, è uno di questi. Hussein vi definisce Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso dalle forze israeliane, “the leader of the glorious epic of October 7”. Poi lo colloca in una genealogia di caduti presentati come eroi (al-Banna, Yassin, Rantissi, Morsi, Haniyeh), parla di sacrificio e invoca per lui un posto tra i martiri.

Chiamare “gloriosa epopea” l’attacco del 7 ottobre non significa fare le condoglianze per la morte di un dirigente palestinese: significa celebrare con grande solennità un massacro di inaudita gravità. E a farlo non è un simpatizzante anonimo, ma il vertice dell’organizzazione, in un atto ufficiale.

Quello che il testo dice, e quello che non dice

Il comunicato documenta una scelta lessicale, religiosa e politica della leadership; non dimostra un collegamento operativo tra i Fratelli Musulmani e gli autori della strage, né un coinvolgimento della Fratellanza nell’attacco. Eventuali legami finanziari, logistici o operativi sono un’altra questione, su cui sono in corso indagini nazionali ed europee, e le relative responsabilità andranno provate con documenti, riscontri ed elementi indipendenti.

Il comunicato esiste anche in arabo: l’originale, diffuso anche dal canale Telegram ufficiale @ikhwaneg, contiene la formula “قائد ملحمة السابع من أكتوبر المجيدة”, il “leader della gloriosa epopea del 7 ottobre”. Il sostegno ideologico al terrorismo di Hamas, peraltro, non è episodico: lo stesso canale, il 20 luglio 2026, si è congratulato con Hamas per l’elezione di Khalil al-Hayya come successore del “leader martire” Sinwar.

La celebrazione di Sinwar è arrivata anche da altri attori mediorientali. Dalla Fratellanza siriana, per esempio, che ha parlato del “martirio” di un “grande leader nazionale”, fino al Pjd marocchino, partito vicino ma autonomo rispetto alla Fratellanza egiziana, il cui leader Abdelilah Benkirane ha ricordato Sinwar come “leader e guerriero”. Equiparare queste voci sarebbe un errore: un lessico comune segnala vicinanza ideologica, non un coordinamento delle attività. La domanda utile è un’altra, ed è ancora aperta: quanto è diffusa, nella vasta rete di affiliati e simpatizzanti della Fratellanza e, più in generale, nell’area del fondamentalismo islamista, la scelta di celebrare esplicitamente il 7 ottobre anziché limitarsi alla solidarietà con il popolo palestinese?

Il voto di Strasburgo

Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione per una strategia europea contro il cosiddetto “Islamist entryism” e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Il testo, promosso dal Ppe, non è vincolante e non mette automaticamente al bando la Fratellanza: chiede di valutare se entità o individui collegati soddisfino i criteri per l’inserimento nella lista europea delle organizzazioni terroristiche, che richiede solide basi giuridiche e prove accertate. Del resto, come ha ricordato il commissario Magnus Brunner, i Ventisette non hanno ancora raggiunto una piena convergenza in materia.

Il dibattito in Aula è stato tutt’altro che unanime. Secondo l’Afp, sinistra radicale, Verdi e socialisti avevano annunciato che non avrebbero sostenuto il testo, ritenendo che alcune sue parti avessero tratti di islamofobia. Il socialista Juan Fernando López Aguilar ha messo in guardia dal presentare la comunità islamica come un corpo estraneo alla diversità europea, secondo quanto riferito in particolare dalla stampa spagnola. Obiezioni da prendere sul serio: la differenza tra pratica religiosa, dissenso politico e ideologico e sostegno pratico e organizzativo alla violenza è proprio ciò che una strategia seria deve saper distinguere.

La questione che resta

Il nodo, dunque, non è scegliere tra l’evidenza di una linea politica inquietante e pericolosa e la prova di una responsabilità operativa diretta. Sono due piani distinti, e confonderli indebolisce chi vuole contrastare l’influenza dell’islam fondamentalista che fa propaganda alla violenza. Chi ha votato contro la risoluzione dovrebbe tuttavia spiegare quali parti ritiene infondate o sproporzionate e quale strategia alternativa propone. Chi l’ha sostenuta deve dimostrare che le misure colpiscono condotte e organizzazioni, non convinzioni politiche, ideologiche o religiose.

Tre domande restano aperte: quanto sia diffusa la celebrazione del 7 ottobre tra i dirigenti e i canali ufficiali della Fratellanza; quali rapporti esistano con Hamas, oltre alla vicinanza ideologica; quali strumenti europei siano adeguati senza scivolare in generalizzazioni sbagliate e controproducenti.

Nel frattempo, la frase di Hussein rimane un dato documentale difficile da eludere. Non prova tutto, ma dice con chiarezza ciò che dice: ed è sbagliato sia ignorarla sia pretendere che dimostri più di quanto possa dimostrare.

La Fratellanza Musulmana è un movimento d’élite, a cui di solito non è facile affiliarsi, che non ama la pubblicità e preferisce la riservatezza. Proprio per questo un segnale così forte come l’esaltazione della strage del 7 ottobre dovrebbe allarmare tutti, e non soltanto una parte.

Quanto agli europarlamentari italiani che hanno votato contro la risoluzione, tra cui Nicola Zingaretti, la domanda è una: erano stati adeguatamente informati? Di fronte a una presa di posizione così grave, forse sarebbe stato più opportuno esprimere i legittimi dubbi con un’astensione.

Se la conoscenza diventa una scorciatoia, anche le competenze diventano fragili

10 October 2026 at 13:52

C’è qualcosa di più profondo della semplice abitudine a studiare sulle slide invece che sui libri nella fotografia degli universitari italiani emersa recentemente da un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su 463 docenti di 34 atenei.

L’83% dei professori ha osservato negli ultimi tre-cinque anni un cambiamento nelle modalità di studio degli studenti. Il 69% indica le slide come il materiale più utilizzato, il 52% gli appunti, mentre appena il 17% ritiene che i materiali didattici degli editori siano oggi molto letti.

E il dato forse più significativo è che per il 68% dei docenti la progressiva perdita dell’abitudine a leggere integralmente i manuali è tra le principali cause delle difficoltà riscontrate nella preparazione: il 41% segnala una riduzione della capacità di analisi e ragionamento critico, il 28% una preparazione più nozionistica e superficiale e il 24% difficoltà nel collegare argomenti diversi.

Non è, naturalmente, una condanna delle slide. Né dei riassunti. Né, tantomeno, della tecnologia che tutti abbiamo utilizzato nel corso dei nostri percorsi accademici per tradurre i concetti più ostici, ma mai completa sostituzione degli altri strumenti, Una buona sintesi può essere, infatti, uno strumento straordinario per orientarsi, così come un video, un podcast o un sistema di intelligenza artificiale possono aiutare uno studente a comprendere meglio un concetto difficile. Il problema nasce quando lo strumento sostituisce il percorso.

Perché conoscere non significa semplicemente possedere informazioni. Significa comprenderle, organizzarle, metterle in relazione, verificarle, discuterle e, quando necessario, cambiarle alla luce di nuove evidenze. È proprio questa trasformazione dell’informazione in conoscenza che rischiamo di perdere.

E quando la conoscenza diventa superficiale, anche le competenze diventano fragili. Un castello di carte: può apparire perfetto finché nessuno lo mette alla prova, ma rischia di crollare alla prima folata di vento.

I numeri ci invitano a prendere sul serio il problema. Nel 2025, secondo Invalsi, soltanto il 51,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori ha raggiunto in Italiano un risultato almeno adeguato, mentre in Matematica la quota si è fermata al 49,2%. L’8,7% degli studenti presenta inoltre una condizione di “dispersione scolastica implicita”, cioè conclude il percorso scolastico con livelli di competenza molto bassi nelle diverse discipline.

Anche i risultati Pisa 2025 dell’Ocse raccontano un quadro che merita attenzione. In Italia il 76% dei quindicenni raggiunge almeno il livello 2 in lettura, contro il 69% della media Ocse.

Ma soltanto il 4% arriva ai livelli più elevati, contro il 6% della media Ocse. E raggiungere quei livelli significa, tra le altre cose, saper comprendere testi lunghi e complessi, cogliere concetti astratti e distinguere fatti e opinioni anche sulla base di informazioni implicite.

Non è soltanto un problema della scuola o dell’università. È un problema che attraversa l’intera società.

È qui che la questione educativa diventa una questione economica, istituzionale e democratica.

Una popolazione con competenze fragili significa, inevitabilmente, anche una pubblica amministrazione che può incontrare maggiori difficoltà nel gestire processi complessi, imprese che faticano a trovare competenze adeguate, lavoratori più esposti alla trasformazione tecnologica e cittadini meno autonomi nell’interpretare le informazioni.

L’Italia, peraltro, continua ad avere un ritardo importante sul capitale umano: nel 2024 soltanto il 22,3% della popolazione tra 25 e 64 anni aveva un titolo di istruzione terziaria, contro il 36,1% della media europea. Tra i giovani di 20-34 anni la quota con un titolo terziario era del 25,1%, 11,3 punti meno della media Ue27.

La conseguenza più sottovalutata riguarda però il pensiero critico.

Un cittadino che non è abituato a leggere un testo fino in fondo, a distinguere una fonte da un’opinione, a verificare un dato, a confrontare due tesi differenti, rischia di diventare un cittadino più facilmente condizionabile. La conoscenza offre libertà a chi la governa: ma la libertà presuppone la capacità di comprendere.

Anche per questo il rapporto con i social network va affrontato senza demonizzazioni. Un reel di trenta secondi può essere utile, divertente, persino istruttivo.

Ma quando un post confezionato come una verità assoluta ci dà l’impressione di avere capito tutto, può produrre l’effetto opposto: non costruire conoscenza, ma soltanto la sensazione di possederla.

Un ragazzo può sapere che cosa dice un video sulla Rivoluzione francese senza aver mai letto una pagina di storia; può conoscere la definizione di inflazione senza comprendere davvero perché i prezzi aumentino; può ripetere che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro senza sapere come funziona un modello linguistico, quali siano i suoi limiti o come verificare una risposta.

Il rischio è quello di confondere la familiarità con un argomento con la sua comprensione.

E qui arriviamo all’intelligenza artificiale. È inutile discutere soltanto di come governeremo l’Ai, di come regoleremo gli algoritmi o di come proteggeremo i cittadini dalle informazioni false se una parte della popolazione non dispone delle competenze di base necessarie per comprendere un testo, interpretare un grafico o verificare una notizia.

L’Ai può essere una straordinaria alleata della formazione. Può spiegare un concetto in modo diverso, costruire esempi, adattare un esercizio al livello dello studente, aiutare a individuare gli errori. I dati Pisa 2025 mostrano già quanto sia entrata nella quotidianità scolastica: il 47% degli studenti italiani dichiara di utilizzare chatbot basati sull’Ai almeno una volta alla settimana per l’apprendimento; il 36% li utilizza per sintetizzare testi e il 30% per elaborare testi scritti.

Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda: vogliamo una tecnologia che sostituisca lo sforzo cognitivo o una tecnologia che lo potenzi?

Nella scuola, aiutare uno studente a comprendere un passaggio difficile è una cosa. Consegnargli direttamente la risposta è un’altra. La prima rafforza l’autonomia; la seconda rischia di indebolirla.

Perché non conta soltanto il risultato. Conta anche il percorso attraverso il quale quel risultato viene raggiunto. Ma questo è anche frutto della deriva che ha preso spesso una società in cui l’apparenza conta più della sostanza.

Imparare a risolvere un problema significa anche imparare a sbagliare, correggersi, cercare una fonte, confrontare una soluzione, sostenere una tesi. È attraverso questo esercizio che si costruisce quella struttura mentale che poi consente di affrontare problemi nuovi, anche quando nessuno ha preparato per noi una slide riassuntiva. La consapevolezza dei propri limiti – senza scomodare Socrate – è essa stessa conoscenza.

La riforma della formazione, allora, deve certamente riguardare l’università. Ma deve partire molto prima. Dalla capacità di leggere. Dalla scrittura. Dalla matematica. Dalla comprensione di un testo. Dalla capacità di fare domande. Dalla distinzione tra un fatto e un’opinione. Dall’abitudine a verificare una fonte.

Sono competenze apparentemente semplici, che diamo per scontate, ma in cui si annida in realtà il pericolo e che costituiscono l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

Francis Bacon scriveva che “la conoscenza stessa è potere”. Oggi potremmo aggiungere che, nell’economia digitale, la conoscenza è anche autonomia. Senza di essa rischiamo di essere soltanto consumatori di informazioni, utenti di piattaforme, destinatari di algoritmi.

Le scorciatoie sono affascinanti perché fanno risparmiare tempo. Ma nella formazione il tempo non è necessariamente un costo: è parte dell’investimento.

Leggere cento pagine quando basterebbero dieci slide può sembrare inefficiente. E qualche volta lo è. Ma se quelle cento pagine ci insegnano a comprendere un ragionamento, a seguirne la logica e a costruire un pensiero autonomo che facciamo nostro e riutilizziamo in seguito, allora non abbiamo semplicemente studiato un libro. Abbiamo costruito uno strumento che ci servirà per tutta la vita.

È questo, in fondo, il vero obiettivo della scuola e dell’università: non riempire teste di informazioni, ma costruire persone capaci di orientarsi quando le informazioni diventano troppe.

Perché il problema del futuro non sarà sapere dove trovare una risposta.

Sarà sapere se quella risposta merita di essere creduta.

Alle Giornate di Trevi transizione energetica ed economia circolare per un nuovo futuro

10 October 2026 at 13:51

Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, gli italiani considerano importante la transizione ecologica per ridurre gli effetti del cambiamento climatico: aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e promuovere l’economia circolare attraverso produzioni e consumi più sostenibili.

La decima edizione delle Giornate dell’Energia e dell’ Economia Circolare, che ha chiuso ieri i propri lavori  a Trevi, in provincia di Perugia, ha avuto come filo conduttore la politica ambientale nella sua declinazione proprio della transizione energetica e dell’economia circolare: confronti e dibattiti che hanno visto protagonisti i rappresentanti delle istituzioni, del mondo della ricerca e quello delle imprese. 

Il titolo di quest’anno, “Politica, ambiente, energia, economia circolare. Dieci anni nel cuore dell’Italia: l’inizio di un nuovo futuro”, invitava a riflettere sui risultati ottenuti nell’ultimo decennio e a pianificare i prossimi dieci decisivi anni.

L’evento è stato promosso da Globe Italia e da WEC Italia, in collaborazione con AICP  (Associazione Italiana dei Collaboratori Parlamentari) e Askanews.  

“Quest’anno le Giornate di Trevi arrivano in un momento particolarmente critico per il settore dell’energia e per l’ambiente tutto, alle prese con sfide storiche come l’accesso al gas, o nuove, come l’impatto che avrà l’Intelligenza Artificiale – ha detto Matteo Favero, presidente di Globe Italia, in apertura della manifestazione – Negli ultimi dieci anni le politiche ambientali hanno fatto tanta strada, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi, l’Europa ha spinto gli Stati membri a porsi obiettivi sempre più ambiziosi, Stati Uniti e Cina hanno fatto passi da gigante nel mercato delle rinnovabili, le politiche ambientali hanno guadagnato un posto nel dibattito pubblico. I prossimi dieci anni saranno quelli decisivi per vincere questa sfida epocale”. 

“Queste Giornate, da dieci anni, gli ha fatto eco Marco Margheri, presidente di World Energy Counsil (WEC) Italia, mettono in relazione energia ed economia circolare, facendo dialogare istituzioni, imprese, associazioni e territori. Le politiche energetiche devono sempre tenere uno sguardo attento alla dimensione internazionale, essenziale per comprendere le sfide della geopolitica, della sicurezza energetica, dei grandi processi di innovazione tecnologica e industriale”. 

L’Italia parte da una posizione di forza. Il tasso di circolarità di utilizzo dei materiali ha raggiunto il 21,6%, ben al di sopra della media UE del 12,2%.

Lo ha ricordato Laura D’Aprile, Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. “Nel 2024, ha detto D’Aprile, il riciclo dei rifiuti urbani è salito al 52,3%, mentre il recupero di materia rappresenta il 74,3% della gestione dei rifiuti speciali: 139 milioni di tonnellate restituite ai cicli produttivi. Ed è proprio qui che energia e circolarità si incontrano. Le filiere del riciclo consumano molta energia e l’elevato costo dell’energia in Europa rende le materie prime seconde meno competitive rispetto a quelle vergini”.

La priorità, ha concluso, è costruire un vero Mercato unico europeo delle materie prime seconde, capace di garantire domanda, qualità e competitività.   

E allora, in attesa che la Commissione Europea vari nei prossimi mesi il tanto agognato Circular Economy Act che dia attuazione concreta alla transizione con misure di sostegno regolatorie e finanziarie, occorre che  in Italia l’economia circolare diventi una precisa scelta di politica industriale. E’ la prospettiva dello studio “Una nuova politica industriale europea per l’economia circolare” realizzato da THEA Group in collaborazione con CONAI.  

Lo studio stima, per l’intera industria europea del riciclo, un impatto economico annuo di 555 miliardi di euro e 222 miliardi di valore aggiunto, con oltre 3 milioni di posti di lavoro. Questi numeri descrivono la capacità industriale esistente. Compito della politica creare le condizioni per rafforzarla e renderla competitiva.

Innanzitutto con la ricerca. Automazione e Intelligenza Artificiale migliorano l’efficienza dei processi e la qualità delle materie prime seconde. Servono collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca: regole comuni e finanziamenti per la crescita. 

“Le regole comuni devono favorire un mercato europeo più integrato, attraverso criteri riconoscibili, dati comparabili e sistemi interoperabili – ha precisato Simona Fontana, direttrice generale di CONAI – Il riconoscimento reciproco e la condivisione delle migliori pratiche permettono di valorizzare le esperienze nazionali. La finanza deve sostenere progetti con prospettive economiche credibili, tempi autorizzativi prevedibili e strumenti di gestione del rischio.

Anche disponibilità e costo dell’energia incidono sulla competitività degli impianti. Le politiche energetiche e industriali devono quindi procedere in modo coerente”. 

Tutti, quindi,  in attesa del pronunciamento della Commissione sulle misure  che dovranno offrire l’occasione di collegare gli obiettivi ambientali al mercato delle materie prime seconde. La direzione è tracciata: ricerca che deve diventare capacità industriale, simbiosi tra settori produttivi, investimenti che generano valore nei territori. 

“I dieci anni delle Giornate di Trevi segnano un passo di maturità nella capacità di confronto e ricerca del pensiero critico su materie fondamentali come clima, energia e sviluppo sostenibile, ha dichiarato Fabrizio Penna, direttore generale di ISPRA.

Il nostro contributo riguarda la sfida che stiamo affrontando nel contrasto al cambiamento climatico attraverso uno sviluppo concretamente sostenibile.

Un contributo che non può prescindere dall’analisi dei dati e dai riscontri tecnici che vede ISPRA, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale, impegnato in prima fila per raggiungere questo obiettivo”. 

Particolarmente apprezzato l’intervento di Giovanni Mastrandrea, della Tenuta di Castelporziano della Presidenza della Repubblica,  il quale ha ricordato la fiducia riposta dal Presidente Sergio Mattarella dieci anni addietro decidendo di medagliare questa giornate.

“L’insieme delle risorse naturali del Paese e dei servizi che esse garantiscono, ha aggiunto, la cui complessità e ricchezza può essere misurata e pesata come il livello di biodiversità presente, è la base sostanziale del benessere economico, sociale e ambientale. Ce lo ricorda la Banca Centrale Europea che già dal 2023 certifica un legame indissolubile e tuttavia allarmante tra la stabilità economica e la tutela della biodiversità”.

Il Capo dello Stato, ha aggiunto Mastrandrea, non smette di ricordarcelo e non smette di tracciare la rotta obbligata per il Paese: “la biodiversità è un patrimonio che ci interpella”, ha detto qualche giorno fa al Salone del Gusto di Torino. “La molteplicità genetica ha permesso al genere umano di svilupparsi per millenni; senza responsabilità, senza la cura di questa ricchezza l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e distruggersi”. 

D’altra parte, ha ricordato Mastrandrea, la Tenuta di Castelporziano è divenuta ed è sempre più hub culturale e formativo per temi quali la biodiversità, il capitale naturale, ma anche l’economia circolare, il legame tra  fragilità sociale e fragilità ambientale, luogo di consapevolezza sul valore della Casa Comune. 

“E allora, ha concluso, a poca distanza temporale dalla ricorrenza dalla morte di S. Francesco – cui il Presidente Mattarella ha partecipato definendolo un ‘profeta di pace, di amore  e di rispetto per il Creato’ – chiudo menzionando il passo del Cantico delle Creature nel quale loda il Signore per la Madre Terra, la quale ci sostiene e ci governa. Questa Madre Terra che abbiamo il privilegio e il grande onere di dover consegnare ai nostri figli”. 

La voce del legislatore nazionale è stata espressa da  Massimo Milani, Segretario della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha riassunto la molteplicità dei temi trattati in queste giornate. “Temi complessi che ormai attraversano tutti i settori produttivi, quindi possiamo dire che rappresentano la struttura scheletrica (la visione circolare) e il cibo (l’energia) di ogni attività della nostra complessa società.

Il senso di Comunità che pervade queste giornate, ha concluso Milani, è il segreto di un lavoro che si articola durante tutto l’anno, nel riconoscersi, appunto, per nelle differenze, appartenenti a una comunità che  vuole aiutare la comprensione di questi temi, la crescita e l’affermazione dell’economia circolare e della indipendenza e sicurezza energetica”.

L’Ucraina e noi: Oltre l’empatia, la necessità della storia

10 October 2026 at 12:56
Ucraina, fede e ragione: quando la compassione prende il posto del giudizio Alcuni amici mi hanno segnalato una conferenza alla quale ho deciso volentieri di dedicare attenzione, perché affronta, forse ...

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Nella guerra di posizione con Usa e Cina, l’Europa resta indietro. Scrive Castellaneta

10 October 2026 at 12:47

L’ennesima telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin, proprio all’indomani della contestata assegnazione del premio Nobel per la pace, è stata subito presentata come un successo. Mosca fornirà diesel agli Stati Uniti e al mercato globale, contribuendo, almeno nelle intenzioni, ad abbassare i prezzi prima delle elezioni americane di metà mandato. Il Cremlino può rivendicare la riapertura di un canale economico con Washington, mentre la Casa Bianca sostiene di avere ottenuto un risultato concreto per i consumatori. A rimanere insoluta è però la questione principale: la guerra in Ucraina.

Da più di un anno, ovvero dal bilaterale Trump-Putin in Alaska, sembra ormai un copione ricorrente. Ogni conversazione tra i due viene descritta (soprattutto dal tycoon) come una svolta, ogni dichiarazione come l’anticamera della pace. Pochi giorni dopo, però, si scopre che le posizioni sono rimaste immutate. Anche questo fa parte della guerra ibrida contemporanea, combattuta non soltanto con droni, missili, attacchi cyber e sanzioni, ma anche attraverso una comunicazione nella quale verità parziali, informazioni nascoste e ricostruzioni interessate finiscono per sovrapporsi. Il risultato è che diventa difficile distinguere un autentico negoziato dalla sua rappresentazione mediatica.

L’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 27 ottobre e di quelle di metà mandato statunitensi del 3 novembre renderà questa dinamica ancora più evidente. Trump ha assicurato che non ordinerà nuovi attacchi contro l’Iran prima del voto, parlando di colloqui “produttivi”. Ma una sospensione legata esplicitamente al calendario elettorale non equivale a una soluzione diplomatica. In Israele, allo stesso modo, ogni apertura verso un compromesso viene valutata anche in funzione della campagna elettorale. Nelle prossime settimane assisteremo quindi a segnali contrapposti: dichiarazioni concilianti alternate a minacce, iniziative diplomatiche accompagnate da preparativi militari.

Due delle guerre in corso riguardano direttamente noi europei. Quella in Ucraina investe la sicurezza del nostro continente; quella nel Golfo Persico incide sulle forniture energetiche, sull’inflazione e sulla navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb. Eppure l’Europa continua spesso a subirne tempi e decisioni, più che a determinarli.

È questo il quadro nel quale va letta la competizione fra i tre grandi blocchi di potere: Stati Uniti, Cina e Unione europea. Non siamo ancora davanti a un nuovo ordine internazionale compiuto, ma a una guerra di posizione nella quale ciascuno cerca di occupare lo spazio più favorevole in attesa della mossa altrui. Gli Stati Uniti mantengono la superiorità militare, finanziaria e tecnologica (seppure con un vantaggio su Pechino che si va sempre più assottigliando), ma la loro politica estera appare sempre più condizionata dalle scadenze elettorali e dalla ricerca di risultati immediatamente comunicabili.

La Cina procede invece con un orizzonte molto più lungo. Pechino affianca sistematicamente gli obiettivi politici alla salvaguardia della propria industria, trasformando la capacità produttiva in influenza internazionale. Il settore automobilistico ne è l’esempio più evidente. Le imprese cinesi possono contare su costi inferiori, batterie sempre più performanti e una filiera che va dalle materie prime ai componenti, fino al prodotto finito. L’Europa, che per decenni ha considerato l’automobile uno dei simboli della propria forza industriale, si trova ora a difendere il mercato interno e contemporaneamente a dipendere dalla Cina per una parte essenziale delle tecnologie necessarie alla transizione elettrica.

La visita a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha prodotto un’intesa preliminare per ridurre le esportazioni cinesi di vetture ibride e ibride plug-in verso l’Unione, agevolare l’accesso di alcuni prodotti europei al mercato cinese e rendere meno restrittive le licenze sulle terre rare. È un risultato utile, perché allontana almeno temporaneamente lo spettro di una guerra commerciale. Ma non modifica il rapporto strutturale fra le parti e mantiene, almeno per il momento, l’Ue sulla difensiva.

La Cina può concedere una riduzione dei flussi senza rinunciare al controllo della filiera, alla propria capacità produttiva e al vantaggio accumulato sulle batterie. L’Europa, invece, rischia di usare dazi e quote per guadagnare tempo senza sfruttarlo per costruire una politica industriale comune. Proteggere il mercato può essere necessario, ma non basta se non si investe in innovazione, energia a prezzi competitivi, materie prime, infrastrutture e produzione continentale.

Anche quanto accade in Brasile si inserisce nel puzzle. Contro le previsioni, Flávio Bolsonaro ha preceduto Lula al primo turno e ha ottenuto il sostegno del terzo classificato, Augusto Cury. Una sua vittoria riporterebbe Brasilia più vicino alla Washington di Trump, ma difficilmente potrebbe cancellare il peso economico raggiunto dalla Cina in America Latina. Le potenze regionali non scelgono più necessariamente un solo campo: cercano di trarre vantaggio dalla competizione fra i maggiori attori.

Rimane infine la Russia, quarto incomodo che non intende rinunciare alla propria vocazione imperialista. Mosca possiede una capacità economica inferiore a quella dei tre grandi blocchi, ma conserva armi nucleari, risorse energetiche e una notevole capacità di destabilizzazione. Putin sfrutta l’urgenza elettorale americana e la dipendenza energetica altrui per ottenere legittimazione senza arretrare davvero sull’Ucraina. Senza dimenticare l’India, forte delle sue dimensioni demografiche ed economiche e, almeno in teoria, punto di riferimento del cosiddetto Sud globale.

In questa guerra di posizione, Stati Uniti e Cina restano davanti, mentre l’Unione europea appare ancora indietro. Non perché le manchino risorse economiche, industriali o tecnologiche, ma perché non riesce a trasformarle in una strategia unitaria. Bruxelles negozia con Pechino, dipende da Washington per la sicurezza e finanzia Kyiv, ma continua a faticare nel definire autonomamente tempi e obiettivi.

Il prossimo ordine mondiale non nascerà da un’unica conferenza di pace, ma da un fragile equilibrio tra rapporti di forza contrapposti. Se l’Europa vuole esserne protagonista, deve smettere di limitarsi a reagire alle mosse degli altri, iniziare ad agire con una sola voce (almeno in settori chiave come sicurezza e difesa) e recuperare la risorsa che Pechino sembra utilizzare meglio di tutti: una visione di lungo periodo.

Braccio destro di Netanyahu in TV: poteva salvare gli ostaggi, non ha voluto. G@z@, 7 Ottobre

10 October 2026 at 12:06
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Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post pubblicato su Facebook da Francesco Agnoli, a cui va il nostro grazie. Buona lettura e condivisione. Non dimentichiamo che  la maggioranza che ci governa, con l’aiuto di qualche frangia dell’opposizione, sta per far passare una legge in difesa di Netanyahu e Israele sotto la maschera della lotta all’antisemitismo. Povero Paese nostro. Buona lettura e diffusione.

§§§

BOOM! La verità viene a galla, ogni giorno di più.

  1. Finanziava Hamas;
  2. sapeva dell’ attentato;
  3. poteva salvare molti ostaggi ma ha preferito non farlo;
  4. per questi motivi vuole continuare le guerre e impedire ogni indagine sui fatti.

“L’uomo che ha ricoperto il ruolo di segretario militare di Benjamin Netanyahu il 7 ottobre 2023 ha accusato il primo ministro di aver perso chiare opportunità per riportare a casa vivi altri ostaggi da Gaza perché ciò avrebbe messo a rischio la sua carriera politica.

Parlando delle riunioni di gabinetto durante la guerra, Avi Gil ha dichiarato giovedì sera al Canale 12 che ci sono stati momenti in cui Netanyahu ha scelto di preservare il suo governo piuttosto che accettare un accordo che avrebbe riportato gli ostaggi in Israele, alcuni dei quali sono poi morti in prigionia, ma che avrebbe potuto far cadere la sua coalizione.

Gil ha riconosciuto che la leadership richiede di avere una visione d’insieme e che “anche le considerazioni politiche fanno parte della questione”.

Poi ha aggiunto: “Pensavo all’epoca che fosse un errore? Pensavo fosse giusto dare la priorità al rilascio degli ostaggi? La risposta è sì.”

Nella lunga intervista, Gil ha formulato una serie di accuse esplosive, molte delle quali toccavano questioni cruciali come cosa sapesse Netanyahu prima del 7 ottobre, come si sia comportato durante l’offensiva guidata da Hamas e come abbia preso decisioni nei mesi successivi.

L’ex collaboratore militare, che ha ricoperto tale incarico da luglio 2021 a maggio 2024, ha anche affermato che il capo di gabinetto di Netanyahu avrebbe manomesso i suoi tabulati telefonici a partire dal 7 ottobre. Ha sostenuto che la versione dei fatti fornita da Netanyahu in merito agli eventi che hanno preceduto il devastante attacco, anche in una dichiarazione formale presentata all’inchiesta del revisore dei conti statale, omette dettagli cruciali. Ha inoltre affermato che nelle settimane e nei mesi precedenti all’attacco, Netanyahu era stato ripetutamente avvertito da tutti i suoi capi della sicurezza dell’imminente scoppio di una guerra…Le affermazioni di Gil hanno suscitato anche un’indignazione di tutt’altro genere tra gli avversari politici di Netanyahu: Gadi Eisenkot, il favorito alle elezioni, ha chiesto un’inchiesta penale sulle presunte menzogne ​​del premier. Avigdor Liberman, presidente del partito falco Yisrael Beytenu, ha accusato Netanyahu di tradimento.

«Mentre i nostri fratelli e sorelle nella regione di confine venivano massacrati da Hamas, Netanyahu si è adoperato per cambiare i protocolli invece di salvarli», ha scritto Eisenkot su X. «Nulla lo salverà dalla commissione d’inchiesta statale che istituiremo dopo le elezioni».

‘Avrebbero potuto tornare prima’

Dei 251 ostaggi presi durante l’attacco del 7 ottobre, 46 furono rapiti vivi e morirono in prigionia. Quando giovedì gli è stato chiesto se alcuni di loro avrebbero potuto essere riportati indietro vivi e se alcuni dei sopravvissuti avrebbero potuto essere liberati prima, Gil ha risposto semplicemente..

Gil ha indicato che Netanyahu ha ceduto alle pressioni dei ministri di estrema destra della sua coalizione, i quali volevano intensificare la guerra contro Hamas a Gaza e si opponevano agli accordi sugli ostaggi e ai cessate il fuoco. Uno di questi ministri, Itamar Ben Gvir, si è vantato di aver bloccato gli accordi sugli ostaggi durante la guerra.

A Gil è stato chiesto se ci fossero stati momenti in cui Netanyahu aveva preso una decisione, salvo poi sentirsi dire dai ministri di estrema destra: “Non c’è accordo”, e Netanyahu era costretto a cambiare idea. “Sì”, ha risposto….

Negli ultimi tre anni, ha aggiunto, “si è creato un divario tra i fatti, la verità, tra ciò che è accaduto, tra ciò che è stato detto e ciò che viene presentato oggi al pubblico”.

Gil ha affermato che il documento di 55 pagine che Netanyahu ha consegnato al revisore dei conti statale nell’ambito dell’indagine del difensore civico a febbraio e che è stato reso pubblico “non rispecchia ciò che ho visto, ciò che ho sentito e le deliberazioni a cui ho partecipato”.

“In parte lo riflette”, ha detto Gil, quando gli è stato chiesto se il materiale fosse falso e quindi potenzialmente criminale. Ma sarebbe un eufemismo dire che il materiale è stato “estrapolato dal contesto”.

Gil ha affermato di aver riempito 16 quaderni con appunti scritti a mano su ciò che ha visto e sentito durante il suo incarico.

Netanyahu insiste sul fatto che Gil “ha scelto di non svegliare il Primo Ministro in tempo”.

In risposta all’intervista, Netanyahu ha affermato che Gil sapeva “come tutti gli altri” dell’imminente attacco “e ha scelto di non svegliare il primo ministro in tempo”.

Le dichiarazioni di Gil ai media sono state “un tentativo di oscurare la semplice e dolorosa verità sul suo fallimento”, ha aggiunto Netanyahu.

Il premier ha poi condiviso su X un segmento di due minuti del canale filogovernativo Channel 14, che pretendeva di controbattere alla lunga intervista di Channel 12.

Il servizio di Canale 14 ha riproposto notizie precedenti sulle informazioni ricevute da Gil nelle ore precedenti al risveglio di Netanyahu all’inizio dell’attacco, tra cui il fatto che decine di combattenti di Hamas avessero attivato schede SIM israeliane per comunicare durante l’attacco e che i leader del gruppo terroristico si fossero rifugiati nella loro rete di tunnel sotterranei.

Eisenkot sollecita un’inchiesta penale; Liberman: Tradimento

Il partito Yashar dell’ex capo delle Forze di Difesa Israeliane Gadi Eisenkot ha dichiarato, in risposta all’intervista, di aver chiesto al Procuratore Generale Gali Baharav-Miara di indagare se Netanyahu abbia mentito al revisore dei conti dello Stato in merito agli eventi che hanno preceduto l’attentato del 7 ottobre, sulla base delle affermazioni di Gil secondo cui il premier avrebbe fornito una versione fuorviante dei fatti.

Eisenkot ha inoltre criticato Netanyahu in merito all’accusa di Gil secondo cui Braverman avrebbe tentato di falsificare i tabulati telefonici.

«Mentre i nostri fratelli e sorelle nella regione di confine venivano massacrati da Hamas, Netanyahu si è adoperato per cambiare i protocolli invece di salvarli», afferma Eisenkot su X. «Nulla lo salverà dalla commissione d’inchiesta statale che istituiremo dopo le elezioni».

Gadi Eisenkot, 5 ottobre 2026. (DH / Times of Israel)

In una dichiarazione video, Liberman ha affermato che Baharav-Miara dovrebbe “ordinare l’immediata apertura di un’indagine contro il primo ministro e i suoi collaboratori con l’accusa di tradimento e cospirazione”.

Liberman ha inoltre esortato il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), il tenente generale Eyal Zamir, a “impedire qualsiasi tentativo di utilizzare le IDF per scopi politici al solo scopo di modificare l’agenda pubblica un attimo prima delle elezioni” del 27 ottobre.

Gil: Mi chiedo ‘ogni giorno’ come sia potuto succedere a noi

Quando incontra le famiglie degli ostaggi morti a Gaza, o gli ex ostaggi che hanno trascorso un periodo di prigionia più lungo di quanto si sarebbe potuto evitare, a Gil viene chiesto cosa dica loro.

«Hanno ragione», ha risposto. Ha detto di sedersi con «persone che sono tornate da quell’inferno, e sì, sai che alcune di loro avrebbero potuto tornare prima».

Il 7 ottobre 2026, presso il sito del festival musicale Nova, vicino al kibbutz Re’im, nel sud di Israele, si è tenuta una commemorazione per il terzo anniversario dell’attacco guidato da Hamas contro Israele, in cui centinaia di partecipanti furono uccisi e rapiti. (Foto AP/Ohad Zwigenberg)

Interrogato, a posteriori, su cosa avrebbe potuto fare diversamente, Gil ha osservato di essere stato un soldato in uniforme nello Stato di Israele per 35 anni, “per tutta la mia vita adulta”, e di aver ricoperto un ruolo di alto livello come segretario militare del primo ministro.

“Questo non me lo possono portare via. Lo porto sempre con me. Vedo le ferite. Incontro le persone che sono tornate dalla prigionia di Hamas. E questo è con me. È dentro di me”, ha detto.

Interrogato sulla “responsabilità” del primo ministro per gli eventi del 7 ottobre, Gil ha risposto “sì”, aggiungendo: “Non capisco in che mondo si possa separare il concetto di leadership da quello di responsabilità”. In qualità di comandante dell’unità d’élite sotto copertura Duvdevan delle Forze di Difesa Israeliane, ha affermato, “ero responsabile” del successo o del fallimento di un’operazione da lui ordinata, e che “non c’è leadership senza responsabilità”.

Gil non ha risposto quando gli è stato chiesto come la storia giudicherà Netanyahu. Ma riguardo a come la storia giudicherà lui, ha detto: “Non lo so. Spero di basarmi su fatti veri, e su quelli mi giudicheranno”.

A Gil è stato chiesto se a volte si domanda “come sia potuto succedere a noi, alla grande IDF?”.

«A volte?» ribatté lui, amaramente. «Ogni giorno.»

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Contro la teologia politica scientista

10 October 2026 at 12:02

Giorgio Agamben spicca per curiosità intellettuale, capacità analitiche e spirito ribelle nei confronti dell’attuale situazione sociale, politica e culturale. Di formazione poliedrica, il suo pensiero riflette l’influenza di pensatori assai diversi tra loro, Carl Schmitt, Michel Foucault, Martin Heidegger, Max Weber, Karl Marx, Franz Kafka, Tommaso d’Aquino, Aristotele, San Paolo, Baruch Spinoza. La sua opera più importante è il monumentale Homo Sacer, in cui sviluppa una complessa quanto ambiziosa indagine filosofica sulla politica occidentale. Agamben individua una logica violenta che chiama macchina antropogenetica, in virtù della quale la vita naturale si qualifica come vita umana. Ciò gli consente di stabilire una continuità tra le teologie politiche premoderne e la biopolitica liberale contemporanea.

La pandemia ha stimolato in Agamben incisive riflessioni sulle conseguenze politiche, sociali e culturali. Le condotte di massa dimostravano, da un lato, che le società occidentali non credono che alla “nuda vita” (zòe), pronte quindi a sacrificare tutto in cambio della sicurezza. In termini schmittiani, ciò conduce a uno stato di eccezione permanente che mette in discussione i fondamenti delle democrazie liberali. Dall’altro lato, significa il trionfo della scienza sulla religione. Il sapere scientifico è secondo Agamben “la vera religione del nostro tempo” e la sua egemonia dimostra il fallimento del cattolicesimo, spogliato della dimensione veritativa spirituale a favore di un generico umanitarismo. Stiamo assistendo all’instaurazione di una teologia politica scientista, “in cui gli esseri umani credono di credere”; il suo fondamento è la “religione medica”.

Il tentativo di sostituire la religione trascendente con la scienza non è nuovo. Risale all’Illuminismo, a figure come D’Holbach, La Mettrie, Helvétius, Condorcet; poi al pensiero positivista di Auguste Comte a metà del XIX secolo. Il pensatore francese concepiva la conoscenza scientifica in senso dogmatico. Non si considerava un rivoluzionario, sebbene le sue idee abbiano avuto conseguenze rivoluzionarie. Aborriva l’anarchia prodotta dalla Rivoluzione Francese e credeva che solo la scienza potesse stabilire un “potere spirituale” (?) abbastanza forte da garantire stabilità sociale. Arrivò a dichiararsi ammiratore dei filosofi controrivoluzionari Joseph de Maistre e Louis de Bonald. Il suo modello organizzativo era la Chiesa cattolica e si considerava il papa della nuova religione “positiva” di cui gli scienziati sarebbero stati i sacerdoti. Teorizzò una sorta di provvidenzialismo storico attraverso la legge dei tre stadi – teologico, metafisico e infine positivo – i passaggi evolutivi di tutte le società civilizzate. L’impronta positivista fu molto profonda e permeò tutte le ideologie politiche dell’epoca: socialismo, liberalismo e anche conservatorismo.

Il termine scientismo fu introdotto dal filosofo, storico e filologo francese Ernest Renan, uno dei profeti della modernità nel fondamentale testo Il futuro della scienza, scritto nella temperie rivoluzionaria del 1848 ma pubblicato nel 1890. Come Comte, Renan non era un rivoluzionario. Sacerdote spretato, scandalizzò i cattolici con la Vita di Gesù, interpretazione laica e immanente della figura di Cristo. Tuttavia, la sua filosofia sociale e politica era profondamente conservatrice. Dopo la sconfitta francese a Sedan (1870) e la rivolta della Comune di Parigi (1872), pubblicò testi in cui propugnava per la Francia un regime politico analogo a quello tedesco guglielmino di Bismarck. Ne La dottrina del fascismo, Benito Mussolini e Giovanni Gentile affermarono che Renan aveva avuto illuminazioni pre-fasciste.

Renan sosteneva che la conoscenza scientifica avrebbe sostituito la religione come fondamento delle società, risolto i problemi della vita e distrutto i pregiudizi. L’ideale scientista, ottimista e progressista, ricevette pesanti critiche a fine secolo XIX con l’emergere del pensiero di Nietzsche, dell’ermeneutica, del neoidealismo, dello storicismo e del marxismo. Fu poi influenzato dalle due guerre mondiali, che mostrarono come la scienza possa produrre tanto avanzamento di civiltà quanto distruzione e nuove forme di potere. Soprattutto è incapace di offrire orizzonti di senso. Nel Tractatus Logico-Philosophicus, Ludwig Wittgenstein osservava: “Sentiamo che anche se si trovassero risposte a tutte le possibili domande scientifiche, i nostri problemi vitali non sarebbero minimamente risolti”. Per il filosofo austriaco “il mistico”, l’inverificabile, resta l’ elemento decisivo dell’esperienza umana.

La scienza, per sua stessa natura e dinamica, è incapace di stabilire confini etici. Ciò è oggi evidente nei dibattiti riguardanti l’ aborto, la manipolazione genetica, i progetti per eliminare i neonati con disabilità, la maternità surrogata, il transumanesimo, l’eutanasia. Un notevole contributo allo scientismo arrivò dal Circolo di Vienna, sorto nel 1924, le cui figure principali furono Moritz Schlick, Rudolf Carnap, A.J. Ayer. Il volume collettivo Positivismo logico sosteneva un empirismo radicale, ritenendo priva di senso qualsiasi metafisica. Solo il principio induttivo e la verifica potevano avere legittimità scientifica. Il positivismo logico declinò alla fine degli anni Cinquanta a causa della sua debolezza epistemologica.

Lo scientismo continua ad avere ferventi sostenitori. Alcuni anni fa è stato pubblicato Elogio dello scientismo del filosofo argentino Mario Bunge. Non della scienza, ma dello scientismo! I bersagli di Bunge sono le correnti postmarxiste della Scuola di Francoforte, la sociologia della scienza, il postmodernismo, la religione, la psicoanalisi, tutte accusate – con non poche ragioni – di irrazionalismo. Lo scientismo è la filosofia della tecnocrazia, il governo degli esperti. Ultimamente è emersa una singolare tendenza detta Illuminismo Oscuro, i cui principali esponenti sono Curtis Yarvin, Nick Land, Peter Thiel, Marc Andreessen. Alcuni etichettano questa corrente intellettuale come neoreazionaria e la collegano al pensiero conservatore. Non siamo d’accordo: ricorda piuttosto le utopie scientiste del XIX e XX secolo. Lo dimostra il suo sostegno al transumanesimo, al tecnofuturismo e all’accelerazionismo. Si tratta di una nuova declinazione dello scientismo, nettamente anticonservatrice e antitradizionale. Non ha validità alcuna il tranciante giudizio di tecnofascismo (Donatella Di Cesare).

L’uomo non può rinunciare alla scienza: tutt’altro. Deve usare la ragione critica contro la teologia politica secolare e scientista per collocarla al suo autentico livello: uno strumento al servizio della specie umana. A questo proposito, è essenziale l’opera di Karl Popper, che sottolineò i limiti del neopositivismo e dello scientismo. Popper, liberale, proveniva dalla tradizione razionalista, ma dopo aver criticato il neopositivismo, si inclinò verso un “razionalismo critico”. Sostenne, utilizzando la logica matematica, che la metafisica può avere un significato. Attraverso il metodo ipotetico-deduttivo affermò che un’ipotesi non può mai essere definitivamente provata, ma al massimo “corroborata” e sottoposta al tentativo di falsificazione per provarne la validità. Cercò altresì di liberare la scienza dal dogmatismo.

Le obiezioni di Popper hanno lasciato un segno profondo nella filosofia della scienza. Senza di lui non ci sarebbe stata la svolta nel pensiero scientifico guidata da Thomas Kuhn, Imre Lakatos e Paul Feyerabend. Con loro la scienza ritorna ciò che deve essere: un raffinato strumento. Tutte le critiche citate sarebbero sufficienti a respingere lo scientismo come alternativa filosofica, culturale e politica; eppure chiunque contraddica le sue argomentazioni viene ancora definito oscurantista, negazionista o revisionista. Temi come il cambiamento climatico, le pratiche biopolitiche, l’energia nucleare, vengono affrontati da una prospettiva dogmatica scientista. Può sussistere un consenso maggioritario su alcuni temi, ad esempio sulla questione del riscaldamento globale, ma non c’è unanimità ed il dibattito rimane assolutamente necessario. Tutto va messo in discussione.

Anche nella scienza le maggioranze non hanno necessariamente ragione. Le figure di Copernico, Galileo, Newton ed Einstein lo dimostrano. Il consenso è revocabile anche in campo scientifico. I paradigmi dominanti (Thomas Kuhn) prevalgono per un certo periodo e vengono poi sostituiti da altri. Un esempio: potrebbe apparire plausibile produrre esclusivamente auto elettriche, ma da dove verrà l’energia per caricare miliardi di batterie se l’acqua, il vento e altre risorse naturali dovessero esaurirsi? Contro la teologia politica scientista, l’antidoto è sempre la ragione critica. E un’etica aperta al trascendente.

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