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Così Pechino gioca d’anticipo sulla nuova frontiera delle neurotecnologie

15 October 2026 at 15:33

Di recente, un ospedale di Shanghai ha impiantato un’interfaccia cervello-computer (brain-computer interface, Bci) per aiutare un paziente con una lesione del midollo spinale a recuperare il movimento della mano. L’intervento è stato eseguito nell’ambito della pratica clinica ordinaria, e non di una sperimentazione clinica, dopo che Pechino ha recentemente approvato l’impiego commerciale del dispositivo Bci invasivo: una prima assoluta per la Cina e a livello mondiale. Sviluppato dalla Neuracle medical technology di Shanghai, il dispositivo ha consentito a 32 pazienti di recuperare l’uso delle mani. È un segnale di quanto la Cina consideri strategica questa tecnologia di frontiera e rappresenta una tappa significativa nel campo delle neuroprotesi, dove l’approvazione delle Bci per l’impiego sui pazienti richiede generalmente anni.

La strategia cinese per la leadership globale

Una delle ragioni alla base dell’approvazione del dispositivo risiede nella sua progettazione relativamente meno invasiva, che comporta rischi inferiori rispetto a soluzioni concorrenti come N1 di Neuralink. Il sistema consiste in un elettrodo delle dimensioni di una moneta, posizionato sopra la membrana protettiva del cervello, che rileva i segnali generati quando il paziente immagina di compiere determinati movimenti. Questi segnali vengono quindi trasmessi in modalità wireless a un guanto robotico. N1 di Neuralink, al contrario, viene impiantato direttamente nella corteccia per registrare l’attività neurale, con un rischio maggiore di emorragie e cicatrici gliali. È proprio questo compromesso tra capacità e invasività a spiegare perché la maggior parte delle Bci sia ancora in fase sperimentale.

La Cina si sta muovendo rapidamente in questo settore nascente, con l’obiettivo di diventare un leader globale negli impianti cerebrali entro il 2030. Un forte sostegno governativo e consistenti finanziamenti stanno contribuendo ad accelerarne lo sviluppo. Altre Bci, infatti, sono attualmente in fase di approvazione. Tra queste c’è Beinao-1, un dispositivo minimamente invasivo che sarà testato negli ospedali il prossimo anno. Oltre 30 ospedali in tutta la Cina dispongono ormai di unità dedicate alle interfacce cervello-computer, mentre le applicazioni si stanno estendendo anche alla cura delle malattie neurodegenerative e dei disturbi psichiatrici. Anche la propensione dei consumatori ad adottare nuove tecnologie sta accelerando la diffusione su larga scala delle applicazioni, mentre in Europa la sperimentazione di tecnologie sul cervello umano suscita ancora preoccupazioni nell’ambito degli studi clinici.

L’Europa tra eccellenza scientifica e ritardi industriali

L’Europa vanta eccellenze mondiali nella ricerca, soprattutto nel campo delle Bci non invasive, ma è in ritardo nello sviluppo dei prodotti. Svizzera, Germania e Spagna ospitano, infatti, un numero significativo di aziende attive nel settore, tra cui MindMaze, CorTec e InBrain Neuroelectronics. L’Europa registra comunque progressi anche sul piano clinico: lo scorso anno, a Monaco di Baviera è stato realizzato il primo impianto Bci in Europa su un paziente affetto da tetraplegia, mentre CorTec ha impiantato il dispositivo in un terzo paziente nell’ambito della propria sperimentazione sulla riabilitazione motoria dopo un ictus. L’ecosistema europeo delle Bci resta tuttavia indietro rispetto a quelli cinese e statunitense. Alcune aziende europee stanno completando sperimentazioni cliniche negli Stati Uniti, dove i percorsi regolatori e i finanziamenti destinati agli impianti cerebrali sono più consolidati. La Food and drug administration statunitense, ad esempio, è più preparata per approvare le sperimentazioni sulle Bci rispetto all’Europa. Tra le aziende statunitensi, Synchron, Neuralink, Paradromics e Precision Neuroscience figurano da anni tra le principali protagoniste dello sviluppo di queste interfacce. Un’altra società americana, Axoft, ha avviato una collaborazione con un’azienda cinese e un ospedale di Shanghai per sperimentare la propria Bci su quattro pazienti, in un raro esempio di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo delle neurotecnologie.

Un mercato in crescita

Sebbene la tecnologia abbia compiuto progressi, le applicazioni pratiche restano al momento limitate. L’impianto di Bci, siano esse invasive o non invasive, è ancora circoscritto a determinate categorie di pazienti, e le sfide tecniche rimangono rilevanti. La raccolta e l’interpretazione dei segnali neurali costituiscono ancora un ambito scientifico in una fase iniziale di sviluppo. Il potenziale trasformativo, tuttavia, è enorme, con un mercato globale che, secondo le proiezioni, dovrebbe crescere dai 2,8 miliardi di euro del 2026 a oltre 9 miliardi di euro entro il 2034. I decisori politici europei devono perciò sostenere gli operatori locali e aiutarli a crescere, intervenendo al tempo stesso sulla definizione degli standard prima che Stati Uniti e Cina arrivino a dominare il mercato.

La partita sugli standard

La Cina, dal canto suo, sta cercando di definire vocabolari globali, formati dei dati e architetture di riferimento attraverso l’Organizzazione internazionale per la normazione e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. Pechino ha inoltre già introdotto nel 2025 una terminologia sulle Bci destinata all’uso interno. Esponenti dell’industria, come la China pharmaceutical innovation and research development association (Phirda), stanno sollecitando la Cina a trasformare il proprio vantaggio in valore economico attraverso la definizione di standard globali. Stabilire una terminologia condivisa tra decisori politici, ricercatori, aziende e istituzioni contribuirà a determinare gli standard tecnici e le architetture di riferimento delle Bci a livello mondiale.

Il nodo della governance europea

L’Unione europea dispone di norme che disciplinano alcuni aspetti dello sviluppo delle interfacce cervello-computer, tra cui la sicurezza dei dispositivi medici e la protezione dei dati. Spagna e Francia hanno adottato politiche per lo sviluppo responsabile delle neurotecnologie. Bruxelles, tuttavia, non ha ancora affrontato il tema degli standard per la sicurezza cognitiva o per l’impiego etico di questi dispositivi, tanto in ambito medico quanto per applicazioni non mediche. Eppure, se l’Ue riuscisse a definire gli standard tecnici prima che il relativo vocabolario venga consolidato altrove, si assicurerebbe qualcosa di più di una quota di mercato: potrebbe contribuire a stabilire i criteri sui quali saranno costruiti i dispositivi di tutti gli altri.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Nft, la bolla che prometteva l’oro e consegnò Jpeg

15 October 2026 at 13:53

C’è stato un momento, nella primavera del 2021, in cui un’opera digitale dell’artista Beeple fu venduta per 69,3 milioni di dollari. Il messaggio sembrava inequivocabile: nasceva una nuova classe di beni, scarsi per costruzione, certificati dalla blockchain, destinati a rivalutarsi come l’arte, l’oro, gli immobili: gli Nft (non fungible token). Attorno a tali beni si costruì in pochi mesi un’intera cosmologia: la proprietà digitale, l’economia dei creatori, il metaverso come nuovo spazio sociale ed economico. Chi dubitava veniva liquidato come chi “non aveva capito”. Oggi la domanda da porsi non è più se gli Nft cambieranno il mondo, ma quanto sia costata, a chi ci ha creduto, quella convinzione.

Il punto di partenza è il volume degli scambi. Secondo i dati CryptoSlam riportati da IntelligentHQ, il volume mensile, che nei primi mesi del 2022 aveva sfiorato i 6 miliardi di dollari, a marzo 2026 era sceso a 106 milioni: un calo di circa il 98%. Sull’intero anno, il 2025 si è chiuso attorno ai 5,5 miliardi di dollari, il 37% in meno del 2024, mentre il prezzo medio di vendita degli Nft artistici è passato da 462 dollari nel 2021 a meno di 100 nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026, stando alle rilevazioni di Dune Analytics riprese da Nft Plazas, gli scambi sono scesi di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fotografia più impietosa riguarda però la qualità di ciò che resta. Già nel 2023 lo studio dappGambl analizzò 73.257 collezioni e ne trovò 69.795, circa il 95%, con capitalizzazione pari a zero; i detentori coinvolti sarebbero stati oltre 23 milioni. Uno studio successivo, rilanciato nel 2024 da NFTevening su dati NftScan, ha stimato che circa il 95% delle collezioni fosse di fatto “morto”: nessuno scambio, nessuna attività sui social, meno di venti vendite in una settimana. Sono stime con metodologie discutibili e vanno lette come ordine di grandezza, ma convergono tutte nella stessa direzione.

Ed è un’infrastruttura intera a ritirarsi. Nifty Gateway, uno dei marketplace pionieri, ha chiuso il 23 febbraio 2026; Foundation ha annunciato lo stop ad aprile; l’edizione 2026 di NFT Paris è stata cancellata, con gli organizzatori che hanno ammesso apertamente di essere stati travolti dal crollo del mercato. Proprio in questi giorni, Blur, che nel 2023 controllava oltre il 70% degli scambi di Nft su Ethereum, ha annunciato la chiusura della propria interfaccia web il 12 novembre: i suoi volumi mensili sono passati da circa 1,43 miliardi di dollari nel marzo 2023 a meno di 7 milioni nel marzo 2026, con un calo superiore al 99,5%. Persino OpenSea, il marketplace più noto, ha spostato il proprio baricentro: oltre il 90% dei suoi volumi proviene ormai da token fungibili, non da collezionabili.

La parabola dei “grandi nomi” è istruttiva. Il noto cantante Justin Bieber acquistò nel gennaio 2022 uno Yacht Club Bored Ape per 500 ether, circa 1,3 milioni di dollari; il suo valore stimato è oggi attorno ai 12.000 dollari, un crollo del 99%. L’intera collezione Bored Ape, che nel 2022 aveva toccato un prezzo minimo d’ingresso di 128 ether (oltre 400 mila dollari), nel 2024 era già scesa del 90% e anche dopo il rimbalzo della primavera 2026, che l’ha portata attorno ai 25 mila dollari, resta ben oltre il 90% sotto il suo massimo. Il mercato, osservano gli analisti, è diventato “a K”: poche collezioni di marca concentrano la maggior parte del volume, mentre la mediana dei token ha perso gran parte del proprio valore. Dire che gli Nft siano tutti a zero sarebbe falso; dire che l’investitore medio abbia visto il proprio capitale preservato sarebbe altrettanto falso.

Il destino degli Nft è inseparabile da quello del metaverso, di cui avrebbero dovuto essere la moneta corrente. Reality Labs, la divisione di Meta nata attorno a quella visione, ha accumulato perdite operative per circa 88 miliardi di dollari dalla fine del 2020, secondo i risultati del secondo trimestre 2026. Nel gennaio scorso l’azienda ha tagliato oltre mille posti e chiuso diversi studi di realtà virtuale, spostando risorse verso intelligenza artificiale e occhiali smart; la sua app sociale di punta, Horizon Worlds, è stata messa in modalità manutenzione. Quando persino chi ha cambiato nome all’azienda per inseguire un’idea ne ridimensiona il perimetro, il segnale per i piccoli risparmiatori dovrebbe essere eloquente.

Il confronto con l’oro è utile, a patto di essere onesti sui numeri. Il metallo giallo ha chiuso a un massimo storico di 5.318 dollari l’oncia il 29 gennaio 2026 e da allora ha corretto: i futures hanno chiuso il 5 ottobre a 4.157 dollari, circa il 22% sotto il record. Ma il quadro cambia se si allarga l’orizzonte: rispetto a un anno fa il prezzo è ancora più alto di circa il 6%, e nell’ottobre 2025 aveva appena superato per la prima volta quota 4.000 dopo un’annata da oltre il 50% di rialzo. Gli acquisti delle banche centrali continuano, con 51 tonnellate comprate a giugno secondo il World Gold Council. Un bene rifugio non è un bene che non scende mai: è un bene dotato di una domanda reale, di una storia e di un valore che non dipende da una piattaforma web. Un NFT, quando il marketplace chiude, rischia di essere un puntatore verso un file che nessuno vuole più.

Se gli Nft possono, almeno in parte, essere considerati un buon investimento per alcuni speculatori, è altrettanto vero che esistono al mondo altri strumenti di investimento ben più affidabili. Per chi cercava rendimento, le alternative non sono mancate. Al 5 ottobre 2026 l’indice azionario globale MSCI World segna un progresso di circa il 13% da inizio anno e l’S&P 500 di oltre il 14%; mille dollari investiti nell’MSCI World a gennaio 2016 varrebbero oggi circa 3.800 dollari con i dividendi reinvestiti, un rendimento annuo composto del 13,4%. Sul versante obbligazionario, il Btp decennale rendeva il 6 ottobre il 4,61%, e l’ultima emissione a dieci anni di fine agosto, con scadenza 2036, è stata collocata a un rendimento lordo del 4,1%, pari a circa il 3,58% netto. Anche questi strumenti hanno rischi, dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi per i titoli di Stato, e i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Ma hanno una differenza decisiva: dietro ci sono imprese che producono utili, o Stati che pagano cedole. Dietro un NFT speculativo c’è, spesso, solo la speranza di trovare qualcuno disposto a pagare di più.

Sarebbe un errore, infine, trarre dalla vicenda una condanna della digitalizzazione. La tokenizzazione, i registri distribuiti, i beni digitali hanno applicazioni reali, dal gaming alla certificazione di documenti, e il mercato Nft sopravvive, ridimensionato, proprio dove c’è un uso e non solo una scommessa. Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la si è trasformata in promessa di arricchimento facile. Le bolle hanno una grammatica ricorrente: una narrazione affascinante, il timore di restare fuori, la convinzione che “stavolta è diverso”, prezzi che salgono perché salgono. Dal bulbo di tulipano alle dot-com, fino ai JPEG da milioni di dollari, l’impulsività è il carburante e la mancanza di conoscenza il combustibile. Il digitale è una frontiera affascinante e va esplorata, ma con tre accorgimenti elementari: capire che cosa si sta comprando e chi dovrebbe comprarlo da noi domani; non investire mai più di quanto ci si possa permettere di perdere; e diffidare di ogni promessa che sostituisca l’analisi con l’entusiasmo. L’innovazione non ha bisogno di bolle per affermarsi. A volte, anzi, ne esce più forte quando le bolle scoppiano, come quella delle dot.com insegna.

Ecco perché un museo cerca giovani per scrivere il futuro

15 October 2026 at 13:22

“Crescere è una necessità per il nostro Paese” ha ribadito il presidente Alvise Biffi in apertura del suo intervento all’assemblea annuale di Assolombarda. Nello stesso giorno Banca d’Italia ha alzato la stima per il 2026 all’1%, è vero. Ma per poi vedere la crescita rallentare allo 0,6% nel 2027 e allo 0,8% nel 2028. Qualche giorno prima l’economista Lucrezia Reichlin ha ricordato sul Corriere della Sera il peccato dell’Italia: restare piccoli. È stato fatto un buon lavoro sul debito ma dagli anni Novanta siamo fermi. “Non possiamo abituarci”, dice Biffi.

Se un medico ci dicesse che nostro figlio ha problemi di crescita, certamente ci preoccuperemmo per il suo futuro, per cosa lo aspetta e per quello che rischia di diventare. Lo stiamo facendo per il nostro Paese? E soprattutto, abbiamo individuato gli anticorpi necessari per curare il rachitismo che affligge il nostro sistema economico? Il principale si chiama “giovani”. Se la Reichlin individua nella emigrazione giovanile uno dei segnali della malattia, Biffi lo ha detto chiaramente: “Senza giovani non c’è industria”.

Per crescere, però, serve un’idea di futuro. Una strategia per la crescita non è solo un elenco di misure. Presuppone di sapere dove si vuole andare, di avere un’immagine del Paese che si vuole diventare. Ed è proprio questa immagine che sembra mancare. Il Censis, nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha misurato questa mancanza di prospettiva. Il 63% degli italiani è convinto che “si sia spento ogni sogno collettivo”. Il 55% pensa che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita. È il ritratto di un Paese che guarda soprattutto indietro, a ciò che ha perso, e fatica a immaginare che cosa potrebbe guadagnare.

I giovani scesi in piazza nelle scorse settimane in Francia, Spagna, Belgio vogliono scuole migliori. Chiedono case economicamente accessibili. Non stanno facendo la rivoluzione, pretendono solo un futuro migliore. Sono i protagonisti del tempo che verrà ma nessuno li interpella, nessuno sembra voler approfittare della loro energia, della loro naturale voglia di immaginare e di fare per ritagliarsi lo spazio che meritano nella storia. Li stiamo prendendo sul serio? Il presidente del Cnel Renato Brunetta, ha sintetizzato così i risultati del rapporto Giovani expat. Come farli tornare: “Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”. E meritarselo, il talento, significa pagarlo meglio, certo. Ma anche dargli spazio, permettere ai giovani di contribuire a scrivere quel futuro che sono destinati ad abitare.

Per questo è interessante l’invito che arriva da un luogo che per definizione custodisce il passato. Il Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, una delle più visitate d’Italia, ha lanciato Vittoriale Lab – L’officina del possibile, un concorso nazionale di idee per chi ha meno di 25 anni. Non ci sono premi in denaro. Ai partecipanti si chiede di presentare entro il 30 ottobre un’idea su una delle tre sfide proposte: la sostenibilità, il nuovo senso di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’identità tra spazio fisico e virtuale. Dieci ragazzi e ragazze saranno selezionati e a fine gennaio si ritroveranno al Vittoriale in un weekend di “co-creazione” affiancati da un team di abilitatori: un esperto di Intelligenza Artificiale per usare con consapevolezza la potenza degli algoritmi, un giovane poeta per aiutarli a esprimere la loro creatività, un autore e regista teatrale per preparare la performance che porterà sul palco il Manifesto del Futuro che avranno scritto insieme.

Il luogo non è casuale. D’Annunzio fu tante cose, alcune discutibili, ma certamente un uomo che trasformava i luoghi in laboratori di idee e di linguaggi. Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri, parla dell’iniziativa come una ricerca del genio italiano tra i talenti ancora inespressi. Un manifesto scritto da dieci ventenni non alzerà il Pil di un decimale. Ma indica un metodo che manca al dibattito pubblico sulla crescita italiana: chiedere a chi ha meno di 25 anni non perché se ne va, ma che Paese vorrebbe costruire. “Questi sono i fatti, la storia deve ancora cominciare”, dice Digger nel’omonimo e cupo film di Innaritu. Quale storia vogliamo raccontare? E con quali protagonisti?

La risposta pubblica, finora, si è concentrata sugli incentivi: sgravi fiscali per chi rientra, bonus, agevolazioni. Strumenti utili, ma che partono da un presupposto discutibile, cioè che basti rendere più conveniente restare. Manca qualcosa che nessun incentivo può comprare: la sensazione di poter partecipare a costruire il Paese in cui si vive. Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Se davvero si è spento ogni sogno collettivo, qualcuno dovrà pur ricominciare a scriverne uno. Meritarsi il talento significa anche questo: dargli la penna.

Quale servizio pubblico per la democrazia nell’era delle piattaforme e dell’IA. Scrive Preta

15 October 2026 at 10:05

La riforma della governance Rai è entrata nella sua fase parlamentare decisiva. Dopo il passaggio in Commissione, il disegno di legge approderà nell’Aula del Senato il 26 novembre, aprendo un confronto destinato a incidere sugli assetti futuri del servizio pubblico radiotelevisivo. Il dibattito si è concentrato finora soprattutto sui meccanismi di nomina, sugli equilibri tra Parlamento e Governo e sul grado di indipendenza dell’azienda, in un confronto che richiama anche le prescrizioni contenute nell’European Media Freedom Act.

Si tratta certamente di una discussione importante. Ma il rischio è che la questione della governance finisca per assorbire interamente il confronto pubblico, lasciando sullo sfondo una domanda ancora più rilevante: quale debba essere la funzione del servizio pubblico nell’ecosistema digitale del XXI secolo.

La Rai di oggi opera, infatti, in un contesto radicalmente diverso da quello nel quale è stata concepita gran parte dell’attuale impianto normativo. La televisione non rappresenta più il centro esclusivo del sistema dei media; l’accesso ai contenuti è sempre più intermediato dalle piattaforme globali; gli algoritmi orientano la scoperta dell’informazione; l’intelligenza artificiale sta ridefinendo i processi di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti. In questo scenario, limitare il dibattito alla sola governance rischia di affrontare gli effetti senza interrogarsi sulle cause profonde del cambiamento.

È da questa consapevolezza che muove il paper “Per una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo”, curato per Astrid da Fernando Bruno, Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta e presentato ieri nella Sala Biblioteca dell’Enciclopedia Italiana.

L’assunto di partenza è semplice: missione, governance e finanziamento non sono questioni separate, ma componenti di un unico disegno strategico. Pensare di riformarne una senza intervenire sulle altre significa inevitabilmente produrre soluzioni parziali.

Prima ancora di chiedersi chi debba nominare i vertici della Rai, occorre infatti chiarire quale valore pubblico il servizio pubblico sia chiamato a generare nell’attuale contesto tecnologico e sociale. La governance deriva dalla missione e non viceversa. Analogamente, il tema delle risorse non può essere affrontato indipendentemente dagli obiettivi assegnati all’azienda e dalla capacità di misurarne i risultati.

La domanda centrale diventa dunque un’altra: a che cosa serve il servizio pubblico nell’era delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale?

Per molti anni si è ritenuto che la moltiplicazione delle fonti informative avrebbe progressivamente ridotto il ruolo dei media pubblici. Sta accadendo l’opposto. Più aumenta la disponibilità di contenuti, più cresce il bisogno di riferimenti affidabili, di informazione verificata, di contesti editoriali responsabili e di istituzioni capaci di garantire pluralismo e inclusione.

Il ritorno del valore pubblico nell’economia dell’attenzione

La trasformazione digitale ha moltiplicato l’offerta di contenuti, ma ha anche profondamente modificato i meccanismi di accesso all’informazione. Nell’economia dell’attenzione il principale fattore di scarsità non è il sistema di trasmissione o il contenuto disponibile, ma il tempo degli utenti. In questo contesto le grandi piattaforme globali sono diventate i principali intermediari tra produttori di contenuti e pubblico, influenzando visibilità, scoperta e consumo dell’informazione.

In un ecosistema sempre più dominato da logiche algoritmiche, il valore del servizio pubblico non può essere misurato esclusivamente in termini di audience, ma anche attraverso il suo contributo al pluralismo informativo, alla coesione sociale e alla qualità del dibattito democratico.

L’impatto delle piattaforme sulla filiera dei media

La crescente centralità delle piattaforme digitali ha alterato gli equilibri economici tradizionali dell’industria dei media. Una quota crescente delle risorse pubblicitarie e dell’attenzione degli utenti viene oggi intercettata da operatori globali che non producono necessariamente contenuti, ma controllano l’accesso agli stessi.

Questo fenomeno pone interrogativi che riguardano non soltanto la sostenibilità economica degli editori, ma anche la capacità dei sistemi democratici di preservare un ecosistema informativo pluralistico e competitivo. Per il servizio pubblico la sfida consiste nel mantenere la propria rilevanza in un ambiente nel quale il rapporto con il pubblico è sempre più mediato da soggetti terzi.

Intelligenza artificiale e nuove responsabilità del servizio pubblico

L’intelligenza artificiale rappresenta la prossima grande trasformazione dell’ecosistema mediale. Gli strumenti generativi stanno modificando i processi di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti e aprono nuove opportunità in termini di efficienza, personalizzazione e accessibilità.

Allo stesso tempo emergono rischi significativi legati alla disinformazione, ai deepfake, alla trasparenza algoritmica e alla concentrazione del potere informativo nelle mani di pochi operatori globali.

In questo scenario il servizio pubblico è chiamato a svolgere una funzione ancora più importante: garantire affidabilità delle informazioni, verificabilità delle fonti, alfabetizzazione digitale e sviluppo di competenze critiche tra i cittadini.

Missione, governance e finanziamento: un disegno unitario

Uno degli assunti centrali del paper è che missione, governance e finanziamento non possano essere affrontati separatamente.

La governance deve essere coerente con la missione assegnata al servizio pubblico. Il finanziamento deve essere adeguato agli obiettivi che gli vengono richiesti. La missione deve essere sufficientemente chiara da consentire una verifica effettiva dei risultati ottenuti.

Affrontare uno solo di questi aspetti senza intervenire sugli altri rischia di produrre riforme parziali e prive di una reale capacità trasformativa.

Oltre lo share: come misurare il valore pubblico

Se il contesto è cambiato, devono cambiare anche gli strumenti di valutazione.

Accanto agli indicatori tradizionali di ascolto diventa necessario sviluppare metriche capaci di misurare il contributo del servizio pubblico alla società: fiducia, pluralismo, inclusione, qualità dell’informazione, promozione culturale, innovazione e capacità di raggiungere pubblici diversi.

La questione non riguarda soltanto l’efficienza dell’azienda, ma la sua capacità di generare valore pubblico.

Una riforma che riguarda la democrazia

È in questa prospettiva che la discussione sulla governance, pur importante, appare soltanto una parte di una riflessione più ampia.

Le trasformazioni determinate dalla digitalizzazione, dalle piattaforme globali e dall’intelligenza artificiale impongono di ripensare il ruolo del servizio pubblico nel XXI secolo. La vera sfida non consiste soltanto nel definire chi governa la Rai, ma quale funzione essa debba svolgere all’interno dello spazio pubblico contemporaneo.

Per questo motivo la riforma del servizio pubblico non può essere considerata una semplice questione aziendale o istituzionale. Essa riguarda la capacità del sistema democratico di garantire ai cittadini informazione affidabile, pluralismo, conoscenza e partecipazione in un ambiente comunicativo sempre più dominato dagli algoritmi e dagli intermediari globali. In ultima analisi, riguarda la democrazia stessa.

Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?

14 October 2026 at 15:42

L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove prospettive per la ricerca, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi sanitari. La possibilità di analizzare grandi quantità di dati, personalizzare i trattamenti e migliorare i percorsi di cura porta con sé anche un interrogativo fondamentale: queste tecnologie contribuiranno a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla salute o rischieranno di accentuare quelle già presenti?

A questa domanda è dedicato il pamphlet Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?, curato da Healthcare Policy e allegato all’uscita di ottobre della rivista Formiche, la rivista dell’arcipelago Formiche dedicata alle politiche per la salute e le sue industrie, in collaborazione con Fondazione Roche. La pubblicazione affronta il rapporto tra innovazione tecnologica ed equità sanitaria attraverso diverse prospettive, dalla qualità delle evidenze scientifiche e dalla rappresentatività dei dati fino alle implicazioni etiche, normative e organizzative dell’impiego dell’IA.

Attraverso i contributi di Bernardo Giorgio Mattarella, Luca Pani, Eugenio Santoro, Antonio Addis, Nino Cartabellotta, Brando Benifei, Tilde Minasi, Angelo Tanese, Alice Borghini e Mariapia Garavaglia, con l’introduzione di Enrico Sabatini, il volume propone una riflessione sulle condizioni necessarie affinché l’innovazione possa tradursi in benefici concreti e diffusi, preservando il diritto alla salute e il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.

Vi racconto la responsabilità sociale dello scienziato. Scrive Elena Cattaneo

14 October 2026 at 15:39

Sarebbe un errore credere che il lavoro dello scienziato si esaurisca tra le pareti di un laboratorio. Al contrario, il ruolo dello studioso si realizza pienamente nella società, nel momento in cui ciò che scopre del mondo che ci circonda acquista una dimensione collettiva e la conoscenza che ha contribuito a conquistare diventa di tutti. Si tratta di un ruolo sociale che comporta anche la responsabilità di offrire dati ed evidenze alla politica, come base per le decisioni che riguardano la comunità, e di difendere i fatti accertati dalla scienza quando questi vengono minacciati, volutamente distorti o rinnegati per interesse personale, consenso o per assecondare le paure istintive dei cittadini. Il biologo francese Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, ha descritto questa enorme responsabilità sociale dello scienziato nel volume Per un’etica della conoscenza, che già nel titolo porta con sé un monito e una raccomandazione. Monod scrive che, quando nei nostri laboratori facciamo ricerca e scopriamo le cose che nessuno conosce, lo facciamo sulla base di un impegno tacito, ma non negoziabile, a essere sinceri, a dire come stanno le cose, a riportare i fatti, a mettere in atto ogni comportamento affinché si aprano spazi di libertà che permettano a ogni idea razionale di essere messa a confronto con le altre e a essere valutata.

Queste parole, che sono la mia bussola quotidiana, riguardano ogni scienziato e ogni persona che, a vario titolo, ha a che fare con la scienza e spiegano, in maniera inequivocabile, che il suo metodo non deve essere condizionato da interferenze o interessi di alcun genere. Altrimenti non è di scienza che stiamo parlando. L’etica dello scienziato consiste, quindi, nel diritto-dovere di non mentire mai: su tutti i temi, anche e soprattutto su quelli che nel senso comune sono percepiti come “controversi”, l’etica scientifica che deriva dalla rigorosa applicazione del metodo richiede che si lascino parlare dati e fatti accertati, rifuggendo dalla propaganda e da ogni tentazione di manipolare le prove, per attenersi esclusivamente a ciò che è “vero in modo accertabile”. In questo senso, per lo scienziato l’etica può e deve essere declinata in ogni aspetto della sua peculiare attività. Possiamo distinguere perciò un’etica “esterna” alla professione e una “interna”.

Per etica esterna si intende la responsabilità dello scienziato verso i decisori pubblici e i cittadini, nel cui nome e interesse è condotta l’attività di ricerca. Per etica interna, invece, mi riferisco in particolare alla necessità di condurre ogni studio nel rispetto del metodo scientifico, fino ad arrivare a un risultato certo e ripetibile, oltre che ad aspetti del lavoro del ricercatore che pongono implicazioni etiche, come la sperimentazione animale o quella sulle staminali embrionali. In questi casi, sono sempre le evidenze a indicare la strada. Con riferimento all’etica interna alla professione, non si può non considerare il tema dell’integrità nella ricerca, la science integrity laddove con questa locuzione si intende. Cito la definizione elaborata dal Cnr: “L’insieme dei principi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano”.

Con particolare riguardo all’etica della ricerca biomedica, un discorso a parte meritano le frodi scientifiche. La tendenza a truccare i dati viene spesso legata alla pressione che il ricercatore subisce nel veder condizionato il proprio avanzamento professionale alla quantità delle pubblicazioni che riesce a produrre, fenomeno comunemente descritto come publish or perish. Quando la frode risponde alla volontà di falsificare un dato sperimentale, nessuna giustificazione può essere riconosciuta a chi mina alla base le fondamenta di una professione. La ricerca fatta con rigore, peraltro, non teme alcun controllo. Anzi: ai controlli è abituata.

Se un certo numero di ricercatori desistesse dall’intraprendere o continuare la propria attività a causa di una maggiore sistematicità dei controlli antifrode, non sarebbe un danno per la comunità scientifica. Chiunque entri in un laboratorio deve infatti garantire piena, continua e assoluta tracciabilità di ogni passo compiuto durante la giornata. Questo è il metodo della ricerca, che anche dopo una pubblicazione offre l’opportunità a migliaia di ricercatori di tutto il mondo di ripetere e valutare quegli esperimenti. Gli errori fanno parte del lavoro: di questo come di tutti gli altri. Falsificare i dati sperimentali è però un’altra cosa. Nell’istante in cui lo si fa con consapevolezza, ci si pone fuori dal perimetro dell’etica professionale dello scienziato. Come comunità scientifica dobbiamo fare affidamento sulla duplice dimensione etica della ricerca “interna ed esterna”, anche promuovendo una reciproca, libera e fattiva vigilanza metodologica, nella consapevolezza che solo in questo modo si potrà conservare, per tutti, quello spazio di libertà proprio dell’attività scientifica che ciclicamente viene minacciato da leggi e politiche volte a comprimerne gli orizzonti.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Ue-Cina, perché l’intesa commerciale non cambia gli equilibri sulle terre rare

14 October 2026 at 14:56

Il commissario europeo per la sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha concluso di recente un ciclo di negoziati a Pechino, l’8 e il 9 ottobre, con Wang Wentao, ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese. I due ministri hanno prodotto un elenco di 16 risultati concreti che spaziano dal riequilibrio di commercio e investimenti ai controlli sulle esportazioni, dalla proprietà intellettuale alla riforma dell’OMC. L’intesa ha contribuito a rasserenare i rapporti dopo mesi di dispute commerciali in escalation, che rischiavano di sfociare in una vera e propria guerra commerciale. Lo stesso Šefčovič l’ha definita la conclusione di una «prima fase» dei negoziati, a cui seguiranno ulteriori accordi.

Il risultato di punta riguarda le auto ibride: la RPC si è impegnata a dimezzare le esportazioni cinesi verso l’UE di veicoli elettrici ibridi e ibridi plug-in. Tuttavia, il meccanismo di attuazione non è stato reso noto e Šefčovič ha precisato che i dettagli arriveranno dopo che i leader europei avranno esaminato l’accordo al vertice di Bruxelles del 15 e 16 ottobre. La Cina ha inoltre accettato di valutare come migliorare l’accesso al mercato per le imprese e i prodotti europei, eventualmente abbassando le proprie aliquote tariffarie, oltre ad adottare ulteriori misure per agevolare le esportazioni europee di dispositivi medici e prodotti agricoli. Non sono però indicate né scadenze né cifre.

Di tutto l’accordo, il risultato più importante per l’industria europea è anche quello che cambia meno. Pechino ha accettato di agevolare, attraverso un «canale verde», il rilascio delle licenze per le esportazioni verso l’UE di minerali delle terre rare e magneti permanenti. In cambio, l’UE si è impegnata a collaborare con gli Stati membri per accelerare le pratiche di licenza prioritarie relative ai beni a duplice uso destinati alla Cina. In sostanza, l’Europa allenta i propri controlli su beni sensibili in cambio di licenze più rapide su materiali che ancora non è in grado di produrre da sé.

Ecco perché questo accordo va considerato semplicemente una tregua limitata nella più ampia rivalità economica tra UE e Cina, mentre le dinamiche di fondo che alimentano l’attrito tra le due parti restano sostanzialmente intatte. Se da un lato l’industria europea beneficerà del canale verde, che garantisce licenze più rapide e prevedibili, dall’altro la dipendenza critica dalla Cina per questi materiali essenziali rimane praticamente invariata. La Cina è nota per aver usato come leva nei negoziati geopolitici questo collo di bottiglia commerciale, frutto di decenni di una sofisticata politica industriale. L’UE è particolarmente vulnerabile a questa tattica, dato che il 98% delle nostre terre rare e dei nostri magneti proviene dalla Cina. Pertanto, pur offrendo all’Europa una corsia preferenziale, Pechino mantiene il controllo sulle licenze e può rallentarne il rilascio a suo piacimento. Inoltre, la Cina rifiuta di abbandonare un modello economico fortemente incentrato sulla sovraccapacità e sull’export, anziché sull’aumento della domanda e dei consumi interni. A luglio ha pubblicato un rapporto intitolato China’s Position on the So-called Excess Capacity Issue, in cui la RPC tenta di smontare sistematicamente la critica secondo cui il suo modello, puntando esclusivamente sulle esportazioni, genererebbe enormi squilibri economici. Questo, insieme ai continui investimenti in politiche dal lato dell’offerta, dimostra che la RPC non è ancora pronta a rinunciare al modello che crea, in primo luogo, lo squilibrio di fondo.

Questa esposizione pesa ancora di più perché i magneti e i metalli delle terre rare sono essenziali per il riarmo europeo. Questi magneti sono impiegati nei sistemi di guida dei missili, nei droni, nei radar e nei motori elettrici. Se un costruttore automobilistico può convivere con licenze prevedibili, un’industria della difesa impegnata a garantire la sicurezza del nostro continente, in una fase di tensioni con la Russia senza precedenti dalla Guerra fredda, ha bisogno di approvvigionamenti sicuri e affidabili.

Con questo accordo, Bruxelles ha dunque evitato una spirale di escalation nelle tensioni commerciali che avrebbe potuto danneggiare gravemente entrambe le economie, ha mantenuto aperto il dialogo con la Cina sulla questione e ha ottenuto la prevedibilità che l’industria chiedeva da tempo. Le imprese europee hanno trascorso l’ultimo anno a fare i conti con ritardi e blocchi nelle licenze: per loro, il canale verde rappresenta un sollievo concreto, non un gesto meramente simbolico. Tuttavia, questa tregua vale soltanto quanto ciò che l’Europa saprà fare del tempo che le fa guadagnare. Se è irrealistico aspettarsi che Bruxelles risolva gli squilibri macroeconomici di fondo con la Cina entro la terza riunione ministeriale di marzo 2027, una misura più semplice potrebbe essere trattare i magneti come una priorità industriale della difesa, utilizzando i fondi per la difesa e il Critical Raw Materials Act per garantire la creazione di capacità produttiva di magneti: il settore potrebbe così competere per i finanziamenti in nome della sicurezza, anziché della transizione verde.

I leader europei esamineranno i termini sulle ibride a Bruxelles il 15 e 16 ottobre: sarà il prossimo banco di prova per capire se la tregua reggerà. Se reggerà, ridurrà le tensioni, ma non cambierà, in ultima analisi, chi controlla le forniture. Che l’esposizione europea sia minore entro marzo 2027 dipenderà da ciò che l’Europa costruirà, non da ciò che Pechino concederà.

Quale futuro per il centrodestra in Europa. Le riflessioni di Welle e Reho

13 October 2026 at 16:30
La vera divisione non è tra popolari e conservatori, ma tra europeisti e nazionalisti di Klaus Welle

Il Ppe si è esteso simultaneamente in due direzioni, assorbendo parti sia della famiglia liberale sia di quella conservatrice in Europa. Lo sviluppo ha seguito il modello della democrazia cristiana tedesca, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si era affermata come unione di cattolici e di protestanti e perciò aveva integrato la tradizione cristiano‑sociale cattolica con quelle conservatrici e liberali di matrice protestante. Questa espansione ha segnato anche l’abbandono di un criterio puramente nominale. Per essere ammessi non era più sufficiente avere le parole “cristiano” o “cattolico” nel nome del partito. Conseguentemente, un certo numero di richiedenti dell’Europa centrale e orientale che si erano denominati cristiani o cattolici, come l’Unione nazionale cattolica polacca (Zjednoczenie chrześcijańsko-narodowe), sono stati respinti a causa della loro ostilità verso l’integrazione europea. Questa scelta era dettata dalla necessità pratica. L’attività legislativa nel Parlamento europeo richiede la formulazione di posizioni comuni, specialmente sull’integrazione europea. Tutti i nuovi partner si sono integrati bene nel lavoro parlamentare quotidiano. Nella pratica quotidiana, liberali, democratici cristiani e conservatori non sono apparsi divisi da linee di faglia insuperabili, ma piuttosto si sono rivelati elementi complementi utili all’interno del Ppe allargato. Sulla base dei comportamenti di voto, Forza Italia è diventata persino la più leale delle delegazioni del gruppo.

La strategia di allargamento si è rivelata fondata, ma la questione dell’integrazione europea alla fine è emersa come una linea di demarcazione netta. Le leadership dei conservatori britannici e dell’ungherese Fidesz hanno entrambe assunto posizioni sempre più contrarie all’integrazione europea. È corretto affermare che erano, più che scettici, francamente ostili. I conservatori britannici hanno quindi lasciato il gruppo parlamentare nel 2009, con una svolta nazionalista che è stata il preludio all’uscita del paese dall’Ue dopo il referendum del 2016. La campagna di odio di Viktor Orbán contro Jean-Claude Juncker e il suo avvicinamento a Vladimir Putin e Marine Le Pen hanno reso il rapporto tra Fidesz e il Ppe non più sostenibile. L’indebolimento da parte di Orbán del sistema democratico dei pesi e contrappesi all’interno dell’Ungheria ha completato il quadro. La vera linea di demarcazione, dunque, è quella che passa non tra conservatori, liberali o democratici cristiani, ma tra europeisti e nazionalisti.

Nello spazio nazionalista, la vera linea di divisione è stata principalmente quella che corre tra posizioni filoamericane e filoputiniane sul piano esterno, largamente coincidente con la divisione tra un atteggiamento costruttivo all’interno dell’Ue e la sistematica opposizione ad essa sul piano interno. Il risultato è stata la creazione di due gruppi politici separati all’interno del Parlamento europeo. L’estrema destra all’interno dello spazio nazionalistico può essere perciò caratterizzata come un’opposizione sistemica a due livelli, volta a minare sia il partenariato atlantico sia l’integrazione europea. L’ordine politico istituito dopo il 1945, con componenti chiavi quali la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà di stampa, il pluralismo, il partenariato atlantico e l’integrazione europea, ha ampiamente dimostrato il proprio valore. Dopo più di settant’anni, mettere in discussione questo ordine non può più essere qualificato come conservatore. Se l’estrema destra può avanzare una pretesa di conservatorismo, è solo nel senso che il concetto aveva nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, quando era sinonimo di autoritarismo e di illiberalismo. È un nazionalismo che promette protezione attraverso la chiusura e che è attrattivo per chi è rimasto indietro. È così che Donald Trump ha conquistato la maggioranza la prima volta, rivolgendosi ai lavoratori del carbone e dell’acciaio. È per questo che Marine Le Pen viene eletta nell’ex roccaforte comunista del distretto carbonifero nel nord della Francia. Ed è così che Boris Johnson ha abbattuto il “muro rosso” delle circoscrizioni precedentemente dominate dai laburisti nelle regioni industrializzate del nord dell’Inghilterra. È social-nazionalismo.

La secessione dei cattolici conservatori e il futuro dell’Europa di Federico Ottavio Reho

Nel pensiero e nell’esperienza dei cattolici conservatori, la convergenza tra democrazia cristiana e conservatorismo ha raggiunto la sua più armoniosa sintesi. L’importanza di questa componente per il successo della democrazia cristiana nel secondo dopoguerra non è sempre pienamente riconosciuta. Nei primi decenni del dopoguerra, l’ancoraggio al movimento democratico-cristiano dei cattolici conservatori, che, nel periodo tra le due guerre, avevano invece chiaramente mostrato inclinazioni autoritarie e talvolta erano stati determinanti per l’ascesa dei fascisti al potere, è stato un fattore importante della capacità della democrazia cristiana di coinvolgere gradualmente le élite religiose e gli elettorati più conservatori nei nuovi sistemi democratici. Per questo, la separazione dei cattolici conservatori dalla democrazia cristiana e la loro gravitazione verso forze più nazionaliste sono sempre uno sviluppo pericoloso e un segnale inquietante. Disgraziatamente, questa è precisamente la tendenza che abbiamo osservato negli ultimi decenni e che è diventata più rapida negli ultimi anni in un gran numero di Paesi dell’Ue, senza che i leader democratici cristiani siano pienamente consapevoli delle sue implicazioni o adottino delle contromisure.

Nonostante il suo declino elettorale, il cattolicesimo conservatore, quando abbandona la democrazia cristiana e si unisce alla costellazione emergente del “conservatorismo nazionale”, la rafforza enormemente, prestando a un movimento ambiguo, ancora in odore di radicalismo, la credibilità di figure e di idee che possono vantare una reputazione conservatrice impeccabile e una lunga storia di influenza nella componente più tradizionale del centrodestra. Questa circostanza è particolarmente infelice perché il conservatorismo cattolico (diversamente dal conservatorismo protestante ed evangelico) è tutt’altro che naturalmente nazionalista, e viene spinto tra le braccia del “conservatorismo nazionale” da ciò che percepisce come una crescente indifferenza, quando non un aperto imbarazzo, della democrazia cristiana per la difesa di un’antropologia cristiana tradizionale. Evitare la secessione del cattolicesimo conservatore e, più in generale, delle élite religiose conservatrici e della loro base elettorale dalla democrazia cristiana e dal conservatorismo tradizionale sarà importante per preservare la vitalità delle forze di centro-destra e per stabilizzare la politica democratica moderata nei nostri paesi.

L’altro compito importante, e collegato al primo, dei prossimi anni sarà riconciliare più in generale europeismo e conservatorismo. A differenza dei primi decenni dell’integrazione europea — quando essi erano spesso percepiti come sinergici —, oggi europeismo e conservatorismo vengono di solito considerati in tensione e in conflitto. Questo è il risultato di un graduale reciproco estraniarsi, cominciato decenni or sono ma intensificatosi in anni più recenti. Da un lato, il conservatorismo è diventato sempre più nazionalista ed euroscettico, essendo, per esempio, in prima linea negli sforzi per portare il Regno Unito fuori dell’Ue mezzo secolo dopo essere stato in prima linea negli sforzi per portarlo nella Comunità economica europea. Ideologicamente, come sopra accennato, il nuovo “conservatorismo nazionale” esalta “la virtù del nazionalismo”, ed è fondamentalmente liquidatorio nei confronti dell’integrazione sovranazionale europea, in modi che sembrano difficilmente riconciliabili con lo spirito originario del conservatorismo, che era patriottico ma anche cosmopolita. Dall’altro lato, l’europeismo e l’integrazione europea sono apparsi sempre più dominati da un ethos liberal-progressista che rifiuta di riconoscere i fondamenti culturali e storici dell’unità dell’Europa e appare programmaticamente ostile a forze e i valori conservatori.

Si tratta di una situazione infelice, perché l’Ue non scomparirà e l’unità europea è oggi anzi una necessità storica ineludibile per i popoli del continente. In un certo senso, potrebbe persino essere vista come l’ultima manifestazione storica di una ricerca di unità continentale che ha caratterizzato la storia europea per più di un millennio. La vera domanda, quindi, è se le forze e le concezioni politiche di orientamento conservatore e cristiano contribuiranno a definire i suoi prossimi passi o si condanneranno a essere un’opposizione priva di senso, aderendo a posizioni nazionaliste e anti-Ue. Per favorire una nuova convergenza tra europeismo e conservatorismo e ravvivare una tradizione, una visione e una pratica di conservatorismo europeista e sovranazionale, i conservatori e i democratici cristiani devono trovare di nuovo uno spazio per incontrarsi, confrontarsi e costruire una visione comune del futuro dell’Ue. Ciò che deve essere evitato è che il conservatorismo sia permanentemente colonizzato ed egemonizzato da idee nazionaliste e radicali in gran parte estranee alla sua tradizione e contrarie al suo ethos; e, all’inverso, che l’europeismo venga identificato con i valori e le politiche dei progressisti, che tendono a marginalizzare o a escludere totalmente le posizioni conservatrici e cristiane.

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Tre miliardi non spesi. Il paradosso del Fondo per i farmaci innovativi

12 October 2026 at 12:13

Dal 2017 l’Italia ha uno strumento nato per un problema preciso: i farmaci che cambiano la storia di una malattia costano molto e, in competizione con tutta l’altra spesa, rischiano di arrivare tardi ai pazienti. Per questo esiste un fondo dedicato, che paga i medicinali riconosciuti innovativi da Aifa senza farli pesare sui tetti del resto della spesa. In nove anni il fondo ha ricevuto 9,9 miliardi di euro e ne ha spesi 6,9: quasi tre miliardi mai impiegati. La tendenza continua a crescere: nel 2018 veniva usato il 91% delle risorse, nel 2025 appena il 53%. E gli avanzi non restano all’innovazione: entrano nelle disponibilità generali delle regioni, che li destinano ad altri usi.

La legge di bilancio 2026 ha fatto un passo in più, tagliando la dotazione da 1.300 a 1.160 milioni: comprensibile, se i soldi restano fermi. Ma un avanzo indica dove guardare, non dice ancora cosa decidere: prima di ridimensionare lo strumento conviene capire perché non riesce a spendersi. Le ragioni sono almeno due, e nessuna dipende dalla mancanza di innovazione.

Il primo motivo è il tempo

Il riconoscimento di innovatività dura al massimo trentasei mesi e non si può prorogare. Alla scadenza il farmaco resta rimborsato, ma la sua spesa esce dal fondo e torna sotto il tetto degli acquisti diretti, il limite della spesa farmaceutica ospedaliera. Quel tetto è già regolarmente sforato: ogni euro che vi rientra allarga l’eccedenza e fa scattare il payback, l’obbligo per le aziende di ripianarne una parte. Quando un farmaco esce dal fondo, insomma, il sistema non risparmia nulla: sposta il costo da un capitolo all’altro.

Le uscite però corrono più degli ingressi: nel solo 2025 sono uscite diciotto indicazioni a innovatività piena, ne sono entrate sette. Un dettaglio lo amplifica: le scadenze cadono in corso d’anno, non al 31 dicembre. Un’indicazione che esce a marzo lascia al fondo solo tre mesi del suo fatturato. Rifacendo i conti come se ognuna fosse rimasta tutto l’anno, nel 2025 il fondo ha perso così circa 122 milioni: quasi un decimo della dotazione.

Il secondo motivo è chi tiene i conti

Anche quando le risorse ci sono, farsele riconoscere non è banale. Il fondo rimborsa la spesa indicazione per indicazione: lo stesso farmaco può essere innovativo per un tumore e non per un altro. Gli ospedali, però, registrano gli acquisti per farmaco, e ricondurre ogni somministrazione all’indicazione giusta è un lavoro in gran parte manuale. Che il problema non sia marginale lo dicono i numeri: per il 2023 i flussi di monitoraggio Aifa indicano un utilizzo del 64%, con regioni fra il 56% e il 75%, mentre gli importi imputati al fondo danno il 72%. Otto punti di differenza valgono quasi cento milioni. Un’indagine su diciotto responsabili di nove regioni, pubblicata su Global & regional health technology assessment, conferma: quattro intervistati su dieci non ricevono aggiornamenti puntuali sull’utilizzo, sei su dieci programmano guardando solo ai consumi passati.

L’oncologia è dove si vede meglio

I farmaci oncologici ed emato-oncologici sono il cuore del fondo: 31 delle 55 indicazioni del 2025 e 353 milioni, più della metà della spesa. Ma sono anche i più penalizzati dalle uscite, perché in oncologia una stessa molecola cura tumori diversi e ogni indicazione ha il suo orologio, e quasi tre quarti del fatturato perso per le scadenze infra-annuali è oncologico. Una precisazione: Aifa pubblica la spesa per farmaco, non per indicazione; la ripartizione è una nostra stima, il totale coincide col dato ufficiale.

La prossima ondata

Nel 2026 il quadro sarà ancora più visibile: usciranno dal fondo ventiquattro indicazioni, con circa 315 milioni di fatturato. E la domanda diventa prospettica: il divario si allargherà anche nel 2027 e nel 2028, mentre finanze pubbliche e politiche americane di most favored nation premono sui prezzi europei?

È la domanda da cui nasce “Mapping the next wave of innovation”: un horizon scanning delle indicazioni potenzialmente innovative attese al rimborso in Italia nel biennio, costruito sui pareri del comitato europeo Chmp e sulle domande in valutazione all’Ema, vagliato da un panel di esperti indipendenti e tradotto in un modello probabilistico di impatto sul fondo. La previsione avrà margini di errore, ma conoscerli in anticipo è già governo.

Da lì potranno emergere proposte per usare meglio il fondo ed evitare che i surplus ne alimentino lo svuotamento. Perché il principio, in fondo, è semplice: le risorse per l’innovazione devono rimanere all’innovazione.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Peste, laboratori e trasparenza. Il caso Irkutsk e le domande ancora aperte

8 October 2026 at 15:42

La notizia arriva dalla Siberia e riporta alla memoria paure che credevamo, almeno in parte, di aver lasciato al passato. Una ricercatrice dell’Istituto antipeste di Irkutsk è morta dopo aver sviluppato una grave polmonite. Le prime ricostruzioni hanno sollevato il sospetto di un possibile incidente di laboratorio e di un’infezione da Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. Le autorità russe hanno escluso, finora, evidenze di contagio riconducibili agli agenti patogeni studiati nell’istituto, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto ulteriori informazioni per chiarire le circostanze della morte.

Ma al di là delle ricostruzioni, ancora da verificare, la vicenda solleva interrogativi che meritano attenzione. Che cosa accade quando si lavora quotidianamente con microrganismi potenzialmente letali? Quali misure di sicurezza vengono adottate? E soprattutto, quanto sappiamo delle attività che si svolgono all’interno di questi laboratori?

La peste, un nemico conosciuto

La Yersinia pestis è un batterio Gram-negativo che, nonostante il suo terribile passato, può essere trattato efficacemente con diversi antibiotici, a condizione che la terapia venga avviata tempestivamente. La streptomicina ha rappresentato storicamente uno dei principali trattamenti, affiancata oggi da altre opzioni come gentamicina, ciprofloxacina, levofloxacina e doxiciclina. La rapidità della diagnosi e dell’intervento resta determinante, soprattutto nelle forme più gravi.

La peste, infatti, può manifestarsi in forme differenti. Quella bubbonica, la più conosciuta, provoca febbre elevata, debolezza e il caratteristico ingrossamento doloroso dei linfonodi. La forma polmonare interessa invece l’apparato respiratorio, con sintomi che possono aggravarsi rapidamente, mentre quella setticemica coinvolge il sangue e può determinare shock e gravi alterazioni della coagulazione.

Insomma, oggi conosciamo il batterio, sappiamo come riconoscerlo e disponiamo di strumenti terapeutici efficaci. Come è possibile, allora, che un’eventuale esposizione professionale possa sfuggire ai controlli o non essere individuata abbastanza rapidamente? Naturalmente, prima di rispondere bisognerebbe conoscere le reali circostanze dell’accaduto.

Quando il rischio nasce in laboratorio

Non sarebbe, del resto, la prima volta che un laboratorio diventa il luogo di origine di un’emergenza infettiva. Nel 1967, tra Marburgo e Francoforte, in Germania, e Belgrado, nell’allora Jugoslavia, si verificarono alcuni focolai legati al contatto con scimmie verdi africane importate dall’Uganda e utilizzate per attività di laboratorio. Il virus, fino ad allora sconosciuto, provocò 31 casi e sette decessi. Fu così che il mondo conobbe la malattia da virus Marburg.

Gli incidenti biologici, dunque, non sono una novità. E non lo è neppure la possibilità che agenti patogeni vengano impiegati per scopi diversi dalla ricerca scientifica.

Basta tornare all’autunno del 2001, poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre. Negli Stati Uniti, lettere contenenti spore di antrace provocarono 22 casi di infezione e cinque morti. Anche l’Italia visse settimane di allarme, tra buste sospette, polveri bianche e segnalazioni che si rivelarono infondate. Ricordiamo bene quella psicosi collettiva: bastava una busta contenente farina o borotalco per far scattare l’allarme. Nel nostro Paese non si verificarono infezioni riconducibili agli attentati, ma fu sufficiente la percezione del rischio a generare paura e incertezza.

La ricerca e i suoi interrogativi

Da Marburgo all’antrace, fino agli interrogativi sollevati dalla vicenda siberiana, abbiamo forse scoperto l’acqua calda? Sappiamo da decenni che esistono laboratori nei quali vengono studiati virus e batteri altamente pericolosi, anche attraverso tecniche avanzate di manipolazione genetica. Molte di queste ricerche sono essenziali per comprendere i meccanismi delle malattie, sviluppare vaccini, individuare nuove terapie e prepararci a possibili emergenze sanitarie.

Ma il punto è un altro. Chi controlla queste attività? Chi stabilisce fino a dove sia possibile spingersi? E quali garanzie abbiamo che conoscenze e tecnologie sviluppate per proteggere la salute umana non possano essere utilizzate anche per finalità differenti?

Il confine sottile tra scienza e sicurezza

Non possiamo ignorare che la storia abbia già conosciuto programmi di sviluppo di armi biologiche. Né possiamo fingere che il confine tra ricerca civile e possibili applicazioni militari sia sempre così netto. Questo, naturalmente, non significa che ogni laboratorio che studia agenti patogeni pericolosi nasconda attività illecite. Significa però riconoscere che alcune conoscenze scientifiche possono prestarsi a un duplice utilizzo, benefico o dannoso, e che proprio per questo la responsabilità di chi le produce e di chi le controlla è enorme.

C’è poi il problema della segretezza. È comprensibile che determinate informazioni debbano essere protette per ragioni di sicurezza. Ma la riservatezza non può diventare un alibi per sottrarsi alla verifica, soprattutto quando un incidente, reale o presunto, solleva preoccupazioni per la salute pubblica. La sicurezza biologica ha bisogno di regole, controlli indipendenti, trasparenza e cooperazione internazionale.

La fiducia non può essere cieca

Da scienziato, vorrei continuare a credere che la ricerca su virus e batteri pericolosi sia orientata principalmente alla tutela della salute, alla sperimentazione di nuove cure e allo sviluppo di vaccini. Forse sono un inguaribile amante dell’essere umano, ancora fiducioso nella sua natura. Ma la fiducia nella scienza non deve tradursi in una fiducia cieca nei confronti di chiunque la utilizzi.

E allora ben vengano la ricerca, l’innovazione e persino gli esperimenti più complessi, quando necessari e giustificati. Purché siano accompagnati da responsabilità, verifiche e garanzie adeguate.

Perché alla fine di tutto, resta sempre e solo la sicurezza.

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