Migranti Ceuta, Italia e Spagna concordano stop a sospensione Schengen




Palazzo Chigi smentisce che esista un problema di rifornimento della carta igienica – come riportato dal Fatto Quotidiano – facendo sapere che ci sono scorte “ampie e sufficienti per mesi”. Poco dopo le 8 di mattina una nota preparata e inviata ai giornalisti dal capo ufficio stampa di Palazzo Chigi, Fabrizio Alfano, fa sapere che non ci sono problemi di scorte dovuti alle proteste degli autotrasportatori che hanno creato disagi in molte zone del Sud Italia. L’ipotesi era circolata mercoledì in diverse sedi della presidenza del Consiglio con la richiesta, attraverso un passaparola, di portarsela da casa. Notizia che, secondo Palazzo Chigi, è “assolutamente falsa, priva di qualsiasi fondamento e ridicola” facendo sapere che i magazzini “sono regolarmente riforniti e dispongono di scorte ampie e sufficienti per mesi”. La presidenza del Consiglio ha anche invitato i giornalisti a vedere di persona se esistano o meno le scorte di carta igienica.
L'articolo Palazzo Chigi: “Nessun problema di rifornimento della carta igienica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
El expresidente del Gobierno Felipe González ha confirmado este jueves que no se siente representado por ningún candidato de cara a las elecciones del 29-N y que, por tanto, votará en blanco. Además, preguntado por las opciones de su partido, ha hecho referencia a la visita este miércoles del presidente de Argentina: “Si nos visita Milei 15 veces más, es posible que gane Sánchez”. Mientras, el portavoz del PP, Borja Sémper, ha defendido los vídeos producidos con IA por el equipo de comunicación de su partido, en los que suplanta la identidad de Begoña Gómez, José Luis Ábalos o José Luis Rodríguez Zapatero. Según Sémper, no tienen una “finalidad espuria”. El propio Sémper, como número tres, y Cayetana Álvarez de Toledo, número dos, acompañarán a Alberto Núñez Feijóo en las primeras posiciones de la lista del PP por Madrid. Desde el PSOE, la secretaria de Organización, Rebeca Torró, ha insistido en que “el PSOE va a participar en todos” los debates electorales, incluyendo uno sobre vivienda propuesto el miércoles por los populares, pero afea que los de Feijóo quieran decidir cuándo y en qué medio de comunicación.

© Gregorio Marrero (EFE)

Il primo governo della storia italiana a superare i quattro anni di vita è l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con alcuni numeri che danno la cifra dei provvedimenti varati, come il taglio di 140 miliardi di tasse a famiglie e imprese; la riduzione del 70% degli sbarchi illegali; l’aumento di 1,4 milioni di posti di lavoro stabili. Il documento diffuso dal governo elenca in modo sintetico i numeri più importanti e i provvedimenti più significativi approvati e avviati dall’insediamento a oggi.
Quasi un milione e mezzo di posti di lavoro e disoccupazione al 5,6% (era all’8,1% nel 2022). Tra i provvedimenti da citare il salario giusto legato ai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, il cosiddetto Decreto Primo Maggio; la svolta sulla sicurezza sui posti di lavoro che consiste in più ispettori, sblocco assunzioni in Inail e Inps, raddoppio delle assunzioni previste nell’Ispettorato e più 100 Carabinieri per la tutela del lavoro, oltre al tracciamento dei mancati infortuni, interoperabilità delle banche dati e sperimentazione del badge di cantiere. Sono stati stanziati 30 mln in più per le vittime di infortuni sul lavoro e 26 mln per le borse di studi per i figli superstiti.
Il governo ha manifestato una particolare attenzione ai costi, dopo l’allegra gestione del super bonus e del reddito di cittadinanza: l’Italia infatti è l’unica Nazione del G7 tornata già dal 2024 in avanzo primario dopo il Covid. Lo scorso 15 ottobre lo spread era a 109 punti, contro i 236 di quattro anni fa, segno di una fiducia da parte dei mercati e degli investitori. Ammonta a tre miliardi e mezzo il risparmio sugli interessi, destinabili a sanità, scuola, senza contare il minor peso fiscale per le famiglie. Sempre restando al comparto economico, la Borsa ha fatto registrare un più 130%, con la possibilità per le famiglie di detenere nel proprio portafogli più titoli. Inoltre c’è il pollice alzato da parte delle principali agenzie di rating, che migliorano il giudizio sull’affidabilità e solidità economica. La zes unica impatta complessivamente per 60 miliardi, che si somma alla decontribuzione al sud da 7 miliardi fino al 2030 per chi assume.
Altro capitolo, quello che riguarda la coesione grazie a 34 accordi siglati per lo sviluppo con Regioni, Province autonome e Amministrazioni centrali che si sono manifestati in oltre 50 miliardi di investimenti attivati, tra cui la riqualificazione dell’area di Bagnoli-Coroglio, le Province di Taranto e il Sulcis Iglesiente. Altre intese approvate in CdM sono quelle con Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto che si sommano alla legge per l’attuazione dell’Autonomia differenziata delle Regioni a Statuto ordinario e alla legge delega per la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).
Capitolo export, la voglia di Italia nel mondo cresce, come dimostra la quarta posizione mondiale raggiunta dall’Italia fra le nazioni esportatrici, impreziosita dal valore dell’agroalimentare giunto a 73 miliardi. I numeri inoltre dicono 401,8 mld nei primi 7 mesi del 2026; nuovo record di investimenti diretti esteri (più 12%). La comparazione con altri paesi rivela che il valore dell’export italiano ha superato il Giappone, i BTP decennali mostrano uno spread sceso al di sotto dei titoli francesi, il tasso disoccupazione dal IV trimestre 2025 è sceso sotto la media europea e dell’Eurozona, e infine sono state superate Germania e Uk per pil pro capite.
Alla voce infrastrutture il governo rivendica una serie di iniziative come la riforma del Codice degli appalti e della Governance portuale, il sostegno abitativo (oltre 20 mln nel 2026 per genitori separati o divorziati), il decreto Salva Casa per semplificare e rilanciare il mercato immobiliare, il Nuovo Codice della Strada e i 6,35 mld per 729 interventi sulle infrastrutture idriche. E poi c’è il Piano Casa, che consiste in 10 miliardi per 100mila alloggi in 10 anni, accanto al recupero di 60mila alloggi popolari ora non disponibili, al Fondo per l’Housing sociale e l’emergenza abitativa, agli alloggi a prezzi calmierati, al fondo garanzia mutui prima casa.
Sul versante internazionale, il governo sottolinea il ruolo dell’Italia nel mondo ottenuto con “coerenza e credibilità” di fronte alle crisi geopolitiche. In primis il sostegno all’integrazione dei Balcani Occidentali nella Ue, poi il rinnovato legame con l’America Latina, accanto al sostegno di una pace giusta e duratura in Ucraina, all’impegno per un quadro di pace e stabilità in Medio Oriente, fino alle nuove connessioni con l’Indo-Pacifico e a un rapporto da pari a pari con l’Africa e il Sud Globale. In questo senso si inserisce il ragionamento dedicato alla proiezione globale del Mediterraneo, con Roma player riconosciuto nella Ue, nella Nato e nel G7, senza dimenticare un “rapporto equilibrato con la Cina attraverso il nuovo partenariato strategico”.
Entrando nel merito dei singoli atti spiccano gli interventi a Gaza dove l’Italia è stata la prima Nazione occidentale per evacuazioni sanitarie oltre all’operazione imbastita Food for Gaza; e ancora la riforma della cittadinanza, i maggiori servizi per i connazionali all’estero (dal 2023 rilasciati 2mln di passaporti e oltre 670mila carte d’identità elettroniche) fino alle 16 intese su materie prime critiche e catene di approvvigionamento. Infine l’impegno per le interconnessioni strategiche: corridoio IMEC, corridoio VIII nei Balcani, progetto Elmed.
Una menzione a parte merita il Piano Mattei, che vede ben 18 paesi coinvolti, il doppio rispetto al varo del gennaio 2024. Sono 76 i progetti in corso, per un modello di cooperazione che si poggia su sette linee-obiettivo e che si sta intrecciando sia con progetti Ue come il Global Gateway, sia con le esigenze dei singoli paesi coinvolti, attirando le attenzioni di soggetti internazionali come Banca Mondiale, Banca africana, Commissione europea, Bei, Unione Africana.
Per quanto riguarda la difesa, l’Italia è presente in 39 missioni con alcune novità, come il ritorno alla guida della missione KFOR nei Balcani, passando per l’impegno concretizzatosi in solidarietà internazionale con aiuti a Gaza, Medio Oriente e sisma in Venezuela. A tal proposito sono molteplici i fronti geopolitici che vedono l’Italia coinvolta, come l’istituzione del Polo nazionale della dimensione subacquea, il lancio del satellite CSG-FM3, i 16 accordi internazionali e le 400 intese tecniche siglati con i partner nei campi della difesa, sicurezza, ricerca e sviluppo tecnologico, la riforma della sanità militare e l’attenzione ai nuovi domini strategici come spazio, cyber, dimensione subacquea e Artico.
Infine la sicurezza: meno 70% di sbarchi e più 55% di rimpatri. I numeri sull’azione svolta da Viminale si legano ad azioni mirate, come la lotta alle reti criminali che di fatto è entrata nel nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Da questo punto di vista va citata l’Alleanza globale contro il traffico di migranti e il rafforzamento di Europol. Gli accordi con i Paesi terzi rappresentano la novità italiana per il contrasto all’immigrazione illegale che trova concreta applicazione nel Memorandum Ue-Tunisia e nel partenariato strategico UE-Egitto. Di fatto l’Italia orienta le politiche migratorie europee grazie al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, per cui è stato superato il requisito obbligatorio di collegamento personale tra richiedente asilo e Paese terzo, consentendo, attraverso appositi accordi, l’esame delle richieste di protezione da parte di Paesi terzi sicuri
A Assembleia da República rejeitou a proposta de elevação da vila da Póvoa de Lanhoso a cidade, defendida por este município, presidido por Frederico Castro (PS), que respeita a decisão, mas não se resigna.
“A voz da população contou: Póvoa de Lanhoso mantém a categoria de vila. A Assembleia da República rejeitou, esta quarta-feira, 21 de outubro, o Projeto de Lei n.º 241/XVII/1.ª, que propunha a elevação da vila da Póvoa de Lanhoso à categoria de cidade”, refere em comunicado a Junta de Freguesia da Póvoa de Lanhoso (PSD), que sempre se opôs à pretensão da câmara.
Segundo a Junta, liderada por Paulo Silva (PSD), “esta decisão vai ao encontro da vontade expressa pela população na auscultação pública promovida pela Junta de Freguesia”, em maio deste ano, acrescentando ser “um sinal da força da participação cívica e do valor de uma Democracia que se constrói ouvindo as pessoas e respeitando a sua vontade”.
Em declarações hoje à agência Lusa, o presidente da Câmara disse respeitar a decisão do Parlamento, mas reiterou a convicção de que a Póvoa de Lanhoso passará a ter o estatuto de cidade, mais cedo ou mais tarde, sendo “apenas uma questão de tempo”.
Frederico Castro lembrou que a medida foi um objetivo assumido por si na última campanha eleitoral, acrescentando que esta decisão desfavorável da Assembleia da República, votada por PSD, CDS e Chega, “que se uniram” no voto negativo, não o faz resignar, mas antes “continuar a trabalhar” para que um dia Póvoa de Lanhoso seja cidade.
“Não tenho a mais pequena dúvida de que é só uma questão de tempo e de circunstâncias políticas. Póvoa de Lanhoso reúne todos os critérios para ser cidade. Não me vou resignar, vamos continuar a trabalhar, a debater o assunto, a esclarecer as pessoas e os partidos. Não vamos abrir mão nem abdicar desse objetivo”, sublinhou o autarca.
Em maio, a Junta de Freguesia da Póvoa de Lanhoso realizou uma consulta pública que culminou com 85% de votos contra a proposta de elevação a cidade, apresentada pela câmara.
A consulta pública teve a participação de 882 cidadãos, dos quais 752 (85,3%) votaram contra a elevação da Póvoa de Lanhoso a cidade, 129 a favor (14,6%), havendo um voto nulo/branco.
Na Junta de Freguesia da Póvoa de Lanhoso estão recenseados cerca de 5.300 eleitores.
A área territorial proposta para a elevação à categoria de cidade correspondia “exclusivamente ao território da Freguesia da Póvoa de Lanhoso, circunstância que motivou a realização desta auscultação pública por parte da Junta de Freguesia, enquanto órgão representativo direto da população abrangida pelo processo”.
O processo de elevação da vila da Póvoa de Lanhoso a cidade, defendido pelo município, e que seguiu para a Assembleia da República por proposta dos deputados do PS eleitos pelo círculo de Braga, não foi consensual e gerou debate político e social no concelho, face às posições divergentes entre a câmara PS e a Junta de Freguesia da Póvoa de Lanhoso PSD.
No comunicado agora divulgado, a Junta de Freguesia da Póvoa de Lanhoso refere ainda que, “desde o primeiro momento, defendeu que uma decisão com impacto na identidade” local “devia contar com a voz de quem nela vive, de quem conhece a sua história e de quem ajuda, todos os dias, a construir o seu futuro”.
“A população participou, fez ouvir a sua voz e viu a sua vontade refletida nesta decisão. É assim que a democracia ganha sentido na vida de uma comunidade. A Póvoa de Lanhoso mantém-se vila, com a sua história, a sua identidade e o orgulho das suas gentes. Mantém também a ambição de crescer, de melhorar e de criar mais oportunidades para todos”, sublinha a Junta.
Em comunicado divulgado aquando da consulta pública, o PS da Póvoa de Lanhoso disse não reconhecer “a alegada ‘consulta pública’ promovida pela Junta de Freguesia de Nossa Senhora do Amparo” (Junta de Freguesia da Póvoa de Lanhoso) sobre a elevação da vila a cidade.
O conteúdo Autarca promete “continuar a trabalhar” para Póvoa de Lanhoso ser cidade: “É só uma questão de tempo e circunstâncias políticas” aparece primeiro em O MINHO.
A nova Lei de Organização e Processo do Tribunal de Contas (TdC), aprovada pela Assembleia da República em votação final global, altera o momento e a forma como o dinheiro público é fiscalizado. Os contratos públicos até 7,5 milhões de euros deixam, em regra, de precisar de visto prévio do tribunal, mas isso não significa que fiquem fora do controlo. A questão é saber quem verifica a legalidade da despesa, em que fase e com que meios.
A alteração não consiste em entregar a fiscalização dos contratos até 7,5 milhões de euros a uma nova entidade. O que muda é a distribuição do controlo entre as próprias entidades públicas, os seus mecanismos internos e o Tribunal de Contas.
O TdC continua a ser a entidade responsável pelo controlo externo da legalidade e da regularidade financeira da despesa pública. A principal alteração está no modelo de fiscalização: em vez de analisar previamente tantos contratos, o tribunal passa a concentrar mais recursos no acompanhamento da execução e em auditorias posteriores.
A reforma separa as funções do próprio TdC em três áreas: a 1.ª secção: dedicada à fiscalização prévia, para os atos e contratos que continuam sujeitos a visto, a 2.ª secção concentra a atividade de auditoria, incluindo a fiscalização concomitante e sucessiva e a 3.ª secção fica responsável pelo julgamento dos processos de responsabilidade financeira e pelos recursos.
A separação pretende evitar que os mesmos juízes intervenham em diferentes fases do mesmo processo, nomeadamente na auditoria e no julgamento de eventuais responsabilidades financeiras.
A responsabilidade inicial continua a caber à própria entidade pública que lança o procedimento e celebra o contrato. É essa entidade que tem de assegurar o cumprimento das regras da contratação pública, a existência de cabimento orçamental e a legalidade da despesa.
Os mecanismos de controlo interno das entidades públicas ganham, por isso, maior importância. A reforma prevê “a possibilidade de reconhecimento de sistemas de decisão e controlo interno considerados fiáveis, com intervenção da Inspeção-Geral de Finanças (IGF)”.
Isto não equivale, porém, a transferir toda a fiscalização para a IGF, nem significa que esta entidade passe a aprovar individualmente todos os contratos dispensados de visto. A responsabilidade pela contratação continua na entidade adjudicante, enquanto o TdC mantém os seus poderes de controlo externo.
Mas o TdC pode fiscalizar depois de o contrato começar a ser executado. Essa é, aliás, uma das mudanças mais significativas da reforma. A fiscalização concomitante permite acompanhar a atividade financeira durante a execução dos atos e contratos. A fiscalização sucessiva ocorre posteriormente, através da análise de contas, verificações e auditorias.
Na prática, o tribunal pode verificar se os procedimentos respeitaram a lei, se a despesa foi devidamente autorizada e se foram detetadas irregularidades na utilização dos recursos públicos. O novo modelo dá maior peso a estas modalidades de controlo, em vez de fazer depender a execução de um número tão elevado de vistos prévios.
Isso não significa, contudo, que cada contrato dispensado de visto seja automaticamente sujeito a uma auditoria individual. A extensão efetiva da fiscalização dependerá dos poderes legais do tribunal, dos procedimentos de controlo adotados e da capacidade de acompanhamento.
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Uma das alterações introduzidas durante a discussão parlamentar estabelece que os contratos de valor superior a 950 mil euros, mesmo quando dispensados de visto prévio, têm de ser comunicados ao TdC antes do início da execução, para “efeitos de acompanhamento e eventual fiscalização”.
Esta obrigação cria uma diferença importante: não precisar de visto não é o mesmo que não ter de dar conhecimento do contrato ao tribunal.
A comunicação permite ao TdC ter informação sobre contratos de valor elevado e decidir como enquadrar o seu acompanhamento, sem que isso corresponda à emissão de uma autorização prévia para a execução. A obrigação de comunicação não significa, por si só, que todos esses contratos sejam objeto de auditoria.
A dispensa de visto não elimina a possibilidade de fiscalização nem afasta, por si só, a responsabilidade dos titulares de cargos públicos e dos gestores envolvidos.
A nova lei altera também o regime da responsabilidade financeira, estabelecendo como critério a existência de dolo ou culpa grave. O Ministério Público passa a ter legitimidade exclusiva para requerer o julgamento da responsabilidade financeira, nos termos do novo regime.
Assim, se uma auditoria detetar indícios de infrações financeiras, poderá haver lugar aos mecanismos legalmente previstos para apurar responsabilidades. A existência de uma irregularidade não implica, automaticamente, que determinado responsável seja condenado: é necessário avaliar os factos e os pressupostos legais aplicáveis.
A PF (Polícia Federal) remarcou para a próxima semana o depoimento de Fabiano Zettel, apontado como operador financeiro de Daniel Vorcaro e investigado no âmbito do caso Master. O interrogatório, que estava agendado para ocorrer por videoconferência a partir do presídio em Potim, interior de São Paulo, foi cancelado pela segunda vez.
Segundo o analista de Segurança Pública da CNN, Elijonas Maia, ao CNN Novo Dia, o episódio não é isolado. Uma série de depoimentos relacionados ao caso Master foram agendados e posteriormente cancelados ou adiados, transformando os atrasos em uma característica marcante da investigação.
Entre os investigados que tiveram depoimentos cancelados estão o próprio ex-banqueiro Daniel Vorcaro, o empresário Augusto Lima, o senador Jaques Wagner (PT-BA), o ex-presidente do BRB Paulo Henrique Costa, o ex-presidente do Banco Central Roberto Campos Neto — ouvido na condição de testemunha —, e André Esteves, do BTG Pactual, também como testemunha.
O depoimento de Fabiano Zettel, que seria realizado por uma equipe da PF de Minas Gerais, trataria sobre o grupo denominado “A Turma”, descrito como um grupo armado que, segundo consta na Polícia Federal, teria sido organizado para ameaçar e intimidar adversários de Daniel Vorcaro, incluindo jornalistas, adversários políticos e empresariais.
O interrogatório estava previsto para começar às 14h. Por volta das 14h20, a equipe de investigação recebeu um telefonema comunicando o cancelamento. O argumento foi que o presídio não dispunha de conexão à internet para a realização da oitiva por videoconferência. A Polícia Federal confirmou o cancelamento, mas não informou oficialmente o motivo do adiamento.
De acordo com Elijonas Maia, fontes com acesso ao caso apontam que um dos fatores que explicam a grande quantidade de adiamentos é a troca frequente de advogados pelos investigados.
“Todos os principais investigados nesse caso mudaram de advogados e mais de uma vez”, afirmou o analista. Cada nova troca implica um novo pedido de acesso integral aos autos do processo, o que acaba por postergar os depoimentos.
Os sucessivos atrasos também têm impacto direto no prazo para a conclusão do inquérito. A previsão inicial da Polícia Federal era de que pelo menos um dos inquéritos fosse finalizado e relatado ao STF (Supremo Tribunal Federal) em julho, antes do início da campanha eleitoral.
Com os adiamentos, a data foi postergada para agosto, depois para setembro, outubro, e agora a nova estimativa aponta para novembro. Dois inquéritos estão mais adiantados: o referente a “A Turma”, que aguarda um ou dois depoimentos, incluindo o de Fabiano Zettel, e o que investiga a suposta atuação de servidores do Banco Central em favor de Daniel Vorcaro.
Una jueza federal de California bloqueó parcialmente una ofensiva con la que la unidad principal de investigaciones del Departamento de Seguridad Nacional (DHS, por sus siglas en inglés) ha ido en busca de supuestos electores no ciudadanos en varios Estados del país, de cara a las elecciones de mitad de período en las que se pelea el control del Congreso.

© HSI Kansas City

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR
O antigo comissário europeu e ex-presidente do Tribunal de Contas francês Pierre Moscovici demitiu-se hoje, por motivos pessoais, do Tribunal de Contas Europeu (TCE), numa altura em que se aproxima a eleição presidencial em França.
“O colégio do Tribunal de Contas Europeu tomou hoje […] conhecimento da demissão do seu membro francês, Pierre Moscovici. Pierre Moscovici informou hoje o órgão máximo de decisão do Tribunal de Contas Europeu, representado pelo seu presidente, Tony Murphy, de que se demitia do cargo de membro em representação de França, por motivos pessoais”, indica o TCE em comunicado.
O antigo comissário europeu, ministro e deputado francês tinha iniciado funções como membro do Tribunal de Contas Europeu em 01 de janeiro deste ano, para um mandato de seis anos.
Como determinado pelas regras europeias, Pierre Moscovici permanecerá em funções até ser substituído.
O sucessor será nomeado pelo Conselho da União Europeia, sob proposta do Governo francês e após consulta ao Parlamento Europeu.
O Tribunal de Contas Europeu é a instituição independente responsável por auditar as receitas e despesas da União Europeia.
Os seus relatórios e pareceres contribuem para fiscalizar a gestão do orçamento comunitário e a execução das políticas europeias.
A demissão de Pierre Moscovici surge numa altura em que França se prepara para as eleições presidenciais de 2027, com a primeira volta prevista para abril, tendo o antigo comissário europeu invocado, em declarações a meios de comunicação franceses, a intenção de “contribuir para o debate público” no país.
Moscovici, de nacionalidade francesa, foi comissário europeu dos Assuntos Económicos e Financeiros, da Fiscalidade e da União Aduaneira entre 2014 e 2019, durante a presidência de Jean-Claude Juncker na Comissão Europeia.
Foi também ministro da Economia e das Finanças de França, deputado e primeiro presidente do Tribunal de Contas francês, antes de assumir funções no Tribunal de Contas Europeu.
Moscovici foi filiado no Partido Socialista francês entre 1984 e 2020.
O Pentágono anunciou hoje um acordo-quadro de 10 anos com a fabricante norte-americana Lockheed Martin para o fornecimento de pelo menos 850 caças F-35, sujeito à aprovação do Congresso.
O acordo destina-se a “modernizar e reforçar” a frota de aviões de combate F-35 Lightning II, segundo um comunicado do Departamento da Defesa norte-americano.
O entendimento prevê também o fornecimento de peças sobressalentes, equipamentos de modernização e serviços de manutenção, abrangendo igualmente encomendas internacionais.
A Lockheed Martin pretende manter uma produção anual de 156 aeronaves, enquanto o acordo estabelece que a empresa financiará com recursos próprios investimentos de pelo menos sete mil milhões de dólares (cerca de seis mil milhões de euros) destinados a apoiar o programa.
O entendimento ainda não constitui uma encomenda definitiva, uma vez que os termos contratuais, os preços e os calendários de entrega terão de ser negociados após a autorização do Congresso norte-americano.
O Pentágono não divulgou o valor global previsto para o contrato, que poderá tornar-se o maior da história do programa F-35, iniciado há cerca de 25 anos.
O F-35 é um caça de quinta geração, equipado com tecnologia furtiva destinada a dificultar a sua deteção pelos radares inimigos, e constitui um dos principais programas de modernização das forças aéreas norte-americanas e de vários países aliados.
Existem três versões do aparelho, adaptadas às necessidades da Força Aérea, da Marinha e dos Fuzileiros norte-americanos, incluindo modelos capazes de operar a partir de porta-aviões ou realizar descolagens curtas e aterragens verticais.
Apesar da importância estratégica, o programa tem enfrentado sucessivos atrasos e aumentos de custos, sobretudo relacionados com a modernização dos sistemas eletrónicos, a manutenção e a disponibilidade operacional dos aviões.
Num relatório publicado em setembro de 2025, o organismo de fiscalização do Congresso norte-americano (Government Accountability Office, GAO) revelou que os custos da modernização tecnológica conhecida como ‘Block 4’ ultrapassavam as estimativas iniciais e que a sua conclusão estava atrasada pelo menos cinco anos.
O mesmo organismo informou que todos os 110 aviões entregues pela Lockheed Martin em 2024 chegaram com atraso, numa média de 238 dias, contra 61 dias no ano anterior.
O novo acordo procura proporcionar maior previsibilidade à produção e à cadeia de abastecimento, num contexto de aumento da procura de equipamentos militares devido aos conflitos internacionais.
O secretário-geral do PCP anunciou hoje que o partido vai voltar a propor a revogação da chamada “lei Cristas”, bem como outras medidas anteriormente chumbadas, mas definiu como prioritário travar a nova lei do arrendamento proposta pelo Governo.
Numa conferência de imprensa sobre habitação, no Parlamento, Paulo Raimundo afirmou que o PCP “tudo fará para derrotar” o que apelidou de “lei dos despejos e do aumento das rendas”, referindo-se à revisão do Novo Regime de Arrendamento Urbano (NRAU) proposta pelo Governo e aprovada na generalidade após um acordo entre PSD e Chega.
O líder comunista defendeu também que “o que se impõe não é andar ainda mais para trás”, mas sim “revogar a lei que já hoje está em vigor”, que responsabiliza pela atual situação da habitação.
“A chamada ‘lei Cristas’, essa lei que coloca o país numa situação de insuportáveis rendas, de especulação e profundo desequilíbrio já hoje entre senhorios e inquilinos”, criticou sobre a alteração à lei do arrendamento aprovada em 2012, quando Assunção Cristas era ministra da Agricultura, Mar, Ambiente e Ordenamento do Território de um Governo PSD/CDS-PP liderado por Pedro Passos Coelho.
No entanto, Raimundo ressalvou que travar as alterações ao arrendamento atualmente em discussão é a “questão fundamental”, considerando que é “possível e urgente” impedir a sua aprovação.
“Pouco nos valia revogar a ‘lei Cristas’ se esta que está em discussão agora fosse para a frente. Porque esta é a continuação da ‘lei Cristas’”, afirmou.
Inquirido sobre se isso significa que o partido vai esperar pelo fim da discussão da lei do arrendamento para avançar com a proposta sobre a ‘lei Cristas’, o secretário-geral comunista afirmou que “uma coisa não implica a outra”, mas que “só faz sentido avançar para o patamar seguinte” depois da derrota da “lei que está em discussão”.
Paulo Raimundo recordou que o PCP tem apresentado sucessivamente propostas para revogar esta lei, mas que foram sempre rejeitadas por PSD, CDS-PP, Chega e IL, e garantiu que o partido vai insistir nesta e noutras iniciativas já chumbadas.
O secretário-geral do PCP afirmou também que esta iniciativa, “por si só, não resolve o problema”, mas que é necessário um “pacote de medidas que seja contrário daquilo que tem sido feito ao longo de décadas”.
Entre as propostas do partido, Raimundo voltou a referir a necessidade de baixar as rendas, assegurar a estabilidade dos contratos de arrendamento em dez anos e a afetação de 1% do produto interno bruto (PIB) em habitação.
“Nós não desperdiçaremos nenhuma possibilidade, quer no quadro do Orçamento de Estado, quer fora do Orçamento de Estado, de voltar a propor estas medidas, são aquelas que respondem às necessidades”, disse.
Questionado sobre os moldes em que estas iniciativas serão apresentadas, Raimundo afirmou “não querer destapar a tática toda”, ironizando que o PCP pretende “apanhar os adversários um bocadinho de surpresa”.
Raimundo enalteceu ainda a “justa indignação” expressa nas manifestações da CGTP, mas também nos protestos pela habitação no Porto e em Lisboa nos últimos dias.
A Palazzo Chigi hanno scelto i numeri: 71 pagine per raccontare quattro anni di governo. E una cifra su tutte, 140 miliardi di euro, somma degli sgravi fiscali, contributivi e delle agevolazioni rivendicati dall’esecutivo per famiglie e imprese tra il 2023 e il 2027. Accanto, altri indicatori: 24,4 milioni di occupati, disoccupazione al 5,6%, deficit in calo e spread più che dimezzato rispetto al giorno dell’insediamento.
C’è poi il dato politico della stabilità. Il 4 settembre, a Bari, Meloni ha celebrato il primato di durata del suo governo. «Non era solo l’orgoglio per un record storico: quella stabilità ha consentito di tenere la rotta sulle scelte di bilancio, anche quando nella maggioranza si chiedeva di spendere di più», racconta un deputato di primo piano di Fratelli d’Italia. Una lettura che aiuta a capire il rapporto tra la premier e Giancarlo Giorgetti: ruoli diversi, ma la stessa necessità di evitare scossoni ai conti.
Giorgetti, nell’audizione parlamentare del 12 ottobre, l’ha detta a modo suo: «Non ho mai detto che questo governo ha fatto miracoli. Ho detto che ha tenuto la barca in galleggiamento». Non è una frase da manifesto elettorale. Ma per chi guida il Tesoro di un Paese con un debito pubblico così alto, tenere la barra dritta tra inflazione, crisi energetica e guerre è già parte del lavoro.
Il deficit, secondo il dossier, è passato dall’8,1% del Pil nel 2022 al 3,1% nel 2025; per il 2026 la previsione è del 2,9%. Sul miglioramento ha inciso anche l’esaurimento delle misure straordinarie e il peso contabile dei bonus edilizi. Resta una correzione che i mercati hanno osservato con attenzione. Lo spread Btp-Bund è sceso dai 236 punti base del 22 ottobre 2022 ai 109 del 15 ottobre 2026. Palazzo Chigi stima un risparmio potenziale di 3,5 miliardi annui sugli interessi nell’ipotesi di una riduzione stabile di 100 punti base sui nuovi titoli: non denaro già incassato, ma un margine che può crescere col tempo.
È anche il messaggio che Giorgetti manda agli alleati. Il ministro ha richiamato la credibilità conquistata dall’Italia, che permette di affrontare le turbolenze «su basi più solide». Intanto, sulla prossima legge di Bilancio si confrontano priorità diverse: famiglie, energia, imprese e investimenti. In uno scenario internazionale sempre più complicato, il problema è trovare le risorse. Giorgetti ha legato alcune scelte alla procedura europea sulla clausola di salvaguardia nazionale e ha chiesto un contributo a banche, assicurazioni e società energetiche. Secondo quanto si apprende, l’intenzione è proseguire sulla strada della riduzione delle imposte, con particolare attenzione al ceto medio e alle fasce più deboli.
Sul fisco, la priorità è stata il lavoro. Dei 140 miliardi indicati dal Governo, 38,8 sono riferiti al taglio del cuneo fiscale, 20 a quello contributivo e 25,3 alla riforma dell’Irpef: oltre 84 miliardi distribuiti su più anni. Dal sistema a quattro scaglioni del 2022 si è passati a tre: 23% fino a 28 mila euro, 33% tra 28 mila e 50 mila, 43% oltre. Per i dipendenti fino a 40 mila euro è stato inoltre reso strutturale il taglio del cuneo, attraverso indennità esenti e detrazioni differenziate.
Secondo l’esecutivo, cuneo e Irpef valgono insieme circa 21 miliardi all’anno di minore prelievo per i contribuenti interessati. È un punto sostanziale: gli interventi stabili pesano più dei bonus occasionali. Ma la cifra complessiva dei 140 miliardi comprende crediti d’imposta, incentivi, sgravi e interventi temporanei contabilizzati fino al 2027. Non sono 140 miliardi di tasse in meno ogni anno, né un assegno uguale per tutti.
Anche per questo la polemica sulla pressione fiscale, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, va maneggiata con precisione. Il quadro per il 2026 la colloca intorno al 43% del Pil: si possono ridurre singole imposte mentre il gettito complessivo cresce, spinto dall’occupazione, dai redditi nominali e dalla riscossione. Palazzo Chigi rivendica 101 miliardi recuperati dall’evasione nel triennio 2023-2025, di cui 36,2 nel 2025. Un risultato significativo, da leggere distinguendo le somme effettivamente recuperate dall’andamento ordinario delle entrate.
L’altro grande capitolo è l’occupazione. Il dossier indica 24,4 milioni di persone al lavoro, con il tasso di occupazione salito dal 60,1% del 2022 al 63% nel primo semestre 2026 e quello di disoccupazione sceso dall’8,1% al 5,6%. Il Governo parla anche di 1,4 milioni di posti stabili aggiuntivi. Sarebbe sbagliato attribuire ogni nuovo occupato a una singola misura: contano anche demografia, domanda delle imprese e andamento dell’economia. Ma è un dato che nessun bilancio del quadriennio può ignorare.
Più difficile è il tema delle buste paga. L’aumento degli occupati non cancella il problema dei salari reali, segnati dall’inflazione degli anni scorsi. Il fisco può restituire qualcosa ai lavoratori, non sostituire rinnovi contrattuali e produttività. Su questo terreno anche Bankitalia ha richiamato l’attenzione sui rischi legati a energia, tensioni internazionali e oneri finanziari, insistendo sull’utilità degli investimenti capaci di sostenere la crescita nel tempo. E l’esecutivo sta lavorando proprio a questo, secondo fonti del ministero dell’Economia, sempre compatibilmente con le risorse a disposizione.
Il Governo ha destinato, secondo il documento, 16,2 miliardi ad agevolazioni per gli investimenti e 14,9 miliardi a crediti d’imposta per le imprese alle prese con i rincari energetici. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione ha raggiunto il 51% nel secondo trimestre 2026, 4,4 punti percentuali in più rispetto al 2022. Qui Palazzo Chigi punta anche sulla ZES unica, con 10 miliardi di crediti d’imposta programmati fra 2024 e 2028 e un impatto economico stimato in 60 miliardi. La prova sarà vedere quanto di queste previsioni si tradurrà in fabbriche, lavoro e investimenti effettivi.
Il dossier lascia sul tavolo risultati e questioni ancora aperte. Meloni può richiamare stabilità, occupazione e interventi sul fisco; Giorgetti può rivendicare la scelta di non allentare la disciplina dei conti. Ma il passaggio più delicato è ancora davanti: far crescere produttività e salari senza perdere la fiducia dei mercati. La crescita sarà il banco di prova della prossima fase.
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El expresidente del gobierno Felipe González ha sorprendido este jueves a los empresarios de Málaga augurando una crisis de las empresas de inteligencia artificial y que esta crisis va a arrastrar a otras lo que, a su juicio, puede llevar a un “batacazo” de los mercados.


A un anno dalle elezioni politiche (se non verranno anticipate) il centrosinistra è competitivo come non accadeva da tempo. Secondo i sondaggi di metà ottobre 2026, la coalizione progressista e il centrodestra sono separati da pochi decimali. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Più Europa e il nuovo soggetto politico di Ernesto Maria Ruffini discutono di primarie, di un programma da scrivere e di un nome nuovo per l’ormai logora formula del “campo largo”. Prima del nome, del candidato e del programma c’è però una domanda che nessuno vuole porsi apertamente traendone le necessarie conseguenze: su quale idea della collocazione internazionale dell’Italia si fonda questa alleanza?
Dove sono d’accordo – Sarebbe ingeneroso negare che i punti di convergenza siano numerosi e concreti. Le forze del centrosinistra (continuiamo a chiamarle così anche se qualcuna tra esse a sentire sinistra se la dà a gambe) hanno presentato insieme una proposta di salario minimo legale. Difendono il finanziamento della sanità pubblica e la lotta alle liste d’attesa. Si sono opposte all’autonomia differenziata e al premierato. Condividono un’agenda sui diritti civili, sulla scuola pubblica, sulla transizione ecologica e sul contrasto alla precarietà. Su Gaza, dopo molte incertezze, hanno trovato posizioni comuni in Parlamento e in piazza. È un patrimonio programmatico reale, un dato di fatto, non un’invenzione propagandistica.
Dove si dividono – Anche le divergenze, però, non sono marginali. In politica interna riguardano la giustizia, con Italia Viva più vicina alla separazione delle carriere, e il lavoro, come ha mostrato il referendum sul Jobs Act, che ha visto il Pd (ma non solo) di Schlein e i renziani su fronti opposti. Riguardano anche le infrastrutture e l’energia, dai termovalorizzatori al nucleare, le politiche di sostegno al reddito e i bonus edilizi. Sono differenze serie che a essere seri precluderebbero qualsiasi possibilità di spacciarsi di fronte agli elettori come possibile maggioranza credibile e coesa. Ma volendo fare uno sconto agli interessati e munendosi di uno sconfinato ottimismo, diciamo che potrebbero essere divergenze negoziabili, collocabili nella normale dialettica di ogni coalizione italiana.
Diverso è il caso della politica estera. Le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, sull’aumento delle spese militari, sul piano europeo di riarmo e sul rapporto con la Nato e con l’amministrazione americana non sono sfumature di uno stesso orientamento: sono orientamenti diversi. Il Pd, pur con un dibattito interno vivace, ha sostenuto l’aiuto militare a Kiev. Italia Viva, Più Europa e l’area riformista lo considerano non negoziabile. Il Movimento 5 Stelle e AVS chiedono di fermare l’invio di armi e di puntare solo sulla via diplomatica (come se fossero alternative) e hanno votato contro il riarmo europeo. Non a caso, dentro il Pd c’è chi già oggi giudica inaccettabile la linea di Conte, e dentro il Movimento c’è chi considera la linea del Pd subalterna all’Alleanza atlantica e dunque da respingere.
Perché la politica estera non è un capitolo come gli altri
Nella tradizione politica italiana (ma aggiungerei in qualsiasi seria democrazia) la politica estera non è mai stata un semplice capitolo del programma: è stata la cornice entro cui tutto il resto prendeva senso. Ai congressi dei grandi partiti di una volta, dalla Dc al Pci al Psi, le relazioni iniziali, la base su cui confrontarsi, si aprivano immancabilmente con l’analisi della situazione internazionale e solo dopo passavano alle questioni interne. Non era un rito: era la consapevolezza che la collocazione internazionale del Paese fissa i margini di ogni altra scelta, dall’economia al welfare, dalle politiche fiscali alla sicurezza.
La storia lo conferma. Nel 1949 la scelta atlantica di De Gasperi definì per decenni il perimetro delle maggioranze possibili. Negli anni Sessanta il centrosinistra organico nacque solo dopo che il Psi di Nenni ebbe chiarito la propria posizione sull’Alleanza atlantica: senza quel chiarimento i socialisti non sarebbero potuti entrare al governo. Nel 1976 Enrico Berlinguer sentì il bisogno di dichiarare che si sentiva “più sicuro” sotto l’ombrello della Nato, perché sapeva che la credibilità di governo del Pci passava di lì.
Gli esempi più recenti sono ancora più eloquenti e dovrebbero essere oggi considerati alla stregua di un monito. Nel febbraio 2007 il secondo governo Prodi andò in crisi proprio su un voto di politica estera, quello al Senato sulla mozione presentata da D’Alema su Afghanistan e base di Vicenza, che fu affossata da senatori della stessa maggioranza. L’anno seguente quella fragilità portò alla caduta definitiva. Nel 2022 la scissione di Di Maio dal Movimento 5 Stelle nacque dallo scontro sulle armi all’Ucraina, e da quelle tensioni partì la crisi che chiuse l’esperienza del governo Draghi. La politica estera, insomma, non è soltanto il terreno su cui le coalizioni nascono, discutono, litigano: è quello su cui cadono.
Una questione di onestà verso gli elettori
Per questo il problema smette di essere tattico e diventa non solo strategico ma, per la buona politica, anche etico. Già oggi, infatti, si può prevedere con ragionevole certezza che, chiunque vinca le primarie, Schlein o Conte, la maggioranza si spaccherebbe al primo voto sugli aiuti a Kiev o sulle spese per la difesa. Se è così, presentare questa coalizione come un’alternativa di governo stabile significa chiedere agli elettori di chiudere gli occhi e concedere una delega su qualcosa -piena coesione della maggioranza, unità di intenti, assicurazioni sulla stabilità- che non esiste. Non basta una formula lessicale da scrivere nel programma, tipo un “sostegno all’Ucraina nel quadro di un’iniziativa diplomatica europea” o simili, che ciascuno può domani leggere anche in due modi opposti. Le formule ambigue reggono in campagna elettorale, non al momento del voto nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama.
Prima ancora delle ricette economiche, i cittadini hanno dunque diritto di sapere da che parte starà l’Italia: con quali alleati, con quali impegni, con quale idea della sicurezza europea. È questa la prima garanzia di trasparenza che una forza di governo deve offrire. Un’alleanza che ha come unico obiettivo battere l’avversario e rimanda il nodo decisivo della collocazione internazionale in un contesto bellico a dopo il voto rischia di essere percepita persino dai propri elettori, come un cartello elettorale piuttosto che come un serio progetto di governo.
Che cosa resta in mano agli elettori
Si dirà che anche il centrodestra ha le sue contraddizioni in politica estera e che nessuna coalizione è perfettamente omogenea. È vero, ed è giusto riconoscerlo. Ma i problemi del fronte contrapposto non risolvono i propri. La strada onesta è una sola: affrontare ora, pubblicamente, la divergenza sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale, e risolverla con una scelta chiara, anche a costo di perdere un pezzo dell’alleanza. Se la divergenza è insanabile, onestà intellettuale e politica dei diversi partiti, ma anche dei rispettivi leader, impongono di dichiararlo. A quel punto restano due strade: andare al voto con alleanze più ristrette ma coerenti, oppure stringere un patto esplicitamente limitato, dicendo agli elettori fin dove arriva.
Fingere che il problema non esista è la soluzione peggiore. Lo è per i partiti, che si condannerebbero a un governo fragile. Lo è per i cittadini che voterebbero un’alleanza che non sa nemmeno dove portare l’Italia nel mondo. Un pastrocchio, se non un’impostura, in grado di assicurare poltrone di governo, ma non certo quella alternativa politica di cui si dice il Paese ha bisogno. Morale: se la buona politica si fonda sulla trasparenza e l’onestà di intenti, il campo largo-progressista deve avere il coraggio e la saggezza di sciogliere immediatamente questo nodo in maniera chiara e netta di fronte agli elettori. A meno che non voglia prenderli in giro promettendo cose che non riuscirà mai a realizzare con il rischio di tornare alle urne al primo inciampo.
L'articolo Il campo largo decida ora da che parte starà l’Italia o si spaccherà al primo voto proviene da Il Fatto Quotidiano.