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Europa e Cina faccia a faccia. Parte la trattativa sul deficit

8 October 2026 at 16:00

L’aereo è atterrato, il portellone si è aperto e Maros Sefcovic, commissario europea al commercio, è sceso. Da quel momento è iniziata la delicata, anzi delicatissima, missione che potrebbe portare Cina ed Europa a una tregua commerciale che, nei fatti, converrebbe a tutti e due. Per il Dragone, per esempio, rinunciare al più grande e variopinto spazio economico del mondo, mezzo miliardo di individui, sarebbe un gran bel problema. Specialmente dopo la chiusura semi-ermetica del mercato americano. L’Europa, da parte sua, ne ha abbastanza della concorrenza sleale cinese, tutta sussidi e steroidi. Bruxelles è pronta ad alzare nuovi muri, aumentando l’ansia di Pechino. Per tutte queste due ragioni, un’intesa che freni la prepotenza commerciale e la forza muscolare della Cina da una parte e salvaguardi l’export made in China dall’altra, conviene ad ambo le parti.

“Primo giorno in Cina, con un obiettivo: iniziare a riequilibrare il nostro deficit commerciale insostenibile con la Cina”, ha scritto sui social media Sefcovic, prima di sbarcare nella Repubblica popolare. Riferendo di aver incontrato nell’immediato i rappresentanti delle imprese europee presenti in loco, le quali, a suo dire, chiedono di migliorare l’accesso al mercato cinese. Certo, le discussioni debbono ancora entrate nel vivo e con ogni probabilità i primi verdetti arriveranno nelle prossime ore, quando Segovic parteciperà alla riunione sul commercio con il ministro cinese Wang Wentao.

E di sicuro sul tavolo c’è l’ipotesi anticipata da Bloomberg di limitare le vetture ibride in arrivo dalla Cina, un test generale che la Commissione potrebbe estendere ad altri settori strategici. La missione segue la lettera congiunta inviata a Bruxelles da Emmanuel Macron e Friedrich Merz, nella quale Parigi e Berlino chiedono poteri speciali per escludere d’urgenza le imprese cinesi dal mercato unico in presenza di distorsioni competitive. Le misure di salvaguardia consentiranno così all’Ue di limitare l’ingresso di prodotti di un determinato settore qualora si registri un’impennata delle importazioni nel blocco. Uno degli strumenti a disposizione della Commissione è l’applicazione di contingenti tariffari, che prevedono un prelievo sulle importazioni eccedenti un certo volume.

Naturalmente, la Commissione intende utilizzare il caso delle auto ibride come banco di prova: se l’iniziativa dovesse avere successo, potrebbe essere replicata in altri settori in cui il blocco rileva squilibri commerciali. Un obiettivo chiave dell’Ue sarebbe quello di mantenere il tetto alle importazioni di vetture ibride a un livello tale da evitare ritorsioni da parte di Pechino, hanno affermato le fonti. Una mossa a cui sta lavorando la Commissione europea va nel tentativo di ridurre il deficit commerciale europeo. Per parte cinese, la parola d’ordine è comunque dialogo. Pechino “ha sempre ritenuto che mantenere una cooperazione aperta e risolvere le divergenze economiche e commerciali attraverso il dialogo e consultazioni su un piano di parità sia nell’interesse comune della Cina e dell’Unione europea”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning durante la conferenza stampa quotidiana. Ma la verità è che la palla ce l’hanno Sefcovic e Wentao.

Più potere agli elettori, più stabilità ai governi. Pagano spiega la nuova legge elettorale

8 October 2026 at 16:00

La legge elettorale arriva al traguardo dopo un percorso parlamentare lungo e articolato, segnato da audizioni, modifiche e un confronto serrato tra maggioranza e opposizioni. Una riforma che punta a ridisegnare il rapporto tra rappresentanza e governabilità, mettendo al centro il voto degli elettori e la possibilità di tradurlo in una maggioranza parlamentare capace di sostenere un governo.

È proprio sul rapporto tra voto, stabilità e responsabilità politica che si concentra la lettura di Nazario Pagano, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera e tra i protagonisti dell’iter parlamentare della riforma. Un percorso che, sottolinea, ha comportato un confronto particolarmente ampio, con numerose audizioni e modifiche al testo anche alla luce delle osservazioni delle opposizioni.

Presidente Pagano, che significato ha per lei, da presidente della Commissione Affari costituzionali, l’approvazione della nuova legge elettorale?

Per me è motivo di grande soddisfazione. Parliamo di una legge di straordinaria importanza, quasi di livello costituzionale per il rilievo che assume nel funzionamento del nostro sistema. È stata una delle leggi elettorali più discusse e approfondite dal Parlamento. Abbiamo svolto tantissime audizioni, anche richiamando soggetti già ascoltati, e il confronto è proseguito fino alle fasi successive dell’esame. Sono state accolte anche diverse richieste avanzate dalle minoranze.

Qual è, a suo giudizio, la novità politica più importante dell’impianto?

È una riforma di sistema. Superiamo l’impianto misto e costruiamo un meccanismo nel quale la componente proporzionale resta centrale nell’attribuzione dei seggi, ma viene affiancata da un premio di maggioranza destinato a chi raggiunge una determinata soglia. L’obiettivo è tenere insieme rappresentanza e governabilità.

Lei sostiene che questa legge possa cambiare il rapporto tra elettore e governo. In che modo?

Il punto è proprio questo. Con questa legge l’elettore viene responsabilizzato rispetto al futuro del Paese. Attraverso il voto sceglie la forza politica, la coalizione e, attraverso l’indicazione preventiva, anche chi è chiamato a guidare il governo. Naturalmente restano intatte le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del governo. Ma il cittadino, quando entra nell’urna, avrà davanti un quadro politico più chiaro.

È anche una risposta alla crescente astensione?

Credo possa esserlo. Per troppo tempo abbiamo dato agli elettori la sensazione che il loro voto non fosse sufficiente a determinare l’esito politico. Poi, dopo le elezioni, si potevano creare maggioranze attraverso accordi parlamentari e di Palazzo. Questo ha contribuito ad allontanare una parte dei cittadini dalla politica. Se invece il voto produce una scelta più leggibile, si restituisce centralità alla partecipazione.

Lei pensa dunque che la stagione dei governi costruiti dopo il voto debba considerarsi superata?

Quella stagione non può più rappresentare il modello ordinario. Penso, per esempio, all’esperienza di Giuseppe Conte: una figura che, prima di diventare presidente del Consiglio, era sostanzialmente sconosciuta alla maggioranza degli elettori e non aveva avuto un’esperienza parlamentare. Non voglio esprimere un giudizio sulla persona o sui governi che ha guidato. Dico che quel meccanismo dimostra quanto possa essere distante il voto dalla successiva formazione dell’esecutivo.

Il premio scatta sopra il 42 per cento. Perché avete individuato proprio quella soglia?

Perché sotto il 42 per cento riteniamo corretto non attribuire alcun premio e lasciare che i seggi vengano distribuiti secondo il principio proporzionale. È una soglia che serve a garantire che il premio sia collegato a un consenso elettorale significativo. Se nessuna coalizione raggiunge quel risultato, non si forza l’esito del voto.

Le opposizioni contestano proprio il premio e parlano di possibili profili di incostituzionalità. Cosa risponde?

Ritengo che queste accuse siano prive di fondamento. Il testo è stato costruito tenendo conto dei principi costituzionali e dell’evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale, comprese le sentenze del 2014 e del 2017. Abbiamo lavorato proprio per mantenere un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il premio non è sganciato dal consenso, perché è subordinato al raggiungimento della soglia.

Resta però una domanda: come si concilia il principio proporzionale con l’obiettivo dichiarato di assicurare una maggioranza di governo?

È esattamente il punto di equilibrio che abbiamo cercato. I parlamentari vengono eletti sulla base dei voti ottenuti, quindi il principio proporzionale resta fondamentale. Il premio interviene soltanto quando una coalizione supera la soglia prevista. In quel caso l’obiettivo è trasformare una maggioranza elettorale in una maggioranza parlamentare capace di governare.

E qui arriva il tema della stabilità. È davvero possibile garantire governi più longevi attraverso una legge elettorale?

Una legge elettorale non può garantire da sola la durata di un governo. Può però creare le condizioni perché la maggioranza uscita dalle urne sia più chiara e coerente. È ciò che accade, con caratteristiche diverse, nei sistemi comunali e regionali: chi vince dispone di una maggioranza e assume la responsabilità di governare. Questo rafforza anche la credibilità internazionale del Paese, perché gli interlocutori esterni sanno con chi confrontarsi e per quanto tempo.

Alla fine, dunque, la parola chiave di questa riforma è responsabilità?

Sì. Responsabilità dell’elettore, innanzitutto, ma anche responsabilità della politica. Se chiediamo ai cittadini di scegliere, dobbiamo poi fare in modo che quella scelta abbia una conseguenza politica riconoscibile. È questo, in fondo, il senso della riforma: rendere più diretto e comprensibile il rapporto tra il voto, la maggioranza parlamentare e il governo del Paese.

Ungheria, cosa rivelano i documenti interni di Rosatom su Pak II

8 October 2026 at 16:00

Il progetto della centrale nucleare di Paks II, nato dall’accordo firmato nel 2014 dal governo di Viktor Orbán e principale investimento energetico russo nell’Unione europea, torna ancora una volta sotto i riflettori. Secondo documenti interni a cui ha avuto accesso Politico, Rosatom avrebbe infatti preparato in segreto la rottura con Orgenergostroy, uno dei subappaltatori chiave del cantiere, mentre in pubblico continuava a difenderne l’operato.

Le carte mostrano che nel 2025 Rosatom avrebbe versato a Orgenergostroy circa 57 milioni di euro in anticipi per lavori non ancora eseguiti, mentre la società moscovita risultava debitrice di circa 10,6 milioni verso subappaltatori ungheresi. Il tutto sullo sfondo di uno scandalo di corruzione in Russia, in cui un dirigente di Orgenergostroy è stato accusato di aver corrotto un manager di Rosatom, poi condannato a dodici anni.

Quando, alla fine del 2024, l’azienda ha iniziato a licenziare personale a Paks, Rosatom ha assicurato ai media ungheresi la continuità dei lavori. Nei mesi successivi, però, l’amministratore delegato Alexei Likhachev avrebbe autorizzato i preparativi per rescindere i contratti con Orgenergostroy su tutti i progetti del gruppo, come risulta da un verbale del dicembre 2025. Le stime interne prevedevano un ritardo di tre o quattro mesi e un aggravio di quasi il 20% sui circa 170 milioni di euro di lavori residui.

Rosatom ha definito i documenti “superati”, sostenendo che i problemi sono stati risolti, ma non ha chiarito se gli anticipi abbiano prodotto i lavori previsti, se i creditori ungheresi siano stati pagati né perché la rottura non sia avvenuta. Orgenergostroy non ha risposto alle richieste di commento. Tra le carte figura anche l’email di un manager di Rosatom che contesta le rassicurazioni del presidente russo Vladimir Putin sul rispetto degli impegni russi all’estero (come ad esempio quello in Egitto, o i casi di Turchia e Bangladesh).

Le rivelazioni su queste incongruenze interne sono solo l’ultimo episodio di una serie di problematiche legate al progetto Paks II. E arrivano mentre il nuovo premier Péter Magyar ha avviato una revisione del progetto, contestandone i legami con Mosca e il costo di 12,5 miliardi di euro. Tutti piccoli tasselli che suggeriscono un rallentamento dell’espansione di Rosatom sul piano internazionale, dopo alcuni anni di relativi successi (soprattutto nel continente africano).

Peste, laboratori e trasparenza. Il caso Irkutsk e le domande ancora aperte

8 October 2026 at 15:42

La notizia arriva dalla Siberia e riporta alla memoria paure che credevamo, almeno in parte, di aver lasciato al passato. Una ricercatrice dell’Istituto antipeste di Irkutsk è morta dopo aver sviluppato una grave polmonite. Le prime ricostruzioni hanno sollevato il sospetto di un possibile incidente di laboratorio e di un’infezione da Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. Le autorità russe hanno escluso, finora, evidenze di contagio riconducibili agli agenti patogeni studiati nell’istituto, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto ulteriori informazioni per chiarire le circostanze della morte.

Ma al di là delle ricostruzioni, ancora da verificare, la vicenda solleva interrogativi che meritano attenzione. Che cosa accade quando si lavora quotidianamente con microrganismi potenzialmente letali? Quali misure di sicurezza vengono adottate? E soprattutto, quanto sappiamo delle attività che si svolgono all’interno di questi laboratori?

La peste, un nemico conosciuto

La Yersinia pestis è un batterio Gram-negativo che, nonostante il suo terribile passato, può essere trattato efficacemente con diversi antibiotici, a condizione che la terapia venga avviata tempestivamente. La streptomicina ha rappresentato storicamente uno dei principali trattamenti, affiancata oggi da altre opzioni come gentamicina, ciprofloxacina, levofloxacina e doxiciclina. La rapidità della diagnosi e dell’intervento resta determinante, soprattutto nelle forme più gravi.

La peste, infatti, può manifestarsi in forme differenti. Quella bubbonica, la più conosciuta, provoca febbre elevata, debolezza e il caratteristico ingrossamento doloroso dei linfonodi. La forma polmonare interessa invece l’apparato respiratorio, con sintomi che possono aggravarsi rapidamente, mentre quella setticemica coinvolge il sangue e può determinare shock e gravi alterazioni della coagulazione.

Insomma, oggi conosciamo il batterio, sappiamo come riconoscerlo e disponiamo di strumenti terapeutici efficaci. Come è possibile, allora, che un’eventuale esposizione professionale possa sfuggire ai controlli o non essere individuata abbastanza rapidamente? Naturalmente, prima di rispondere bisognerebbe conoscere le reali circostanze dell’accaduto.

Quando il rischio nasce in laboratorio

Non sarebbe, del resto, la prima volta che un laboratorio diventa il luogo di origine di un’emergenza infettiva. Nel 1967, tra Marburgo e Francoforte, in Germania, e Belgrado, nell’allora Jugoslavia, si verificarono alcuni focolai legati al contatto con scimmie verdi africane importate dall’Uganda e utilizzate per attività di laboratorio. Il virus, fino ad allora sconosciuto, provocò 31 casi e sette decessi. Fu così che il mondo conobbe la malattia da virus Marburg.

Gli incidenti biologici, dunque, non sono una novità. E non lo è neppure la possibilità che agenti patogeni vengano impiegati per scopi diversi dalla ricerca scientifica.

Basta tornare all’autunno del 2001, poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre. Negli Stati Uniti, lettere contenenti spore di antrace provocarono 22 casi di infezione e cinque morti. Anche l’Italia visse settimane di allarme, tra buste sospette, polveri bianche e segnalazioni che si rivelarono infondate. Ricordiamo bene quella psicosi collettiva: bastava una busta contenente farina o borotalco per far scattare l’allarme. Nel nostro Paese non si verificarono infezioni riconducibili agli attentati, ma fu sufficiente la percezione del rischio a generare paura e incertezza.

La ricerca e i suoi interrogativi

Da Marburgo all’antrace, fino agli interrogativi sollevati dalla vicenda siberiana, abbiamo forse scoperto l’acqua calda? Sappiamo da decenni che esistono laboratori nei quali vengono studiati virus e batteri altamente pericolosi, anche attraverso tecniche avanzate di manipolazione genetica. Molte di queste ricerche sono essenziali per comprendere i meccanismi delle malattie, sviluppare vaccini, individuare nuove terapie e prepararci a possibili emergenze sanitarie.

Ma il punto è un altro. Chi controlla queste attività? Chi stabilisce fino a dove sia possibile spingersi? E quali garanzie abbiamo che conoscenze e tecnologie sviluppate per proteggere la salute umana non possano essere utilizzate anche per finalità differenti?

Il confine sottile tra scienza e sicurezza

Non possiamo ignorare che la storia abbia già conosciuto programmi di sviluppo di armi biologiche. Né possiamo fingere che il confine tra ricerca civile e possibili applicazioni militari sia sempre così netto. Questo, naturalmente, non significa che ogni laboratorio che studia agenti patogeni pericolosi nasconda attività illecite. Significa però riconoscere che alcune conoscenze scientifiche possono prestarsi a un duplice utilizzo, benefico o dannoso, e che proprio per questo la responsabilità di chi le produce e di chi le controlla è enorme.

C’è poi il problema della segretezza. È comprensibile che determinate informazioni debbano essere protette per ragioni di sicurezza. Ma la riservatezza non può diventare un alibi per sottrarsi alla verifica, soprattutto quando un incidente, reale o presunto, solleva preoccupazioni per la salute pubblica. La sicurezza biologica ha bisogno di regole, controlli indipendenti, trasparenza e cooperazione internazionale.

La fiducia non può essere cieca

Da scienziato, vorrei continuare a credere che la ricerca su virus e batteri pericolosi sia orientata principalmente alla tutela della salute, alla sperimentazione di nuove cure e allo sviluppo di vaccini. Forse sono un inguaribile amante dell’essere umano, ancora fiducioso nella sua natura. Ma la fiducia nella scienza non deve tradursi in una fiducia cieca nei confronti di chiunque la utilizzi.

E allora ben vengano la ricerca, l’innovazione e persino gli esperimenti più complessi, quando necessari e giustificati. Purché siano accompagnati da responsabilità, verifiche e garanzie adeguate.

Perché alla fine di tutto, resta sempre e solo la sicurezza.

WSense porta le comunicazioni subacquee nel polo di Fincantieri

8 October 2026 at 15:26

A luglio Fincantieri aveva annunciato accordi per acquisire la maggioranza di Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm, con un esborso iniziale di circa 600 milioni di euro. Il progetto punta a riunire otto società e circa 1.500 professionisti in un polo integrato della subacquea, con ricavi pro-forma attesi oltre 1,1 miliardi nel 2026.

A tre mesi di distanza, WSense dà per avvenuto l’ingresso di Fincantieri come azionista di maggioranza. La scale-up, nata dalla ricerca della Sapienza Università di Roma, mantiene autonomia e continuità manageriale e porta nel gruppo tecnologie proprietarie per le comunicazioni wireless subacquee e l’Internet of Underwater Things.

Il ruolo di WSense nel polo underwater

La società utilizza onde acustiche multifrequenza e tecnologie ottiche wireless per collegare sensori e mezzi robotici sott’acqua. Conta oltre 80 ingegneri e ricercatori e ha uffici in Italia, Norvegia e Regno Unito.

Chiara Petrioli, ceo e co-founder di WSense, lega l’operazione alla costruzione del nuovo perimetro industriale. “L’ingresso di Fincantieri apre per WSense una nuova fase, ma soprattutto rende concreto un modello di polo industriale underwater basato sull’integrazione verticale e sulla collaborazione tra realtà che mantengono autonomia, competenze e identità imprenditoriale”.

Per Fincantieri, WSense aggiunge le comunicazioni subacquee a un’offerta che il piano di luglio vuole estendere dai mezzi unmanned ai servizi offshore. Pierroberto Folgiero, amministratore delegato del gruppo, ha collegato l’operazione all’obiettivo di “favorire l’incontro tra tecnologia e mercato e contribuire alla costruzione di una filiera underwater d’eccellenza”.

Dalla Sapienza alla scala industriale

Prima dell’ingresso di Fincantieri, WSense era cresciuta con investitori italiani e internazionali, con CDP Venture Capital tra i soggetti che ne hanno sostenuto lo sviluppo.

Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza, ha richiamato il percorso della società. “Sei anni fa parlavamo del potenziale dell’università e della possibilità di trasformare la ricerca in innovazione e impresa. Oggi la storia di WSense dimostra concretamente che questo può accadere: quando l’ecosistema universitario viene correttamente stimolato e sostenuto, la ricerca può trasformarsi in un’impresa capace di crescere e competere a livello internazionale”.

Con Fincantieri azionista di maggioranza, WSense dovrà ora integrare le proprie tecnologie nel polo underwater del gruppo mantenendo l’autonomia operativa prevista dall’operazione.

Perché il discorso di Rubio sull’Acropoli riguarda tutto l’Occidente

8 October 2026 at 15:02

“L’Occidente si trova a un bivio: il prossimo decennio determinerà se manterrà il suo posto al vertice del mondo o si accontenterà di un futuro di declino, sottomissione e indebolimento”. Il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha scelto la collina della Pnice, dinanzi all’Acropoli, per un discorso che evidentemente non era rivolto solo alla Grecia di oggi, pur celebrando quella di ieri. La Pnice infatti, non solo si trova a strapiombo sull’antica agorà, ma era la sede dell’ecclesia, l’assemblea dei cittadini ateniesi. Per cui quelle parole pronunciate da Rubio sono un monito per il futuro occidentale, in un frangente internazionale in cui le pressioni economiche della Cina da un lato e quelle belliche di Iran e Russia dall’altro rappresentano il nocciolo delle nuove sfide. “Scegliamo di rafforzare il nostro Paese, senza scuse, di riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche, di reindustrializzare la nostra economia, di ricostruire le nostre difese e di puntare al predominio nelle tecnologie e nei settori del futuro”.

Ecco il primo punto: le catene, i commerci, le materie prime, la scienza. Non è un caso che Rubio, al di là di tutti i riferimenti all’antica Grecia, ha inteso fare puntuali riferimenti a dossier strategici, che però è lecito ammettere fino ad oggi sono stati sottovalutati dall’occidente, in primis quello sulla terre rare (non a caso gli Usa hanno voluto riequilibrare la partita con la Pax Silica). Prima però Rubio aveva ripreso il filo della storia, ricordando che la Grecia è impressa nell’architettura del governo americano, nelle imponenti colonne e nei monumenti che adornano la capitale. “Gli antichi Greci sembrano esercitare un potere quasi mistico sulla nostra memoria. Ci invitano a tornare a loro ancora e ancora”, ha insistito, come per mescolare passato e futuro.

“Atene ci ha donato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno donato la filosofia. Ad Atene abbiamo assistito alla prima espressione completa di ciò che è venuto a definire l’Occidente”, ha aggiunto, sottolineando un altro elemento che si aggiunge alla lunga schiera “di prospettiva”.

Quando il ministro egli Esteri Usa dice che per gli antichi greci la ricerca dell’eccellenza era il principio cardine dell’esistenza umana e che coloro che costruirono il Partenone guardavano in alto (perché credevano che la più alta ambizione fosse quella di superare tutti gli altri, di sforzarsi di essere i migliori) tocca il punto centrale dello sviluppo futuro. L’occidente, e quindi anche l’Ue, deve cambiare angolo di visuale per ricostruire”Esistono grandi rovine in tutto il mondo. In molti casi, si tratta di luoghi in cui la Storia sembra essersi esaurita, vestigia di civiltà lontane scomparse da tempo dalla memoria collettiva. Ma l’Acropoli è diversa”, ha affermato.

Per poi entrare nel cuore del dibattito futuro quando ha detto di credere che l’Europa possa “risvegliarsi dal suo lungo sonno e riaccendere la fiamma che fu accesa qui millenni fa”.

Vi racconto la strategia italiana sull’Artico. L’analisi del gen. Di Somma

8 October 2026 at 13:44

Il libro bianco sull’Artico del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa Rauti terrà il 29 ottobre. Li, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti. Lo dice a Formiche.net il generale Carlo Di Somma, presidente del Comitato di Indirizzo Interforze per gli ambienti Artico, Sub-Artico e Antartide, a margine della Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs. Una tre giorni di analisi e riflessioni, per raccontare come l’Italia sia perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri e come l’azione del governo sia intrecciata alle buone prassi dei soggetti coinvolti.

Generale Carlo Di Somma

Artico, nuove rotte, scienza: come questi tre elementi si intersecano con gli obiettivi geopolitici italiani?

L’Italia è da sempre presente in loco, già con le antiche esplorazioni di fine ‘800 del Duca degli Abruzzi, poi con Umberto Nobile e le due missioni: il nord e dirigibile Italia. Fu una iniziativa importante dove parteciparono tutte le forze armate insieme alla ricerca scientifica. Per cui siamo presenti in quelle regioni in modo costante e sviluppiamo un’attività di osservazione e di ricerca che per la difesa è strategica. Conoscere vuol dire poter pianificare, quindi anche in un momento in cui non c’erano tensioni geostrategiche l’Italia ha potuto mantenere la consapevolezza di una conoscenza e di una preparazione delle proprie forze armate per poter operare in quelle regioni.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha più volte ribadito che la questione va affrontata nell’ambito Nato. Per cui come procedere oggi, dove l’attenzione e la conflittualità geostrategica stanno aumentando?

Diciamo che ci sentiamo di dover puntare ulteriormente la nostra attenzione su questo scenario, sempre in collaborazione con i partner europei e con la Nato. Le forze armate italiane partecipano a tutte le operazioni di deterrenza e insieme alla comunità agli alti dicasteri cerca di mantenere una presenza importante. Come giustamente lei diceva, le rotte sono diventate un tema primario, dopo l’arretramento dei ghiacci: per cui chiaramente cambieranno gli equilibri rispetto al passato e per noi è importante capire cosa succederà per organizzarci e per poter pianificare al meglio le nostre possibilità di intervento.

Materie critiche e cyber sicurezza: che cosa stiamo facendo e soprattutto che cosa potremo fare di più in Artico?

Sono temi centrali insieme all’altro dominio, quello cognitivo, perché vanno di pari passo e proprio l’attuale competizione geostrategica in quell’ambiente vede questi due domini particolarmente centrali. A quelle latitudini si avverte il rumore di fondo di cose che accadono nell’ombra, come gli attacchi alle strutture sottomarine: essi determinano la necessità di poter organizzarci al meglio per affrontare questo tipo di minacce. Ricordo che la difesa italiana, con l’iniziativa del Polo nazionale subacqueo, è molto all’avanguardia e questo punto di vista stiamo cercando di coprire quel gap tecnologico che al momento ci vede in difficoltà nell’intervenire tempestivamente e fare deterrenza per difendere le infrastrutture subacquee critiche. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo ha annunciato nel disegno di legge ad hoc: stiamo cercando di trovare delle strutture di governance che ci aiutino ancora di più ad essere efficaci a livello interforze ed Inter dicasteri, perché in quegli ambienti, con scenari altamente complessi, non si fa nulla da soli: o si collabora con il sistema Paese o non si riesce a gestire il tipo di minaccia.

Il libro bianco sull’Artico presentato dal Cnr in che maniera potrà inserirsi nell’azione del governo?

Il libro bianco è un documento operativo che darà attuazione a quella che è la politica nazionale in Artico quella che è stata presentata lo scorso gennaio dai ministri Crosetto, Tajani e Bernini, ampliandola nella parte dedicata all’Antartide e al cosiddetto terzo polo con una visione anche più estesa. Esiste un’idea molto sentita anche da parte nostra, di vedere la complessità in una maniera unitaria, anche se la situazione geostrategica è molto differente, ma per gli aspetti climatici di sicurezza e anche di cooperazione internazionale, di ricerca scientifica e tecnologica questi tre ambienti sono tutti fortemente collegati. Quindi il libro bianco del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa la senatrice Isabella Rauti terrà il 29 ottobre. Lì, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti.

Manual de resistencia. La strategia di Sanchez letta da Di Bartolo

8 October 2026 at 13:41

“Manual de resistencia” non è più soltanto il titolo dell’autobiografia di Pedro Sánchez, ma una vera e propria dottrina politica: quella di un leader che ha costruito la propria forza sulla capacità di sopravvivere quando tutto sembra perduto. Sánchez non subisce i tempi della politica: li forza. Quando una crisi parlamentare lo stringe all’angolo, quando i sondaggi lo danno per finito, quando una valanga mediatica sembra sul punto di travolgerlo, non arretra. Rimescola le carte, alza la posta e prova a far saltare il banco.

Lo scioglimento anticipato delle Cortes e la convocazione delle urne per il 29 novembre vanno letti esattamente in questa chiave. Non sono la resa di un premier logorato da una maggioranza sempre più fragile, ma l’ennesima scommessa di un politico che preferisce scegliere il momento della battaglia piuttosto che aspettare che siano gli avversari a imporglielo. Sánchez sa di arrivare al voto in una posizione tutt’altro che comoda. E proprio per questo decide di accelerare, trasformando la propria debolezza in una partita a tutto campo.

La sua storia politica, del resto, è costellata di resurrezioni che farebbero invidia a Houdini. Dalla defenestrazione interna al partito al successivo, leggendario tour della Spagna a bordo di una vecchia Peugeot per riconquistare la segreteria, fino ai ripetuti azzardi elettorali del 2019 e del 2023, Sánchez ha dimostrato di trovarsi a proprio agio soprattutto quando la situazione precipita. Quando lo si dà per spacciato, lui alza la posta. Oggi, alle prese con le tensioni sul carovita, l’emergenza abitativa e il logoramento di un Parlamento ostaggio di equilibri fragilissimi, il premier sceglie ancora una volta di anticipare i tempi anziché subirli.

Ma la vera scommessa di Sánchez non si esaurisce nella sopravvivenza parlamentare. Dopo lo scioglimento delle Cortes, il governo può ancora adottare decreti-legge, la cui convalida passa alla Diputación Permanente. Ed è qui che i numeri raccontano una parte della strategia. L’organo è composto da 68 deputati, oltre alla presidente del Congresso: 27 del Partito Popolare, 24 socialisti, 6 di Vox, 6 di Sumar e un rappresentante ciascuno di ERC, Junts, EH Bildu, PNV e Gruppo Misto. In caso di scioglimento, la Diputación Permanente assume le funzioni del Pleno per la convalida o la deroga dei decreti-legge. E non serve una maggioranza assoluta: per convalidare un decreto è sufficiente la maggioranza semplice dei presenti.

È un dettaglio tutt’altro che secondario. Sánchez non deve più ricostruire una maggioranza di governo nel senso tradizionale del termine: può cercare, provvedimento per provvedimento, i voti necessari nella Diputación Permanente. È una partita numerica molto più stretta, nella quale ogni voto degli alleati diventa decisivo e ogni assenza può pesare. Il premier proverà così a recuperare almeno una parte del terreno perduto, ripresentando innanzitutto le misure sulla casa che il Congresso aveva bocciato. Il calcolo è semplice: se i provvedimenti passano, Sánchez potrà arrivare alle urne con un pacchetto di misure da rivendicare su affitti, edilizia sociale, aiuti alle famiglie e carovita. Se vengono nuovamente respinti, potrà trasformare la sconfitta in un’arma politica, accusando l’opposizione di aver votato contro soluzioni destinate a milioni di cittadini.

È una strategia tipicamente sanchista: trasformare un limite istituzionale in una narrazione elettorale. Il governo non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile, ma può ancora produrre provvedimenti e, soprattutto, costruire attorno a essi un racconto. Sánchez vuole arrivare al 29 novembre dicendo agli elettori non soltanto ciò che ha promesso, ma ciò che ha tentato di fare e, soprattutto, chi gli ha impedito di farlo. La casa è il terreno perfetto: un tema sociale, immediato, capace di parlare ai giovani, agli inquilini e a un ceto medio sempre più sotto pressione. La propaganda, in questo schema, non consiste soltanto nel rivendicare i decreti approvati; consiste nel trasformare ogni ostacolo parlamentare nella prova di una scelta più ampia: da una parte il governo che protegge chi fatica ad arrivare alla fine del mese, dall’altra una destra descritta come alleata degli interessi immobiliari e degli speculatori.

Il paradosso è che Sánchez può ricavare un dividendo elettorale persino da un nuovo fallimento. Se i decreti passano, potrà rivendicarne la paternità; se cadono, potrà usarli come prova della propria tesi: con questo Parlamento non era più possibile governare. In entrambi i casi, il premier porta la partita sul terreno che gli è più congeniale, quello dello scontro politico e della mobilitazione dell’elettorato progressista.

La strategia per il voto di fine autunno è dunque limpida e rischiosa al tempo stesso. Sánchez punta a polarizzare lo scontro, riducendo la scelta a un aut aut esistenziale tra il blocco progressista e l’alleanza tra il Partito Popolare e la destra radicale di Vox. Vuole costringere l’elettorato progressista e moderato a compattarsi di fronte al timore di una svolta a destra, spiazzando gli avversari con una campagna giocata sul terreno della mobilitazione sociale. Al contempo, prova a spezzare i ricatti quotidiani di quei partner esterni che in questi anni hanno logorato la maggioranza.

I sondaggi oggi lo danno in svantaggio, ma scommettere contro il “Perro Sanxe” è diventato negli anni uno sport pericoloso. Gli avversari festeggiano la fine di un ciclo, dimenticando che il capo del governo preferisce bruciare il tavolo piuttosto che lasciarsi logorare lentamente da esso. Il suo talento politico, nel bene e nel male, consiste proprio in questo: non giocare mai la partita che gli altri gli preparano.

Ancora una volta, Sánchez si presenta alle urne dopo aver trasformato la propria debolezza parlamentare in una scommessa politica: governare per decreti quando non può governare attraverso una maggioranza, rivendicare i risultati quando arrivano e trasformare gli ostacoli in munizioni quando si presentano. Non è detto che basti per vincere. Ma è esattamente il tipo di partita in cui Pedro Sánchez ha costruito la propria forza.

Il suo manuale di resistenza, del resto, non promette di non cadere. Insegna a rialzarsi proprio quando tutti hanno già cominciato a festeggiare la caduta.

La casa preferita di Putin? È a Sochi e in fase di ristrutturazione

8 October 2026 at 13:28

Il presidente Vladimir Putin ha deciso di allargare la sua casa nel Mare Nero e dietro a questa scelta potrebbe esserci una motivazione di sicurezza più che logistica. La storica struttura statale Bocharov Ruchey a Sochi, usata da Boris Yeltsin, tra altri leader russi, è diventata la dimora preferita dell’attuale capo del Cremlino da maggio del 2000. Nel 2008 è stata segnata come la residenza ufficiale del presidente russo ed è lì che poteva “dormire, lavorare, vivere e svolgere tutte le sue funzioni, inclusa quella del comandante supremo a capo” dello Stato.

Secondo il quotidiano britannico Financial Times, solo nel 2021 c’è stato 24 volte, ma dal 2024 al 2025 – colpa della guerra in Ucraina – solo due volte. I droni ucraini sono riusciti a raggiungere la dimora e questo ha spinto Putin a ridurre i suoi spostamenti sul Mare Nero.

Questa situazione però non ha diminuito la sua preferenza nello svolgere alcuni appuntamenti importanti, come nel 2024 è accaduto quando ha ricevuto nella residenza Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Nel 2024, Bocharov Ruchey è stato demolito (è rimasto uguale solo una zona costruita per i Giochi Olimpici invernali di Sochi del 2014) e i servizi federali di sicurezza hanno cominciato la progettazione di un’enorme ristrutturazione per proteggere la residenza in un perimetro di tre chilometri.

Le autorità russe non hanno confermato la ristrutturazione ma un’indagine dell’emittente Bbc ha svelato alcuni indizi: cause legali aperte, immagini satellitari e annunci di lavoro (in cambio di casa vicino alla piscina, cibo gratis e pagamento in contanti) che riguardano Bocharov Ruchey.

“In una decisione su una disputa tra contrattisti, Bbc News Russia ha scoperto il riferimento ad un contratto di un programma statale di acquisizioni di difesa con il codice numero 2327202903572000000000000 – spiega l’emittente -. L’informazione di questi contratti è segreta ma il codice svela alcuni dettagli importanti. I primi quattro numeri indicano l’anno in cui si è firmato il contratto e la data di scadenza. I tre numeri successivi, 202, sono il codice dell’Fso, l’autorità che contratta”.

Si tratta dunque di appalti di imprese che lavorano a Bocharov Ruchey. Il principale è il contrattista generale della costruzione Tsi Group. Ci sono state anche alcune irregolarità che riguardano la costruzione dei muri della “casa principale” con l’impresa Orenburg.

La Bbc ha anche scoperto alcuni annunci di impiego per costruttori, da idraulici a fabbri, pubblicati sui social network, in cui si offre alloggi vicino alla piscina, pagamenti in contanti, cibo gratis e altri benefici. “L’installazione è strategica”, hanno aggiunto.

Inizialmente, l’offerta di lavoro è limitata a cittadini russi senza precedenti penali, ma successivamente il mercato è stato aperto a kazachi, bielorussi e chirghisi.

TSI e il gruppo Transstroiinvest hanno un’ampia esperienza in progetti di costruzione legati al governo russo e alle organizzazioni di sicurezza statali. “Nel 2019, il media di inchiesta indipendente russo Project ha informato che l’impresa aveva partecipato alla costruzione di una residenza statale nella località di Oliva, nella costa sud della Crimea annessa”, ha aggiunto la Bbc.

Transstroiinvest continua a lavorare in territori occupati dell’Ucraina, come ad esempio, il restauro dell’antico cinema di Mariupol, occupato dalla Russia nel 2022. Tra quell’anno e il 2025, TSI si è aggiudicato 54 contratti, tra cui un contratto di ricostruzione del centro infantile internazionale Artek per 330 milioni di dollari.

La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)

8 October 2026 at 13:13

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, avvia oggi una visita di due giorni a Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche tra Unione europea e Cina. Al centro dei colloqui con il ministro cinese del Commercio, Wang Wentao, ci sono il crescente squilibrio commerciale e le preoccupazioni europee per la sovraccapacità produttiva cinese, che minaccia settori industriali strategici del continente.

La missione arriva alla vigilia del Consiglio europeo di ottobre, nel quale i leader dell’Ue discuteranno anche della risposta economica alla Cina. Francia e Germania hanno recentemten proposto di rafforzare la capacità di intervento di Bruxelles contro minacce commerciali sistemiche (non si è parlato palesemente di Pechino, ma il sottinteso è automatico), anche attraverso un meccanismo di emergenza, il cosiddetto kill switch, che consentirebbe di reagire più rapidamente. La Commissione, tuttavia, continua a privilegiare una soluzione negoziata, cercando di evitare uno scontro commerciale aperto.

Per Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), il dato politicamente più rilevante è che l’Europa sembra aver finalmente raggiunto una convergenza sulla necessità di intervenire.

“Il consenso a favore di un’azione europea sulla Cina si è finalmente consolidato, dopo che la prudenza della Germania aveva a lungo frenato un approccio più deciso da parte dell’Ue”, spiega a Formiche.net. “Le recenti proposte franco-tedesche, presentate in vista del Consiglio europeo di ottobre per consentire all’Unione di reagire molto più rapidamente alle minacce commerciali sistemiche, sono ancora più importanti per il mandato politico che conferiscono per i dettagli delle misure proposte”.

Un cambiamento che si inserisce in un più ampio irrigidimento della posizione europea nei confronti di Pechino, emerso anche nel recente dibattito al Parlamento europeo. Come raccontato martedì questa evoluzione ha fatto emergere anche alcune divisioni politiche italiane, con l’astensione di gran parte degli eurodeputati del Partito democratico sull’ultimo rapporto parlamentare dedicato alla Cina; rapporto in cui la posizione europea assume toni più severi.

Ma quanto è solido questo nuovo consenso europeo? E soprattutto, riuscirà a resistere alla pressione negoziale cinese? Secondo Small, i colloqui di Šefčovič serviranno a verificare se Pechino sia davvero disposta a presentare offerte sufficientemente consistenti da modificare le dinamiche economiche alla base delle preoccupazioni europee. “La tattica più efficace della Cina potrebbe essere quella di trascinare l’Europa in una trappola procedurale, offrendo quel tanto che basta per ritardare un intervento, senza affrontare le forze che stanno alimentando la deindustrializzazione europea”, avverte.

Pechino potrebbe inoltre cercare di incrinare il consenso raggiunto tra gli Stati membri, concentrandosi soprattutto sulla Germania, dove la convergenza politica è relativamente recente. Small individua diverse possibili leve: limitazioni volontarie delle esportazioni in settori politicamente sensibili, come quello delle automobili ibride; impegni ad aumentare gli acquisti di prodotti europei; riduzioni della capacità produttiva già programmate, ma presentate come nuove concessioni; oppure l’apertura di ulteriori tavoli di dialogo su questioni controverse, tra cui la valutazione della valuta cinese. Misure che potrebbero contribuire ad attenuare le pressioni politiche europee senza modificare sostanzialmente gli squilibri esistenti.

Cosa accadrebbe, invece, se i negoziati non producessero risultati significativi? “Se i colloqui di Šefčovič dovessero fallire o, più probabilmente, produrre risultati così limitati da mantenere intatto il consenso europeo sulla necessità di agire con urgenza, l’Ue dovrà procedere con uno sforzo difensivo per proteggere le industrie maggiormente esposte allo shock cinese, mobilitando tutti gli strumenti già a sua disposizione“.

L’approvazione dei nuovi meccanismi proposti da Francia e Germania richiederà tempo. Per questo, secondo Small, il primo passo dovrebbe essere un impiego più coordinato e mirato degli strumenti esistenti. In un recente paper dell’Ecfr, l’analista ha proposto un approccio definito swarm, uno sciame di misure complementari. “Questo include dazi e quote, ma l’Europa deve andare ben oltre i tradizionali strumenti di difesa commerciale, che possono ottenere soltanto risultati limitati, considerata la capacità della Cina di assorbirli e aggirarli”.

Si profila dunque una guerra commerciale tra Europa e Cina sul modello di quella tra Washington e Pechino? “Le mosse dell’Ue non assomiglieranno alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina”, osserva. “L’Unione non introdurrà dazi di livello praticamente proibitivo, come quelli del 145% imposti da Trump lo scorso anno, ma costruirà piuttosto una difesa sistemica dei settori industriali che rischia di perdere”. Anche dopo un eventuale rafforzamento delle misure difensive, il mercato europeo rimarrebbe molto più aperto ai prodotti cinesi rispetto a quello statunitense.

Questa distinzione è importante anche per valutare le possibili contromisure di Pechino. Un’interruzione delle forniture lungo le catene di approvvigionamento strategiche rappresenterebbe, secondo Small, un’escalation particolarmente grave, difficilmente giustificabile come risposta proporzionata alle misure europee.

Nel confronto con Washington, i controlli cinesi sulle esportazioni hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti verso una de-escalation. Nel caso europeo, Small ritiene invece che un’analoga pressione potrebbe rafforzare le posizioni più assertive, favorendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue e successive contromisure.

Non considera però inevitabile uno scontro. “In pratica, l’Ue può convivere con ritorsioni limitate e la Cina può accettare molte delle misure che l’Europa sta proponendo, quindi esiste ancora un possibile punto di approdo negoziale per entrambe le parti”.

La questione, tuttavia, va oltre il vertice europeo di ottobre. Secondo Small, la sfida di lungo periodo sarà costruire un quadro di intervento capace di affrontare strutturalmente la competizione industriale cinese, evitando che Bruxelles si ritrovi ogni anno a fronteggiare gli stessi problemi in settori diversi.

La priorità immediata resta però verificare la tenuta della posizione europea di fronte alla combinazione di pressioni e incentivi che Pechino potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane. “Il banco di prova immediato è capire se l’Ue riuscirà a destreggiarsi tra le tattiche di pressione e di persuasione di Pechino nelle settimane a venire”, conclude Small.

Al rapporto Ue-Cina, anche attraverso il racconto del report “EU-China Relations in the October Decision Corridor” (curato dal Guarini Institute della John Cabot e Formiche/Decode39), è dedicata Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per ricevere la newsletter basta seguire questo link

Limiti agli affitti brevi e divieti di compravendita. Perché l’Europa sbaglia secondo Pedrizzi

8 October 2026 at 11:41

La Commissione europea ha diffuso recentemente un ennesimo Regolamento, il cosiddetto Affordable Housing Act, per affrontare il problema del caro casa, definendo alcuni criteri in base ai quali è possibile attribuire a una certa area territoriale la condizione di stress abitativo, per cui anche un sindaco sarebbe legittimato ad adottare misure restrittive su locazioni e compravendite, che non abbiano come oggetto la prima casa. In sostanza, il regolamento darebbe copertura giuridica ad una serie di normative locali volte a limitare gli affitti brevi ed, eventualmente, lo stesso mercato delle seconde case.

Il regolamento Ue prevede che un’area sia considerata sotto stress abitativo se vengono rispettati tre paletti: un rapporto di almeno otto tra prezzi di compravendita e redditi; una crescita di questo rapporto negli ultimi dieci anni; la prospettiva che nei successivi tre anni questo rapporto non scenda. In particolare il regolamento fissa il rapporto di otto tra redditi e prezzi medi di compravendita come elemento determinante per verificare se un’area è sottoposta a stress abitativo eccessivo e, quindi, dovrà provvedere alle limitazioni. Otto anni di guadagni devono essere sufficienti a comprare un immobile.

Gli altri parametri da verificare sono: la crescita del rapporto tra redditi e prezzi medi nell’arco dei dieci ultimi anni e la possibilità che questa tendenza negativa si interrompa nei tre anni successivi. Un rapporto pari a dieci è, però, sufficiente da solo a far scattare le limitazioni dei Comuni agli affitti brevi. Inoltre nelle aree sotto stress abitativo sarà possibile restringere l’accesso alle locazioni turistiche, come in Italia già succede a Firenze o a Bologna o a Napoli. Non a caso gestiti tutti da Amministrazioni di sinistra. Ancora più grave è che, i Comuni potranno anche limitare l’utilizzo o la vendita degli immobili, in pratica violando la libertà ed il diritto naturale alla proprietà.

E lo ha ammesso lo stesso commissario all’Edilizia Dan Jorgensen dicendo: “Se ci sono città che non vogliono agire è una loro responsabilità. Se dovessi fare un commento politico, direi: se non affronti il problema, allora gli elettori ti volteranno le spalle nelle prossime elezioni”… “Se non ci sono abbastanza case è giusto che ce ne siano troppe vuote?” Contro questa impostazione statalistica e giacobina si è mobilitato tutto il centrodestra con il Ministro degli Esteri e Segretario di FI, Antonio Tajani, che ha ribadito che “la casa è sacra e la proprietà privata va difesa. Forza Italia respinge l’ideologia dei divieti che arriva dall’Europa”… nuovi vincoli sugli affitti brevi e più restrizioni sui proprietari non risolvono l’emergenza abitativa, al contrario rischiano di ridurre ancora l’offerta”…noi abbiamo scelto la strada indicata da Berlusconi, la strada liberale: costruire, recuperare e mettere più abitazioni sul mercato”… “La proprietà privata non è un furto. Ed un diritto da difendere”.

“La Commissione sbaglia a procedere con la presentazione dell’Affordable Housing Act”, spiegano Carlo Fidanza, capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo. Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento e Denis Nesci, eurodeputato di Fdi-Ecr, “con l’attuale impostazione si comprime il diritto di proprietà, si invadono le competenze che spettano agli Stati membri, si mettono i territori uno contro l’altro. Infatti, il Regolamento misura la tensione abitativa in maniera univoca senza peraltro tenere in considerazione i redditi familiari, così che interi territori italiani risulteranno in emergenza, mentre altri no. Inoltre, la Commissione potrà cambiare le soglie con un atto delegato, senza che il parlamento europeo possa emandarle. Il rischio è ridurre ulteriormente l’offerta di immobili. Chiediamo quindi alla vicepresidente Ribera e al commissario Jorgensen di cambiare approccio e di aprire un confronto vero con il Parlamento”… “Nel momento in cui non ha tenuto presente quanto indicato nel Rapporto Casa dei deputati europei. Al contrario, il testo si concentra su affitti brevi e seconde case, prospettando anche restrizioni al diritto di proprietà privata. Si tratta di misure che rischiano solo di peggiorare le cose”. Sottolinea Forza Italia e Marco Falcone.

La Lega ha pubblicato una nota nella quale dice che il testo “sarebbe qualcosa di molto lontano da quanto indicato nel documento strategico presentato a dicembre. La posizione della Lega è chiara: non verrà mai adottato un provvedimento che violi o limiti il sacro diritto alla proprietà privata”. E poi molto puntualmente ed opportunamente, proprio in questi giorni, si è aggiunto anche il Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, che, difendendo: “il ceto medio d’Europa”, ha criticato il provvedimento perché colpisce “la piccola proprietà immobiliare, in particolare quella degli italiani”, e “non sembra portare alcun beneficio evidente al turismo e ai turisti, e nemmeno ai residenti”, per questo “condivido lo sconcerto nel constatare che l’Unione europea non abbia fatto tesoro della fallimentare esperienza di Barcellona”, che ha introdotto forti limitazioni agli affitti turistici.

Naturalmente la sinistra nostrana, che da sempre ha sposato le “follie” di Bruxelles, ha accolto con soddisfazione questa ennesima “botta” ai proprietari di case italiani, avendo del tutto dimenticato la difesa dei diritti sociali e delle fasce più deboli della società. Infatti, come ha scritto giustamente su Il Sole 24 Ore Letizia Moratti: “Dietro un immobile dato in locazione breve non ci sono necessariamente grandi operatori o fenomeni speculativi. Molto spesso c’è una famiglia che ha investito i propri risparmi e che magari in tempi brevi vuole disporre dell’immobile per un figlio, una casa ereditata, un piccolo proprietario che integra il proprio reddito. E intorno a quel mercato lavorano migliaia di imprese e professionisti”.

Una cosa è certa, non spetta a Bruxelles decidere quante e quali locazioni brevi possono esserci in una città o in un territorio, perché la politica della casa appartiene innanzitutto alla competenza degli Stati membri. Lo ha riconosciuto lo stesso Parlamento europeo, richiamando espressamente il principio di sussidiarietà. La proposta della Commissione è, oltretutto, sbagliata perché estremamente lesiva del diritto di proprietà. Ed il paradosso è che sono gli stessi gnomi della Ue a riconoscerlo, affermando che le restrizioni alle locazioni brevi “non sono sufficienti a rispondere alle cause strutturali della scarsità di immobili nel lungo termine”.

Di altro ci sarebbe bisogno, se il problema è davvero la carenza di offerta: innanzitutto di allentare i vincoli alle nuove costruzioni-ristrutturazioni, affrontando così il problema alla radice. Senza dimenticare che un miglioramento dei tempi della giustizia civile potrebbe spingere tanti proprietari ad ampliare l’offerta sul mercato degli affitti. La ricetta l’abbiamo più volte presentata come Federproprietà ed è quella di affrontare il grave problema delle cosiddette case dormienti, cioè di quegli immobili che perdono valore e rimangono disabitati, generando anche costi per i proprietari, spesso perché lontani dai mercati del lavoro.

Il testo di questo Regolamento ora dovrà passare al Parlamento europeo e poi al Consiglio per poter arrivare all’approvazione finale. In questi vari passaggi bisognerà fare i conti con i nuovi assetti dei vari schieramenti politici ed, in particolare, con tutti i partiti di centro destra e conservatori che, al di là degli aspetti tecnici, considerano sostanzialmente il provvedimento un “diktat ideologico” difficilmente realizzabile e, soprattutto, dannoso, che rischia di produrre nuovi problemi ed ulteriori incertezze.

Robot umanoidi al fronte. La promessa (difficile) di Fedorov

8 October 2026 at 11:34

Da un “esercito di droni” a un “esercito di robot”. L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, rimosso lo scorso luglio dal presidente Volodymyr Zelensky, ha presentato a Leopoli un nuovo progetto che punta a rimpiazzare in larga misura i soldati sul campo di battaglia con sistemi robotici, inclusi robot umanoidi. Il lancio è stato accompagnato da un video in computer grafica di androidi che combattono in trincea e marciano in formazione. Gli obiettivi di Fedorov sono ambiziosi: l’ex plenipotenziario ucraino mira a schierare il primo umanoide al fronte entro sei mesi, e di realizzare entro un anno un’operazione offensiva in cui i robot eseguano da soli le fasi più letali della missione.

Dietro la retorica c’è un problema concreto, quello degli uomini. Secondo il comandante della Guardia nazionale Oleksandr Pivnenko, in alcuni settori del fronte i russi superano gli ucraini nel rapporto di sei a uno. I sistemi robotici sono già presenti, dai veicoli terrestri senza pilota per logistica ed evacuazione dei feriti alle torrette guidate dall’Ia installate a Kyiv contro i droni, ma non sono ancora impiegati su larga scala.

In un’intervista al Washington Post, Fedorov ha chiarito la filosofia dell’iniziativa. La priorità per l’Ucraina è “sopravvivere e preservare l’indipendenza”, e il dibattito sui rischi dell’IA viene categorizzato dall’ex ministro come un lusso che Kyiv non può concedersi. Il timore è che la Russia e i suoi alleati arrivino per primi a droni e robot pienamente autonomi, senza collegamento con un operatore. Una volta schierati i primi robot, sostiene Fedorov, il processo sarà “inevitabile e irreversibile”, e dovrà essere regolamentato in un secondo momento.  Ma nell’ottica odierna, l’obiettivo assoluto è quello di arrivare primi e dettare le regole del gioco. Fedorov paragona i sistemi autonomi alle armi nucleari, “più accessibili e incontrollati”, e invoca un nuovo Progetto Manhattan con le aziende occidentali. Compresa la sua. L’ex ministro ha fondato negli scorsi mesi una società privata operante nel settore della defense tech, che ha come primo investitore l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, il quale secondo quanto raccontato dallo stesso Fedorov è stato il primo a chiamarlo dopo il licenziamento, offrendosi di sostenere qualunque iniziativa avesse in mente.

Restano però molti dubbi sulla fattibilità del progetto. Nessun robot umanoide è mai stato impiegato in combattimento, e il salto dalle piattaforme attuali a quelle bipedi è tutt’altro che scontato. Il successo dei droni ucraini si è fondato su sistemi economici, semplici da produrre in serie e rapidi da riparare o aggiornare. Un umanoide è per definizione più instabile, più costoso e più complesso di un veicolo su ruote o cingoli, e richiede una filiera di componenti che oggi non esiste su scala industriale. C’è poi il nodo dell’autonomia in ambienti saturi di guerra elettronica, a cui si aggiunge un ritardo dottrinale che le forze armate non hanno ancora colmato. La scadenza dei sei mesi appare così più un obiettivo politico che una tabella di marcia realistica.

Al di là dei dubbi sulla fattibilità, l’iniziativa di Fedorov potrebbe rivelarsi un’occasione per l’Italia. L’ex ministro è stato chiamato come consulente dal ministero della Difesa, e porta con sé un’esperienza unica nella costruzione di un ecosistema capace di sviluppare, testare e produrre sistemi senza pilota a ritmi senza precedenti. Per Roma si apre la possibilità di attingere direttamente a quel modello. Potrebbe accelerare i processi di acquisizione, rafforzare il dialogo tra forze armate, startup e grandi gruppi industriali e posizionarsi tra i Paesi europei più avanzati nella robotica militare. In un momento in cui l’Europa è chiamata a colmare il proprio ritardo tecnologico nella difesa, avere accesso alle lezioni apprese sul campo ucraino rappresenta un vantaggio che l’Italia ha tutto l’interesse a sfruttare.

Nel Columbus Day la conferma dell’asse Roma-Washington

8 October 2026 at 11:29

La cooperazione tra Stati Uniti e Italia sulle questioni chiave è solida e i rapporti tra i Paesi non si sono mai raffreddati. Questa la considerazione di base da fare nel giorno del Columbus Day, nonostante le schermaglie dei mesi passati fra Donald Trump e Giorgia Meloni. Non solo l’Italia ha risposto positivamente al Pentagono sulle spese per la difesa e sugli impegni militari in ambito Nato, ma l’Italia come è noto ha aderito da subito alla Pax Silica, l’iniziativa geopolitica guidata dagli Stati Uniti.

In questo senso ha siglato il relativo accordo bilaterale sui minerali critici, rafforzando i legami in materia di tecnologia e sicurezza economica, passando per l’impegno concreto e comune nell’area polare, con una serie di progetti in Antartide e in Artico a proposito di nuove rotte, carotaggio, materie critiche, energia. Non va dimenticato che nel settembre scorso il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno firmato un memorandum bilaterale volto ad approfondire la cooperazione sui minerali critici, che comprende estrazione, lavorazione, riciclo e investimenti. L’accordo ha anche istituito un gruppo di lavoro tecnico, conferendo alla relazione un meccanismo operativo che va oltre le dichiarazioni politiche. I due ambiti sono dunque interconnessi, visto che la partita abbraccia ambiti iper strategici come i semiconduttori, i data center, i sistemi di difesa.

Inoltre a fine agosto l’ambasciatore statunitense in Italia, Tilman Fertitta, ha dichiarato che le relazioni erano “a un livello molto elevato” e ha definito Meloni un “leader di livello mondiale, molto rispettato all’estero”, nonostante il precedente scontro tra il primo ministro italiano e Trump. Tale rapporto è solido e resta di alto profilo, anche grazie al lavoro che l’ambasciata italiana sta facendo e le parole pronunciate da Donald Trump sul Columbus Day lo dimostrano, una volta di più: “Riveste un significato speciale anche per i nostri straordinari concittadini italoamericani. Come Colombo, essi hanno incarnato un incrollabile amore per la patria e una profonda fede in Dio, e continuano a rafforzare le nostre comunità e a spingere il nostro Paese verso traguardi sempre più ambiziosi”.

Per questa ragione ha proclamato il 12 ottobre 2026 come Giorno di Colombo, ha invitato il popolo degli Stati Uniti a celebrare questa giornata con cerimonie e attività appropriate e ha disposto che la bandiera degli Stati Uniti sia esposta su tutti gli edifici pubblici nel giorno stabilito.

 

La Russia non vola più. Più tasse su gli aerei e velivoli in affitto

8 October 2026 at 11:25

Dalle auto agli aerei il passo è breve. E molto. Sono immagini ancora vive degli occhi quelle che raccontano le lunghe code di veicoli in fila ai distributori di carburante in Russia, prima che anche l’ultimo gallone di benzina o gasolio venga esaurito. Un quadro, se non ci fosse di mezzo la guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina, che avrebbe del grottesco: uno dei più grandi Paesi produttori al mondo di petrolio, rimasto a secco di carburante. Eppure è la verità, la raffinazione russa è pressoché totalmente fuori uso, a causa degli attacchi da parte dei droni ucraini. Gli aerei, invece, ancora volano perché di cherosene ancora un po’ ne è rimasto. Ma costa.

Ecco perché al Cremlino qualcuno ha pensato di valutare l’introduzione di una nuova tassa speciale per i passeggeri aerei al fine di compensare i costi di leasing e gestione dei nuovi velivoli russi, oltre a coprire i costi del carburante. Se ne sono accorti i servizi segreti ucraini, i cui calcoli raccontano di una tassa aggiuntiva per i voli nazionali che sarà compresa tra 500 e 700 rubli, mentre per i voli internazionali tra mille e 2 mila rubli a biglietto. Complessivamente, il governo prevede di raccogliere fino a 250 miliardi di rubli dai cittadini nei prossimi anni per coprire l’enorme differenza tra il costo reale degli aerei di linea nazionali e i prezzi agevolati concessi fin qui alle compagnie aeree. Come noto, infatti, fin qui Mosca per non paralizzare il Paese ha concesso alcuni sconti sui biglietti aerei. Una situazione tuttavia non più sostenibile.

Ora, questa iniziativa è l’ennesima prova di come il regime di Vladimir Putin stia scaricando tutti i problemi finanziari dell’economia russa direttamente sulle spalle dei cittadini comuni. A causa della guerra di aggressione su vasta scala contro l’Ucraina e delle colossali spese militari, il bilancio statale russo, ricordano gli stessi 007 ucraini nel documento relativo all’extra tassa sul trasporto aereo, è esaurito, quindi le autorità stanno ricorrendo a soluzioni d’emergenza a spese della popolazione. I russi sono già costretti a pagare tasse più alte (in particolare l’Iva) e tariffe insostenibili per le utenze, che aumenteranno per la seconda volta questo autunno. E ora a questa lista si aggiungono i costi per il sostegno all’aviazione civile, che si trova in crisi a causa delle sanzioni e della mancanza di pezzi di ricambio importati.

Gli esperti affermano che tali tariffe porteranno inevitabilmente a una diminuzione della domanda di trasporti e a un calo del traffico passeggeri complessivo, dato che i redditi della maggior parte dei russi rimangono bassi perché mangiati dall’inflazione. Di più. A ennesima riprova di una crisi ormai strutturale dell’economia russa, in grado di intaccare la vita quotidiana nella Federazione, c’è il fatto che, proprio in queste ore, Mosca abbia chiesto al Vietnam di affittarle i suoi aerei passeggeri, compresi equipaggi e servizi di manutenzione. Il ministro dei Trasporti Andrei Nikitin ha dichiarato che Mosca ha proposto alle compagnie vietnamite di trasferire aerei alle compagnie russe con contratti di wet lease, una formula che include velivolo, equipaggio, manutenzione e assicurazione, e che Hanoi sta esaminando la proposta. Motivo? In Russia di velivoli non se ne costruiscono più.

Chi vota contro la Chiesa? Le destre, il Papa e il futuro dell’Italia

8 October 2026 at 11:15

Nel 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, l’Italia raggiunse un accordo di convivenza reciproca con la Santa Sede, condividendo la sua capitale con la sede della più grande religione unitaria al mondo. Quindi legò, per molti versi, il suo destino a questa relazione molto speciale. Il governo di quasi mezzo secolo della Dc, in rapporto particolare e diretto con il soglio di Pietro, fu la prova plastica di ciò.

Poi negli ultimi decenni, con un moto che sta accelerando, i pontefici non italiani hanno guardato sempre di più al mondo e meno all’Italia. Ma ciò non significa che possano permettersi di essere indifferenti agli affari italiani. Se l’Italia va in una direzione “sbagliata”, diversa da quella che può interessare la Chiesa, vista la contiguità geografica, si crea un problema. La Chiesa deve interessarsi dell’Italia più di quanto vorrebbe, a scapito del mondo.

Ciò potrebbe accadere adesso.

La democrazia forse si sta giocando ai dadi, ecco alcuni numeri. A Reggio Calabria, per le elezioni al sindaco, ha votato il 23% degli aventi diritto. Alle prossime elezioni politiche, meno del 50% degli aventi diritto dovrebbe votare. Secondo la nuova legge elettorale, chi raggiunge il 42% dei voti ottiene una maggioranza assoluta e decisiva. Quindi, se si calcola il 42% in meno del 50% dei votanti, stiamo parlando di un 23% di italiani che deciderebbero il governo per i prossimi cinque anni. Qui poi la percentuale si riduce ulteriormente se si pensa che il partito leader della coalizione vincente ha un premio super, secondo la nuova legge elettorale. Cioè, il capo del governo potrebbe guidare un partito che raccoglie il 30% dei voti, e quindi il 15%, 14% o 13% del consenso totale del corpo elettorale.

Il prossimo Parlamento eleggerà anche il prossimo Presidente della Repubblica nel 2029. Chiunque vinca, destra o sinistra, sceglierà il suo presidente.

Con una maggioranza totale in Parlamento e il Presidente, il vincitore delle prossime elezioni, organizzate secondo la legge in approvazione al Parlamento, trasformerà nei fatti il sistema politico italiano in una democratura. Sarà un sistema simile e forse più autoritario di quello ungherese, che ha visto Viktor Orbán alla guida di Budapest per 16 anni consecutivi. Ma l’Ungheria era un Paese piccolo, solo relativamente influente negli equilibri europei.

Non è una questione solo italiana, ma riguarda anche la Santa Sede. Che significherebbe per il Vaticano condividere la capitale con la prima grande democratura dell’Europa? Che impatto avrebbe anche solo la prospettiva di questa legge in altri Paesi europei, dove la destra radicale è in aumento e potrebbe presto governare, come in Francia con la signora Marine Le Pen? Spingerebbe Le Pen ancora più a destra o al centro?

Di fatto si mette la Chiesa in una situazione molto difficile a poco meno di un secolo dei Patti Lateranensi. La Chiesa li firmò con Mussolini.

Un secolo fa tra gli opposti estremi di comunismo (ateista militante, di cui si conoscevano i frutti per la Rivoluzione russa del 1917) e il fascismo (allora alle prime armi) la Chiesa scelse il fascismo. Nel 2029 il papa dovrebbe benedire il (o la) nuovo Mussolini italiano, come fece un secolo fa? Allora le cose non andarono bene per la Chiesa. Essa più di altri sa che errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Oggi non c’è quella lotta ideologica anticlericale. C’è un cumulo di questioni aperte. Gli europei, dopo la fine della guerra fredda, quasi 40 anni fa, hanno affidato ad altri una serie di agende strategiche. La sua sicurezza l’ha data agli Usa; l’energia alla Russia; la produzione industriale alla Cina; la forza lavoro agli immigrati; la moneta a un incrocio mai chiarito fra Bruxelles, Francoforte e vari governi nazionali.

Tali esternalizzazioni sono nodi venuti gravemente al pettine negli ultimi anni, e diventati scottanti dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

L’ascesa delle destre in Europa è la ricerca di una risposta a questi nodi, che si sono attorcigliati con gli anni e che ora diventano sempre più urgenti. Ma possono essere risolti con la corsa verso la trasformazione dei sistemi democratici in Italia e poi magari anche in Europa?

La Santa Sede sarà d’accordo? I Patti Lateranensi, nel bene o nel male, legarono la Santa sede all’Italia in modo speciale, ma vale anche il contrario.

Sul caso Hanning il vero danno è compromettere la fiducia tra i servizi. Parla Teti

8 October 2026 at 10:11

“Il problema più grave non è sempre il segreto che l’avversario riesce a rubare dall’esterno. A volte è quello che qualcuno riesce a portare fuori dall’interno”. Per Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, è questa la lezione più importante del caso August Hanning, l’ex direttore del Bnd coinvolto in un’inchiesta che ipotizza un prolungato flusso di informazioni riservate dall’intelligence tedesca. Una vicenda che, al di là dell’esito giudiziario, apre interrogativi sulla sicurezza interna dei servizi, sulla tutela delle informazioni condivise tra alleati e sulla capacità delle agenzie europee di individuare in tempo le minacce provenienti dall’interno.

Professor Teti, perché il caso August Hanning sta provocando tanta preoccupazione in Germania?

Perché non stiamo parlando di un funzionario qualsiasi. August Hanning è stato presidente del Bundesnachrichtendienst, il Bnd, dal 1998 al 2005 e successivamente ha ricoperto importanti incarichi istituzionali. Parliamo quindi di una persona che ha conosciuto dall’interno la struttura, le procedure, gli uomini, le relazioni internazionali e soprattutto i meccanismi decisionali dell’intelligence tedesca. Secondo la ricostruzione della Procura federale, l’ipotesi investigativa riguarda un flusso di informazioni che si sarebbe protratto per molti anni. Se l’impianto accusatorio venisse confermato, ci troveremmo davanti a qualcosa di molto più complesso di una semplice sottrazione di documenti classificati. Avremmo un possibile canale informativo parallelo capace di trasferire all’esterno informazioni provenienti dal cuore dell’apparato intelligence tedesco. Naturalmente dobbiamo ricordare che siamo nella fase delle indagini e che le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.

Secondo gli investigatori sarebbero coinvolti quasi duemila documenti. È il numero a impressionarla maggiormente?

Non necessariamente. Il numero è certamente significativo, ma nell’intelligence la quantità non coincide automaticamente con il valore. Potrebbero esistere dieci documenti molto più importanti di mille altri. Quello che bisogna comprendere è la natura delle informazioni, il loro livello di classificazione, la loro provenienza, il periodo temporale al quale si riferiscono e soprattutto chi ne sia entrato eventualmente in possesso. C’è poi un elemento ancora più importante. Se si dispone per anni di un flusso costante di documenti provenienti da un servizio di intelligence, non si acquisiscono soltanto informazioni. Si può progressivamente ricostruire il modo nel quale quell’organizzazione pensa. Si comprendono le priorità informative, le aree geografiche di interesse, le minacce considerate più rilevanti, le capacità di raccolta, le lacune informative e persino il processo attraverso il quale l’intelligence viene trasferita al decisore politico. È quello che definirei una sorta di “reverse engineering” dell’intelligence.

Può spiegare meglio questo concetto?

Un servizio straniero non vuole semplicemente sapere cosa conosce il proprio avversario, ma vuole capire come arriva a conoscerlo. È una differenza fondamentale. Se riesco a ricostruire nel tempo quali informazioni raggiungono il vertice politico, posso comprendere quali siano le priorità dell’apparato, posso individuare eventuali lacune, posso intuire quali fonti siano particolarmente produttive e quali strumenti di raccolta vengano utilizzati. Soprattutto posso tentare di capire cosa il servizio “non sa”. Nell’intelligence, conoscere le lacune informative dell’avversario può essere persino più importante che conoscere ciò che sa. Ecco perché un archivio di quasi duemila documenti, se effettivamente fosse strutturato e distribuito lungo molti anni, potrebbe assumere un valore enormemente superiore alla somma dei singoli documenti.

Quindi il danno potrebbe andare oltre le informazioni contenute nei documenti?

Assolutamente sì e si stende su più livelli. Il primo livello riguarda il contenuto. Il secondo riguarda le fonti. Il terzo riguarda i metodi. Il quarto riguarda le relazioni. Il quinto, probabilmente il più importante, riguarda la capacità di ricostruire il sistema. Quando analizziamo una “intelligence compromise” dobbiamo evitare di ragionare come se stessimo analizzando esclusivamente un data breach informatico. Se vengono sottratti dei file da un’azienda, posso teoricamente quantificare il numero dei record compromessi. Nell’intelligence è molto più difficile. Un documento può contenere riferimenti indiretti a una fonte umana, a una capacità SIGINT, a una cooperazione internazionale o a un’operazione in corso. Combinando più documenti attraverso tecniche di analisi correlativa è possibile ottenere informazioni che nessuno dei singoli documenti conteneva esplicitamente. È il cosiddetto principio del “mosaico informativo”.

Uno degli aspetti più delicati riguarda i possibili destinatari stranieri. Quanto è importante stabilire chi abbia ricevuto le informazioni?

È probabilmente la domanda principale dell’intera indagine. Nel contrasto al riciclaggio si utilizza spesso l’espressione “follow the money”. Nel controspionaggio potremmo utilizzare l’espressione “follow the information”. Bisogna ricostruire l’intero percorso dell’informazione. Chi l’ha prodotta? Chi poteva accedervi? Chi l’ha estratta? Come è stata trasferita? Chi l’ha ricevuta? È stata trasformata in un rapporto? Quel rapporto è stato venduto? Chi lo ha acquistato? Il destinatario apparente coincideva con quello reale? E soprattutto bisogna verificare se le informazioni siano state ulteriormente trasferite. Perché un documento consegnato a una singola persona può successivamente entrare nell’ecosistema informativo di un apparato intelligence straniero e diventare accessibile a numerosi analisti. Da quel momento il controllo sull’informazione è definitivamente perduto. È stato fatto anche il nome dell’Azerbaigian. Su questo occorre essere estremamente prudenti. La Procura federale tedesca, nelle informazioni pubblicamente disponibili, non ha identificato ufficialmente i servizi stranieri ai quali sarebbero state destinate le informazioni. Sono emerse ricostruzioni giornalistiche che hanno indicato possibili collegamenti con l’Azerbaigian, ma Baku ha respinto tali ricostruzioni. Finché non emergeranno elementi investigativi più precisi, attribuire con certezza l’operazione a un determinato Paese sarebbe metodologicamente scorretto. Nell’intelligence l’attribuzione è una delle operazioni più complesse, e quando si parla di spionaggio, distinguere tra fatti, indizi, valutazioni analitiche e ipotesi è fondamentale.

Il caso potrebbe coinvolgere indirettamente anche altri servizi occidentali?

Potenzialmente sì, ed è uno degli aspetti che considero più delicati. Nessun grande servizio di intelligence occidentale opera isolatamente. Esistono scambi continui di informazioni tra servizi alleati. Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e gli altri Paesi NATO condividono informazioni, analisi, indicatori di minaccia e prodotti intelligence. Quindi bisognerà comprendere se tra i documenti eventualmente compromessi fossero presenti anche informazioni provenienti da servizi partner. Se così fosse, il problema non sarebbe più soltanto tedesco.

Quale potrebbe essere la reazione degli altri servizi?

Nel mondo dell’intelligence la fiducia è una valuta strategica. Quando un servizio consegna un’informazione particolarmente sensibile a un partner, deve essere ragionevolmente certo che quella informazione venga protetta. Se questa certezza diminuisce, anche temporaneamente, può cambiare il livello della cooperazione. Non significa necessariamente interrompere i rapporti. Sarebbe irrealistico, soprattutto tra alleati strategici, ma potrebbe cambiare la qualità delle informazioni condivise. Un servizio potrebbe decidere di compartimentare maggiormente alcuni prodotti, limitare temporaneamente la distribuzione di determinate informazioni o aumentare i livelli di controllo.

Il danno reputazionale, nel mondo dell’intelligence, può durare più a lungo del danno operativo. È questo, secondo lei, il vero rischio per il Bnd?

Uno dei principali. Il Bnd dovrà certamente ricostruire l’eventuale danno informativo, ma dovrà contemporaneamente proteggere la fiducia dei partner, e ciò rappresenta un lavoro estremamente complesso. Occorrerà probabilmente effettuare un vero e proprio “damage assessment”, ovvero identificare i documenti, classificarli per sensibilità, ricostruirne la distribuzione, verificare la presenza di informazioni provenienti da servizi alleati, identificare eventuali fonti compromesse e stabilire quali operazioni possano essere state indirettamente esposte. È un processo che potrebbe richiedere molto tempo.

Il caso Hanning può essere considerato un esempio di insider threat? 

Se le accuse fossero confermate, sarebbe un caso estremamente significativo di insider threat, proprio perché coinvolgerebbe livelli elevatissimi dell’organizzazione. Siamo abituati a immaginare la minaccia interna come il dipendente infedele che copia documenti o utilizza impropriamente le proprie credenziali. Ma esiste un insider threat molto più sofisticato. Un alto dirigente possiede qualcosa che nessun hacker può sottrarre facilmente: la conoscenza profonda dell’organizzazione. Conosce le persone, le procedure, i meccanismi informali, la cultura interna, il significato reale delle classificazioni, e soprattutto sa attribuire valore alle informazioni. Un documento apparentemente ordinario può assumere un’importanza enorme agli occhi di chi conosce il sistema nel quale quel documento è stato prodotto.

Ma Hanning aveva lasciato il Bnd molti anni prima.

Ed è precisamente questo uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Quando un dirigente lascia un servizio di intelligence perde le proprie funzioni, ma non perde automaticamente il proprio capitale relazionale. Decenni trascorsi ai vertici dello Stato producono una rete di rapporti con funzionari, diplomatici, militari, uomini politici, imprenditori, dirigenti pubblici e rappresentanti di servizi stranieri. Questo patrimonio relazionale è perfettamente legittimo, ma dal punto di vista della sicurezza deve essere considerato. Per questo ritengo che il caso Hanning riaprirà inevitabilmente il dibattito sulla cosiddetta “post-employment security”, cioè sulla gestione del rischio collegato agli ex dirigenti delle strutture più sensibili dello Stato.

Bisognerebbe quindi controllare gli ex direttori dei servizi?

Non parlerei genericamente di controllo sulle persone, sarebbe una semplificazione pericolosa. Bisogna invece costruire regole chiare. Ad esempio, valutare eventuali conflitti di interesse, regolamentare determinati incarichi di consulenza, definire obblighi di comunicazione per alcune attività professionali e mantenere programmi periodici di sensibilizzazione sulla protezione delle informazioni classificate. Bisogna trovare un equilibrio tra libertà individuale e sicurezza nazionale, ma è evidente che un ex vertice dell’intelligence rappresenta, per tutta la vita, un patrimonio straordinario di conoscenze sensibili.

C’è anche un problema legato al mercato privato dell’intelligence?

Certamente. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito alla crescita di un enorme mercato della “private intelligence”. Ex funzionari dei servizi, militari, diplomatici e specialisti della sicurezza entrano nel settore privato mettendo legittimamente a disposizione competenze maturate nel settore pubblico. È un fenomeno globale, ma il problema nasce quando diventa difficile distinguere tra il patrimonio professionale dell’individuo e l’utilizzo di informazioni che appartengono allo Stato. È una linea che deve essere assolutamente netta. La consulenza privata può utilizzare esperienza, competenza, metodologia e capacità analitica, ma non può utilizzare informazioni classificate ottenute attraverso canali impropri.

C’è un aspetto del caso che la colpisce particolarmente?

Sì. La durata del presunto flusso informativo. Se venisse confermato che documenti classificati sono stati trasferiti per un periodo così lungo, la domanda non sarebbe soltanto: “Chi li ha trasferiti?”. La domanda diventerebbe: “Perché il sistema non se ne è accorto?” E questa è una domanda molto più difficile. Un comportamento illecito individuale riguarda una persona, ma un comportamento che riesce eventualmente a proseguire per anni può indicare anche una vulnerabilità organizzativa. Bisognerà capire quali controlli sugli accessi esistessero, quali log venissero conservati, quali sistemi di auditing fossero attivi e se vi siano stati segnali deboli che non sono stati identificati o correttamente interpretati.

La tecnologia e l’intelligenza artificiale possono aiutare a prevenire casi simili?

Moltissimo. I sistemi di “User and Entity Behavior Analytics” consentono già oggi di costruire profili comportamentali degli utenti e individuare anomalie. L’intelligenza artificiale permette di andare oltre. Può correlare accessi, download, interrogazioni dei database, spostamenti di file, orari di lavoro e altre variabili per identificare comportamenti anomali che, considerati singolarmente, potrebbero sembrare irrilevanti. Immaginiamo un funzionario che consulta cento documenti. Il numero in sé potrebbe essere perfettamente normale. Ma se quei documenti appartengono a settori non coerenti con il suo incarico, vengono consultati in determinati momenti e successivamente trasferiti o stampati, la correlazione degli eventi può generare un indicatore di rischio.

L’IA può quindi diventare uno strumento straordinariamente importante per il controspionaggio interno. Non c’è però il rischio di trasformare un servizio in una struttura di sorveglianza permanente dei propri dipendenti?

Certamente, ed è qui che entra in gioco la governance. La tecnologia non deve diventare un alibi per eliminare qualsiasi forma di proporzionalità. Servono regole, controlli, audit e una chiara definizione delle finalità. Ma dobbiamo anche essere realistici: chi lavora con informazioni dalle quali può dipendere la sicurezza nazionale opera inevitabilmente all’interno di un regime di sicurezza più rigoroso rispetto a quello applicabile a un normale ambiente lavorativo. Il principio dovrebbe essere quello dello Zero Trust, opportunamente adattato al mondo intelligence. Non significa non fidarsi di nessuno. Significa che la fiducia non può sostituire il controllo.

Nemmeno quando si parla dei vertici?

Soprattutto quando si parla dei vertici. Ed è questo il grande paradosso dell’intelligence. Più una persona sale nella gerarchia, maggiore è la fiducia che deve necessariamente ricevere. Ma contemporaneamente aumenta il danno che quella persona potrebbe provocare se quella fiducia venisse tradita. Per questo ritengo che una delle lezioni più importanti sia racchiusa nel principio “trust, but continuously verify”. Fidarsi, ma verificare continuamente. Il controllo non deve dipendere dalla posizione gerarchica. C’è un altro elemento singolare: l’inchiesta sarebbe emersa nell’ambito di un procedimento diverso. È un aspetto che merita molta attenzione. Secondo la ricostruzione della Procura federale, parte del materiale sarebbe stata individuata durante una perquisizione effettuata nel settembre 2025 nell’ambito di un altro procedimento e successivamente trasmessa alla Procura federale. Se questa dinamica venisse pienamente confermata, emergerebbe una domanda inevitabile: il presunto circuito sarebbe stato scoperto senza quell’indagine? È una domanda che qualsiasi organizzazione intelligence dovrebbe porsi. Non soltanto il Bnd.

Quindi il caso Hanning contiene una lezione anche per gli altri servizi europei?

Assolutamente sì. Sarebbe un errore considerarlo esclusivamente un problema tedesco. Ogni grande incidente intelligence deve essere studiato dagli altri servizi come un caso di scuola. Bisogna chiedersi: potrebbe accadere anche a noi? I nostri sistemi sarebbero in grado di rilevarlo? Quanto tempo impiegheremmo? Quali informazioni potrebbero essere compromesse? Come reagiremmo? È questo il valore dell’analisi comparativa nel controspionaggio.

Il contesto geopolitico rende la vicenda ancora più grave?

Senza dubbio. L’Europa si trova in una fase di competizione intelligence estremamente intensa. La guerra in Ucraina, il confronto con la Russia, la crescente assertività cinese, l’Iran, il terrorismo, le minacce ibride, la competizione tecnologica e le operazioni di influenza hanno aumentato enormemente l’importanza dell’intelligence. Contemporaneamente è aumentata la cooperazione tra i servizi occidentali. Questo significa che circola una quantità maggiore di informazioni, e più informazioni circolano, maggiore diventa la necessità di proteggerle.

Qual è allora la vera lezione del caso Hanning?

Che la sicurezza di un servizio segreto non può essere misurata soltanto dalla sua capacità di raccogliere informazioni. Deve essere misurata anche dalla capacità di proteggerle. Possiamo disporre dei migliori sistemi SIGINT, dei satelliti più sofisticati, dell’intelligenza artificiale più avanzata e delle migliori capacità cyber, ma alla fine rimane sempre l’elemento umano. La risorsa più importante dell’intelligence continua a essere la fiducia, ovvero fiducia tra funzionari, fiducia tra il servizio e il governo, fiducia tra apparati alleati. Se questa fiducia viene compromessa, soprattutto ai livelli più elevati, il danno può essere molto più profondo della perdita di un singolo documento classificato.

Quindi la domanda centrale non è soltanto quali segreti siano eventualmente usciti dal Bnd?

Esatto, bisogna certamente capire cosa sia eventualmente uscito, ma bisogna soprattutto capire dove sia arrivato, chi lo abbia utilizzato, quali decisioni possa aver influenzato, quali fonti possa aver compromesso, quali servizi alleati possano essere stati indirettamente coinvolti. E soprattutto se qualcuno, attraverso anni di informazioni, sia riuscito a comprendere meglio il funzionamento interno dell’intelligence tedesca, perché nel controspionaggio il problema più grave non è sempre il segreto che l’avversario riesce a rubare dall’esterno. A volte è quello che qualcuno riesce a portare fuori dall’interno. Ed è proprio per questo che, indipendentemente dall’esito giudiziario, il caso Hanning rappresenta già oggi un importante caso di studio per l’intera comunità dell’intelligence europea.

Energia senza frontiere. Ecco cosa si è detto al Festival del Cambiamento 2026

8 October 2026 at 09:52

Energia, geopolitica, sicurezza nazionale, innovazione e competitività industriale sono ormai parti dello stesso dossier. È la fotografia emersa dalle due giornate del Festival del Cambiamento, organizzato tra Trieste e Gorizia. Promosso dalla Camera di Commercio Venezia Giulia con l’International Strategic Network (ISN) e Med-Or Italian Foundation, in collaborazione con la Regione Friuli-Venezia Giulia, all’evento hanno partecipato istituzioni, imprese, accademici ed esperti hanno discusso non soltanto di come produrre l’energia del futuro, ma soprattutto di come garantirla in un sistema internazionale diventato più instabile e competitivo.

Il punto di partenza è stato inevitabilmente geopolitico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha riportato al centro la vulnerabilità delle rotte marittime e delle infrastrutture attraverso cui passa una parte decisiva degli approvvigionamenti globali. Una questione che, come ha osservato il presidente della Camera di commercio Venezia Giulia Antonio Paoletti, rende ancora più urgente per l’Italia ridurre la dipendenza energetica dall’estero attraverso un mix che comprenda rinnovabili e nucleare di nuova generazione.

È anche il cambio di paradigma evidenziato dal giornalista e saggista Federico Rampini: la stagione nella quale il dibattito energetico poteva essere ricondotto prevalentemente alla transizione dalle fonti fossili a quelle sostenibili ha lasciato spazio a una realtà nella quale l’energia è tornata a essere una componente essenziale della sicurezza nazionale. Una trasformazione che, secondo Mohammed Baharoon, direttore generale del Dubai Public Policy Research Center, richiede risposte coordinate e una prospettiva globale.

Per l’Italia, la questione riguarda anzitutto la composizione del proprio mix. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato la necessità di aumentare la produzione da rinnovabili, geotermico, idroelettrico, fotovoltaico ed eolico, integrandola nel tempo con il nuovo nucleare. Sulla stessa esigenza di diversificazione si è soffermato Andrea Prete, presidente di Unioncamere, richiamando la crescita attesa della domanda globale e la necessità di ragionare in termini di addizione energetica, mentre il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga ha posto l’accento sui costi, sulle infrastrutture di rete europee e sulla necessità di maggiore autonomia. Anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, partendo dagli investimenti realizzati per l’elettrificazione delle banchine portuali, ha indicato nel nucleare una delle sfide da affrontare per il futuro.

La sicurezza energetica passa però anche dalla geografia. Lorenzo Ortona, coordinatore vicario della Struttura di Missione per il Piano Mattei, ha ricondotto il tema alla costruzione di nuove infrastrutture tra Nord Africa, Italia ed Europa, accompagnandole con investimenti in competenze e creazione di valore nei Paesi partner. È una dimensione che progetti come ELMED e il SoutH2 Corridor rendono sempre più concreta e che attribuisce al Mediterraneo un ruolo crescente nella strategia energetica europea.

In questo quadro si inserisce anche la riflessione dell’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale dell’Italia per il Corridoio India-Medio Oriente-Europa, che ha collocato il Festival nel più ampio processo di adattamento dell’Italia e dell’Europa a una trasformazione internazionale sempre più rapida. Trieste e Gorizia, città di frontiera e connessione, diventano così un osservatorio particolarmente significativo delle nuove geografie economiche, energetiche e infrastrutturali.

La dimensione infrastrutturale è emersa con particolare forza anche dal confronto sui mercati petroliferi. Alessandro Gorla, presidente della Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino, ha sottolineato il valore strategico del sistema che da Trieste rifornisce l’Europa centrale in una fase di redistribuzione dei flussi petroliferi. Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, ha invece richiamato la forte dipendenza italiana dalle importazioni di gas e le potenzialità delle riserve nazionali. Per Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, il rafforzamento delle rinnovabili e dell’efficienza energetica rappresenta nel breve e medio periodo una componente essenziale dell’autonomia del Paese, mentre l’intelligenza artificiale può contribuire alla riduzione dei consumi.

Sul versante industriale, Filippo Nicolò Rodriguez, head of Macro Area Nord Institutional Affairs Italy di Enel, ha posto l’accento sulla necessità di accelerare investimenti in reti e rinnovabili attraverso un quadro regolatorio stabile e procedure più rapide. Carlo Andriolo, amministratore delegato di AcegasApsAmga, ha richiamato il ruolo degli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi territoriali.

La trasformazione, del resto, non riguarda una singola tecnologia. Rodolfo Taccani, docente dell’Università di Trieste e responsabile scientifico della North Adriatic Hydrogen Valley, ha indicato proprio nell’esperienza della Hydrogen Valley un esempio della necessità di mettere insieme ricerca, industria, territori, competenze e capitali. Giorgio Graditi, direttore generale di Area Science Park, ha sottolineato l’importanza di coordinare rinnovabili, reti, accumuli, flessibilità, mercati e competenze digitali. Massimo Nicolazzi, docente di Economia e management delle risorse energetiche, ha invece richiamato il ritorno della sicurezza degli approvvigionamenti come priorità strutturale.

È su queste premesse che la seconda giornata, nell’Aula magna del polo goriziano dell’Università di Trieste, ha spostato l’attenzione dalle emergenze del presente alle infrastrutture e alle tecnologie necessarie per costruire il sistema energetico del futuro. Il confronto, moderato nella prima parte dal giornalista dell’Ansa Francesco De Filippo e nella seconda da Francesco Maria Talò, ha attraversato rinnovabili, idrogeno, nucleare, reti, accumuli e connessioni internazionali.

Il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna ha collocato questa trasformazione nella vocazione storica della città come territorio di confine e di transito, destinato ora a diventare anche cerniera delle nuove reti energetiche. Il consigliere regionale Diego Bernardis, intervenuto per il Friuli Venezia Giulia, ha ricordato gli interventi regionali a sostegno di cittadini e imprese. Carole Nakhle, founder e ceo di Crystol Energy, ha allargato la prospettiva alla geopolitica, che sta ridisegnando flussi, alleanze e lo stesso concetto di sicurezza energetica.

Per Luca Squeri, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, il percorso richiede pragmatismo e neutralità tecnologica, combinando rinnovabili e nucleare con reti, accumuli e innovazione. Alessandra Pasini, co-founder, Group President & CEO di Zhero Europe, ha sottolineato il ruolo delle interconnessioni internazionali, degli investimenti privati e dei sistemi di accumulo. Diego Portoghese, vicepresidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, ha ricondotto la transizione a una più ampia trasformazione industriale, nella quale diversificazione, sicurezza e decarbonizzazione devono procedere insieme.

È qui che il dossier energetico incontra quello tecnologico. L’intelligenza artificiale richiederà più capacità di calcolo, più data center, più elettricità e più risorse strategiche. La competizione si sposta quindi dalle singole materie prime al controllo delle catene del valore: estrazione, raffinazione, trasformazione, infrastrutture e capacità industriale. Per l’Europa significa anche confrontarsi con la propria esposizione alla Cina nelle fasi cruciali della raffinazione e della lavorazione dei minerali critici.

Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, ha inserito questa dinamica nella trasformazione della globalizzazione e nella necessità di riportare in Italia alcune produzioni considerate strategiche, a partire dalla difesa. Fausto Torri, responsabile energia EMEA e Italia Accenture, ha sottolineato l’intreccio tra transizione energetica, innovazione tecnologica e materie prime. Davide Falteri, presidente di Federlogistica Nazionale, ha richiamato il ruolo di porti, reti e intermodalità nel garantire approvvigionamenti resilienti e competitività.

L’innovazione può però contribuire anche a ridurre il costo energetico della stessa rivoluzione digitale. Gianluigi Rozza, professore ordinario di Analisi numerica e calcolo scientifico alla SISSA, ha illustrato il lavoro su algoritmi più efficienti, risparmio computazionale e gemelli digitali applicabili all’industria, alle infrastrutture e ad altri settori. È l’altra faccia del rapporto tra AI ed energia: la tecnologia aumenta la domanda elettrica, ma può contemporaneamente rendere più efficiente il modo in cui l’energia viene prodotta, distribuita e utilizzata.

Il quadro porta inevitabilmente all’Africa. Sara Ibrahim Ahmed Elhag, responsabile della Divisione Energia della Commissione dell’Unione Africana, ha indicato nella trasformazione energetica e digitale un’opportunità di industrializzazione per il continente, a condizione che il rapporto con l’Europa non si limiti all’estrazione delle materie prime ma coinvolga raffinazione, manifattura, infrastrutture e servizi. Una convergenza potenziale: maggiore diversificazione e resilienza per l’Europa, maggiore valore aggiunto e capacità industriale per l’Africa.

Una trasformazione che riguarda, infine, la capacità del Paese di immaginare il proprio futuro. Alec Ross, autore di The Italian Dream, ha ricondotto questa sfida alla possibilità per l’Italia di costruire un modello di crescita basato sulle proprie caratteristiche e accompagnato da pragmatismo, programmazione e capacità di innovare.

Le conclusioni della seconda giornata sono state affidate alla viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava, che ha ricondotto i diversi fili del Festival a una stessa priorità: per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni, diversificare gli approvvigionamenti, aumentare la produzione e tutelare la capacità industriale significa ormai occuparsi contemporaneamente di energia, competitività e sicurezza nazionale.

Guerra ibrida e zona grigia. Perché la pressione di Mosca sta compattando la Nato

8 October 2026 at 08:27

La pressione ibrida esercitata dalla Russia potrebbe contribuire a restringere le distanze tra gli alleati sulla natura della minaccia e, soprattutto, sulla risposta da dare a Mosca. È la lettura offerta dal ministro degli Esteri della Lituania, Kęstutis Budrys, in un’intervista concessa al Washington Times.

Secondo il vertice della diplomazia di Vilnius, le operazioni ibride e di sabotaggio riconducibili alla Russia stanno avvicinando le posizioni dei Paesi dell’Alleanza. Per rendere credibile la deterrenza, ha spiegato, occorre rispondere con fermezza e dimostrare che esistono linee rosse che gli alleati sono disposti a difendere.

La soglia è politica

La questione per la Nato è stabilire come reagire, in modo collettivo, a una campagna che, proprio perché condotta attraverso strumenti differenti – sabotaggio, operazioni cibernetiche, interferenze, violazioni dello spazio aereo, azioni contro infrastrutture critiche – tende a restare al di sotto della soglia inequivocabile di un attacco militare convenzionale.

Le operazioni sotto soglia consentono di imporre costi all’avversario, mettere sotto pressione i suoi apparati di sicurezza e testarne le reazioni senza arrivare necessariamente a una situazione che imponga il ricorso alla difesa collettiva prevista dall’articolo 5 del Trattato Atlantico.

La valutazione di Vilnius è che questi episodi non vadano letti nel loro insieme, analizzando come la Russia stia sistematicamente testando la vigilanza della Nato e la sua capacità di risposta. Da qui la richiesta di accelerare sulle capacità anti-drone, sulla protezione delle infrastrutture critiche e sulla condivisione dell’intelligence, ma anche di rendere più rapido il processo di attribuzione delle operazioni ostili e di concordare risposte capaci di imporre un costo concreto all’autore dell’attacco.

Nelle operazioni ibride, il tempo che intercorre tra un incidente, la sua attribuzione e una risposta politica rappresenta esso stesso uno spazio di manovra. E ridurlo significa restringere il margine nel quale una potenza avversaria può operare contando (e sfruttando) sull’incertezza degli alleati.

Dalla Lituania un messaggio alla Nato

Vilnius insiste da tempo su questo punto. All’inizio di settembre Budrys aveva sostenuto che alcune azioni russe non potessero più essere liquidate semplicemente come minacce “ibride”, osservando come il ricorso a mezzi potenzialmente distruttivi renda sempre meno netta la separazione tra attività clandestina e azione cinetica.

La risposta proposta dalla Lituania risiede nel tentativo di rendere più prevedibile la deterrenza. Come? Più chiaro è il costo associato a determinate condotte, minore è lo spazio per testare ripetutamente la coesione dell’Alleanza senza conseguenze.

Budrys ha indicato, tra gli strumenti, nuove sanzioni, una politica più restrittiva nei confronti degli operatori russi che agiscono sotto copertura diplomatica, maggiori iniziative contro la cosiddetta flotta ombra e un rafforzamento delle difese sul fianco orientale. Il ministro ha inoltre sostenuto che l’operazione Nato Baltic Sentry, avviata per aumentare la sorveglianza nel Baltico, abbia già mostrato come una presenza alleata più visibile possa contribuire a ridurre le attività ostili contro le infrastrutture critiche.

Le operazioni ibride sono messe in atto per sfruttare l’ambiguità, produrre incertezza sull’attribuzione e creare divergenze sulla risposta. Ma più queste operazioni diventano frequenti e riconoscibili, più rischiano di produrre l’effetto opposto.

Le valutazioni europee continuano a distinguere, infatti, tra l’intensificazione delle attività ibride russe e la prospettiva di un attacco convenzionale diretto contro la Nato, considerato al momento meno probabile anche per l’impiego delle forze russe in Ucraina. Il problema immediato è piuttosto impedire che sabotaggi, incursioni e operazioni clandestine, ormai componenti ordinarie del confronto tra Russia e Occidente, vedano un’impennata di casi senza però registrare un indurimento delle reazioni occidentali ed un aumento dei costi per chi perpetra queste condotte.

 

Irkutsk mette alla prova l’asse Mosca-Pechino sulla biosicurezza?

7 October 2026 at 15:44

Il caso di Irkutsk, dove una lavoratrice dell’Istituto anti-peste è morta in circostanze ancora da chiarire, offre preziosi spunti per l’approccio del Cremlino al tema della biosicurezza. Stupisce che gli Stati Uniti si siano offerti di aiutare Mosca. Il presidente Donald Trump ha infatti annunciato che “molto presto” ci sarà una telefonata con il leader russo Vladimir Putin, nonostante il partner con cui la Russia ha costruito negli ultimi anni una collaborazione strutturata in questo settore sia la Cina. Eppure Pechino ha finora scelto il silenzio.

Sul piano sanitario l’allarme resta contenuto. Il Cdc non vede minacce per gli Stati Uniti e l’Oms giudica basso il rischio per la popolazione. La notizia, quindi, non è tanto il decesso. È il modo in cui l’episodio viene gestito, raccontato e collocato nei rapporti tra le grandi potenze. Da parte russa la comunicazione è stata infatti tutt’altro che lineare, con il leader della vicina Buriazia aveva parlato di peste mentre Rospotrebnadzor, l’agenzia sanitaria federale russa, ha parlato di “polmonite di eziologia sconosciuta” e ha escluso incidenti all’interno dell’istituto. Una versione che non è bastata all’Oms, che ha chiesto chiarimenti sulla causa della morte e sull’eventuale patogeno, sollecitando informazioni “tempestive, complete e trasparenti”. Al 4 ottobre invece la Cina non aveva diffuso alcun avviso sanitario né sconsigliato i viaggi in Russia, mentre fino a sei voli al giorno continuavano a collegare Irkutsk a diverse città cinesi. Un silenzio che pesa, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi.

Ad agosto oltre 300 operatori cinesi, tra cui personale di un centro per il controllo delle malattie della People’s Liberation Army, avevano simulato con esperti russi la gestione di un’epidemia di peste importata. All’esercitazione aveva preso parte anche il direttore dell’istituto di Irkutsk. Il 29 settembre funzionari sanitari dei due Paesi si sono incontrati di nuovo, ma nel comunicato finale del caso non c’è traccia. Episodi che sostengono la tesi, espressa dalla Jamestown Foundation, secondo cui Mosca e Pechino stiano costruendo un sistema di biosicurezza condiviso a metà tra la dimensione civile e quella militare. Una rete che si starebbe allargando anche a Bielorussia, Asia centrale e organizzazioni regionali come la Sanghai Cooperation Organization.

Eppure, alla prova dei fatti, questa cooperazione non sembra tradursi in azione. Il caso di Irkutsk avrebbe tutte le caratteristiche per attivarla, essendo molto simile a quello scenario che, in sostanza, russi e cinesi avevano simulato ad agosto. Ma di quella macchina condivisa, oggi, non c’è traccia visibile. Le possibili spiegazioni sono diverse. Pechino potrebbe aver ricevuto da Mosca informazioni sufficienti a ritenere il rischio trascurabile, e scegliere quindi di non intervenire pubblicamente. Oppure la cooperazione potrebbe funzionare su canali riservati, senza alcuna proiezione esterna. O ancora, all’atto pratico questa solidarietà è molto meno forte di quanto potesse sembrare.

Priorità e prospettive in Artico. La strategia italiana e il libro bianco del Cnr

7 October 2026 at 15:41

Scienza, spazio e geopolitica trovano una sintesi nell’Artico e l’Italia si approccia, come meglio non poteva fare, all’international artic year 2032. Lo spunto viene dalla Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs, con il patrocinio dei mnisteri della Difesa e dell’Università e della Ricerca. Per la prima volta la comunità scientifica italiana impegnata nelle regioni polari si è incontrata per confrontarsi sugli ultimi dati e avanzamenti della ricerca e per definire priorità e prospettive.

Una tre giorni con più di 200 partecipanti per dare fiato a proposte e priorità che confluiranno in un White Paper. Il documento costituirà uno strumento strategico per orientare le future politiche italiane dedicate all’Artico, all’Antartide e al Terzo Polo (Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet), territori sempre più cruciali per comprendere le dinamiche del clima globale. Punto di partenza la consapevolezza che il tema polare è non solo strategico, ma parte integrante della visione politica di ogni paese, Italia compresa. Numerosi i progetti a cui l’Italia prende parte con successo, come Boomerang, Apegaia, Epica, Stazione Concordia assieme alla Francia, o Ice Memory che conserva carote di ghiaccio di tutto il mondo e ha il sigillo Unesco che le attribuisce il respiro internazionale.

In questo senso trova applicazione il Piano nazionale Artico del Governo che, come più volte osservato dal presidente del consiglio Giorgia Meloni, intende occuparsi a fondo di questa area del mondo. Non a caso il ministero degli Esteri ha presentato da tempo la strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di preservare l’area artica come zona di pace e cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, sostenere le imprese che volessero investire lì e favorire la ricerca.

Un passaggio ribadito dall’ambasciatore Agostino Pinna, Inviato Speciale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per l’Artico, secondo cui la tradizione scientifica italiana è un elemento che consente all’Italia di essere soggetto autorevole e credibile. A breve verrà diffusa anche la strategia Ue sull’Artico, connessa alla questione securitaria legata alle minacce ibride. Molte cose che accadono in Artico infatti hanno poi riflesso in Ue, come le materie prime, lo spazio, le rotte, l’energia. Ma anche la pace, visto che lì operano assieme Russia e Usa, nonostante i venti di guerra in Ucraina e Iran. “Il lavoro di questi tre giorni segna un passo importante verso una visione condivisa della ricerca pubblica italiana nelle regioni polari”, ha dichiarato il Presidente del Cnr, Andrea Lenzi. “L’impegno del Cnr nelle scienze polari affonda le proprie radici in decenni di ricerca, dati e conoscenze, sviluppati nell’ambito dei Programmi per l’Artico e per l’Antartide sostenuti dal ministero dell’Università e della Ricerca. Un patrimonio costruito sulla collaborazione, sul dialogo con le comunità indigene e sulla responsabilità di offrire risposte solide alle sfide ambientali e climatiche del presente e del futuro”.

“I profondi cambiamenti che stanno interessando l’Artico, l’Antartide e il cosiddetto Terzo Polo himalayano – la più vasta riserva di ghiaccio del pianeta al di fuori delle regioni polari – hanno ripercussioni sempre più rilevanti sugli equilibri climatici, sugli ecosistemi e sulla società a livello globale”, ha commentato la Presidente Enea, Francesca Mariotti. “In questo scenario, la ricerca svolta dall’Italia e dall’Enea negli ambienti più estremi della Terra assume un ruolo cruciale. Un’attività di questo tipo richiede competenze scientifiche, come quelle che mettiamo in campo in Artico, ma nulla sarebbe possibile senza le infrastrutture e il supporto logistico che Enea garantisce, con un’efficiente macchina organizzativa, da oltre 40 anni in Antartide”.

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