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Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?

14 October 2026 at 15:42

L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove prospettive per la ricerca, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi sanitari. La possibilità di analizzare grandi quantità di dati, personalizzare i trattamenti e migliorare i percorsi di cura porta con sé anche un interrogativo fondamentale: queste tecnologie contribuiranno a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla salute o rischieranno di accentuare quelle già presenti?

A questa domanda è dedicato il pamphlet Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?, curato da Healthcare Policy e allegato all’uscita di ottobre della rivista Formiche, la rivista dell’arcipelago Formiche dedicata alle politiche per la salute e le sue industrie, in collaborazione con Fondazione Roche. La pubblicazione affronta il rapporto tra innovazione tecnologica ed equità sanitaria attraverso diverse prospettive, dalla qualità delle evidenze scientifiche e dalla rappresentatività dei dati fino alle implicazioni etiche, normative e organizzative dell’impiego dell’IA.

Attraverso i contributi di Bernardo Giorgio Mattarella, Luca Pani, Eugenio Santoro, Antonio Addis, Nino Cartabellotta, Brando Benifei, Tilde Minasi, Angelo Tanese, Alice Borghini e Mariapia Garavaglia, con l’introduzione di Enrico Sabatini, il volume propone una riflessione sulle condizioni necessarie affinché l’innovazione possa tradursi in benefici concreti e diffusi, preservando il diritto alla salute e il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.

Vi racconto la responsabilità sociale dello scienziato. Scrive Elena Cattaneo

14 October 2026 at 15:39

Sarebbe un errore credere che il lavoro dello scienziato si esaurisca tra le pareti di un laboratorio. Al contrario, il ruolo dello studioso si realizza pienamente nella società, nel momento in cui ciò che scopre del mondo che ci circonda acquista una dimensione collettiva e la conoscenza che ha contribuito a conquistare diventa di tutti. Si tratta di un ruolo sociale che comporta anche la responsabilità di offrire dati ed evidenze alla politica, come base per le decisioni che riguardano la comunità, e di difendere i fatti accertati dalla scienza quando questi vengono minacciati, volutamente distorti o rinnegati per interesse personale, consenso o per assecondare le paure istintive dei cittadini. Il biologo francese Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, ha descritto questa enorme responsabilità sociale dello scienziato nel volume Per un’etica della conoscenza, che già nel titolo porta con sé un monito e una raccomandazione. Monod scrive che, quando nei nostri laboratori facciamo ricerca e scopriamo le cose che nessuno conosce, lo facciamo sulla base di un impegno tacito, ma non negoziabile, a essere sinceri, a dire come stanno le cose, a riportare i fatti, a mettere in atto ogni comportamento affinché si aprano spazi di libertà che permettano a ogni idea razionale di essere messa a confronto con le altre e a essere valutata.

Queste parole, che sono la mia bussola quotidiana, riguardano ogni scienziato e ogni persona che, a vario titolo, ha a che fare con la scienza e spiegano, in maniera inequivocabile, che il suo metodo non deve essere condizionato da interferenze o interessi di alcun genere. Altrimenti non è di scienza che stiamo parlando. L’etica dello scienziato consiste, quindi, nel diritto-dovere di non mentire mai: su tutti i temi, anche e soprattutto su quelli che nel senso comune sono percepiti come “controversi”, l’etica scientifica che deriva dalla rigorosa applicazione del metodo richiede che si lascino parlare dati e fatti accertati, rifuggendo dalla propaganda e da ogni tentazione di manipolare le prove, per attenersi esclusivamente a ciò che è “vero in modo accertabile”. In questo senso, per lo scienziato l’etica può e deve essere declinata in ogni aspetto della sua peculiare attività. Possiamo distinguere perciò un’etica “esterna” alla professione e una “interna”.

Per etica esterna si intende la responsabilità dello scienziato verso i decisori pubblici e i cittadini, nel cui nome e interesse è condotta l’attività di ricerca. Per etica interna, invece, mi riferisco in particolare alla necessità di condurre ogni studio nel rispetto del metodo scientifico, fino ad arrivare a un risultato certo e ripetibile, oltre che ad aspetti del lavoro del ricercatore che pongono implicazioni etiche, come la sperimentazione animale o quella sulle staminali embrionali. In questi casi, sono sempre le evidenze a indicare la strada. Con riferimento all’etica interna alla professione, non si può non considerare il tema dell’integrità nella ricerca, la science integrity laddove con questa locuzione si intende. Cito la definizione elaborata dal Cnr: “L’insieme dei principi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano”.

Con particolare riguardo all’etica della ricerca biomedica, un discorso a parte meritano le frodi scientifiche. La tendenza a truccare i dati viene spesso legata alla pressione che il ricercatore subisce nel veder condizionato il proprio avanzamento professionale alla quantità delle pubblicazioni che riesce a produrre, fenomeno comunemente descritto come publish or perish. Quando la frode risponde alla volontà di falsificare un dato sperimentale, nessuna giustificazione può essere riconosciuta a chi mina alla base le fondamenta di una professione. La ricerca fatta con rigore, peraltro, non teme alcun controllo. Anzi: ai controlli è abituata.

Se un certo numero di ricercatori desistesse dall’intraprendere o continuare la propria attività a causa di una maggiore sistematicità dei controlli antifrode, non sarebbe un danno per la comunità scientifica. Chiunque entri in un laboratorio deve infatti garantire piena, continua e assoluta tracciabilità di ogni passo compiuto durante la giornata. Questo è il metodo della ricerca, che anche dopo una pubblicazione offre l’opportunità a migliaia di ricercatori di tutto il mondo di ripetere e valutare quegli esperimenti. Gli errori fanno parte del lavoro: di questo come di tutti gli altri. Falsificare i dati sperimentali è però un’altra cosa. Nell’istante in cui lo si fa con consapevolezza, ci si pone fuori dal perimetro dell’etica professionale dello scienziato. Come comunità scientifica dobbiamo fare affidamento sulla duplice dimensione etica della ricerca “interna ed esterna”, anche promuovendo una reciproca, libera e fattiva vigilanza metodologica, nella consapevolezza che solo in questo modo si potrà conservare, per tutti, quello spazio di libertà proprio dell’attività scientifica che ciclicamente viene minacciato da leggi e politiche volte a comprimerne gli orizzonti.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Ue-Cina, perché l’intesa commerciale non cambia gli equilibri sulle terre rare

14 October 2026 at 14:56

Il commissario europeo per la sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha concluso di recente un ciclo di negoziati a Pechino, l’8 e il 9 ottobre, con Wang Wentao, ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese. I due ministri hanno prodotto un elenco di 16 risultati concreti che spaziano dal riequilibrio di commercio e investimenti ai controlli sulle esportazioni, dalla proprietà intellettuale alla riforma dell’OMC. L’intesa ha contribuito a rasserenare i rapporti dopo mesi di dispute commerciali in escalation, che rischiavano di sfociare in una vera e propria guerra commerciale. Lo stesso Šefčovič l’ha definita la conclusione di una «prima fase» dei negoziati, a cui seguiranno ulteriori accordi.

Il risultato di punta riguarda le auto ibride: la RPC si è impegnata a dimezzare le esportazioni cinesi verso l’UE di veicoli elettrici ibridi e ibridi plug-in. Tuttavia, il meccanismo di attuazione non è stato reso noto e Šefčovič ha precisato che i dettagli arriveranno dopo che i leader europei avranno esaminato l’accordo al vertice di Bruxelles del 15 e 16 ottobre. La Cina ha inoltre accettato di valutare come migliorare l’accesso al mercato per le imprese e i prodotti europei, eventualmente abbassando le proprie aliquote tariffarie, oltre ad adottare ulteriori misure per agevolare le esportazioni europee di dispositivi medici e prodotti agricoli. Non sono però indicate né scadenze né cifre.

Di tutto l’accordo, il risultato più importante per l’industria europea è anche quello che cambia meno. Pechino ha accettato di agevolare, attraverso un «canale verde», il rilascio delle licenze per le esportazioni verso l’UE di minerali delle terre rare e magneti permanenti. In cambio, l’UE si è impegnata a collaborare con gli Stati membri per accelerare le pratiche di licenza prioritarie relative ai beni a duplice uso destinati alla Cina. In sostanza, l’Europa allenta i propri controlli su beni sensibili in cambio di licenze più rapide su materiali che ancora non è in grado di produrre da sé.

Ecco perché questo accordo va considerato semplicemente una tregua limitata nella più ampia rivalità economica tra UE e Cina, mentre le dinamiche di fondo che alimentano l’attrito tra le due parti restano sostanzialmente intatte. Se da un lato l’industria europea beneficerà del canale verde, che garantisce licenze più rapide e prevedibili, dall’altro la dipendenza critica dalla Cina per questi materiali essenziali rimane praticamente invariata. La Cina è nota per aver usato come leva nei negoziati geopolitici questo collo di bottiglia commerciale, frutto di decenni di una sofisticata politica industriale. L’UE è particolarmente vulnerabile a questa tattica, dato che il 98% delle nostre terre rare e dei nostri magneti proviene dalla Cina. Pertanto, pur offrendo all’Europa una corsia preferenziale, Pechino mantiene il controllo sulle licenze e può rallentarne il rilascio a suo piacimento. Inoltre, la Cina rifiuta di abbandonare un modello economico fortemente incentrato sulla sovraccapacità e sull’export, anziché sull’aumento della domanda e dei consumi interni. A luglio ha pubblicato un rapporto intitolato China’s Position on the So-called Excess Capacity Issue, in cui la RPC tenta di smontare sistematicamente la critica secondo cui il suo modello, puntando esclusivamente sulle esportazioni, genererebbe enormi squilibri economici. Questo, insieme ai continui investimenti in politiche dal lato dell’offerta, dimostra che la RPC non è ancora pronta a rinunciare al modello che crea, in primo luogo, lo squilibrio di fondo.

Questa esposizione pesa ancora di più perché i magneti e i metalli delle terre rare sono essenziali per il riarmo europeo. Questi magneti sono impiegati nei sistemi di guida dei missili, nei droni, nei radar e nei motori elettrici. Se un costruttore automobilistico può convivere con licenze prevedibili, un’industria della difesa impegnata a garantire la sicurezza del nostro continente, in una fase di tensioni con la Russia senza precedenti dalla Guerra fredda, ha bisogno di approvvigionamenti sicuri e affidabili.

Con questo accordo, Bruxelles ha dunque evitato una spirale di escalation nelle tensioni commerciali che avrebbe potuto danneggiare gravemente entrambe le economie, ha mantenuto aperto il dialogo con la Cina sulla questione e ha ottenuto la prevedibilità che l’industria chiedeva da tempo. Le imprese europee hanno trascorso l’ultimo anno a fare i conti con ritardi e blocchi nelle licenze: per loro, il canale verde rappresenta un sollievo concreto, non un gesto meramente simbolico. Tuttavia, questa tregua vale soltanto quanto ciò che l’Europa saprà fare del tempo che le fa guadagnare. Se è irrealistico aspettarsi che Bruxelles risolva gli squilibri macroeconomici di fondo con la Cina entro la terza riunione ministeriale di marzo 2027, una misura più semplice potrebbe essere trattare i magneti come una priorità industriale della difesa, utilizzando i fondi per la difesa e il Critical Raw Materials Act per garantire la creazione di capacità produttiva di magneti: il settore potrebbe così competere per i finanziamenti in nome della sicurezza, anziché della transizione verde.

I leader europei esamineranno i termini sulle ibride a Bruxelles il 15 e 16 ottobre: sarà il prossimo banco di prova per capire se la tregua reggerà. Se reggerà, ridurrà le tensioni, ma non cambierà, in ultima analisi, chi controlla le forniture. Che l’esposizione europea sia minore entro marzo 2027 dipenderà da ciò che l’Europa costruirà, non da ciò che Pechino concederà.

Quale futuro per il centrodestra in Europa. Le riflessioni di Welle e Reho

13 October 2026 at 16:30
La vera divisione non è tra popolari e conservatori, ma tra europeisti e nazionalisti di Klaus Welle

Il Ppe si è esteso simultaneamente in due direzioni, assorbendo parti sia della famiglia liberale sia di quella conservatrice in Europa. Lo sviluppo ha seguito il modello della democrazia cristiana tedesca, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si era affermata come unione di cattolici e di protestanti e perciò aveva integrato la tradizione cristiano‑sociale cattolica con quelle conservatrici e liberali di matrice protestante. Questa espansione ha segnato anche l’abbandono di un criterio puramente nominale. Per essere ammessi non era più sufficiente avere le parole “cristiano” o “cattolico” nel nome del partito. Conseguentemente, un certo numero di richiedenti dell’Europa centrale e orientale che si erano denominati cristiani o cattolici, come l’Unione nazionale cattolica polacca (Zjednoczenie chrześcijańsko-narodowe), sono stati respinti a causa della loro ostilità verso l’integrazione europea. Questa scelta era dettata dalla necessità pratica. L’attività legislativa nel Parlamento europeo richiede la formulazione di posizioni comuni, specialmente sull’integrazione europea. Tutti i nuovi partner si sono integrati bene nel lavoro parlamentare quotidiano. Nella pratica quotidiana, liberali, democratici cristiani e conservatori non sono apparsi divisi da linee di faglia insuperabili, ma piuttosto si sono rivelati elementi complementi utili all’interno del Ppe allargato. Sulla base dei comportamenti di voto, Forza Italia è diventata persino la più leale delle delegazioni del gruppo.

La strategia di allargamento si è rivelata fondata, ma la questione dell’integrazione europea alla fine è emersa come una linea di demarcazione netta. Le leadership dei conservatori britannici e dell’ungherese Fidesz hanno entrambe assunto posizioni sempre più contrarie all’integrazione europea. È corretto affermare che erano, più che scettici, francamente ostili. I conservatori britannici hanno quindi lasciato il gruppo parlamentare nel 2009, con una svolta nazionalista che è stata il preludio all’uscita del paese dall’Ue dopo il referendum del 2016. La campagna di odio di Viktor Orbán contro Jean-Claude Juncker e il suo avvicinamento a Vladimir Putin e Marine Le Pen hanno reso il rapporto tra Fidesz e il Ppe non più sostenibile. L’indebolimento da parte di Orbán del sistema democratico dei pesi e contrappesi all’interno dell’Ungheria ha completato il quadro. La vera linea di demarcazione, dunque, è quella che passa non tra conservatori, liberali o democratici cristiani, ma tra europeisti e nazionalisti.

Nello spazio nazionalista, la vera linea di divisione è stata principalmente quella che corre tra posizioni filoamericane e filoputiniane sul piano esterno, largamente coincidente con la divisione tra un atteggiamento costruttivo all’interno dell’Ue e la sistematica opposizione ad essa sul piano interno. Il risultato è stata la creazione di due gruppi politici separati all’interno del Parlamento europeo. L’estrema destra all’interno dello spazio nazionalistico può essere perciò caratterizzata come un’opposizione sistemica a due livelli, volta a minare sia il partenariato atlantico sia l’integrazione europea. L’ordine politico istituito dopo il 1945, con componenti chiavi quali la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà di stampa, il pluralismo, il partenariato atlantico e l’integrazione europea, ha ampiamente dimostrato il proprio valore. Dopo più di settant’anni, mettere in discussione questo ordine non può più essere qualificato come conservatore. Se l’estrema destra può avanzare una pretesa di conservatorismo, è solo nel senso che il concetto aveva nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, quando era sinonimo di autoritarismo e di illiberalismo. È un nazionalismo che promette protezione attraverso la chiusura e che è attrattivo per chi è rimasto indietro. È così che Donald Trump ha conquistato la maggioranza la prima volta, rivolgendosi ai lavoratori del carbone e dell’acciaio. È per questo che Marine Le Pen viene eletta nell’ex roccaforte comunista del distretto carbonifero nel nord della Francia. Ed è così che Boris Johnson ha abbattuto il “muro rosso” delle circoscrizioni precedentemente dominate dai laburisti nelle regioni industrializzate del nord dell’Inghilterra. È social-nazionalismo.

La secessione dei cattolici conservatori e il futuro dell’Europa di Federico Ottavio Reho

Nel pensiero e nell’esperienza dei cattolici conservatori, la convergenza tra democrazia cristiana e conservatorismo ha raggiunto la sua più armoniosa sintesi. L’importanza di questa componente per il successo della democrazia cristiana nel secondo dopoguerra non è sempre pienamente riconosciuta. Nei primi decenni del dopoguerra, l’ancoraggio al movimento democratico-cristiano dei cattolici conservatori, che, nel periodo tra le due guerre, avevano invece chiaramente mostrato inclinazioni autoritarie e talvolta erano stati determinanti per l’ascesa dei fascisti al potere, è stato un fattore importante della capacità della democrazia cristiana di coinvolgere gradualmente le élite religiose e gli elettorati più conservatori nei nuovi sistemi democratici. Per questo, la separazione dei cattolici conservatori dalla democrazia cristiana e la loro gravitazione verso forze più nazionaliste sono sempre uno sviluppo pericoloso e un segnale inquietante. Disgraziatamente, questa è precisamente la tendenza che abbiamo osservato negli ultimi decenni e che è diventata più rapida negli ultimi anni in un gran numero di Paesi dell’Ue, senza che i leader democratici cristiani siano pienamente consapevoli delle sue implicazioni o adottino delle contromisure.

Nonostante il suo declino elettorale, il cattolicesimo conservatore, quando abbandona la democrazia cristiana e si unisce alla costellazione emergente del “conservatorismo nazionale”, la rafforza enormemente, prestando a un movimento ambiguo, ancora in odore di radicalismo, la credibilità di figure e di idee che possono vantare una reputazione conservatrice impeccabile e una lunga storia di influenza nella componente più tradizionale del centrodestra. Questa circostanza è particolarmente infelice perché il conservatorismo cattolico (diversamente dal conservatorismo protestante ed evangelico) è tutt’altro che naturalmente nazionalista, e viene spinto tra le braccia del “conservatorismo nazionale” da ciò che percepisce come una crescente indifferenza, quando non un aperto imbarazzo, della democrazia cristiana per la difesa di un’antropologia cristiana tradizionale. Evitare la secessione del cattolicesimo conservatore e, più in generale, delle élite religiose conservatrici e della loro base elettorale dalla democrazia cristiana e dal conservatorismo tradizionale sarà importante per preservare la vitalità delle forze di centro-destra e per stabilizzare la politica democratica moderata nei nostri paesi.

L’altro compito importante, e collegato al primo, dei prossimi anni sarà riconciliare più in generale europeismo e conservatorismo. A differenza dei primi decenni dell’integrazione europea — quando essi erano spesso percepiti come sinergici —, oggi europeismo e conservatorismo vengono di solito considerati in tensione e in conflitto. Questo è il risultato di un graduale reciproco estraniarsi, cominciato decenni or sono ma intensificatosi in anni più recenti. Da un lato, il conservatorismo è diventato sempre più nazionalista ed euroscettico, essendo, per esempio, in prima linea negli sforzi per portare il Regno Unito fuori dell’Ue mezzo secolo dopo essere stato in prima linea negli sforzi per portarlo nella Comunità economica europea. Ideologicamente, come sopra accennato, il nuovo “conservatorismo nazionale” esalta “la virtù del nazionalismo”, ed è fondamentalmente liquidatorio nei confronti dell’integrazione sovranazionale europea, in modi che sembrano difficilmente riconciliabili con lo spirito originario del conservatorismo, che era patriottico ma anche cosmopolita. Dall’altro lato, l’europeismo e l’integrazione europea sono apparsi sempre più dominati da un ethos liberal-progressista che rifiuta di riconoscere i fondamenti culturali e storici dell’unità dell’Europa e appare programmaticamente ostile a forze e i valori conservatori.

Si tratta di una situazione infelice, perché l’Ue non scomparirà e l’unità europea è oggi anzi una necessità storica ineludibile per i popoli del continente. In un certo senso, potrebbe persino essere vista come l’ultima manifestazione storica di una ricerca di unità continentale che ha caratterizzato la storia europea per più di un millennio. La vera domanda, quindi, è se le forze e le concezioni politiche di orientamento conservatore e cristiano contribuiranno a definire i suoi prossimi passi o si condanneranno a essere un’opposizione priva di senso, aderendo a posizioni nazionaliste e anti-Ue. Per favorire una nuova convergenza tra europeismo e conservatorismo e ravvivare una tradizione, una visione e una pratica di conservatorismo europeista e sovranazionale, i conservatori e i democratici cristiani devono trovare di nuovo uno spazio per incontrarsi, confrontarsi e costruire una visione comune del futuro dell’Ue. Ciò che deve essere evitato è che il conservatorismo sia permanentemente colonizzato ed egemonizzato da idee nazionaliste e radicali in gran parte estranee alla sua tradizione e contrarie al suo ethos; e, all’inverso, che l’europeismo venga identificato con i valori e le politiche dei progressisti, che tendono a marginalizzare o a escludere totalmente le posizioni conservatrici e cristiane.

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