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Ottobre 1956: la prima "rivoluzione colorata" dell'Occidente compie 70 anni

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

23 ottobre. Sono trascorsi 70 anni dagli eventi che la storiografia occidentale definisce con tono solenne "insurrezione ungherese per la libertà" del 22-23 ottobre 1956. Gli archivi declassificati dipingono però un quadro completamente diverso, scrive Aleksandr Rostovtsev su PolitNavigator. Gli eventi di Budapest nell'autunno del 1956 non furono una "rivolta popolare spontanea", bensì la prima operazione ibrida occidentale, pianificata con relativo successo, volta a cambiare il corso di uno stato sovrano. Decenni dopo, la "ricetta ungherese" avrebbe portato alle "rivoluzioni colorate" nei Balcani, in Medio Oriente, in Ucraina.

Per parte nostra, ci limitiamo a osservare come, già diversi anni fa, numerose città e cittadine italiane, tra cui si erano distinte quelle amministrate da giunte della cosiddetta sinistra, abbiano dedicato piazze e viali a esponenti della polizia politica sovietica e qualcuno, all'epoca, aveva gridato terrorizzato a una revanche postuma degli antichi intendimenti stalinisti di cui, si diceva, quella “sinistra” non si è mai effettivamente liberata. In tale credenza c'era però un errore di fondo: nessuna difesa della “odiosa polizia segreta sovietica”; gli intenti erano esattamente opposti: intitolando quelle piazze, si intendeva innalzare agli allori della storia le “vittime innocenti” dei “rigurgiti dello stalinismo” nei paesi che, venuti a trovarsi nell'area socialista alla fine della seconda guerra mondiale, avevano tentato di imboccare la strada della “libertà” e della “democrazia”, con l'aiuto dei paesi a loro vicini e che, più “fortunati”, già da anni navigavano sulle acque del liberalismo. E una di quelle “vittime innocenti” o, forse, “l'eroe” par excellence, il cui nome campeggia su numerose targhe toponomastiche di città italiane, era Imre Nagy, l'ex Ministro dell'economia, ex Ministro degli interni ed ex Primo ministro ungherese, giustiziato nel 1958, a due anni dalla fine della rivolta “democratica” ungherese dell'ottobre-novembre 1956.

Di fatto, alcuni testimoni dell'epoca, ricordano come il liberale Nagy, per sfuggire al regime fascista ungherese di Miklós Horthy, nel 1930 fosse riparato in Unione Sovietica e, dopo un periodo di lavoro al Comintern, nella cerchia di Nikolaj Bukharin, nel 1933 fosse “arruolato” nello OGPU (Direzione politica statale unificata) e poi, nel 1938, dopo un arresto di qualche ora e su intervento della famosa 4° sezione della Direzione centrale del NKVD (Commissariato del popolo agli affari interni), avesse iniziato la sua attività di delatore contro gli esponenti ungheresi del Comintern.

Questo, per quanto riguarda il “martire” del cosiddetto “imperialismo russo” dell'epoca. E' però il caso di puntualizzare sulle radici di un'insurrezione organizzata all'insegna della “libertà dal giogo sovietico”, alla cui testa si distinse tra gli altri, per l'appunto, l'ex agente del NKVD Imre Nagy e che fino al giorno d'oggi viene presentata come una “sanguinosa repressione sovietica”. Delle oltre 2.700 vittime di quella “rivolta per la libertà”, oltre 700, tra le giornate dell'ottobre e quelle di novembre (allorché il Ministro della difesa sovietico Georgij Žukov, lanciò l'operazione “Vikhr-Turbine”) furono soldati dell'Armata Rossa e alcune altre centinaia furono i comunisti e gli esponenti del governo ungherese assassinati e appesi a testa in giù agli alberi di Budapest, dai fascisti dell'ex regime hortysta addestrati in Germania.

Il 23 ottobre 1956, ricorda Oleg Sarov su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, alla stazione ferroviaria di Keleti, diverse centinaia di soldati sovietici smobilitati stavano semplicemente aspettando la tradotta. Erano disarmati e  certamente non si aspettavano la guerra. Poi una folla inferocita irruppe... Quasi simultaneamente, iniziarono gli attacchi alle poche guarnigioni militari e si scatenò un sanguinoso massacro. I giovani militari sovietici venivano trascinati per le strade, con la pancia squarciata; in Piazza degli Eroi  si tenne una mostruosa "parata sanguinaria": soldati e civili sovietici venivano infilzati vivi con barre di ferro. Delle evidentemente legittime richieste di una popolazione ungherese ancora sofferente per un paese agricolo praticamente distrutto dalla guerra, approfittarono gli antesignani delle odierne “rivoluzioni colorate” nelle repubbliche ex sovietiche: gli ex capi filonazisti, addestrati dai servizi statunitensi, inglesi e tedeschi. Tra le richieste dei “democratici”, lanciate già prima dell'ottobre '56, c'erano anche quelle dell'abolizione dell'insegnamento della lingua russa e della soppressione della festa della liberazione dal fascismo (per qualche ragione, viene in mente la “romantica” euromajdan della Kiev del 2014). Non fu forse casuale che nei primi giorni dell'insurrezione, fossero liberati di galera oltre 9.000 ex fascisti e che moltissime vittime, appartenenti al governo, al partito comunista e agli organi della sicurezza, fossero di origine ebrea: tanto per ricordare da che parte stessero gli “insorti per la democrazia”.

Per la storia: alla fine della guerra, un gran numero di criminali, tra cui i fascisti del Partito delle Croci Frecciate, di Ferenc Szálasi, erano riusciti a fuggire, o a nascondersi, mantenendo attive le reti clandestine; a differenza di Germania Democratica, Romania e persino Finlandia, al 1956 l'Ungheria era stata solo parzialmente denazificata, ricorda Rostovtsev. All'epoca, l'Ungheria pullulava di strutture clandestine, che miravano a ripristinare il capitalismo "selvaggio", a restituire le terre agli ex proprietari e a recidere i legami con Mosca. Il XX Congresso del PCUS e il "rapporto segreto" Khruševiano fecero il resto: sotto pressione russa, il leader dei comunisti ungheresi, Mátyás Rákosi, considerato “stalinista”, fu costretto a dimettersi e il suo posto fu preso da Imre Nagy, antesignano degli esponenti del "socialismo dal volto umano".

La rivolta viene solitamente attribuita a "fallimenti delle politiche economiche", anche se mancano prove documentarie in questo senso. E, tuttavia, effettivamente le riforme di Rákosi non erano state indolori, dato che l'Ungheria, in quanto ex alleata di Hitler, era stata costretta a pagare pesanti riparazioni. Non sorprende che la principale forza motrice della ribellione fosse costituita dagli ex “padroni del vapore", insieme agli elementi fascisti risollevatisi e ai vertici della chiesa cattolica, con in testa il cardinale József Mindszenty, che stava scontando una pena per collaborazionismo con i nazisti.

Sorvolando su tutta la fase che, dalla liberazione dell'Ungheria a opera dell'Armata Rossa, nel 1944, fino alle vicende del 1955 e 1956, con le prime manifestazione “studentesche” e gli striscioni che inneggiavano all'amicizia sovietico-ungherese, è forse il caso di accennare soltanto al colpevole iniziale arretramento del contingente sovietico, che spianò la strada alle prime stragi compiute dagli ex nazisti e hortysti ai danni degli esponenti comunisti e che costò la vita, tra il 24 e il 29 ottobre, anche a circa 350 soldati sovietici e a una cinquantina di loro familiari. Le cronache più recenti ricordavano come la moglie dell'allora ambasciatore sovietico a Budapest, Jurij Andropov, che assistette dalle finestre dell'ambasciata ad alcuni di quegli atti di “liberalismo”, perse la ragione e non riuscì più, fino alla morte, a metter piede fuori di casa.

Operativamente, le “lotte per la libertà” avevano preso il via con unità della CIA che procedettero a massicce infiltrazioni di sabotatori in Ungheria: ne costituivano il nucleo centrale ex membri delle SS ungheresi e delle Croci frecciate, insieme a commando delle SAS britanniche. Le armi arrivavano dall'Austria, come “rifornimenti della Croce Rossa”. Dalla Germania federale, vennero lanciati migliaia di palloni meteorologici con volantini antigovernativi e istruzioni per il sabotaggio. Radio Free Europe trasmetteva ininterrottamente appelli al rovesciamento del governo, promettendo un rapido intervento militare della NATO e ponti aerei di armi.

Ormai più nessuno nega che l'operazione “Focus” fosse stata messa a punto negli USA, curata dall'attaché militare britannico a Budapest e la direzione operativa giungesse dalla Germania. In loco, i caporioni fascisti facevano aperto riferimento alle vecchie organizzazioni hortyste “Spada e croce”; “Europa libera”, “Guardia bianca”, “Unione dei cadetti”, “Accordo di sangue” e altre.

In loco, gruppi inferociti linciavano gli agenti della sicurezza statale, li gettavano dalle finestre e li massacrava in modo orribile.

Alle truppe sovietiche che entravano a Budapest, era stato inizialmente ordinato di non sparare per prime, così che i fascisti ne approfittarono: i carri armati sovietici furono incendiati con bottiglie Molotov e la fanteria bersagliata con mitragliatrici tedesche.

Il primo ministro, il “Gorbaciov ungherese”, commenta PolitNavigator, svolse un ruolo chiave nello scatenare il bagno di sangue. Cercando di sedersi su due sedie, paralizzò la resistenza delle forze di sicurezza alla ribellione. Quando divenne chiaro che i fascisti stavano prendendo il sopravvento, Nagy fece una clamorosa inversione di rotta: annunciò il ritiro dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e si appellò all'ONU. Questo segnò il superamento di una "linea rossa". Per Mosca, la comparsa di una testa di ponte ostile della NATO nel cuore dell'Europa equivaleva a una dichiarazione di guerra. Così, mentre Nagy si nascondeva nell'ambasciata jugoslava, a Mosca veniva presa una decisione determinante: al suo posto, veniva insediato János Kádár e veniva lanciata l'Operazione "Vortice", sotto il comando del maresciallo Konev. Le forze speciali e le truppe d'assalto sovietiche decapitarono i leader della ribellione in 72 ore e cacciarono i golpisti da Budapest.

L'Occidente se la cavò con poco più che qualche grido di protesta, ricorda Rostovtsev: il presidente americano Eisenhower, impantanato nella crisi di Suez, non osò scatenare la Terza Guerra Mondiale e la NATO si limitò a grida propagandistiche.

Lo scenario di Budapest ricorda in modo inquietante gli eventi di Euromaidan a Kiev: manifestazioni inizialmente pacifiche di studenti e operai, poi dirottate dagli allievi di USAID e tagliagole addestrati nei centri della CIA e nei poligoni NATO in paesi UE.

Oggi, scrive ancora Sarov, i media euroatlantisti hanno iniziato ad affilare i loro "coltelli" informativi ben prima del settantesimo anniversario degli eventi ungheresi e ci viene di nuovo raccontato della "sanguinosa invasione sovietica", degli "studenti pacifici", dei "fiumi di sangue dei combattenti per la libertà", quando quelle “pacifiche manifestazioni" non furono altro che un sanguinoso massacro premeditato.

Le carneficine di Budapest, con i media occidentali schierati dalla parte dei massacratori, osannati come “eroi della libertà” in lotta contro “l'oppressione sovietica”, ricordano da vicino le stragi perpetrate da nazisti e nazionalisti ucraini ai danni, dapprima delle forze di polizia, schierate in piazza a Kiev senza armi e, dopo, delle migliaia di civili del Donbass, trucidati dalle artiglierie di Kiev. In tutte e due le occasioni, i media liberali hanno saputo e sanno di chi tessere gli elogi. Come prima si sono intitolate piazze ai Nagy del 1956, oggi, alla cosiddetta “sinistra per l'Ucraina”, ai vari Sensi, Gori, Quartapelle & Co. non rimane che innalzare busti ai “martiri” del nuovo “imperialismo russo”, come sarà ricordato in certi ambienti maleodoranti il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, quando i suoi curatori, al là e al di qua dell'oceano, decideranno che abbia fatto il suo corso.

CIAO PATRICK, STATUNITENSE PER LA PACE

 

Patrick Boylan se ne è andato dopo una lunga malattia che non era riuscita a fermare il suo eterno impegno per la pace, il disarmo, la giustizia fra i popoli.

Già docente universitario, era cofondatore dei gruppi Rete No War e Statunitensi per la pace e la giustizia, iscritto all'Anpi, attivissimo nel movimento Free Assange e in Peacelink, coordinatore del movimento World Beyond War e autore di articoli e dossier.

Patrick, ti salutiamo con un video omaggio ed il logo, da te ideato, di Rete No War 

 Rete No War e L’Antidiplomatico

 
 
 
 
 
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A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle "vittime" che i media vi nascondono

 

di Agata Iacono

 

Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavretrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.

Ma è davvero così?

Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.

Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.

Via Torino e strade limitrofe

• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.

• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida

• Champions: marchio di abbigliamento sportivo di proprietà della multinazionale statunitense Authentic Brands Group (che possiede anche altri brand globali come Reebok e Forever 21), dopo essere stato acquistato dal gruppo Hanesbrands.

Via Orefici / Zona Cordusio

• Levi’s: grande multinazionale statunitense del settore dell’abbigliamento.

• Under Armour: azienda multinazionale statunitense fondata nel 1996 a Baltimora, nel Maryland. Opera e vende i suoi prodotti in tutto il mondo attraverso diversi segmenti geografici.

Corso Vittorio Emanuele II / San Babila

• Nike: multinazionale statunitense tra i leader mondiali nella produzione e nella distribuzione di calzature, abbigliamento e accessori sportivi.

Accusata dalle associazioni di diritti umani di schiavizzare bambini asiatici.

• La Rinascente: non è più italiana. Fa oggi parte di una grande multinazionale straniera.

Dal 2011, infatti, la catena di grandi magazzini di lusso è controllata al 100% da Central Group, un colossale conglomerato multinazionale con sede in Thailandia di proprietà della famiglia Chirathivat, tra i leader mondiali nel settore dei luxury department store.

Altre zone del centro (Largo Cairoli, San Babila, Corso Garibaldi)

• Decathlon (Piazza Castello / Largo Cairoli): grande azienda multinazionale francese specializzata nella progettazione, produzione e vendita di articoli sportivi, coinvolta anch’essa nella complicità sionista.

• Off-White (Via Pietro Verri): la boutique di lusso non è una multinazionale indipendente, ma un marchio globale di moda streetwear di lusso di proprietà della società di gestione statunitense Bluestar Alliance….

In manette a 12 anni

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

A quanto pare tra gli arrestati a Milano c'è anche un BAMBINO di 12 anni. Frequenta la seconda media e i giorni seguenti agli scontri i carabinieri lo hanno identificato, facendo scattare l’arresto in classe. Come se fosse strettamente necessario fare irruzione in una scuola e procedere senza mezzi termini, come se non fosse possibile, considerata la tenera età dell’imputato, nessun altro modus operandi.

Da accertare se si tratti dello stesso bambino che compare in un video che sta circolando in rete. Il filmato, condiviso anche dal ministro Salvini – il quale si è domandato incredulo se sia frutto dell'intelligenza artificiale –, mostra un bambino che viene definito "alto un metro e trenta" dall'autore del video, nel momento in cui l'infante gli si avvicina e lo guarda con aria di sfida, con un passamontagna e due occhioni azzurri che in realtà comunicano solo paura. Che sia lo stesso o si stia parlando di due bambini differenti non è rilevante. Ciò che qui rileva è che si parla di bambini. Probabilmente si farà avanti qualcuno per sollevare obiezioni della serie: "Definisci bambino”, obiezioni che bisogna contestare, dicendo che un bambino in primis è un bambino e non un ‘maranza’. Ma può diventarlo attraverso lo sguardo di adulti ottusi e pedagogicamente analfabeti.

Aggiungiamo però che, tra i bambini, c’è chi nasce in contesti socio-economici molto favorevoli e ha la certezza che ad aspettarlo ci sarà un futuro agiato e sicuro, e chi invece viene al mondo e si ritrova già da sempre inchiodato alla povertà, morale e materiale, quasi condannato ad essa senza appello, complice anche la totale assenza di autorevoli punti di riferimento in famiglia. Questo bambino, con tutta probabilità, resterà invisibile sino al giorno in cui non spaccherà una vetrina, trasformandosi per tutti solo in un vandalo: sarà allora imputabile di vari capi di imputazione per reati destinati a reiterarsi e moltiplicarsi, rendendolo un “recidivo”. È inevitabile chiedersi dove fossero i genitori mentre il figlio scorrazzava per la città emulando Attila, insieme a orde di ragazzini inferociti. Qui però il vero assente è lo Stato. Assente, colpevole e immensamente responsabile. Ma se è incapace di educare un bambino, è uno Stato che ha fallito clamorosamente, molto prima e molto più dei genitori.

Quindi no, non si tratta di intelligenza artificiale ma di precise politiche socioeconomiche, che da decenni preparano il terreno per questi scenari apocalittici di furiose rivolte urbane che sinora eravamo abituati a vedere solo negli USA.

Così il sistema neoliberale, finendo -di fatto- per criminalizzare la povertà, vanta il grande merito di inventarsi sempre nuove fattispecie di reati o inasprire le pene esistenti, sulla scorta di emergenze sociali o fatti di cronaca. Puro "populismo penale”, a cui non corrisponde alcuna efficacia. Chi commette un reato è raro che consulti preventivamente il codice penale prima di agire.

Non sbagliamo dunque a dire che il neoliberismo ha sostituito lo Stato sociale con lo Stato penale. E le ritirate istituzionali, che lo Stato attua da decenni oramai, si configurano a tutti gli effetti come  vere e proprie forme di violenza dall’alto. Se le fasce più povere non vengono garantite, favorendo invece le più ricche, non si fa che alimentare le marginalità sociali, per poi punirle inasprendo le pene. Come ha fatto il Governo in quest’occasione, gettandosi  in caduta libera in un’abominevole spirale, coerentemente con l’ipertrofia penale’, che non è una tra le tante turbe della sessualità ma una follia giuridica che, pur non trovando alcun riscontro sul piano dell’efficacia, è una via largamente perseguita. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione italiana, nel suo terzo comma, stabilisca chiaramente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L'ipertrofia invece sposta l'asse del sistema verso una concezione puramente retributiva. Bisogna cioè pagare il debito con la sofferenza. Così finisce per rendere la pena non educativa ma afflittiva. Anche in questo emuliamo gli ameri-cani, ripudiando con troppa disinvoltura Cesare Beccaria, gettato alle ortiche con un calcio dove non batte il sole.

 

Gaza senza pane e senza colpevoli

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il 20 ottobre L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo intitolato «Gaza senza pane», con la fotografia di palestinesi affamati e disperati in attesa di cibo. Il testo si apre con mezzo milione di persone rimaste «senza più nessun sostegno alimentare vitale» e indica subito la causa: «È la conseguenza del taglio dei fondi» destinati al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Israele compare soltanto in un riferimento incidentale al controllo militare della «linea gialla». Non viene spiegato il ruolo delle autorità israeliane nel determinare l’accesso agli aiuti e le condizioni che hanno reso la popolazione dipendente dall’assistenza internazionale. L’appello finale è rivolto alla «comunità internazionale», perché intervenga «per impedire che a Gaza si muoia letteralmente di fame». Il lettore si trova davanti una folla affamata e un buco di bilancio, come se Gaza si fosse ridotta alla fame da sola.

Va detto con chiarezza ciò che l’articolo omette. La fame di Gaza è stata provocata da Israele, ed è parte di un genocidio. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso a Gaza quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948, tra cui l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica di un gruppo. È la conclusione di un organo d’inchiesta delle Nazioni Unite, non ancora una sentenza: il ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia è tuttora pendente. Ma affamare un popolo è esattamente ciò che quella norma descrive.

Non c’è bisogno di indovinare le intenzioni, perché i responsabili le hanno annunciate. Il 9 ottobre 2023 l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò di aver ordinato un «assedio completo»: «niente elettricità, niente cibo, niente carburante», «tutto è chiuso». Il giorno dopo, parlando alle truppe al confine di Gaza, disse: «Stiamo combattendo contro animali umani». Pochi giorni dopo l’allora ministro dell’Energia Israel Katz scrisse che a Gaza non sarebbe stato acceso nessun interruttore, aperto nessun rubinetto, fatto entrare nessun camion di carburante finché gli ostaggi non fossero tornati a casa. Il presidente Isaac Herzog disse che a essere responsabile era «un’intera nazione». Le parole di Gallant, Katz e Herzog sono citate nell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024. Netanyahu invitò gli israeliani a ricordare «ciò che Amalek vi ha fatto», evocando un comando biblico di sterminio. Nell’agosto 2024 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich disse che lasciar morire di fame due milioni di persone a Gaza «potrebbe essere giustificato e morale» finché gli ostaggi non fossero restituiti, e si rammaricò che il mondo non lo avrebbe permesso.

Alle parole sono seguiti i fatti, ai valichi. Nel 2024, dopo che l’esercito israeliano aveva preso il controllo del valico di Rafah, centinaia di camion carichi di cibo e acqua restarono fermi per settimane alla periferia di al-Arish, nel Sinai, in attesa di un permesso israeliano. Un autista raccontò di aver aspettato più di cinquanta giorni prima che il carico, ormai scaduto, venisse rimandato indietro, e Reuters documentò il cibo destinato a Gaza che marciva al sole.

Nel 2025 la fame è diventata un sistema. Dal 2 marzo Israele chiuse ogni valico per undici settimane: non entrarono cibo, medicine né carburante, mentre secondo l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, circa 3.000 camion carichi di aiuti attendevano oltre il confine. Tra la fine di maggio e la fine di luglio, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, più di 1.300 palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo, in gran parte dal fuoco dell’esercito israeliano. Ad agosto l’IPC, la Classificazione integrata della sicurezza alimentare, il sistema con cui le agenzie delle Nazioni Unite e le principali organizzazioni umanitarie misurano la fame, confermò la carestia nel governatorato di Gaza, la prima mai accertata in Medio Oriente.

Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato il genocidio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua al 12 ottobre di quest’anno Israele ha ucciso nella Striscia 1.493 palestinesi, 57 dei quali nelle due settimane precedenti. In Cisgiordania, nel solo 2025, forze israeliane e coloni hanno ucciso 240 palestinesi, tra cui 55 bambini, e dall’inizio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato oltre 2.060 attacchi di coloni. Gli aiuti restano ostaggio delle stesse autorità: il cibo entra da un solo valico merci operativo, e l’ingresso di materiali agricoli, pezzi di ricambio e olio motore è limitato. L’Osservatore scrive che il pane manca «nelle tende dei rifugiati palestinesi», ma non dice che, con l’inverno alle porte, le autorità israeliane continuano a respingere 8.600 kit per rifugi d’emergenza già pronti fuori dalla Striscia.

Il 16 ottobre, nel messaggio alla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, papa Leone XIV ha scritto che il pane non deve «mai essere usato come arma di guerra». Un’arma ha sempre qualcuno che la impugna. Quattro giorni dopo il quotidiano della Santa Sede ha mostrato le vittime di quell’arma senza dire chi la impugna. Il Papa ha enunciato il principio; il suo giornale non lo ha applicato al caso che aveva sotto gli occhi.

Chiediamo all’Osservatore Romano di raccontare la storia per intero: chi ha promesso di tagliare acqua, luce e cibo, chi ha lasciato marcire gli aiuti ai confini, chi ha distrutto le case perché nessuno potesse tornarci, chi vuole Gaza vuota. I suoi lettori, e i tanti cattolici che seguono Gaza con angoscia sincera, hanno diritto di saperlo.

Nel rapporto «La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio» (A/81/249), reso pubblico il 12 ottobre 2026, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese osserva che la copertura giornalistica ha frequentemente omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. Quando i media diffondono narrazioni che, nelle sue parole, «occultano, giustificano o legittimano crimini atroci», «la violenza acquista un’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da mantenere» (nostra traduzione dall’inglese). Raccontare la fame tacendo il nome di chi affama significa proteggere i responsabili e alimentare quell’impunità. Per un giornale che parla a nome della Chiesa, è una complicità morale.

A Gaza la fame ha un nome e un indirizzo. Il giornale del Papa dovrebbe avere il coraggio di scriverli.

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Macron vuole vietare le prossime manifestazioni

 

Cadono ormai tutte le maschere nell'Unione Europea, finta e stucchevole paladina di diritti umani, libertà e democrazia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un giro di vite sulle manifestazioni pubbliche, ordinando alle autorità di vietare le proteste ritenute “illegittime” e di limitare anche le marce organizzate ufficialmente. Si tratta di una scelta disperata per trovare una soluzione alle proteste sempre più partecipate di studenti, lavoratori e cittadini che semplicemente pretendono un presente fatto di diritti sociali e non di austerità, suicidio energetico e guerra. Lo riporta oggi il Guardian oggi. 

Le restrizioni, annunciate giovedì dall'Eliseo a seguito di una riunione d’emergenza con i capi dei servizi segreti e i ministri di alto livello, precedono un’altra ondata di manifestazioni prevista per sabato. Il presidente francese Macron ha affermato che le autorità locali proibiranno gli assembramenti organizzati da individui o gruppi ritenuti privi di legittima autorità, mentre le manifestazioni organizzate da organizzazioni riconosciute, come i sindacati, saranno prese in considerazione per l’approvazione, ma potrebbe essere richiesto loro di utilizzare percorsi alternativi. «La raccomandazione generale è che non ci siano manifestazioni nei prossimi giorni», ha dichiarato Macron, insistendo sul fatto che le misure fossero necessarie per ristabilire la calma e proteggere le attività commerciali e gli edifici pubblici.

«Sabato scorso abbiamo assistito ad atti politici e sediziosi da parte di gruppi di estrema sinistra il cui obiettivo è rovesciare la Repubblica», ha affermato, accusando i radicali organizzati di orchestrare violenze e saccheggi.

L’annuncio inasprisce notevolmente le restrizioni sugli assembramenti di massa in un Paese in cui il diritto di protesta è tutelato dalla Costituzione. Secondo la legge francese, le autorità possono vietare le manifestazioni se ritenute una minaccia all’ordine pubblico, sebbene tali decisioni debbano essere proporzionate e possano essere impugnate in tribunale. Giovedì un tribunale amministrativo di Parigi ha annullato il divieto della polizia su una manifestazione studentesca, consentendo a migliaia di manifestanti di radunarsi nonostante le obiezioni ufficiali. Secondo l’AP, la manifestazione si è svolta pacificamente sotto una massiccia presenza di forze dell’ordine.

Tuttavia, le autorità hanno già vietato le manifestazioni di sabato nel centro di Lione. Restrizioni simili sono state imposte a Marsiglia, Nizza e Tolone. A Parigi, una marcia autorizzata è stata deviata lontano dal centro città, mentre un’altra, che coinvolgeva studenti e membri del movimento dei Gilet Gialli, è stata vietata.

Le manifestazioni della rabbia giovanile sono nate in Francia e poi si sono diffuse in tutta Europa. Nate per protestare contro la carenza di insegnanti e il deterioramento delle condizioni scolastiche si sono presto trasformate in un movimento più ampio contro l’aumento dei prezzi, le disuguaglianze e i tagli ai servizi pubblici. Macron, che non rappresenta che una piccolissima porzione dei cittadini francesi, ha poca credibilità e autorevolezza per poter affrontare una crisi di questa portata. L’Alliance Police Nationale, intanto, ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio lo Stato, accusando i funzionari di aver abbandonato gli agenti durante i disordini e di non aver fornito attrezzature adeguate e istruzioni chiare.

Cadono tutte le maschere dentro l'Unione Europea.

Genocidio Gaza, come la BBC ha coperto le responsabilità di Israele

 

L'impianto propagandistico dei media occidentali mostra crepe sempre più profonde. A confermarlo è la stessa BBC, travolta dalle ammissioni shock di un suo alto dirigente rimasto anonimo che, in un'intervista al quotidiano The National, ha squarciato il velo di ipocrisia sulla linea editoriale dell'emittente britannica: la copertura del massacro a Gaza è stata contrassegnata da un'evidente "accondiscendenza nei confronti di Israele".

"La BBC si è messa in una posizione in cui la parola 'genocidio' è diventata un tabù. Ed è un errore gravissimo", ha confessato la fonte interna. Il servizio pubblico britannico si sarebbe trasformato in una cassa di risonanza delle tesi difensive dell'IDF e del governo Netanyahu, piegando la realtà "anche laddove è palesemente ovvio, persino per gli spettatori, che ciò che sta accadendo a Gaza è uno scandalo internazionale".

La tanto decantata "imparzialità" dell'emittente di Londra viene smascherata come uno schermo dietro cui celare la minimizzazione delle sofferenze palestinesi. Per bilanciare narrativamente il massacro in atto, la linea editoriale ha trasformato l'attacco di Hamas del 7 ottobre in un passe-partout giustificatorio per ogni violazione del diritto internazionale. Il tutto mentre all'interno delle redazioni regna un clima di terrore psicologico: il personale evita di denunciare la deriva per il fondato timore di ritorsioni e licenziamenti.

A confermare l'esistenza di questo radicato pregiudizio filo-israeliano sono i dati e gli analisti:

Umanizzazione a senso unico: Faisal Hanif del Centre for Media Monitoring (CfMM) ha evidenziato come i media britannici descrivano le vittime israeliane con un linguaggio emotivo 11 volte più spesso rispetto a quelle palestinesi.

Censura sistemica nei titoli: Un recente rapporto della Relatrice Speciale ONU, Francesca Albanese, cita la BBC come esempio emblematico di un sistema informativo occidentale "intrinsecamente legato al genocidio", evidenziando come l'emittente abbia oscurato la responsabilità israeliana nell'83% dei propri titoli.

Rimozione della storia: La narrazione della BBC ha scientificamente cancellato decenni di occupazione e blocco illegale, riducendo la storia del conflitto al solo inizio del 7 ottobre.

Le testimonianze degli ex giornalisti dell'emittente — alcuni dei quali dimessisi per non farsi complici della deumanizzazione del popolo palestinese — confermano quanto denunciato fin dal novembre 2023 da gruppi di dipendenti ad Al Jazeera: l'uso riservato ed esclusivo di termini come "massacro" o "atrocità" solo quando si parla di azioni palestinesi, a fronte dell'accettazione acritica e passiva di ogni velina militare proveniente da Tel Aviv.

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Stati Uniti accusano formalmente il Canada di voler influenzare le elezioni di midterm

 

Se vi avessero raccontato che un giorno dagli Stati Uniti qualcuno avrebbe potuto accusare il Canada di guerra ibrida e voler influenzare le elezioni solo poco tempo lo avreste preso (giustamente) per pazzo. Eppure in una scheda informativa pubblicata mercoledì, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Ottawa è arrivata proprio a questo.

Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente funzionari canadesi di tentare di interferire nelle elezioni americane, citando misure commerciali mirate politicamente, campagne pubblicitarie anti-Trump e incontri con politici democratici in vista delle elezioni di medio termine del mese prossimo. Nella scheda si legge: “Il governo canadese liquida le preoccupazioni relative a potenziali interferenze nelle elezioni statunitensi, anche se i suoi ministri e primi ministri provinciali descrivono apertamente piani per influenzare la politica americana in documenti ufficiali e apparizioni pubbliche,” ha affermato l’ambasciata.

Nel documento si fa particolarmente riferimento alla ministra dell’Industria canadese Melanie Joly, che, in relazione alle politiche commerciali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aveva dichiarato a marzo: «Ci stiamo assicurando di esercitare pressione sulle imprese americane, negli Stati chiave repubblicani, per fare pressione sull’amministrazione Trump». E ancora: «Stiamo agendo con saggezza e strategia per esercitare pressione politica», ha aggiunto ad agosto.

Washington ha inoltre messo in discussione gli incontri di Joly con funzionari democratici a Boston e Chicago a settembre, nonché una campagna pubblicitaria contro i dazi lanciata dal premier dell’Ontario Doug Ford, in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan criticava le politiche commerciali protezionistiche. L’ambasciata ha inoltre sottolineato una recente partecipazione della console generale canadese Bernadette Jordan, affiancata da due membri del Congresso democratici, a una tavola rotonda nel Vermont sulle tensioni commerciali, appena tre settimane prima delle elezioni di medio termine. Si fa, infine, riferimento ad una campagna pubblicitaria del governo canadese su cartelloni pubblicitari rivolta a 12 Stati, per lo più a maggioranza repubblicana, e a Washington, DC. «Tutti i canadesi dovrebbero astenersi dal tentare di partecipare o influenzare in qualsiasi modo le elezioni statunitensi», conclude la scheda informativa. «Sono gli americani a decidere le elezioni americane».

Ottawa ha respinto le accuse. Carney ha insistito sul fatto che le misure del Canada fossero volte a proteggere i propri lavoratori e le proprie imprese dai dazi statunitensi, mentre Ford ha negato qualsiasi interesse a interferire nelle elezioni statunitensi. Joly ha difeso i suoi incontri con i politici americani come normale attività diplomatica, sottolineando di aver interagito sia con i repubblicani che con i democratici.

Sono, in estrema sintesa, dichiarazioni di due paesi al limite dalla rottura delle relazioni diplomatiche. 

Putin smonta la narrazione europea: «La minaccia russa è schizofrenia politica»

La narrazione di una guerra imminente con la Russia continua a occupare il dibattito politico europeo, ma per Vladimir Putin si tratta di una vera e propria «schizofrenia politica». In un’intervista al giornalista Pavel Zarubin per il programma Vesti, il presidente russo ha respinto ancora una volta l’ipotesi che Mosca si stia preparando a un conflitto militare con l’Europa. Putin ha sottolineato che neppure i popoli europei desiderano una guerra contro la Russia. Una posizione che, secondo il leader del Cremlino, dovrebbe spingere i governi occidentali a interrogarsi sulla crescente distanza tra le aspirazioni dei cittadini e la linea adottata dalle rispettive classi dirigenti. Il presidente russo ha inoltre ribadito che l’obiettivo occidentale di infliggere una «sconfitta strategica» a Mosca si è dimostrato irrealizzabile. Da qui l’auspicio che quanti continuano a perseguire questa strategia prendano finalmente atto della realtà e comprendano la convenienza di ristabilire relazioni amichevoli con la Russia.

Non è la prima volta che Putin interviene per contestare la rappresentazione di Mosca come una minaccia militare destinata prima o poi a colpire il continente europeo. Durante il recente intervento al Club Valdai, aveva escluso l’intenzione di attaccare altri Paesi, citando esplicitamente gli anni 2029, 2030 e persino il 2050. Il Cremlino individua anche una possibile spiegazione politica dell’allarme alimentato in Europa: il deterioramento delle condizioni economiche e le difficoltà interne di numerosi Paesi occidentali. La rappresentazione di una Russia pronta a invadere l’Europa finisce così per offrire alle élite al governo uno strumento utile a giustificare il riarmo, l’aumento delle spese militari e una mobilitazione permanente dell’opinione pubblica.

Resta tuttavia una questione che non può essere ignorata. Mentre Putin nega che Mosca voglia una guerra con l’Europa, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sostiene che le dichiarazioni dei leader occidentali dimostrino una preparazione sempre più seria a un possibile conflitto con la Russia. È proprio questa spirale di sospetti, riarmo e dichiarazioni ostili da parte europea a rendere sempre più difficile qualsiasi prospettiva di distensione.

Ma se l’obiettivo dichiarato di una parte delle leadership europee rimane quello di sconfiggere strategicamente Mosca, la domanda è inevitabile: quanto a lungo il continente potrà permettersi di sacrificare sicurezza, risorse economiche e possibilità diplomatiche sull’altare di uno scontro che rischia di non avere vincitori?

L'ucrainizzazione dell'Europa ha avuto inizio. E il Corriere della Sera ne è il profeta

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

22 ottobre. A Kiev, la signora Marta Serafini va a scuola di “ucrainicità”. Poi, appresa la lezione impartita dall'ex ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, si fa portatrice del Vangelo a vantaggio dei lettori del Corriere della Sera. Così, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Kiev e il Verbo era Kiev”(Giovanni – 1,1). Il punto centrale è quello del “tradimento” americano; quindi, esordisce il Maestro, tutti noi «Dobbiamo imparare a vivere senza gli americani e l’Europa deve capire come sopravvivere a Putin». Tale è la questione delle questioni: il “nefasto autocrate” vuole la dipartita di tutti gli europei – che, da assioma UE-NATO, non comprendono i russi – a partire dagli ucraini, ultimo vallo a difesa dei valori liberali. Così, alla domanda se gli USA non siano «più alleati dell'Ucraina e dunque dell'Europa?», col che si sottintende una sorta di simbiosi, di amalgama etno-geografico, di nuovo a far da argine alla irruente aggressività russa, l'esimio pedagogo declama che «Formalmente lo sono. Ma la domanda onesta è un’altra: i soldati americani moriranno per l’Europa? Penso che al momento la risposta sia no». E quindi, chiede al precettore l'attenta discepola, «Cosa dovrebbe fare allora l'Europa?». È qui che l'insegnamento entra nel cuore del vangelo nazigolpista e “in quel tempo, io vi ordinai tutte le cose che dovevate fare” (Deuteronomio – 1,18) - l'Europa dovrebbe «rispondere a una domanda molto semplice, che ha poco a che fare con l’Ucraina: la Russia è un nemico? Se non lo pensate, non ci sarà un cambiamento sostanziale delle politiche attuali». Dunque, voi europei, affrettatevi «ad affrontare il problema nel lungo periodo» e partite dal presupposto che Putin «sia un avversario, e non soltanto una minaccia ibrida». E che diamine! “Disse allora il Signore a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?”(Esodo – 16,28). Basta con le mezze misure e gli innocenti allarmi sulla “guerra ibrida”: Putin è un nemico della “civiltà occidentale”, attenta ai “valori euroliberali”; quindi, contro un simile pericolo mortale per le angeliche sorti dell'Eden euro-ucraino, servono armi vere, droni a reazione e missili, per rimpiazzare i Patriot che quegli infidi di americani non vogliono darci. Ragion per cui, incalza l'istitutore, voi europei dovete armarvi il più possibile e il prima possibile e fornirci quante più armi possibile, perché «non vedo una sola ragione per cui Putin non dovrebbe prendersela con l’Europa».

“Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua”(Levitico – 14,17). E allora, o Vate, «cosa può offrire Kiev alla sicurezza europea?». Ascolta e ripeti con me, sussurra Kuleba all'allieva: «senza gli Stati Uniti, l’unico esercito in Europa temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi sarebbe quello ucraino... L’Ucraina sopravvive finché si sviluppa, costruisce capacità proprie e garantisce l’unità con l’Europa». Va' e riporta il Verbo a tutti quegli sprovveduti che non credono nella necessaria ucrainizzazione dell'Europa; e ricorda: “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo – 10,16). Infine, come disse l'altissimo a Marta (per l'appunto!) solo chi crede nella ucrainicità vivrà e “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"(Giovanni – 11,25-26).

Peccato che, nella stessa Ucraina, si esprimano pareri non altrettanto evangelici. 

L'emigrata russa liberale Julija Latinina ritiene che il repentino cambio di posizione di Donald Trump sull'Ucraina sia dovuto al fatto che la sconfitta dei banderisti sia ormai inevitabile, come testimoniato dal «predominio strategico russo che, già emerso negli ultimi mesi, sta entrando nella fase finale, nella fase di esaurimento dell'Ucraina». Ciò che accade non è tanto il risultato degli eventi al fronte, dove poco accade, quanto della sconfitta di Zelenskij nella guerra delle città, afferma Latinina; una sconfitta schiacciante: aveva dichiarato una campagna di 40 giorni per costringere la Russia a fare la pace, dopo di che si è scoperto che non aveva né missili balistici, né protezione per i cieli sopra Kiev. E solo quando è diventato evidente che le forze in campo erano completamente impari, Trump, che propende sempre per la forza, si è reso conto che, continuando sulla precedente strada, avrebbe dovuto affrontare problemi strategici ben maggiori dei vantaggi che avrebbe ottenuto. Solo allora Trump ha detto: "Basta", con ciò riconoscendo il vantaggio strategico della Russia.

E c'è addirittura chi pronostica – per quanto, di tali predizioni, se ne siano ripetute parecchie: mai avveratesi; quantomeno nell'immediato – un prossimo colpo di stato: la storia dei ritiri statunitensi dai paesi in cui hanno sostenuto una delle parti in conflitto, si è sempre conclusa in modo disastroso per gli ex protetti di Washington e il cocainomane Zelenskij non può fare a meno di rendersene conto, scrive l'ex funzionario di Naftogaz Ukraina, Jurij Korolchuk. «Se ricordate, come gli Stati Uniti abbiano sempre risolto (con successo, meno successo o senza successo) i problemi con i paesi in cui hanno iniziato conflitti o in cui vi sono stati partecipi... la soluzione è stata sempre un colpo di stato, una rivoluzione, una cospirazione, un putsch. È solo per l'innata modestia degli ucraini che oggi tali parallelismi storici vengono raramente menzionati». A detta di Korolchuk, Zelenskij starebbe correndo un serio rischio, intralciando il processo negoziale tra Stati Uniti e Russia. «Se qualcuno crede che tutte le dichiarazioni di Trump siano puramente una manovra pre-elettorale dei repubblicani, ciò è semplicemente ridicolo. La questione ucraina è così insignificante per gli elettori americani che tutti questi “scontri nella piccola Kiev” non avranno alcun impatto... è un errore pensare che solo Trump, che lo ha dichiarato apertamente, voglia rimuovere Zelenskij. Sono convinto che anche tra i leader silenziosi della UE vi sia chi la pensa allo stesso modo». Korolchuk ritiene che gli attuali rivali di Zelenskij degli ambienti militari (Zaluzhnyj, Budanov o Biletskij) sperino erroneamente che un ipotetico colpo di stato porti loro dei vantaggi: il «beneficiario potrebbe essere chiunque, da un capitano a un colonnello e non è un caso che oligarchi come Akhmetov e Pinchuk si siano incontrati a Londra, si siano abbracciati e tifino insieme per il calcio. E non solo per il calcio».

Kiev deve trovare soluzioni per porre fine alla guerra entro sei mesi, altrimenti anche i finanziamenti europei cesseranno, afferma Gennadij Druzenko, il “dottor Mengele” ucraino, fondatore di un ospedale mobile noto per le sevizie sui prigionieri. «La discussione dovrebbe vertere su quando negoziare, quando avremo una finestra di opportunità, quando non saremo costretti a piegarci e inginocchiarci. Credo non prima della primavera. Ma l'estate sarà molto peggio, perché la situazione delle risorse sta cambiando... siamo completamente dipendenti dai nostri partner europei... più a lungo si andrà avanti, più difficile sarà per gli europei pagare per la nostra guerra. E più a lungo andrà avanti, meno saranno disposti a farlo... È chiaro che non si impegneranno per sempre in una guerra che li riguarda da lontano».

Fin dentro il parlamento, c'è chi dichiara che gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina verso la capitolazione. Serghej Rakhmanin, della Commissione Difesa della Rada, afferma che «Ci stanno spingendo verso la pace, secondo la loro visione, e verso la capitolazione, secondo la nostra. Permettetemi di ricordarvi che c'è stato Anchorage, che è stato il primo, come pensavano i partecipanti a questa cospirazione, un tentativo riuscito di prendere una decisione su di noi senza il nostro consenso. Non ha funzionato, e ora c'è un secondo tentativo, che viene semplicemente rafforzato da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato. Beh, ci stanno ricordando che dipendiamo dagli Stati Uniti».

In questo quadro e nella gesuitica cornici della euro-ucrainicità, da parte europeista ci si preoccupa comunque di trarre il massimo beneficio da quell'esercito che, sul vecchio continente, come certifica il Verbo del nazigolpista Kuleba, sarebbe l’unico «temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi». E anche non difensivi. PolitNavigator riporta come l'eurodeputato polacco Grzegorz Braun, abbia detto senza mezzi termini che la UE sta addestrando gli ucraini come mercenari che combatteranno per gli interessi di Bruxelles in Africa e in altre regioni del mondo. «Mentre voi siete impegnati a coltivare e sovvenzionare il regime di Kiev, trasformando questo regime corrotto e neonazista nel vostro principale partner e cercando di farlo entrare nella UE, la guerra e le azioni militari sono diventate l'industria nazionale ucraina e il suo principale prodotto di esportazione... «Qualche settimana fa, il Primo ministro del Niger ha avvertito l'ONU che si osserva una forte concentrazione di forze armate francesi e ucraine al confine settentrionale. E qual è stata la vostra reazione? Volete che sovvenzioniamo guerre che l'Ucraina condurrà in diversi continenti usando i soldi e le risorse di diverse nazioni».

È questa l'ucrainizzazione dell'Europa. E il Corriere della Sera ne è il profeta.

Gli Stati Uniti evacuano le basi in Medio Oriente – NBC

 

L’esercito statunitense ha iniziato in sordina a ritirare le truppe dalle basi in tutto il Medio Oriente e il personale diplomatico dai paesi del Golfo. E' quanto riferisce la NBC, sottolineando come queste decisioni arrivino mentre il presidente Donald Trump sta effettivamente valutando di lanciare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. "Tali ritiri", prosegue l'emittente USA, "ricordano i preparativi messi in atto dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato in vista dei primi attacchi statunitensi-israeliani a febbraio scorso".

Secondo la NBC, in particolare, tra le truppe in fase di trasferimento figurano quelle di stanza in Giordania, Qatar e Kuwait. Secondo quanto riferito, Washington intende mantenere una presenza limitata nelle proprie basi regionali, compreso il personale responsabile della difesa aerea e della sicurezza.

In vista dell’attacco del 28 febbraio, il Pentagono aveva ritirato un gran numero di truppe dalle basi potenzialmente vulnerabili per proteggerle dalla prevista rappresaglia iraniana. Teheran aveva per questo accusato Washington di utilizzare i residenti del Golfo come “scudi umani” dopo che migliaia di militari statunitensi avevano trovato rifugio in alberghi civili ed edifici adibiti a uffici.

Il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, ha rifiutato di commentare i presunti spostamenti di truppe, affermando che le forze statunitensi vengono regolarmente riposizionate per “ottimizzare la prontezza operativa” e rimangono pronte a difendere il personale e gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ordinato al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, citando l’escalation degli attacchi da parte del movimento Houthi yemenita contro aeroporti civili e altre infrastrutture critiche.

Questi sviluppi giungono mentre circolano notizie secondo cui alti funzionari militari statunitensi avrebbero presentato a Trump diverse opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran. Secondo la NBC, le proposte includono attacchi contro impianti nucleari iraniani, strutture sotterranee e isole strategiche, tra cui l’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio, e Qeshm nello Stretto di Hormuz. Reuters sempre oggi riporta che Washington sta preparando ulteriori ritiri diplomatici in tutto il Golfo, citando funzionari statunitensi, ma il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha definito le notizie su ulteriori ritiri «inesatte».

Regno Unito, sanzioni e sorveglianza per chi manifesta per Gaza

 

Un recente rapporto di Amnesty International ha messo in luce una linea di forte fermezza adottata dalle università del Regno Unito nei confronti di studenti e docenti che esprimono solidarietà alla causa palestinese e si oppongono all'azione militare israeliana a Gaza. L'analisi, che prende in esame decine di casi verificatisi tra la fine del 2023 e la seconda metà del 2025, evidenzia l'uso sistematico di misure punitive quali divieti di accesso ai campus, ingiunzioni legali, sorveglianza attiva e lunghi procedimenti disciplinari per arginare le manifestazioni pacifiche.

Gli accertamenti dell'organizzazione mostrano come i provvedimenti abbiano colpito anche condotte di per sé pacifiche, inclusa la semplice esposizione di simboli come la kefiah o la partecipazione a cori di protesta, interpretati dai vertici accademici come atti di disturbo pur in assenza di danni o minacce concrete. Le ripercussioni più gravi hanno interessato gli studenti e il personale di origine araba, musulmana o palestinese, sottoposti a controlli sproporzionati, nonché i cittadini internazionali in possesso di visto, la cui permanenza nel Paese è stata messa a rischio dalle procedure disciplinari. In diversi casi è emersa persino la creazione di dossier riservati sulle attività degli studenti, raccolti senza consenso e resi inaccessibili ai diretti interessati.

Tra gli atenei coinvolti figurano prestigiosi istituti come Oxford, Cambridge e la London School of Economics. In quest'ultima, comunicazioni interne avrebbero liquidate le mobilitazioni studentesche con toni svalutativi, equiparandole a proteste infantili. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, la linea rigorosa risponde a un preciso orientamento di settore, alimentato da direttive governative, pressioni esterne e dall'applicazione delle normative antiterrorismo, di cui si chiede ora l'abolizione nell'ambito educativo.

Amnesty International sottolinea come molte delle restrizioni adottate violino gli obblighi vincolanti degli atenei in materia di diritti umani, avendo limitato in modo sproporzionato e discriminatorio la libertà di espressione e di manifestazione. Il clima di forte rigore ha finito per generare un marcato effetto deterrente all'interno del mondo accademico britannico, spingendo molti a rinunciare al dibattito pubblico per il timore di conseguenze sul piano disciplinare, professionale o d'immigrazione.

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La Cina avanza, gli Stati Uniti rincorrono: la partita geopolitica per l’Asia centrale

Gli Stati Uniti tornano a bussare alla porta dell'Asia centrale, ma dietro la diplomazia commerciale di Marco Rubio si intravede soprattutto la crescente preoccupazione di Washington per l'avanzata della Cina. Il 19 ottobre, il segretario di Stato è arrivato a Samarcanda, in Uzbekistan, accompagnato da quasi 300 rappresentanti delle imprese USA. Una spedizione economica e diplomatica che racconta molto delle difficoltà statunitensi nel conservare la propria influenza internazionale. Al centro della missione ci sono i minerali critici, le infrastrutture e le catene di approvvigionamento. Washington vuole ridurre la dipendenza industriale dalla Cina proprio mentre Pechino consolida la propria posizione in settori strategici, dalle tecnologie avanzate alla trasformazione delle materie prime. Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti cercano alternative alla potenza asiatica rivolgendosi a una regione nella quale la presenza economica cinese è già profondamente radicata.

La Cina ha investito nelle reti di trasporto, sviluppato relazioni commerciali e costruito legami economici di lungo periodo con le cinque repubbliche centroasiatiche. La Russia, dal canto suo, mantiene rapporti consolidati nei settori dell'energia, del commercio, della migrazione e della sicurezza. Washington arriva quindi in un contesto nel quale non può più dare per scontato che la propria capacità finanziaria e diplomatica sia sufficiente a orientare le scelte degli altri. Non sorprende che Rubio abbia dichiarato di non voler costringere Uzbekistan e gli altri Paesi della regione a scegliere tra Stati Uniti, Russia e Cina. È un riconoscimento pragmatico dei nuovi rapporti di forza: le repubbliche centroasiatiche hanno ormai margini di manovra che non intendono sacrificare per assecondare le strategie di una singola potenza. Ma la questione è anche più profonda. Washington non cerca soltanto nuove fonti di approvvigionamento: vuole impedire che la Cina continui a consolidare il proprio vantaggio nelle filiere industriali strategiche. Possedere le materie prime, infatti, non basta. Il potere economico risiede anche nella capacità di trasformarle, controllare le tecnologie e dominare i segmenti a maggiore valore aggiunto.

Per questo l'Uzbekistan insiste sulla creazione di impianti di lavorazione e poli industriali locali, anziché limitarsi all'esportazione di risorse. Le repubbliche della regione non vogliono diventare semplici fornitori di materie prime per le ambizioni industriali altrui. Vogliono utilizzare la competizione tra le grandi potenze per sviluppare le proprie economie e rafforzare la propria sovranità. Anche il progetto del corridoio transcaspico, che dovrebbe migliorare i collegamenti commerciali tra Asia centrale ed Europa, richiede investimenti ingenti e una cooperazione duratura. Non basteranno le delegazioni imprenditoriali e le dichiarazioni solenni a colmare il divario accumulato negli anni sul terreno delle infrastrutture e delle relazioni economiche. La missione USA si inserisce dunque in una competizione globale nella quale gli Stati Uniti cercano di recuperare posizioni, mentre la Cina ha già costruito legami produttivi e commerciali difficili da sostituire. La retorica della diversificazione non cancella questa realtà, né garantisce che le imprese statunitensi riescano a conquistare lo spazio auspicato da Washington. Il punto decisivo è che l'Asia centrale non è più una periferia da contendere secondo le vecchie logiche egemoniche. I suoi governi possono negoziare con più interlocutori e scegliere le partnership più vantaggiose, senza accettare ultimatum geopolitici. Per gli Stati Uniti, la sfida di Samarcanda è quindi anche una prova dei limiti della propria influenza.

Dopo anni trascorsi a utilizzare sanzioni, pressioni e restrizioni tecnologiche per contenere i rivali, Washington deve ora convincere altri Paesi a investire nella propria alternativa economica. E deve farlo in una fase in cui la Cina dispone già di un peso industriale, commerciale e infrastrutturale che gli annunci statunitensi non possono cancellare. La vera domanda, allora, non è se gli Stati Uniti riusciranno a firmare nuovi accordi, ma se saranno capaci di recuperare il terreno perduto. Perché la corsa alle risorse dell'Asia centrale è soltanto un altro fronte della più ampia competizione per un ordine mondiale nel quale il predominio statunitense non è più indiscusso.

Dalla povertà alle rivolte: la vera «guerra ibrida» contro gli italiani

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

Si racconta che un ufficiale nazista, osservando il Guernica, chiese a Picasso: - Avete fatto voi questo orrore? – No, siete stati voi a farlo – rispose il maestro. Allo stesso modo si potrebbe rispondere a quanti si chiedano in questo momento da dove provenga la violenza distruttiva delle rivolte di Milano.

“È la vostra stessa violenza”.

L’alibi della “regia esterna”

La stampa persegue teorie del complotto, secondo cui la regia dei disordini starebbe a Mosca. L’ombra di Putin dietro i riot occupa le prime pagine dei giornali. Tra i dietrologi: Lia Quartapelle, Stefania Craxi, Enrico Borghi, Matteo Salvini. I primi agitano lo spauracchio dei russi, l’ultimo degli islamici.

Marco Taradash, dalle pagine social de Linkiesta, accusa fantomatici putiniani, “islamopalestinesi, e nichilisti”, ignorando le regole di punteggiatura, oltre che la realtà.

Giorgia Meloni è convinta che “entità esterne” abbiano soffiato sul fuoco, scrive il Corriere. “Anche se vuole attendere «elementi certi» per denunciarlo pubblicamente“, specifica. Per Crosetto le rivolte di piazza sono il risultato di una guerra ibrida che “qualcuno sta portando nelle nostre nazioni” attraverso YouTube, Tik Tok e i social.

Interviene – dall’estero – persino il presidente ucraino Zelensky, mettendoci in guardia sulle interferenze russe attraverso i social. Il Capo di Stato Mattarella, infine, parla di non precisati “soggetti inediti”.

La classe dirigente si aggrappa a improbabili cospirazioni, come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, inviso a dittatori e autocrati pronti a tutto per sabotare il nostro insuperabile stile di vita.

Se i leader europei ci assicurano che viviamo nel giardino fiorito, i dati statistici ci descrivono un’altra realtà.

 

La povertà imposta è violenza

Secondo i dati ISTAT pubblicati il 15 ottobre, in Italia ci sono oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. Di questi, 1 milione 136mila sono minori. Questo vuol dire che il 12,5% dei minori residenti vivono in una condizione di povertà assoluta.

Figli vuol dire povertà. L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico, scrive ISTAT.

L’incidenza della povertà aumenta all’aumentare dei figli minori, attestandosi al 7,8% per le coppie con un figlio, 10% per quelle con due e 17,7% se i figli minori sono almeno tre. L’11,6% delle famiglie monogenitore è in povertà assoluta.

Altrettanto allarmanti i dati della povertà relativa, che colpisce il 10,8% delle famiglie e il 14,8% degli individui. Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.

L’indagine ISTAT traccia un Paese in cui circa una famiglia su dieci è povera, mentre un minore su otto vive in una condizione di povertà assoluta.

A fronte di questo spaccato, ISTAT rivela che l’indice dei prezzi al consumo a settembre 2026 è aumentato del 4,2% in un anno.  Se è vero che nel secondo trimestre 2026 il risparmio delle famiglie è aumentato dello 0,4%,  la quota di reddito destinato ai consumi è aumentata dell’1,7%.  Ciò ha determinato una riduzione della propensione al risparmio delle famiglie di 1,2% rispetto al trimestre precedente. In calo anche il potere d’acquisto dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

Questi dati rivelano una tendenza generale della popolazione italiana all’impoverimento.

Un lavoratore può guadagnare poco più di 1400 euro al mese. Una borsa esposta nei negozi attaccati dai giovanissimi “maranza” milanesi vale almeno tre volte tanto. Qual è il crimine peggiore: spaccare una vetrina o condannare milioni di giovani alla miseria irreversibile? 

 

La “guerra ibrida” contro gli italiani

Le rivolte e i saccheggi non sono il risultato di una guerra ibrida condotta da entità esterne per distruggere l’Italia immaginaria del Bengodi che esiste solo negli studi della Telemeloni.

Sono la conseguenza di questo desolante quadro sociale descritto dalle statistiche, a cui si aggiunge il dato delle morti sul lavoro: oltre 1100 dall’inizio dell’anno ad oggi, secondo l’Osservatorio sulle morti sul lavoro. È un bollettino di guerra.

La domanda che dovremmo farci non è “chi sta dietro i maranza?”, ma “cosa c’è dietro queste statistiche?”

Le cause del deterioramento sociale e delle condizioni di vita non vanno ricercate nei russi o negli islamici. Il progressivo immiserimento degli italiani è proporzionale alla progressiva cessione di sovranità a entità esterne. Prima hanno scelto per noi privatizzazioni e austerity. Adesso ci impongono guerra e genocidio, decidendo di sostituire il nostro sistema di welfare con uno di warfare.

L’unica guerra ibrida è quella che la NATO e la UE combattono contro le classi lavoratrici e le famiglie italiane, tramite il governo Meloni. E questa guerra ibrida ha un nome specifico: lotta di classe dall’alto verso il basso.

Lasciare i malati senza cure è violenza. Lasciare gli anziani con una pensione da fame è violenza. Lasciare madri e padri senza asili pubblici per i loro figli è violenza. Lasciare famiglie senza casa è violenza. Relegare nelle periferie degradate adolescenti figli di operai o che non hanno grandi disponibilità economiche è violenza.

Le cause della violenza dei rivoltosi vanno ricercate nella violenza delle politiche disumane e disumanizzanti adottate dai vari governi italiani, condizionate dal cosiddetto vincolo esterno.

 

Chi sono davvero i rivoltosi?

Non c’è il “soggetto inedito” evocato dal presidente Mattarella, né le interferenze maligne non convenzionali menzionate dal ministro Crosetto.

Privati delle ideologie di liberazione o salvezza, delle organizzazioni sociali o soggetti politici, i giovani rivoltosi agiscono in maniera spontanea, utilizzando i social per coordinarsi. Non hanno davanti a sé grandiosi orizzonti politici, ma obiettivi concreti: possedere quei beni status symbol che trapper e influencer celebrano, ma che il sistema gli nega.  

Le rivolte di sabato non sono affatto inedite. Sono come le Banlieue francesi, sono i riots di Londra del 2011. Adesso, dopo anni di austerity, emergenza sanitaria e guerra, sono esplose anche in Italia.

La repressione dei “leader democratici”

Lo Stato si autoassolve e anziché ascoltare le istanze di chi manifesta, cerca un capro espiatorio.

Macron, Meloni, Merz, gli stessi leader che promuovevano regime change per difendere giovani manifestanti dalla repressione in Iran, Georgia e Venezuela, hanno promesso dura repressione per i giovani manifestanti europei.   

La Francia ha imposto il coprifuoco, il governo italiano manderà 500 militari a Milano. Non militari qualsiasi. Manderà i parà della Folgore contro ragazzini dai 12 ai 17 anni. Inoltre sarà disposto un inasprimento delle pene, incluso il pagamento dei danni inferti.

Una famiglia con un reddito inferiore a 1500 euro al mese potrebbe essere costretta a ripagare i danni ad un negozio che vende borse da 5000 euro l’una.

Viviamo in un Paese in cui i governi non riescono a tutelare milioni di minori, donne e anziani. Ma mandano i reparti speciali per proteggere una borsa Louis Vuitton o Ermes.

La mappa di Netanyahu: alleanze con separatisti e tensione col mondo arabo

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha presentato una mappa del Medio Oriente allargato che mostra Israele e gli Emirati Arabi Uniti allineati con un gruppo paramilitare in Sudan, accusato di genocidio, e con diverse fazioni separatiste in Libia, Yemen e Somaliland.

La mappa, che riportava il logo dell'istituto tedesco Friedrich-Ebert-Stiftung, non ha sorpreso gli osservatori regionali, ma potrebbe rivelarsi imbarazzante per alcuni partner di Israele e alimentare forti sospetti tra i Paesi arabi.

Nel documento cartografico, Israele e gli Emirati Arabi Uniti appaiono come parte di un’"Alleanza Esagonale" insieme a Grecia, Etiopia e parte dell'India. La mappa indicava inoltre come "amica" un'ampia area del Sudan sudoccidentale, attualmente controllata dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).

Esperti delle Nazioni Unite e numerose inchieste giornalistiche — incluse quelle di Middle East Eye — hanno svelato l'ampio sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle RSF, la milizia guidata dall'ex leader dei Janjaweed, Mohamed Hamdan Dagalo, accusata di genocidio in Darfur. Gli Emirati continuano tuttavia a negare ufficialmente ogni coinvolgimento.

La presentazione della mappa si inserisce nell'illustrazione della nuova dottrina di sicurezza israeliana da parte di Netanyahu: un approccio basato su attacchi preventivi e sull'istituzione di "zone cuscinetto" lungo i confini.

"La Guerra di Redenzione ha reso necessario un aggiornamento dei principi fondamentali della dottrina di sicurezza nazionale: priorità alla prevenzione e all'offensiva rispetto a contenimento e difesa, compresi attacchi preventivi per contrastare minacce in evoluzione; rafforzamento della difesa interna e consolidamento dello status di Israele come potenza regionale", ha dichiarato l'ufficio del Premier. "Si sono create nuove opportunità per stringere alleanze nella regione e oltre."

L'“Alleanza sunnita del diamante” e i gruppi secessionisti

Ciò che colpisce è l'allineamento con gruppi secessionisti a scapito dei partner storici con cui Israele ha firmato trattati di pace: la mappa non include infatti Egitto e Giordania tra gli alleati diretti.

L'Egitto viene inserito in un’"Alleanza sunnita del diamante" assieme a Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, mentre la Giordania — il cui trattato di pace con Tel Aviv risale al 1994 — figura semplicemente come Paese "amico" di tale alleanza.

Questa visione alimenta le preoccupazioni dei critici riguardo al potenziale sostegno israeliano ai movimenti secessionisti e alla frammentazione di Stati già fragili. La mappa mostra infatti come alleati:

In Libia: Il governo orientale controllato dal generale Khalifa Haftar.

In Yemen: Il movimento separatista del Sud (ex Consiglio di Transizione Meridionale, riorganizzatosi come Consiglio di Transizione dell'Arabia Meridionale), sostenuto dagli Emirati.

In Somaliland: La repubblica separatista della Somalia, recentemente riconosciuta da Israele, dove sia Tel Aviv che Abu Dhabi hanno ampliato la propria presenza militare.

La mappa dimostra come Tel Aviv concepisca la propria sicurezza all'interno di uno scacchiere molto più ampio rispetto al solo mondo arabo: la Grecia e l'Etiopia sono definite nazioni "amiche". Quest'ultima si trova attualmente al limite di un conflitto su vasta scala con l'Eritrea, area in cui Israele mira da tempo a stabilire una base militare sul Mar Rosso.

Infine, la presentazione ha ribadito i legami strategici consolidati tra Hezbollah, gli Houthi e l'Iran, inquadrati all'interno del cosiddetto "Asse della Resistenza".

 

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Le “democrazie” europeiste e la “guerra ibrida” della Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


20 ottobre. Certo che qualcuno si aspetterebbe un po' di fantasia, anche solo una minima dose di putrido eclettismo, quel tanto per inscenare un “pensiero” diverso, o quantomeno fantasioso. Invece no: quando la direttiva è quella della guerra alla Russia, ogni occasione è buona per cercare di inculcare nell'opinione pubblica la leggenda della “mano di Mosca”, responsabile della nebbia in Valpadana e della penuria di tartufi nelle Langhe. Quando poi la crisi assume aspetti che chiamano direttamente in causa le politiche affamatrici decretate da governi parafascisti agli ordini della finanza e dell'industria di guerra, allora non ci si dà più neppure la pena di salvaguardare le apparenze del “popolo sovrano”, come ha dimostrato, con fare inquisitorio degno di un editto da ancien régime, il ministro italico della guerra Guido Crosetto.

Quando poi tocca ai media guerrafondai delineare le “linee d'azione” su cui indirizzare le coscienze, si ripropone l'ormai esausto gioco delle parti, volto comunque a un unico, medesimo obiettivo: mettere sull'attenti contro la “mano di Mosca”.

Così, in una divisione dei compiti dettata dall'unica necessità di attrarre lettori geograficamente distanti, ma accomunati dal fiero dovere di difendere i “valori liberal-europeisti” - che a questo si riducono ormai i lettori dei fogliacci padronal-militaristi – la torinese La Stampa e il milanese “Corriere della Sera” mostrano approcci “diversi”, arrivando però a una medesima conclusione: la “mano di Mosca”.

Su La Stampa, in relazione alle manifestazioni di piazza, senz'altro qualificate come «violenze», si parte dalle parole del presidente della repubblica che, alla maniera dell'oracolo di Delfi, «evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa». Non sia mai, che qualcuno immagini si possa scendere in piazza contro un governo che “lavora per il bene degli italiani”: è chiaro che, dall'esterno – o meglio: dall'estero – una mano oscura briga per distorcere le coscienze dagli “alti valori” del sostegno a Kiev. Dunque, scrivono gli articolisti, i signori Ilario Lombardi e Ugo Magri, «Zero giustificazioni per violenze “inaccettabili” e vandalismi» da parte di Mattarella, che, però, al tempo stesso avverte «delle anomalie, aspetti della protesta che non sono chiari. Vi sono, avverte, “interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”... Va elaborata, aggiunge, “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”». Chi sarebbero? Ce lo dicono, scrive La Stampa, nientepopodimeno che il ministero della Difesa – sì: il ministero della guerra; quello che decide cosa debbano pensare le masse riguardo alle armi ai nazigolpisti di Kiev – e anche i «partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa».

Ecco fatto: la “mano di Mosca”; «non c’è nulla di esplicito, sia inteso», nelle parole di Mattarella, rassicurano i signori Lombardi e Magri. E allora provvedono loro a chiarire: «quell’espressione che evoca mandanti e soggetti anonimi risuona come un allarme a prestare la massima vigilanza sulle infiltrazioni straniere. L’inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino, alle prese con l’aggressione all’Ucraina e con le minacce ai suoi alleati europei». Quando si tratta di guerra alla Russia non si possono lasciare le parole a metà: bisogna dire la “verità” fino in fondo e questo è “dovere della stampa libera”, che si interroga su “misteri” come quello di come sia «nato il passaparola sul web, cosa l’ha innescato, chi c’è dietro certe strane sigle comparse come dal nulla alla vigilia delle devastazioni». Bisogna stare molto attenti: ad esempio, com'è che nella “libera” Italia, si possa ammettere che «al tavolo convocato alla prefettura di Napoli, mentre continuano i blocchi stradali contro il caro carburante», sieda addirittura «il presidente Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, nominato console onorario dalla Federazione russa. Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista». Siamo davvero messi male, urlano a La Stampa: la “mano di Mosca” fin nel cuore degli apparati statali! Poi, dovendo in qualche modo fingere “obiettività”, sono costretti a scrivere che «Ci sono ragioni profonde di disagio che nessuno osa negare, per il caro vita e la casa diventata un miraggio di lusso per tanti»; ma, attenzione, stridono, qualcuno potrebbe approfittare di quelle «ragioni profonde». E chi, se non i perfidi “autocrati” del Cremlino, che mirano a sabotare gli angelici governi para-fascisti, così attenti ai bisogni delle masse; e quei perfidi “autocrati”, mette sull'avviso il fogliaccio torinese, stanno senz'altro rafforzando «a pochi mesi da elezioni, in Italia e in Francia, decisive per il destino dell’Europa - la propria propaganda contro l’indipendenza dell’Ucraina e contro l’Unione fondata sull’idea democratica di una società aperta e tollerante». La democrazia e la tolleranza dei manganelli, da Milano, Torino, Genova a Parigi.

A queste perle “informative” fa eco, da Milano, il Corriere della Sera, con l'intervista benevolmente concessa dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij alla signora Marta Serafini, tra i più solerti corifei de la junta di Kiev. Cos', alla «inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino» de La Stampa, dal Corriere si risponde divulgando il “verbo” del jefe de la junta: «anche l'Italia è vittima della guerra ibrida di Putin». Non ci sarebbe da aggiungere altro: dal marxengelsiano “Ein Gespenst geht um in Europa”, a la “mano di Mosca” überall in Europa. Nel catechismo zelenskiano, presentato come “intervista”, si spazia ovviamente dalle questioni di Starlink, ai rapporti con Trump, dai Patriot che mancano, alla NATO, alle amorevoli note della signora Serafini che ravvisa in Zelenskij «i segni della fatica di chi guida un Paese in guerra da più di quattro anni e mezzo» - chissenefrega delle masse ucraine, che fanno la fame, quando non riescono a fuggire da un paese ridotto in schiavitù dai nazisti agli ordini di Londra, Berlino, Parigi – dagli ammiccamenti della stessa signora sulla possibilità che Trump esca sconfitto dal voto di novembre, alle ulteriori decine di miliardi che la UE dovrebbe elargire a Kiev, fino al “lavoro comune” sulle armi evocato dal nazigolpista.

Ma, quello che qui interessa arriva dopo: alla domanda «Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Ha considerato che la propaganda russa possa sfruttare un tema così sensibile per dividere l’Europa?», ecco che il giullare nazigolpista risponde che Moskva «conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio e continuerà a farlo. Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti e in Ucraina».

Quindi la sviolinata d'obbligo: dice Zelenskij che con «Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto... L’unione europea non è perfetta. So che ad alcuni non piace neppure la parola Bruxelles. Ma quell’unione di democrazie esiste, è stata costruita e l’Ucraina vuole farne parte. Oggi quelle democrazie vanno anche difese: noi siamo tra i loro difensori. Anche i politici che dubitano di noi dovrebbero essere sicuri di voler proteggere la democrazia, la libertà, l’economia e i cittadini dei propri Paesi».

Grazie, signor Zelenskij, per augurare alle masse italiane di continuare ad avere la fascista di governo quale «guida stabile per l'Italia»; c n'é davvero tanto bisogno. Grazie, signor Zelenskij, per l'elogio di «quelle democrazie» europeiste e per il fatto che i nazigolpisti siano «tra i loro difensori».

La “democrazia” spiegata dai nazigolpisti ai popoli  che “stanno sbagliando". Manca ancora qualcosa?

La Cina invierà una delegazione alla COP31 e chiede una transizione equa per il sud globale

 

La Cina invierà una delegazione alla 31ª Conferenza delle Parti (COP31) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che si terrà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre, e promuoverà attivamente i negoziati internazionali sul clima, ha dichiarato mercoledì un funzionario del Ministero cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente. Lo ha affermato Li Gao, viceministro del dicastero titolare dell'ambiente, durante una conferenza stampa tenuta dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato. "La Cina si adopererà per garantire che il processo multilaterale sostenga e consenta a tutte le parti, in particolare ai paesi in via di sviluppo, di attuare i propri contributi determinati a livello nazionale (NDC), promuovendo così gli obiettivi dell’Accordo di Parigi attraverso azioni concrete", ha affermato il ministro. 

Li ha aggiunto che la priorità assoluta è consolidare il consenso politico sulla solidarietà e la cooperazione nell’affrontare il cambiamento climatico. La COP31 dovrebbe sostenere il multilateralismo e aderire agli obiettivi dell’UNFCCC e dell’Accordo di Parigi, nonché al principio delle «responsabilità comuni ma differenziate», inviando un chiaro segnale politico alla comunità internazionale che la transizione globale verso un’economia verde e a basse emissioni di carbonio è irreversibile.

Si dovrebbero compiere progressi anche in materia di finanziamenti per il clima. "La COP31 dovrebbe facilitare discussioni approfondite su una tabella di marcia che consenta ai paesi sviluppati di raggiungere l’obiettivo di 300 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima entro il 2035 e di triplicare i finanziamenti per l’adattamento", ha sottolineato il ministro che ha auspicato l’istituzione di meccanismi internazionali per una transizione equa, aiutando i paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, ad affrontare le sfide legate alla transizione e a ridurre il divario tra il Nord e il Sud del mondo.

"La Cina ha compiuto progressi significativi nella lotta ai cambiamenti climatici", ha affermato Li. Secondo quanto riportato nel briefing, la capacità installata di energia rinnovabile in Cina ha raggiunto i 2,455 miliardi di kilowatt nella prima metà di quest’anno, rappresentando il 60,7% della capacità totale installata di generazione elettrica del Paese. Alla fine di luglio, la capacità installata di energia solare in Cina ha superato per la prima volta quella delle centrali a carbone, rendendo l’energia solare la principale fonte di capacità di generazione elettrica del Paese. La Cina è inoltre al primo posto al mondo per la capacità installata complessiva delle unità nucleari in funzione e di quelle approvate o in costruzione.

Pechino: Il principio di “una sola Cina” è un consenso universale della comunità internazionale

La Cina apprezza il fatto che le organizzazioni internazionali competenti gestiscano le questioni relative a Taiwan in conformità con il principio di “una sola Cina”. Lo ha affermato mercoledì Zhang Han, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato, durante una conferenza stampa riportata oggi dal Global Times.  Zhang ha rilasciato queste dichiarazioni in risposta a una domanda sul fatto che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) abbia classificato la regione di Taiwan come provincia della Cina nelle sue ultime previsioni economiche, il che ha suscitato una protesta da parte delle autorità taiwanesi competenti in materia di «affari esteri», che hanno invitato il FMI a mantenere una posizione neutrale.

«Taiwan fa parte della Cina, e il principio di “una sola Cina” è una norma fondamentale che regola le relazioni internazionali e rappresenta un consenso universale della comunità internazionale. Le autorità del Partito Democratico Progressista aderiscono ostinatamente alla loro posizione separatista a favore dell’“indipendenza di Taiwan” e rifiutano di riconoscere il principio di “una sola Cina”, il che non farà altro che procurare loro umiliazione», ha affermato Zhang.

Giovani, vetri rotti e il bon ton “progressista”

 

di Pasquale Liguori

 

Lasciamo per un momento da parte i fascisti, gli aspiranti colonnelli da golpe sudamericano, i nostalgici del manganello e quanti, davanti a ogni manifestazione di insubordinazione sociale, invocano un supplemento di repressione. Non perché costituiscano un problema secondario, tutt'altro. Ma perché esiste un'altra questione, per me altrettanto insidiosa, che riguarda coloro che si riconoscono in una cultura progressista, di diritti e libertà civili, di democrazia e difesa degli ultimi. È soprattutto a loro che vorrei rivolgermi.

Sono bastate alcune vetrine infrante, qualche sassata, gli scontri nelle strade di Milano perché si mettesse in moto il consueto apparato delle condanne. Anche i possibili candidati alla guida di un futuro governo “progressista” hanno sentito il bisogno di prendere immediatamente le distanze dalle violenze, accompagnando naturalmente la riprovazione con qualche laterale riferimento alle ragioni del disagio sociale. Eh già, perché prima ne va della propria rispettabilità elettorale, poi, purché non disturbi troppo, viene concessa qualche parola a corollario delle contraddizioni materiali che hanno generato la protesta.

Eppure, mi domando quanti tra questi rigorosi custodi della civiltà democratica abbiano letto i documenti che circolano tra quei giovani liquidati come facinorosi, maranza, minorenni irresponsabili e apprendisti delinquenti. Mi riferisco, in particolare, al manifesto del Movimento 17 Ottobre, che meriterebbe ben altra attenzione rispetto alla cronaca ossessionata dalle devastazioni. Vi si trovano considerazioni sulla crisi della rappresentanza politica, sulla trasformazione delle piazze in luoghi di formazione della coscienza collettiva, sull'organizzazione decentrata e sull'esperienza dei movimenti popolari di diversi continenti. Non un trattato compiuto di teoria politica, certamente; con semplificazioni e passaggi discutibili. Ma una riflessione rilevante, testimonianza di un'elaborazione politica che, seppur sintetica, è di gran lunga più articolata di quanto riverberato nelle caricature televisive.

Questi giovani non chiedono semplicemente di essere ascoltati. Contestano le forme stesse attraverso le quali la politica istituzionale pretende di rappresentarli, amministrarli e, all'occorrenza, neutralizzarli. Non si limitano alla richiesta di qualche concessione da ottenere da parte di chi governa, ma mettono totalmente in discussione il tavolo al quale dovrebbero sedersi. È una posizione che può essere interrogata nelle sue possibilità e nei suoi limiti. Sarebbe però necessario, per farlo, riconoscerle preliminarmente una dignità politica. Ed è precisamente questo riconoscimento che manca da parte delle tante anime belle di queste ultime ore che ben vedrei integrate nella marcia ordinata, rispettabile dei quarantamila colletti bianchi FIAT dell'ottobre 1980, che contribuì a sancire la sconfitta di una delle più importanti vertenze operaie del dopoguerra. Oppure, più recentemente, nella mobilitazione delle cosiddette madamine “Sì TAV”, espressione di quella società civile nella quale gli interessi dello sviluppo capitalistico e della competitività territoriale riescono agevolmente a presentarsi come interessi universali.

Vicende storicamente diverse, vero. Ma con una continuità politica, perché la rispettabilità delle forme non dice nulla, di per sé, del contenuto sociale di una mobilitazione. Una piazza può essere impeccabilmente pacifica e contribuire al consolidamento di rapporti di dominio; un'altra può essere attraversata da contraddizioni e disordini senza che per questo le ragioni della sua esistenza risultino politicamente insignificanti. Non è difficile immaginare, almeno sul piano delle affinità culturali e delle concezioni dell'ordine sociale, dove una parte consistente dell'attuale “progressismo” ztl avrebbe trovato più facilmente la propria collocazione.

Ma c'è una questione ancora più grave, che rende quasi grottesca questa improvvisa sensibilità verso la violenza.

Attraversiamo anni nei quali un intero popolo è sottoposto a una distruzione sistematica, fino al genocidio. Abbiamo assistito alla devastazione di Gaza, alla distruzione di ospedali, scuole e abitazioni, alla fame imposta come condizione di esistenza, alla morte di un numero spaventoso di civili, testimoniando una soglia di tolleranza ben più elevata rispetto al grido di disgusto e indignazione indotto dalla pressione mainstream per i vetri rotti nell'enclave del lusso sfrenato.

Viene perciò spontaneo domandarsi quale idea della violenza e, soprattutto, quale gerarchia della vita umana presieda al giudizio politico. Com'è possibile che una vetrina infranta produca tanta sollecitudine morale, tanta urgenza di prendere le distanze, tanta enfasi sulla necessità di ristabilire l'ordine, mentre la distruzione di un popolo è stata accompagnata da un'ininterrotta litania di distinguo, appelli e manifestazioni incapaci di imporre alle classi dirigenti una responsabilità all'altezza degli eventi?

Rompere una vetrina non è, per definizione, un atto rivoluzionario, e aggredire una persona non diventa emancipatore perché avviene durante una manifestazione. Ma la riprovazione morale dell'episodio specifico non può sostituire l'analisi dei rapporti sociali. Una società che riconosce senza esitazione la violenza quando viene colpita la proprietà, ma fatica a riconoscere quella che innerva le proprie istituzioni e gli interessi finanziari, rivela una struttura morale fatiscente.

E veniamo all'altra faccia della questione, forse la più dolorosa: dove sono gli “adulti”?

Dove sono coloro che dovrebbero trasmettere una memoria delle lotte, una conoscenza dei rapporti di classe, una capacità di organizzazione collettiva? Quanti sono ancora disposti a mettere in discussione qualcosa della propria esistenza, delle proprie abitudini, della propria sicurezza materiale per intervenire realmente nei conflitti che attraversano la società?

Una parte considerevole del mondo adulto “progressista” sembra avere sostituito la pratica politica con il consumo della politica. Si informa con il telegiornale di Mentana, perfeziona la propria coscienza democratica nel salottino di Otto e mezzo, assiste alle interminabili dispute di Floris, alle inchieste di Formigli, ai bizantinismi culturali di Augias, e finisce persino per essere indulgente con se stesso, convinto di coltivare un improbabile residuo di spirito controcorrente attraverso Propaganda Live.

È il progressismo della buona coscienza, dei piccoli gesti simbolici elevati a testimonianze sufficienti di impegno, del sudario appeso al balcone, delle lampadine accese e spente a intermittenza, delle grandi manifestazioni celebrate per la loro imponenza numerica e poi abbandonate senza una prospettiva organizzativa. È il progressismo da sardine, con capipopolo improvvisati, con l'antifascismo ridotto a etichetta di una propria superiorità morale, salvo tornare, terminato il rito collettivo, nel tepore dei piccoli privilegi e autoritarismi della vita quotidiana.

Il capitalismo contemporaneo ha precarizzato sì il lavoro e mercificato l'esistenza, ma ha anche contribuito a separare la coscienza critica dalla capacità collettiva di trasformazione, fino a rendere perfettamente compatibili l'indignazione permanente e l'accettazione pratica dell'ordine esistente.

Dentro questa separazione sono cresciute generazioni alle quali è stato sottratto non soltanto un futuro economicamente sostenibile, ma anche un patrimonio organizzativo e conflittuale, una tradizione politica vivente. Quando poi una parte di questi giovani prova a ricominciare, magari con strumenti ancora insufficienti, magari commettendo errori, gli adulti che hanno smesso da tempo di mettere in discussione il mondo si affrettano a impartire lezioni di comportamento.

Il vero scandalo non sono i giovani che non sanno ancora come cambiare il mondo, ma gli adulti che hanno imparato perfettamente come abitarlo senza cambiarlo.

Un quadro di riferimento per la pace in Ucraina (di Jeffrey Sachs)

 

 

Pubblichiamo la traduzione dell'ultimo articolo del Prof. Jeffrey Sachs che enuncia quella che definisce lui stesso come una proposta di accordo "concepita per contribuire a porre fine a un conflitto che è costato centinaia di migliaia di vite e comporta un rischio costante di scontro — affronta le cause della guerra anziché limitarsi a neppur solo ai suoi sintomi."


di Jeffrey D. Sachs | 20 ottobre 2026 | Common Dreams


La guerra in Ucraina può essere conclusa in modo definitivo a condizioni che tutelino la sovranità dell’Ucraina, rispondano alle preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e gettino le basi per un ordine di sicurezza europeo duraturo. Mentre in Norvegia si avvia un nuovo ciclo di negoziati, propongo un accordo concluso come pacchetto unico, firmato dall’Ucraina e dalla Russia, adottato con voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capitolo VII della Carta e garantito congiuntamente dai cinque membri permanenti del Consiglio insieme ad altri Stati che decidano di aderirvi. La proposta si basa sul principio della sicurezza indivisibile sancito dall’Atto finale di Helsinki e dalla Carta di Parigi.

Il pacchetto prevedrebbe quattro impegni fondamentali.

 

Il primo è la neutralità permanente dell’Ucraina, sancita da una legge costituzionale sul modello della legge austriaca del 1955, che riporterebbe l’Ucraina alla scelta fondante della sua Dichiarazione di sovranità statale del 1990. L’Ucraina non aderirebbe ad alcuna alleanza militare né ospiterebbe basi o forze straniere, siano esse della NATO, dell’Unione Europea, dei loro Stati membri o della Russia. La neutralità non comporterebbe il disarmo e l’Ucraina manterrebbe forze armate per la propria difesa.

Il secondo è che l’Ucraina perseguirebbe la propria candidatura all’adesione all’Unione Europea in qualità di Stato permanentemente neutrale, con un protocollo di neutralità nel proprio trattato di adesione sul modello di quello irlandese, e la Russia affermerebbe che l’adesione dell’Ucraina all’UE è compatibile con la sicurezza della Russia.

Il terzo punto è una linea di armistizio tracciata lungo la linea di contatto alla data della firma. Ciascuna parte eserciterebbe la giurisdizione de facto sul proprio lato della linea, nessuna delle due riconoscerebbe le rivendicazioni territoriali dell’altra ed entrambe rinuncerebbero all’uso della forza in qualsiasi futuro adeguamento. Questa formula è compatibile con le costituzioni di entrambi i paesi, che vietano o limitano severamente la cessione di territorio.

La quarta opzione è la fine dell’allargamento della NATO verso est. Al momento della firma, il Consiglio del Nord Atlantico dichiarerebbe che la NATO non ammetterà l’Ucraina né altri nuovi membri nell’Europa orientale o nel Caucaso meridionale, ritirando l’impegno di Bucarest del 2008.

 

L’accordo entrerebbe in vigore come cessazione definitiva delle ostilità al momento della firma, non come cessate il fuoco temporaneo, e le sue disposizioni sarebbero attuate per fasi sotto verifica internazionale. Nessun elemento sarebbe negoziato isolatamente e a nessuna parte verrebbe chiesto di fare concessioni prima della firma.

Gli accordi territoriali sono concepiti per rispondere alle preoccupazioni e alle rivendicazioni di entrambe le parti. Le forze ucraine si ritirerebbero dalla parte della regione di Donetsk attualmente controllata dall’Ucraina, che diventerebbe una zona speciale smilitarizzata. Le forze russe non vi entrerebbero, l’attuale amministrazione civile locale continuerebbe a funzionare e il suo status definitivo sarebbe oggetto di negoziazione. La Russia si ritirerebbe dalle aree che controlla nella regione di Dnipropetrovsk e dalla penisola di Kinburn. Una zona di sicurezza settentrionale verrebbe smilitarizzata su entrambi i lati del confine russo-ucraino, e le forze russe lascerebbero le aree che controllano nelle regioni di Kharkiv e Sumy man mano che le forze ucraine si ritirano dalla loro parte. La centrale nucleare di Zaporizhzhia rimarrebbe sotto il controllo russo con la supervisione di sicurezza dell’AIEA e venderebbe all’Ucraina una quota concordata della propria energia elettrica al prezzo di costo.

Una fascia smilitarizzata si estenderebbe lungo entrambi i lati della linea di armistizio, con le armi pesanti e i sistemi d’attacco a lungo raggio ritirati a distanze concordate, e nelle regioni di confine di entrambe le parti verrebbero applicati limiti massimi reciproci alle forze presenti. Nel Mar Nero e nel Mar d’Azov, la navigazione commerciale sarebbe libera per tutti i porti ucraini e russi, e sarebbero vietati gli attacchi alle navi e ai porti.

La soluzione in Ucraina dovrebbe anche avviare il ripristino della sicurezza europea nel suo complesso. La NATO e la Russia concorderebbero una moratoria sui missili a medio raggio lanciati da terra in Europa, si asterrebbero dal dispiegare armi nucleari in qualsiasi altro Stato e ripristinerebbero il Consiglio NATO-Russia. Verrebbero ripristinate normali relazioni diplomatiche da entrambe le parti. Le parti convocherebbero il primo vertice dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa dal 2010 per affidare all’OSCE il monitoraggio della soluzione, la verifica dei limiti alle armi e la supervisione delle disposizioni in materia di diritti.

Le questioni relative alla lingua, all’istruzione, alla cultura e alla religione verrebbero risolte secondo gli standard europei, con la lingua russa trattata alla stregua delle altre lingue minoritarie dell’Ucraina, e la Russia accetterebbe gli stessi obblighi nei confronti dei parlanti ucraini e delle comunità religiose presenti sul proprio territorio. Tutti gli obblighi relativi all’estremismo e all’istigazione sarebbero reciproci e monitorati dall’OSCE. I prigionieri di guerra verrebbero scambiati secondo il principio «tutti contro tutti», i civili detenuti verrebbero rilasciati e i bambini separati verrebbero ricongiunti alle loro famiglie.

Le sanzioni verrebbero revocate nel corso del 2027. Verrebbero inoltre sbloccati i beni sovrani russi congelati e verrebbero restituite le proprietà private sequestrate o congelate da entrambe le parti. Un fondo internazionale per la ricostruzione, amministrato dalla Banca europea per gli investimenti, finanzierebbe la ricostruzione su entrambi i lati della linea di confine, con contributi da parte di tutte le parti, Russia inclusa, nell’ambito di uno sforzo comune piuttosto che a titolo di riparazioni. Il transito del gas attraverso l’Ucraina potrebbe riprendere ovunque vi siano acquirenti disposti ad acquistarlo, senza alcun impegno da parte dell’Unione europea ad acquistare gas russo.

Una segnalazione di grave violazione da parte di una missione di monitoraggio dell’OSCE composta da osservatori disarmati provenienti da Stati non membri della NATO darebbe luogo a consultazioni tra i garanti e al deferimento al Consiglio di Sicurezza. L’Ucraina revocerebbe la legge marziale e terrebbe elezioni sotto l’osservazione dell’OSCE, e la Verkhovna Rada neoeletta ratificherebbe l’accordo e adotterebbe la legge costituzionale sulla neutralità, mentre l’Assemblea Federale russa lo ratificherebbe nella stessa fase.

La proposta di accordo affronta le cause della guerra piuttosto che limitarsi ai suoi sintomi. L’Europa è stata in gran parte assente dalla definizione della pace. Proponendo un quadro di questo tipo, i governi europei possono assumere un ruolo guida nella costruzione della sicurezza indivisibile dell’Europa e contribuire a porre fine a una guerra che è costata centinaia di migliaia di vite e comporta un rischio costante di scontro tra potenze nucleari.

Fonte: https://www.commondreams.org/opinion/framework-for-peace-in-ukraine

 

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