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Il Lazio punta sulla space economy. Accordo con l’Asi e nuovi investimenti

13 October 2026 at 16:46

Un accordo triennale per rafforzare la filiera aerospaziale del Lazio, sostenere il trasferimento tecnologico e favorire la crescita delle imprese innovative. Regione Lazio e Agenzia spaziale italiana (Asi) hanno siglato un’intesa che accompagnerà la nascita, prevista a novembre, del nuovo Distretto industriale e tecnologico dell’Aerospazio e della Sicurezza. L’accordo, presentato dalla vicepresidente regionale Roberta Angelilli e dal commissario straordinario dell’Asi Mario Cospito, si inserisce in un piano di sviluppo che comprende strumenti di finanziamento per 115 milioni di euro.

Dalla ricerca alle applicazioni industriali

La collaborazione punta a collegare le competenze scientifiche alle esigenze dell’industria, intervenendo sia sulla produzione di satelliti e sistemi spaziali, sia sullo sviluppo di servizi basati sui dati satellitari. Tra le applicazioni individuate figurano il monitoraggio ambientale, la prevenzione del dissesto idrogeologico, l’agricoltura di precisione e la gestione della logistica. Il progetto coinvolge un ecosistema regionale che conta 360 imprese aerospaziali, 23.500 addetti e un fatturato di circa 5 miliardi di euro, di cui 2 miliardi provenienti dall’export. Un comitato paritetico, composto da tre rappresentanti per ciascuna istituzione, seguirà l’attuazione dell’accordo e individuerà nuove opportunità di collaborazione.

Il nuovo distretto e le risorse disponibili

La costituzione del distretto, evoluzione di quello tecnologico esistente, estenderà il perimetro industriale anche alla sicurezza, valorizzando le possibili applicazioni dual use delle tecnologie spaziali. Sul piano finanziario, la Regione ha previsto due strumenti per complessivi 115 milioni di euro. Il bando Filiere Tecnologiche, da 55 milioni, sosterrà progetti collaborativi tra grandi imprese, Pmi e organismi di ricerca. Altri 60 milioni saranno disponibili attraverso Step-Fri, in collaborazione con Cassa depositi e prestiti, per favorire gli investimenti nelle tecnologie strategiche. Le risorse riguardano più comparti e non sono interamente riservate all’aerospazio.

L’iniziativa guarda anche alla futura programmazione europea 2028-2034, che nella proposta della Commissione destina circa 130 miliardi di euro a difesa, sicurezza e spazio. L’obiettivo è preparare la filiera laziale a competere per queste opportunità, rafforzando la capacità delle imprese di partecipare a programmi di ricerca e sviluppo industriale. La costituzione del distretto rappresenterà il prossimo passaggio per definire priorità operative e progetti comuni.

Vi spiego cosa vuole Trump dalla Russia (e da Zelensky). Conversazione con Savino

13 October 2026 at 16:45

Una tregua proclamata da un soggetto terzo e ignorata dai due belligeranti, un’intesa petrolifera con il Cremlino che scavalca Kyiv e Bruxelles, la richiesta di elezioni presidenziali in un Paese in guerra e in parte occupato. La diplomazia di Trump sul conflitto in Ucraina appare sempre più personalistica e guidata dall’agenda interna, a partire dalle elezioni di midterm e da una guerra con l’Iran che non sta andando come previsto. Fomiche.net ne ha parlato con Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli ed esperto di Russia, che legge le mosse della Casa Bianca tra calcoli elettorali, rancori personali e una Russia che non arretra.

Trump ha annunciato una tregua energetica, ma la notte stessa la Russia ha continuato a colpire le infrastrutture ucraine. Oggi Trump insiste che la tregua c’è. Possiamo davvero aspettarcela?

Va detto che anche l’Ucraina continua a colpire obiettivi energetici russi, quindi siamo di fronte a una tregua che esiste soltanto nella mente di Donald Trump. Con ogni probabilità il presidente statunitense ha annunciato qualcosa che rientrava tra le proposte che Witkoff e Kushner avrebbero dovuto portare ai colloqui con Mosca. Quei colloqui, però, non ci sono stati, e anzi il viaggio in Russia previsto nei giorni scorsi è stato rinviato. Il risultato è una tregua che non è una tregua, perché nessuna delle due parti l’ha accettata e nessuna ne ha nemmeno parlato. L’unica indicazione è arrivata da Kyiv, ed è che semplicemente non ne erano stati informati. Cosa aspettarsi, quindi, è difficile da dire, proprio perché la tregua è stata proclamata da un soggetto terzo, cioè il presidente degli Stati Uniti. Certo, un terzo non da poco, ma pur sempre estraneo ai due contendenti. D’altra parte Trump ci ha già abituati a questo genere di annunci, come quando nei mesi scorsi ha dichiarato di aver “sbloccato” lo Stretto di Hormuz. Una tregua che non è una tregua, insomma, non sorprende più di tanto.

Nelle stesse ore Trump ha raggiunto un accordo con Putin sull’importazione di petrolio russo. È una “coltellata alle spalle” del fronte occidentale?

Questo elemento c’è senz’altro, anche perché l’Europa continua a non essere pervenuta. Adotta un pacchetto di sanzioni dopo l’altro, ma nessuno sembra in grado di fermare l’escalation russa di queste settimane, che si gioca meno sul terreno e più nella dimensione aerea. L’accordo raggiunto da Trump ha un valore più politico che economico. Nell’immediato si parla di 300-700 mila barili di diesel, una quantità minima rispetto ai consumi statunitensi e mondiali, e complessivamente di 7 milioni di barili, cioè l’equivalente di due giorni di consumo globale. Il significato politico, invece, è proprio quello che lei sottolineava. Da un lato c’è il tentativo di trovare un’intesa con Putin scavalcando Kyiv, per non parlare dell’Europa, su cui c’è poco da dire. Dall’altro c’è la volontà di arrivare alle elezioni di midterm con qualcosa in mano, visto che la guerra con l’Iran non è finita e non sta andando come previsto. Nei calcoli di Trump, un accordo con Putin potrebbe far scendere i prezzi del diesel, non tanto per i volumi messi sul mercato dalla Russia quanto per l’effetto che avrebbe sulle aspettative, e aiutarlo così a ottenere un buon risultato alle urne. Vedremo.

Intanto Trump è tornato ad attaccare Zelensky, accusandolo di bloccare i negoziati e chiedendo nuove elezioni. Zelensky ha risposto che si potranno fare se Putin concederà una tregua di 60 giorni. Come giudica questo scambio?

Trump ce l’ha con Zelensky da molto tempo, ben prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Tutto risale a quando cercò di coinvolgere l’Ucraina nello scandalo sugli affari a Kyiv di Hunter Biden, figlio dell’allora candidato e poi presidente Joe Biden, chiedendo a Zelensky una serie di cose che il presidente ucraino si rifiutò di concedergli. Non mi piace fare psicologismo, ma abbiamo visto che Trump è un personaggio piuttosto vendicativo, e questa inimicizia si è manifestata molte volte. Non stupisce, quindi, che di tanto in tanto si ripetano scenate di questo tipo. Sulla tregua, è vero che Mosca ha continuato a porre condizioni difficilmente accettabili anche per gli americani, e persino per Trump, che pure si è mostrato più volte disposto ad ascoltare le ragioni del Cremlino. Allo stesso tempo, però, in una parte dell’establishment ucraino, come in quello europeo, l’idea di trattare con la Russia resta legata alla convinzione che l’Ucraina stia vincendo la guerra. Non è così, il che non significa che la stia vincendo o stravincendo la Russia, quello a cui assistiamo da anni è uno stallo sanguinoso.

Quanto alle elezioni presidenziali, come valuta la cosa?

La richiesta mi sembra quantomeno complicata. Il Paese è in guerra, e anche con 60 giorni di tregua bisognerebbe organizzare un voto decidendo innanzitutto dove si vota. I russi occupano territori che rivendicano, ma anche aree che non rivendicano, come alcune zone delle regioni di Sumy e Kharkiv. Poi c’è la questione di chi vota e dove votano gli ucraini all’estero. Prima della guerra si stimava che circa un milione e mezzo di ucraini vivessero come rifugiati in Russia: voterebbero anche loro? E quelli che si trovano in Europa? Bisognerebbe poi costruire una rete di osservatori internazionali, e se il diritto di voto venisse esteso ai rifugiati in Russia, resterebbe da capire se sarebbe possibile garantire osservatori indipendenti anche lì. Le domande sono moltissime, e personalmente trovo piuttosto lunare porre il tema di nuove presidenziali in un Paese in guerra, in parte occupato e con un numero enorme di cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

Nella preferenza di Trump per Putin c’è il bisogno di trattare con un pari, un po’ come Putin, che scavalca Europa e Ucraina per parlare solo con Washington?

Sicuramente Trump vuole trattare da pari a pari con chi riconosce come suo pari. Anche qui siamo nel campo della psicologia spicciola, ma è evidente che si trova più a suo agio con Xi Jinping, Vladimir Putin o Narendra Modi che con Ursula von der Leyen o con la povera Giorgia Meloni. C’è quindi l’idea della grande potenza che privilegia il rapporto con altre potenze che, se non sono alla pari, quantomeno contano a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, vediamo come tutta una serie di rappresentazioni, dall’Ucraina proxy degli Stati Uniti alla Russia proxy della Cina, siano saltate fin da subito, anche se soprattutto in Italia si fatica a riconoscerlo. Se l’Ucraina fosse un proxy di Washington, oggi staremmo discutendo di chi è pronto a sedersi al tavolo con Mosca. E se la Russia fosse un proxy della Cina, o fosse sensibile al fascino di Trump, che per anni ci è stato descritto come una sorta di emanazione del Cremlino alla Casa Bianca, non si capirebbe perché non accetti un’offerta forse poco generosa sul piano economico ma importante su quello politico. Quest’anno le sanzioni sono state allentate per ben due volte, in primavera con l’attacco all’Iran e ora con l’accordo con Trump. Eppure Mosca non arretra di un millimetro e continua a ritenere che la guerra debba andare avanti.

Energia e competitività. Quale menù per il prossimo Consiglio europeo

13 October 2026 at 16:42

Sono quattro gli argomenti che verranno trattati nel prossimo Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre: competitività, energia, guerre, migranti. Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever chiedono ad António Costa, in vista del Consiglio, di assumere una serie di iniziative concrete. Troppo forti le preoccupazioni dei singoli paesi sulla situazione internazionale che impatta sulle economie, oltre al fatto che esiste l’esigenza reale di tutta l’Ue di vedere un’accelerazione su comparti nevralgici come la competitività e su una crisi dagli esiti ancora incerti, come quella energetica legata alla situazione nel golfo.

Nella missiva rivolta al Presidente del Consiglio europeo, il Presidente del Consiglio, il Cancelliere tedesco e il Primo Ministro belga, dopo la riunione del gruppo informale degli “Amici della competitività” della scorsa settimana, invitano a approfondire tre strade. Ovvero: una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione; un freno contro nuovi oneri burocratici; una riduzione generalizzata degli obblighi di ‘reporting’ Ue, soprattutto per le Pmi. Inoltre si fa specifico riferimento al collegamento tra semplificazione, caro energia e competitività industriale.

Il tema energetico è connesso alla cosiddetta tabella di marcia “One Europe, One Market” agli elevati prezzi dell’energia e agli squilibri macroeconomici globali, in particolare con la Cina. Si attendono a questo proposito “misure a breve termine”, come ad esempio la possibilità che il Consiglio europeo chieda alla Commissione di presentare ulteriori misure senza dimenticare la connessione con il macro tema dei rapporti con la Cina, visto e considerato che la scorsa settimana nella plenaria di Strasburgo è stata votata una risoluzione che inasprisce i meccanismi di difesa delle industrie europee rispetto all’invasività di super players esterni. Al secondo posto delle analisi ci sarà il cosiddetto dossier “difesa e sicurezza” legato a tre criticità: gli attacchi ibridi russi in Europa e la relativa risposta dell’Ue, la situazione in Medio Oriente con lo status quo in Libano, Iran, Gaza e Cisgiordania, e la criticità nello Yemen, dove la situazione “si è estesa e aggravata”.

Ma non è tutto, perché il consiglio analizzerà anche il dossier migranti e la gestione delle crisi migratorie nella consapevolezza che, come ammesso da un funzionario Ue, “il numero di ingressi irregolari nell’Ue è in costante calo da cinque anni cosa che dimostra che le misure adottate dall’Unione per contrastare tali ingressi sono efficaci e stanno funzionando”. Infine il tema dell’allargamento e delle riforme, con particolare attenzione al Montenegro, che è l’unico candidato che vede vicino il traguardo visto che il relativo trattato di adesione è in fase di elaborazione. Andranno quindi valutate le clausole di salvaguardia con le relative conseguenze.

A proposito di bilanci e prossimo Quadro finanziario pluriennale va segnalata la posizione della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola secondo cui “non possiamo fare di più con meno, se vogliamo che l’Europa ottenga risultati concreti, deve disporre del necessario sostegno finanziario”, per cui “dobbiamo garantire che le priorità che stiamo realizzando – quelle che i cittadini ci chiedono di portare avanti – siano accompagnate dai finanziamenti adeguati”.

L’Italia investe nell’Ucraina del dopoguerra. Perché conta l’accordo tra Med-Or e Kyiv 

13 October 2026 at 16:36

La Fondazione Med-Or ha firmato un accordo di cooperazione con l’Accademia diplomatica ucraina Hennadii Udovenko, istituzione che fa capo al ministero degli Esteri di Kyiv. L’intesa, siglata martedì 13 ottobre a Roma, punta a rafforzare la collaborazione tra Italia e Ucraina nel campo della formazione diplomatica e del dialogo internazionale, ampliando le relazioni bilaterali anche sul piano istituzionale.

Il Memorandum of Understanding è stato sottoscritto presso la sede della Fondazione dal presidente di Med-Or, Marco Minniti, e dal direttore dell’Accademia diplomatica ucraina, Ihor Ostash. Alla cerimonia hanno partecipato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, e l’ambasciatore ucraino in Italia, Ihor Brusylo.

L’accordo definisce un quadro di collaborazione per lo sviluppo di iniziative congiunte nel settore della formazione diplomatica, prevedendo anche la possibilità di coinvolgere docenti ed esperti italiani e internazionali nei programmi dell’Accademia ucraina. Si tratta di un ambito nel quale Med-Or ha già sviluppato una rete di partenariati internazionali, in particolare con Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, e che viene ora esteso alla cooperazione con Kyiv.

L’iniziativa assume un significato particolare nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, inserendosi nel più ampio quadro delle relazioni tra Roma e Kyiv. La formazione diplomatica e il rafforzamento delle capacità istituzionali rappresentano infatti strumenti di cooperazione che guardano anche oltre le esigenze immediate del conflitto, contribuendo a consolidare le competenze e le relazioni internazionali dell’Ucraina.

L’importanza dell’accordo va però oltre la formazione diplomatica. In una fase in cui il sostegno all’Ucraina è concentrato soprattutto sulle esigenze della guerra, l’intesa tra Med-Or e l’Accademia diplomatica di Kyiv guarda al lungo periodo, investendo nelle capacità istituzionali e nelle relazioni internazionali del Paese. Per Med-Or, l’intesa costituisce un ulteriore sviluppo delle proprie attività di cooperazione internazionale, con l’obiettivo di contribuire al rafforzamento dei rapporti tra Italia e Ucraina attraverso il dialogo, la formazione e la condivisione di competenze diplomatiche.

Spazio, così il gruppo ceco Csg punta alle orbite

13 October 2026 at 16:35

Il gruppo ceco della difesa Csg ha acquisito una partecipazione del 9,5% in Mda Space, società canadese attiva nelle tecnologie spaziali, diventandone il maggiore azionista. L’operazione si inserisce nel percorso di espansione del gruppo industriale europeo nei comparti spaziale e aerospaziale, e affiancherà le attività preesistenti nel settore della difesa convenzionale. Mda Space, quotata alle Borse di Toronto e New York, sviluppa tecnologie e servizi nei sistemi satellitari, nella robotica spaziale e nell’intelligence geospaziale. La società opera sia sul mercato commerciale sia in quello governativo e conta oltre 4mila dipendenti.

La partecipazione sarà detenuta attraverso una società controllata dedicata e la stessa Csg ha dichiarato che intende valutare ulteriori possibili forme di collaborazione industriale con Mda Space, tra cui investimenti congiunti in impianti di produzione o assemblaggio in Europa, partnership in operazioni di acquisizione e iniziative per ampliare la presenza commerciale internazionale della società canadese attraverso la propria rete di clienti.L’investimento segue altre operazioni di venture capital realizzate da Csg attraverso il fondo Tech Horizons VC, che ha già investito nella britannica SatVu e nella tedesca Atmos Space Cargo.

Un team dedicato allo sviluppo delle attività spaziali

Contestualmente, il gruppo ha costituito un team dedicato allo sviluppo delle attività spaziali. La struttura sarà guidata da Ladislav Stahl, nominato Head of space strategy and technology, e Filip Kocián, che assumerà il ruolo di Space director for corporate development. Alla squadra si unirà anche Cameron McKenzie, dirigente canadese con oltre trent’anni di esperienza nei settori aerospaziale e della difesa, in qualità di senior advisor per il Canada.

Stahl ha già ricoperto incarichi nell’ambito dell’intelligence e della sicurezza spaziale presso la Nato e ha diretto in precedenza il Centro satellitare della Repubblica Ceca. Kocián ha maturato esperienza negli investimenti, nelle fusioni e acquisizioni e nello sviluppo aziendale nell’industria spaziale, mentre McKenzie ha lavorato in precedenza presso L3Harris Technologies, Cae e la Canadian commercial corporation.

Le prospettive dell’economia spaziale

L’iniziativa si colloca nella strategia di lungo periodo di Csg per ampliare le proprie competenze oltre i comparti tradizionali della difesa e dell’aerospazio. Secondo le stime elaborate dal gruppo, la space economy globale potrebbe raggiungere un valore di 1.800 miliardi di dollari entro il 2035. Nel 2025, la spesa pubblica globale per la sola difesa spaziale è stata pari a circa 74 miliardi di dollari.

“Vogliamo essere un azionista strategico di lungo periodo e vediamo un significativo potenziale di crescita congiunta per Mda Space e Csg”, ha dichiarato Michal Strnad, presidente del consiglio di amministrazione di Csg, che ha inoltre indicato che l’investimento potrà contribuire ad ampliare l’offerta di prodotti destinata ai clienti del gruppo.

Mike Greenley, amministratore delegato di Mda Space, ha accolto l’ingresso di Csg nella compagine azionaria, sottolineando il contributo che un investitore industriale europeo può offrire all’espansione della società. Greenley ha inoltre indicato il rafforzamento della rete di investitori e partner commerciali in Europa tra gli elementi legati all’operazione. Stanislav Kuba, direttore degli investimenti di Csg, ha spiegato che l’espansione nel settore spaziale si basa su una strategia industriale di lungo periodo e sulla disciplina finanziaria. La creazione del team dedicato e l’investimento in Mda Space, ha affermato, consentiranno al gruppo di sviluppare competenze interne e di acquisire una partecipazione diretta nel settore.

Antonio Berloni, la signorile modestia di un personaggio di successo

13 October 2026 at 16:31

Antonio Berloni nato a Serrungarina (PU) nel 1936, famoso imprenditore, ha compito novant’anni. Un bel traguardo che la città di Pesaro, insieme al sindaco, Andrea Biancani, hanno caldamente festeggiato. Nell’occasione a Berloni è stata consegnata la pergamena ‘Plauso della città’, attestazione onorifica con cui si è voluto tributare “un riconoscimento – ha detto il sindaco Biancani – che racconta la gratitudine di tutta la comunità verso uno dei grandi protagonisti della storia economica e imprenditoriale del nostro territorio”.

La festa è stata molto partecipata: “Era presente addirittura una persona arrivata dalla Cina e che non vedevo da tanti anni – spiega Antonio Berloni ancora entusiasta -. Mi ha fatto davvero molto piacere rivedere così tanti amici, non me lo sarei mai aspettato. È stato emozionante”. Ed ha aggiunto: ”Se sei generoso e dai nella vita, poi l’affetto e la stima delle persone ti torna sempre indietro. Lo dimostrano anche tutte le persone che si sono fatte sentire in questi giorni”.

Conferma la sensibilità e la generosità del suo animo la conclusione del suo discorso: ”La soddisfazione più bella è la riconoscenza delle persone”. A novant’anni Antonio – e ne avrebbe ben diritto – si è accomodato in poltrona? Nossignori. Lui stesso precisa: ”Mi comporto esattamente come chiunque altro, continuando a lavorare ogni giorno, con uno sguardo rivolto sempre verso il futuro e sostenendo anche i giovani e le nuove generazioni che sono impiegate in azienda”.

E allora vediamo come è giunto, insieme al fratello Marcello, a dar vita alle sue aziende.

Dalle sue campagne di Serrungarina, si è trasferito a Pesaro da ragazzo per dedicarsi alla falegnameria aprendo insieme a Marcello una modesta bottega che in seguito si specializzerà nella produzione di mobili da cucina, assumendo quindi nel 1960 la denominazione di Mobili Berloni.

Negli anni l’azienda ha un fiorente sviluppo e conquista specie in Italia ampie aree di marcato. Finché nel 1993 viene costituita la Berloni International s.r.l. per rafforzare ulteriormente la presenza del suo marchio a livello internazionale, mentre nel 1996 l’azienda pesarese attua una diversificazione produttiva entrando nel settore dei mobili d’arredamento. L’accoglienza iniziale verso il prodotto fu molto positiva dal punto di vista dell’immagine. In particolare in Cina il marchio “Berloni” veniva percepito come un simbolo del lusso, del design e dello stile di vita italiano, ideale per arredare i nuovi complessi residenziali della crescente classe medio-alta cinese: fascino del Made in Italy. Antonio Berloni, molto soddisfatto della ospitalità cinese, mi raccontava: “Pensa, perfino attorno allo stabilimento oltre alle ottime vie d’accesso, allestiscono prati e arredi floreali. Cose che qui ci sogniamo”. Erano i tempi in cui la Cina cercava di imparare. Poi è diventata lei maestra, almeno in molti rilevanti settori.

Tra il 2005 e il 2006, il gruppo  avviò una joint venture strategica in Cina, dando vita alla “Guangdong Iceco Enterprise Ltd”. Questa sussidiaria si è occupata per anni della produzione di apparecchi di refrigerazione destinati principalmente al mercato automobilistico. Brillava però l’arredamento. Durante gli anni d’oro della crescita internazionale, la società aprì la divisione “Berloni Asia”. Questa branca asiatica gestiva gare d’appalto e ordini per la fornitura di migliaia di cucine nei mercati orientali, inclusa la Cina continentale.

Nel periodo della sua massima espansione globale e prima della complessa crisi aziendale degli anni successivi, lo storico marchio pesarese Berloni Cucine è stato presente in più di 50 paesi nel mondo, distribuiti in 4 continenti. Erano anche i periodi delle feste organizzate dai principali imprenditori del mobile operanti nel fiorente distretto di Pesaro. Celebri quelle dei Berloni con artisti di fama ed omaggi a tutti gli intervenuti, come ad esempio  il piatto di ceramica del 1986 con la riproduzione della “rosa di Pesaro”.

Oltre che in Cina venivano aperti showroom esclusivi e partnership industriali anche in Turchia ed a Taiwan. Pur avendo il mercato italiano storicamente rappresentato la quota principale del fatturato (circa il 70%).

Nel frattempo Antonio Berloni e la sua famiglia nel 1988 acquisiscono l’intera gestione della Indel B S.p.A. situata a Sant’Agata Feltria (Rimini) azienda specializzata nella produzione di piccoli frigoriferi ed impianti di climatizzazione per l’automotive (camion e auto di lusso), la nautica da diporto, i veicoli ricreazionali e l’hospitality (minibar per hotel) diventando una multinazionale quotata in Borsa e uno dei motori economici principali dell’Alta Valmarecchia. La Indel B ha collaborato anche con la Nasa che la selezionò per una sfida tecnologica importantissima: progettare e realizzare un frigorifero unico al mondo da installare a bordo dello Space Shuttle Columbia.

La particolarità di questa fornitura risiedeva nei requisiti tecnici estremi. L’elettrodomestico doveva infatti funzionare perfettamente in assenza totale di gravità e continuare a refrigerare anche affrontando rotazioni continue a 360 gradi.

Nonostante questa proiezione oltre che internazionale direi anche “stellare”, Antonio Berloni non ha mai abbandonato la sua amata campagna. Non ha mai dimenticato né reciso le sue radici contadine nate nei campi di Serrungarina, tratto celebre e indiscutibile della sua storia personale.

Antonio ha sempre dichiarato che la solidità, la concretezza e la dedizione applicate nelle sue fabbriche (dalla Berloni Cucine fino alla Indel B) derivavano proprio dai valori della civiltà contadina in cui era cresciuto. Colmo di successi ed insignito del prestigioso titolo di Cavaliere del Lavoro non ha mai operato per esporre la propria immagine.

Marcello, il fratello, era più portato alle pubbliche relazioni, a svolgere interventi nelle circostanze pubbliche. Un giorno gli chiesi la disponibilità ad una intervista con un giornalista. Mi dirottò su Marcello perché, disse scherzosamente, “el chiacheron l’è lu!”. E più che vantarsi dei propri risultati anche durante la festa che gli è stata tributata ha manifestato la “volontà di condividere il proprio successo con il territorio, con la città, con i dipendenti e con gli altri imprenditori”.

Quale futuro per il centrodestra in Europa. Le riflessioni di Welle e Reho

13 October 2026 at 16:30
La vera divisione non è tra popolari e conservatori, ma tra europeisti e nazionalisti di Klaus Welle

Il Ppe si è esteso simultaneamente in due direzioni, assorbendo parti sia della famiglia liberale sia di quella conservatrice in Europa. Lo sviluppo ha seguito il modello della democrazia cristiana tedesca, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si era affermata come unione di cattolici e di protestanti e perciò aveva integrato la tradizione cristiano‑sociale cattolica con quelle conservatrici e liberali di matrice protestante. Questa espansione ha segnato anche l’abbandono di un criterio puramente nominale. Per essere ammessi non era più sufficiente avere le parole “cristiano” o “cattolico” nel nome del partito. Conseguentemente, un certo numero di richiedenti dell’Europa centrale e orientale che si erano denominati cristiani o cattolici, come l’Unione nazionale cattolica polacca (Zjednoczenie chrześcijańsko-narodowe), sono stati respinti a causa della loro ostilità verso l’integrazione europea. Questa scelta era dettata dalla necessità pratica. L’attività legislativa nel Parlamento europeo richiede la formulazione di posizioni comuni, specialmente sull’integrazione europea. Tutti i nuovi partner si sono integrati bene nel lavoro parlamentare quotidiano. Nella pratica quotidiana, liberali, democratici cristiani e conservatori non sono apparsi divisi da linee di faglia insuperabili, ma piuttosto si sono rivelati elementi complementi utili all’interno del Ppe allargato. Sulla base dei comportamenti di voto, Forza Italia è diventata persino la più leale delle delegazioni del gruppo.

La strategia di allargamento si è rivelata fondata, ma la questione dell’integrazione europea alla fine è emersa come una linea di demarcazione netta. Le leadership dei conservatori britannici e dell’ungherese Fidesz hanno entrambe assunto posizioni sempre più contrarie all’integrazione europea. È corretto affermare che erano, più che scettici, francamente ostili. I conservatori britannici hanno quindi lasciato il gruppo parlamentare nel 2009, con una svolta nazionalista che è stata il preludio all’uscita del paese dall’Ue dopo il referendum del 2016. La campagna di odio di Viktor Orbán contro Jean-Claude Juncker e il suo avvicinamento a Vladimir Putin e Marine Le Pen hanno reso il rapporto tra Fidesz e il Ppe non più sostenibile. L’indebolimento da parte di Orbán del sistema democratico dei pesi e contrappesi all’interno dell’Ungheria ha completato il quadro. La vera linea di demarcazione, dunque, è quella che passa non tra conservatori, liberali o democratici cristiani, ma tra europeisti e nazionalisti.

Nello spazio nazionalista, la vera linea di divisione è stata principalmente quella che corre tra posizioni filoamericane e filoputiniane sul piano esterno, largamente coincidente con la divisione tra un atteggiamento costruttivo all’interno dell’Ue e la sistematica opposizione ad essa sul piano interno. Il risultato è stata la creazione di due gruppi politici separati all’interno del Parlamento europeo. L’estrema destra all’interno dello spazio nazionalistico può essere perciò caratterizzata come un’opposizione sistemica a due livelli, volta a minare sia il partenariato atlantico sia l’integrazione europea. L’ordine politico istituito dopo il 1945, con componenti chiavi quali la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà di stampa, il pluralismo, il partenariato atlantico e l’integrazione europea, ha ampiamente dimostrato il proprio valore. Dopo più di settant’anni, mettere in discussione questo ordine non può più essere qualificato come conservatore. Se l’estrema destra può avanzare una pretesa di conservatorismo, è solo nel senso che il concetto aveva nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, quando era sinonimo di autoritarismo e di illiberalismo. È un nazionalismo che promette protezione attraverso la chiusura e che è attrattivo per chi è rimasto indietro. È così che Donald Trump ha conquistato la maggioranza la prima volta, rivolgendosi ai lavoratori del carbone e dell’acciaio. È per questo che Marine Le Pen viene eletta nell’ex roccaforte comunista del distretto carbonifero nel nord della Francia. Ed è così che Boris Johnson ha abbattuto il “muro rosso” delle circoscrizioni precedentemente dominate dai laburisti nelle regioni industrializzate del nord dell’Inghilterra. È social-nazionalismo.

La secessione dei cattolici conservatori e il futuro dell’Europa di Federico Ottavio Reho

Nel pensiero e nell’esperienza dei cattolici conservatori, la convergenza tra democrazia cristiana e conservatorismo ha raggiunto la sua più armoniosa sintesi. L’importanza di questa componente per il successo della democrazia cristiana nel secondo dopoguerra non è sempre pienamente riconosciuta. Nei primi decenni del dopoguerra, l’ancoraggio al movimento democratico-cristiano dei cattolici conservatori, che, nel periodo tra le due guerre, avevano invece chiaramente mostrato inclinazioni autoritarie e talvolta erano stati determinanti per l’ascesa dei fascisti al potere, è stato un fattore importante della capacità della democrazia cristiana di coinvolgere gradualmente le élite religiose e gli elettorati più conservatori nei nuovi sistemi democratici. Per questo, la separazione dei cattolici conservatori dalla democrazia cristiana e la loro gravitazione verso forze più nazionaliste sono sempre uno sviluppo pericoloso e un segnale inquietante. Disgraziatamente, questa è precisamente la tendenza che abbiamo osservato negli ultimi decenni e che è diventata più rapida negli ultimi anni in un gran numero di Paesi dell’Ue, senza che i leader democratici cristiani siano pienamente consapevoli delle sue implicazioni o adottino delle contromisure.

Nonostante il suo declino elettorale, il cattolicesimo conservatore, quando abbandona la democrazia cristiana e si unisce alla costellazione emergente del “conservatorismo nazionale”, la rafforza enormemente, prestando a un movimento ambiguo, ancora in odore di radicalismo, la credibilità di figure e di idee che possono vantare una reputazione conservatrice impeccabile e una lunga storia di influenza nella componente più tradizionale del centrodestra. Questa circostanza è particolarmente infelice perché il conservatorismo cattolico (diversamente dal conservatorismo protestante ed evangelico) è tutt’altro che naturalmente nazionalista, e viene spinto tra le braccia del “conservatorismo nazionale” da ciò che percepisce come una crescente indifferenza, quando non un aperto imbarazzo, della democrazia cristiana per la difesa di un’antropologia cristiana tradizionale. Evitare la secessione del cattolicesimo conservatore e, più in generale, delle élite religiose conservatrici e della loro base elettorale dalla democrazia cristiana e dal conservatorismo tradizionale sarà importante per preservare la vitalità delle forze di centro-destra e per stabilizzare la politica democratica moderata nei nostri paesi.

L’altro compito importante, e collegato al primo, dei prossimi anni sarà riconciliare più in generale europeismo e conservatorismo. A differenza dei primi decenni dell’integrazione europea — quando essi erano spesso percepiti come sinergici —, oggi europeismo e conservatorismo vengono di solito considerati in tensione e in conflitto. Questo è il risultato di un graduale reciproco estraniarsi, cominciato decenni or sono ma intensificatosi in anni più recenti. Da un lato, il conservatorismo è diventato sempre più nazionalista ed euroscettico, essendo, per esempio, in prima linea negli sforzi per portare il Regno Unito fuori dell’Ue mezzo secolo dopo essere stato in prima linea negli sforzi per portarlo nella Comunità economica europea. Ideologicamente, come sopra accennato, il nuovo “conservatorismo nazionale” esalta “la virtù del nazionalismo”, ed è fondamentalmente liquidatorio nei confronti dell’integrazione sovranazionale europea, in modi che sembrano difficilmente riconciliabili con lo spirito originario del conservatorismo, che era patriottico ma anche cosmopolita. Dall’altro lato, l’europeismo e l’integrazione europea sono apparsi sempre più dominati da un ethos liberal-progressista che rifiuta di riconoscere i fondamenti culturali e storici dell’unità dell’Europa e appare programmaticamente ostile a forze e i valori conservatori.

Si tratta di una situazione infelice, perché l’Ue non scomparirà e l’unità europea è oggi anzi una necessità storica ineludibile per i popoli del continente. In un certo senso, potrebbe persino essere vista come l’ultima manifestazione storica di una ricerca di unità continentale che ha caratterizzato la storia europea per più di un millennio. La vera domanda, quindi, è se le forze e le concezioni politiche di orientamento conservatore e cristiano contribuiranno a definire i suoi prossimi passi o si condanneranno a essere un’opposizione priva di senso, aderendo a posizioni nazionaliste e anti-Ue. Per favorire una nuova convergenza tra europeismo e conservatorismo e ravvivare una tradizione, una visione e una pratica di conservatorismo europeista e sovranazionale, i conservatori e i democratici cristiani devono trovare di nuovo uno spazio per incontrarsi, confrontarsi e costruire una visione comune del futuro dell’Ue. Ciò che deve essere evitato è che il conservatorismo sia permanentemente colonizzato ed egemonizzato da idee nazionaliste e radicali in gran parte estranee alla sua tradizione e contrarie al suo ethos; e, all’inverso, che l’europeismo venga identificato con i valori e le politiche dei progressisti, che tendono a marginalizzare o a escludere totalmente le posizioni conservatrici e cristiane.

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Meloni presidia la scena. A sinistra? Potrebbe svoltare Calabresi. Parla Piepoli

13 October 2026 at 16:29

Tutto tranquillo. Allineati e coperti: incassato il risultato della legge elettorale il governo prosegue senza scossoni. Nella fotografia scattata da Nicola Piepoli, fondatore di Piepoli Sondaggi, la politica italiana sembra procedere senza grossi traumi: la maggioranza conserva la propria solidità, Giorgia Meloni presidia il centro della scena e il centrosinistra continua a cercare una sintesi che, almeno per ora, resta soprattutto formale. È questa la prima impressione del sondaggista, che legge nel voto sulla legge elettorale un passaggio capace di rafforzare la percezione di continuità dell’esecutivo. Come se, sul piano politico, non fosse successo nulla di particolarmente rilevante. La premier, del resto, sa come trasformare la presenza in consenso. Lo ha dimostrato anche all’assemblea di Assolombarda, dove ha raccolto applausi e si è mossa con la sicurezza di chi sente di avere il controllo della scena. Sul fronte opposto, invece, Giuseppe Conte ed Elly Schlein devono fare i conti con rivalità che rischiano di indebolire qualsiasi tentativo di costruire un’alternativa. In mezzo c’è Roberto Vannacci, che ha sottratto consensi al centrodestra ma, secondo Piepoli, difficilmente potrà trasformare la propria presenza in un fenomeno politico paragonabile agli esordi del Movimento 5 Stelle. Anche perché l’elettore, oggi, sembra più interessato a difendere ciò che possiede che a inseguire nuove avventure. Eppure, tra gli equilibri ancora da definire, c’è una variabile che potrebbe sorprendere: Milano, dove Mario Calabresi potrebbe offrire al centrosinistra un’occasione inattesa.

Piepoli, partiamo dalla legge elettorale. L’impressione è che il governo consideri il passaggio parlamentare una conferma della propria forza. È così?

L’impressione è proprio questa: il governo pensa che non sia accaduto nulla, se non la normale amministrazione, che anzi lo ha rafforzato con l’approvazione della legge elettorale. C’è una rappresentazione di continuità, di un sistema che tiene e che non sembra attraversato da particolari scosse. Naturalmente, la situazione mondiale è un’altra cosa e presenta complessità evidenti. Ma nell’immagine che l’Italia offre di sé, al momento, sembra essere tutto in ordine.

Anche la recente uscita di Giorgia Meloni all’assemblea di Assolombarda ha restituito l’immagine di una premier in pieno controllo della scena. Lei che ha assistito direttamente, che impressione ha avuto?

Meloni ha fatto un bello show. Si è presentata come la padrona dell’Italia e, in quel contesto, aveva le condizioni per farlo. Era a proprio agio, ha raccolto applausi quasi in continuazione. È una grande comunicatrice, sa occupare lo spazio e trasmettere un senso di leadership. Questo, in politica, è un vantaggio competitivo considerevole.

Dunque il centrodestra è in salute?

Nel complesso sì. C’è una perdita di voti, in parte drenati da Vannacci, ma non vedo al momento le condizioni perché questo fenomeno possa crescere ulteriormente. La sua forza appare oscillante verso il basso. Potrebbe restare un partito laterale, capace di conservare uno spazio, ma senza diventare il protagonista di una nuova stagione politica.

Perché esclude che Vannacci possa replicare l’effetto dirompente del Movimento 5 Stelle agli esordi?

Perché manca l’elemento dell’incognito. Quando Beppe Grillo lanciò il Movimento 5 Stelle, c’era qualcosa di radicalmente nuovo, una proposta che intercettava una domanda politica ancora in larga parte inespressa. Oggi quell’effetto non c’è. Vannacci è già riconoscibile e non rappresenta una sorpresa per l’opinione pubblica. Inoltre, il clima sociale è cambiato.

In che senso?

La mentalità generale è difensiva. Le persone sono preoccupate dall’inflazione, dal valore dei propri beni, dalla necessità di proteggere ciò che hanno. In un’atmosfera di questo genere, chi propone una postura offensiva fatica a fare strada. L’elettore, in questa fase, sembra più interessato alla sicurezza delle proprie condizioni che alla prospettiva di una rottura.

Passiamo al centrosinistra. Il tentativo di costruire un’alternativa al governo procede tra incontri, aperture e discussioni sul programma. Quanto può essere competitivo?

Il centrosinistra sta cercando di unirsi con una certa esasperazione. Ma anche se dovesse riuscirci formalmente, qualche voto potrebbe comunque scappare. L’unità politica non produce automaticamente unità elettorale. E poi c’è una questione più generale: a sinistra è difficile fare previsioni perché tutti sembrano avere una storia passata, ma non ancora una storia futura.

È un giudizio che investe direttamente Elly Schlein e Giuseppe Conte?

Certamente. Se vogliono essere competitivi devono uscire dall’invidia reciproca. La competizione tra loro rischia di diventare un ostacolo alla costruzione di un’alternativa credibile. Il problema non è soltanto trovare un accordo, ma superare la rivalità per stabilire chi debba guidare il campo progressista. Finché questa questione rimarrà irrisolta, il centrodestra continuerà ad avere un vantaggio.

La presenza di una leadership riconoscibile come quella di Meloni rende ancora più evidente il problema?

Sì. A destra c’è un cervello pensante, Giorgia Meloni, che riesce a dare una direzione alla coalizione. A sinistra, invece, la ricerca di una sintesi rischia di trasformarsi in una competizione permanente. Per essere competitivi non basta avere i numeri: bisogna riuscire a trasformarli in una proposta politica riconoscibile.

Lei ha evocato la possibilità che Calabresi rappresenti una sorpresa a Milano. Perché proprio lì?

Potrebbe essere una buona sorpresa per il centrosinistra. È una variabile da considerare, perché potrebbe contribuire a modificare gli equilibri e, forse, aiutare anche a superare alcune rivalità interne. Non dico che risolverebbe automaticamente il problema del rapporto tra Conte e Schlein, ma potrebbe introdurre un elemento nuovo in una discussione che rischia di restare prigioniera dei suoi protagonisti abituali.

Resta il tema del centrodestra e della sua capacità di tenere insieme sensibilità differenti. L’accordo elettorale della coalizione è scontato?

Non lo si può dire oggi. Dipenderà anche da come andranno i sondaggi e da quale sarà la convenienza dei diversi partecipanti. La tipologia delle forze in campo rende la questione tutt’altro che automatica. Le alleanze si costruiscono anche sulla base dei rapporti di forza e delle prospettive di ciascuno.

Se dovesse indicare, in definitiva, il principale vantaggio del centrodestra e il limite più evidente del centrosinistra, quale sarebbe?

Il centrodestra dispone di una leadership forte e riconoscibile, capace di comunicare e di mantenere una direzione. Il centrosinistra, invece, deve ancora trovare una prospettiva comune. C’è una frase di Andreotti che rimane immortale: il potere logora chi non ce l’ha. È una battuta, ma contiene anche un’indicazione politica: stare all’opposizione non basta per diventare un’alternativa. Bisogna dimostrare di sapere dove si vuole andare.

Prezzi e cyberattacchi, il doppio lato oscuro dell’AI secondo il Fmi

13 October 2026 at 16:28

L’Intelligenza Artificiale dà, l’Intelligenza Artificiale prende. Le tecnologie di ultima generazione stanno già sostenendo la crescita dell’economia mondiale e cambiando il mondo del lavoro, su questo non c’è ombra di dubbio. Ma potrebbero cambiare anche il modo in cui si finanziano pensioni, sanità e servizi pubblici, se parte della ricchezza prodotta si sposterà dalle buste paga ai profitti delle imprese, con conseguenze per le entrate fiscali. A lanciare l’allarme, e non è la prima volta, è Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, intervenuta a Bangkok all’apertura degli incontri annuali con la Banca mondiale.

Partendo però, proprio nei giorni in cui Giorgia Meloni ha indicato una via italiana all’Intelligenza Artificiale, dalle indicazioni contenute nell’ultimo Global financial stability report. Indicazioni che per il Fondo monetario sono essenzialmente tre, per altrettanti fattori di rischio. E dunque Intelligenza artificiale, inflazione e conti pubblici, cyberattacchi: sono le tre criticità individuate dal Fmi nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. “Questi rischi di per sé non minacciano necessariamente la stabilità, ma potrebbero diventare un rischio sistemico se venissero amplificati dalle vulnerabilità finanziarie”, afferma l’istituzione nell’editoriale del Global Financial Stability Report. Rischi principali che sul breve termine “potrebbero fare da catalizzatore ad un brusco inasprimento delle condizioni finanziarie e a turbolenze dei mercati”.

“Il primo è quello che un indebolimento degli investimenti e della redditività sull’Intelligenza Artificiale potrebbe innescare una correzione dei prezzi legati al settore, esacerbata dal crescente utilizzo della leva finanziaria, dalla concentrazione delle esposizioni e dai meccanismi che si sono creati sui sistemi di finanziamento”. Ed è “probabile che le giurisdizioni più esposte alle ricadute negative di marcate correzioni dei mercati siano quelle più sensibili agli sviluppi dell’IA, così come quelle con consistenti esposizioni sui titoli”. Il secondo rischio è quello della ripresa dell’inflazione e delle preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici: “potrebbero innescare marcati rialzi dei tassi sui titoli di Stato e provocare ampie turbolenze sui mercati, data l’importanza dei titoli pubblici. Gli elevati debiti pubblici e la necessità di provvedere al rinnovo dei titoli in scadenza restano questioni irrisolte”, scrive il Fmi.

Terzo, secondo il Fmi i cyber attacchi “costituiscono un crescente rischio sistemico mentre i servizi finanziari diventano sempre più digitali e interconnessi. Per parte loro i modelli più spinti di IA stanno emergendo sia come potenti facilitatori dei cyberattacchi, sia come strumenti chiave per la difesa dagli stessi”. Di qui l’avvertimento di Georgieva. “Due forze agiscono sull’economia: da un lato l’aumento dei prezzi dell’energia, che crea shock negativi nell’offerta alimentando l’inflazione, dall’altro gli investimenti, soprattutto nell’Intelligenza Artificiale, che generano uno shock della domanda”. Tuttavia, “mentre molte economie avanzate hanno beneficiato dell’aumento degli investimenti nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale, i Paesi più poveri, che non traggono vantaggio da tale boom, si trovano di fronte a scelte difficili nel gestire i prezzi elevati dell’energia causati dalla guerra in Iran”.

Casini, il passo indietro che vale dieci passi avanti. Scrive Rotondi

13 October 2026 at 16:27

Senza Pier Ferdinando Casini, il prossimo parlamento sarebbe più povero. Uso il condizionale perché ancora non sappiamo se la rinuncia di Casini a candidarsi sarà controfirmata dal suo attuale partito di riferimento, il Pd, e da chi lo guida, Elly Schlein.

Difficilmente la leader del Pd farà feste per questa gloriosa bandiera centrista che si ammaina da sola, e indebolisce ancor più l’appeal moderato del Pd, dopo l’eclissi dei vecchi popolari.

Per la stima che porto all’intelligenza politica di Elly Schlein, prevedo che il nobile gesto di Casini sarà respinto al mittente: magari Franceschini suggerirà ad Elly di rispondere a Casini con la celebre frase di De Mita: “In certi momenti ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene”.

Perché la scelta di Pier è politica, non tattica.

Io ci vedo una riflessione più profonda del calcolo che gli viene attribuito: scostarsi dalla pugna per disporsi a una più facile ascesa al Colle al posto di Mattarella.

Dissento da questa lettura, e non perché Casini manchi di tattica, bensì proprio perché egli ne è il re: candidato già due volte al Quirinale, nessuno può contendergli la ‘pole position’ in caso di vittoria della sinistra o di pareggio.

Che bisogno avrebbe Casini di richiamare su di sé i riflettori, con una rinuncia somigliante , più che a un passo indietro, a dieci passi avanti?

La verità è che Casini ci spiega la ragione del suo gesto, solo che il pregiudizio inclina a dubitare della spiegazione ufficiale, a favore di quella ufficiosa: non stiamo a sentire Pier, preferiamo decretare che fa mosse vista Quirinale.

E se invece ci stesse dicendo la verità, quando annuncia che ‘rinuncia a candidarsi per favorire personalità più rispondenti all’attuale offerta politica’?

A me pare che Casini sia stato fin troppo chiaro: nel suo campo, l’attuale offerta politica combina il radicalismo di massa del Pd formato Schelin, e il populismo dei cinque stelle.

Direbbe un altro evergreen: che ci azzecca Casini con quella roba lì? Forse poco o niente anche per lui, visto che fa un passo indietro.

E non si dica che dopo quarantaquattro anni questa scelta non fa male, perché fa male, il parlamento è l’ossigeno di chi ha passione politica. Ricordo lo smarrimento del mio maestro Gerardo Bianco, entrato alla Camera nel 1968, quando ne uscì, quaranta anni dopo, nel 2008 : “Riuscirò a vivere senza?”.

Ci riuscì ,ed anche a lungo, per fortuna sua e di Casini che moralmente è alla stessa altezza. Ma Pier recide un legame profondo, e lo fa sicuramente con una sofferenza che va rispettata, e gli fa onore.

Io lo conosco più o meno da quando è entrato in parlamento, abbiamo attraversato le stesse vite, lui ai vertici, io qualche piano più giù, siamo andati talvolta d’accordo, tal altra meno.

L’unica sicurezza è che gli voglio bene, e mi piace pensare che in questa scelta ci siano anche dolcezze nuove, il nipotino Camillo, la pratica sportiva in passato trascurata, una voglia di vita vera.

Il Quirinale può attendere.

E rimanendo nell’aneddotica democristiana, su come si va al Quirinale è definitivo il racconto che amava elargire Donat Cattin sulla candidatura di Moro.

Donat Cattin e De Mita bussarono a casa di Moro, che aprì la porta ma li lasciò sull’uscio ; dopo che i due leader ebbero spiegato l’opportunità della sua candidatura al Quirinale, Moro sibilò: “Al Quirinale non ci si candida, si viene candidati, buonasera De Mita, buonasera Donat Cattin”.

E chiuse la porta. Donat Cattin, che non se la teneva, tornò a bussare, e – quando Moro riaprì la porta – ribattè alla sua maniera : “Caro Aldo, hai ragione, ma per fare i figli bisogna fottere”.

Tutte queste cose Casini le ha sentite prima e più volte di me, quindi si terrà alla larga da tutti quelli che vogliono ingabbiarlo in una logica che non appartiene né alla sua storia, né al suo temperamento.

Francia, il nuovo malato d’Europa?

13 October 2026 at 13:35

C’è un fil rouge che collega le tensioni sui mercati obbligazionari alle proteste che attraversano i licei e le piazze francesi. Sotto la superficie patinata della République si accumulano fragilità finanziarie, economiche e sociali che rischiano di ripercuotersi sull’intera Eurozona.

I numeri restituiscono la portata della sfida. Alla fine del 2025, il debito pubblico francese ha raggiunto i 3.460 miliardi di euro, pari al 115,6% del Pil. Per il 2026, la Commissione europea stima un ulteriore aumento al 118,1%, mentre il deficit dovrebbe attestarsi al 5,1% del prodotto interno lordo, ben oltre il limite del 3% previsto dalle regole europee. A politiche invariate, il disavanzo potrebbe salire al 5,7% nel 2027, mentre il debito è destinato a superare il 120% del Pil.

Non si tratta soltanto di una questione contabile. Da anni la Francia fatica a riportare i conti pubblici su un percorso sostenibile, in un contesto caratterizzato da una crescita debole e dalla difficoltà di costruire maggioranze parlamentari capaci di approvare misure di consolidamento fiscale. Non sorprende, quindi, che gli investitori guardino con crescente attenzione alla capacità di Parigi di correggere questa traiettoria.

Le tensioni si riflettono anche sul mercato obbligazionario. A fine settembre, lo spread tra i rendimenti dei titoli di Stato francesi a dieci anni (OAT) e quelli dei Bund tedeschi ha superato i 110 punti base. Il rendimento dei titoli francesi ha raggiunto il 4,75%, contro il 3,63% dei corrispondenti titoli tedeschi. Lo spread non segnala, di per sé, una crisi imminente: misura il premio aggiuntivo richiesto dagli investitori per detenere debito francese rispetto a quello tedesco e riflette le preoccupazioni per i conti pubblici e l’incertezza politica.

A complicare il quadro è il costo crescente del debito. Secondo le previsioni della Commissione europea, la spesa per interessi potrebbe raggiungere il 2,6% del Pil nel 2026 e il 2,8% nel 2027. Un onere che riduce progressivamente i margini di bilancio e rende sempre più difficile conciliare il risanamento dei conti con le esigenze di investimento, dalla scuola alla difesa.

La pressione sui conti pubblici, tuttavia, non esaurisce la crisi francese. Il malessere economico e sociale si manifesta anche nelle proteste che, da settembre, coinvolgono gli studenti delle scuole superiori, tra manifestazioni, blocchi degli istituti e tensioni con le forze dell’ordine. Al centro della mobilitazione ci sono la carenza di insegnanti, il deterioramento degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle classi e le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione.

Tra le rivendicazioni dei manifestanti figura un piano di investimenti da almeno 10 miliardi di euro per migliorare le condizioni della scuola pubblica. La richiesta pone il governo di fronte a un dilemma: rispondere alle esigenze dei servizi pubblici senza aggravare ulteriormente una situazione fiscale già difficile. Le proteste, tuttavia, non possono essere ricondotte esclusivamente alla crisi del debito. Riflettono anche problemi strutturali del sistema educativo e una più ampia domanda di mobilità sociale, pari opportunità e prospettive per le nuove generazioni.

A rendere più complessa la risposta istituzionale è un sistema politico frammentato e sempre più polarizzato, nel quale la ricerca di compromessi appare particolarmente difficile. La destra di Marine Le Pen insiste sulla riduzione della pressione fiscale e su una diversa allocazione della spesa pubblica; la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon propone invece una profonda revisione delle priorità economiche e sociali. Le divergenze non riguardano soltanto le ricette per affrontare la crisi, ma anche il ruolo dello Stato, la redistribuzione delle risorse e il rapporto della Francia con le istituzioni europee.

A questa frammentazione si aggiunge l’instabilità degli esecutivi, sempre più esposti alla difficoltà di trovare maggioranze parlamentari solide e durature. La successione di crisi di governo e le difficoltà nel far approvare le principali misure economiche hanno contribuito ad alimentare un clima di incertezza, indebolendo la capacità delle istituzioni di delineare una strategia di medio periodo. In questo scenario, anche la leadership di Emmanuel Macron appare ormai logorata: il presidente, alle prese con un consenso politico ridimensionato e con margini di manovra sempre più stretti, fatica a imporsi come punto di riferimento per una maggioranza frammentata e per un Paese attraversato da profonde divisioni. La crisi non è dunque soltanto fiscale, ma anche di governo e di capacità decisionale.

Il rischio è che lo scontro politico ostacoli l’adozione di misure credibili, tanto sul fronte del risanamento fiscale quanto su quello delle riforme necessarie a sostenere la crescita. La difficoltà di conciliare le esigenze sociali con la disciplina di bilancio diventa così uno dei nodi centrali della crisi francese. Senza una prospettiva politica sufficientemente stabile, anche interventi economicamente necessari rischiano di trasformarsi in terreno di scontro, anziché in parte di una strategia condivisa.

Ma le conseguenze potenziali vanno ben oltre i confini nazionali.

Le tensioni emergono anche nella cooperazione industriale con Berlino. Nel giugno 2026, Francia e Germania hanno abbandonato il programma congiunto FCAS, destinato allo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, dopo anni di contrasti tra le imprese coinvolte. Anche il progetto per il futuro carro armato MGCS procede tra ritardi e divergenze, pur restando formalmente in corso. Queste difficoltà non dipendono esclusivamente dalla situazione finanziaria francese, ma mostrano quanto sia complicato tradurre le ambizioni di autonomia strategica europea in programmi industriali condivisi.

Il quadro che emerge è quello di un Paese alle prese con una sfida su più fronti: debito elevato, crescita modesta, margini fiscali ridotti, tensioni sociali crescenti e instabilità politica, in una fase di forte polarizzazione. In questo contesto, definire la Francia il «nuovo malato d’Europa» può essere una formula efficace sul piano giornalistico, ma rischia di semplificare eccessivamente una realtà ben più ampia e articolata.

Se la crisi francese dovesse protrarsi o aggravarsi, le sue ripercussioni non si fermerebbero ai confini nazionali: investirebbero anche la stabilità finanziaria, le ambizioni strategiche e gli equilibri politici dell’intera Unione europea.

Il “China shock 2.0” e la perdita di leva dell’Europa su Pechino

13 October 2026 at 13:10

Tre intese preliminari, concessioni circoscritte e un riequilibrio commerciale ancora lontano. La missione a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič, impegnato l’8 e 9 ottobre nelle consultazioni economiche tra Unione europea e Cina, si è conclusa con risultati modesti rispetto alla portata delle tensioni bilaterali. L’appuntamento arriva alla vigilia del Consiglio europeo del 15-16 ottobre, chiamato a confrontarsi anche sulla risposta alla pressione commerciale cinese – una dei grandi temi della sicurezza economica dell’Unione. La questione per Bruxelles supera ormai il perimetro dei dazi e delle concessioni reciproche: riguarda la capacità dell’Europa di conservare peso negoziale nei confronti di un concorrente che sta consolidando il proprio vantaggio industriale e tecnologico.

Alicia García-Herrero, senior fellow del think tank Bruegel, ha evidenziato la sproporzione tra i risultati delle consultazioni e la dimensione dello squilibrio commerciale. A fronte di un deficit europeo verso la Cina di circa 360 miliardi di euro, l’intesa sulla riduzione delle esportazioni cinesi di veicoli ibridi e plug-in riguarda un comparto il cui export verso l’Ue vale circa 15 miliardi. La riduzione dei dazi cinesi su alcuni prodotti europei, tra cui componentistica automobilistica, olio d’oliva e calzature, dovrebbe invece produrre risparmi per circa 225 milioni di euro. Il terzo risultato, un canale preferenziale per agevolare le licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti, resta subordinato alla discrezionalità di Pechino (e anche per questo l’Ue cerca, per quanto in ritardo con i tempi delle necessità strategiche, di creare un proprio programma operativo su questo settore).

Secondo García-Herrero, il problema riguarda anche le possibili contropartite. La Cina ha ottenuto un dialogo tecnico sul regolamento europeo relativo alle sovvenzioni estere, mentre le discussioni potrebbero investire i controlli sulle esportazioni di tecnologie a duplice uso e le restrizioni sugli inverter solari cinesi nei progetti finanziati dall’Ue. Il rischio, nella lettura dell’economista, è che Pechino utilizzi i risultati diplomatici per disinnescare la pressione politica a favore di strumenti commerciali più incisivi.

La debolezza del negoziato, tuttavia, potrebbe riflettere un problema più profondo. In un paper pubblicato a settembre da Chatham House, intitolato “China shock 2.0 and Europe’s industrial future”, James Kynge descrive una trasformazione della competitività cinese che rende sempre meno adeguata una risposta europea concentrata sulle sole distorsioni commerciali. Il vantaggio di Pechino non deriva più esclusivamente dai sussidi pubblici o dai bassi costi del lavoro, ma ormai si fonda su un sistema industriale integrato, alimentato da ricerca, automazione, infrastrutture digitali, capacità produttiva e filiere difficilmente replicabili.

I numeri restituiscono la dimensione del cambiamento. Secondo le proiezioni della United Nations Industrial Development Organization richiamate da Kynge, la quota cinese del valore aggiunto manifatturiero mondiale potrebbe raggiungere il 45% nel 2030, rispetto al 6% del 2000. Inoltre, da non sottovalutare, nel 2024 la Cina ha installato circa 295.000 robot industriali, più di tutti gli altri Paesi messi insieme – segno di una superiorità applicativa dell’AI nella robotica che è uno dei grandi temi della competizione globale sull’intelligenza artificiale, e non solo. La pressione competitiva cinese investe settori nei quali l’Europa conserva importanti capacità produttive: farmaceutica, macchine utensili, automotive ed energia eolica.

Il rischio è che l’erosione della base industriale europea si traduca progressivamente anche in una perdita di influenza economica. Quanto più le imprese europee dipendono da tecnologie, componenti e capacità produttive cinesi, tanto più complesso diventa per Bruxelles utilizzare restrizioni commerciali senza esporsi a costi significativi. Il confronto sulle terre rare e quello sui controlli tecnologici mostrano come le dipendenze industriali possano diventare strumenti negoziali.

È anche alla luce di questa trasformazione che assume rilievo la posizione franco-tedesca. In una lettera inviata il 5 ottobre alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno sostenuto che gli strumenti europei di difesa commerciale non sono più adeguati. I due leader propongono un meccanismo simile alla Section 301 statunitense, capace di limitare l’accesso al mercato unico in presenza di distorsioni commerciali sistematiche, insieme a strumenti per diversificare gli approvvigionamenti strategici e condurre indagini per settore.

La posizione di Berlino segnala un cambiamento significativo. Nell’ottobre 2024 la Germania si era opposta ai dazi europei sui veicoli elettrici cinesi, preoccupata dalle possibili ritorsioni contro i propri produttori. Ora è la stessa industria tedesca a subire la concorrenza cinese, anche in settori che avevano sostenuto per decenni la sua presenza sui mercati internazionali.

Resta però aperto un dilemma. García-Herrero insiste sulla necessità di dotare l’Ue di strumenti capaci di produrre maggiore leva commerciale. Kynge suggerisce una risposta più articolata: proteggere i settori sensibili per la sicurezza nazionale, ma attrarre investimenti tecnologici cinesi negli altri comparti, favorendo trasferimenti di competenze e contenuto produttivo locale. Una strategia che riconosce quanto sarebbe difficile rilanciare la competitività europea prescindendo dalle capacità industriali sviluppate in Cina.

Le due prospettive indicano esigenze complementari, ma anche una tensione irrisolta tra sicurezza economica e apertura agli investimenti. Il Consiglio europeo dovrà misurarsi con questa contraddizione. Le intese raggiunte da Šefčovič possono mantenere aperto il dialogo con Pechino, senza modificare necessariamente i rapporti di forza. Per Bruxelles, la questione è se riuscirà a rafforzare i propri strumenti commerciali mentre ricostruisce le capacità industriali da cui dipende, nel lungo periodo, la sua autonomia negoziale.

Chi comanda nel Mar Nero e perché l’Ue è ancora in ritardo

13 October 2026 at 13:06

Dalla crisi del grano alle petroliere colpite: il mar Nero sempre più terreno (acque) di scontro tra fazioni, ma con una differenza rispetto al passato. Gli Usa hanno progressivamente abbandonato il controllo e il monitoraggio di quell’area, che resta quindi sulle spalle dell’Europa. Sarà in grado l’Ue di controllarla? Al momento pare di no. Ieri intanto altre due navi sono state colpite.

Droni in libertà

Gli attacchi con i droni nel Mar Nero sono inaccettabili: queste le parole di von der Leyen, presidente della Commissione europea. Si tratta di interventi portati contro navi mercantili vicino alle coste bulgare: «Il Mar Nero è diventato un altro fronte di escalation della guerra russa in Ucraina. Questo è inaccettabile. I responsabili devono essere chiamati a risponderne», ha dichiarato. Ma prima occorre organizzare un’azione di controllo completo del mare in questione. Pochi giorni fa una nave mercantile di proprietà turca che trasportava grano ucraino è affondata al largo delle coste rumene dopo un attacco, verosimilmente di droni russi.

I mancati risultati

Da mesi si è riacceso il dibattito sulla capacità dell’Europa di proteggere la navigazione e le infrastrutture critiche nel Mar Nero, ma dopo il lancio da parte dell’Ue di una strategia per rafforzare la sicurezza nella regione, nel maggio dello scorso anno, i risultati non si sono ancora visti. Il centro di sicurezza marittima del Mar Nero, finalizzato, tra le altre attività, a coordinare il supporto e a rafforzare la cooperazione tra le guardie costiere, non riesce ad incidere, visto che i droni avversari colpiscono indisturbati.

Molto preoccupata la Romania che da anni sta sollecitando Ue e Nato ad accelerare una serie di interventi di sicurezza specifici per il Mar Nero. Per questa ragione Bucarest ha sostenuto l’adozione del Black Sea Security Act da parte del Congresso degli Stati Uniti nel 2023. Ma proprio le forze armate americane hanno effettuato una sorta di disimpegno dal Mar Nero. E oggi l’Ue, che di tale decisione aveva avuto non poche avvisaglie, si ritrova in forte ritardo.

Chi comanda nel Mar Nero?

Ma non c’è solo la Russia ad operare nel Mar Nero, anche la Cina sta rafforzando la sua influenza nella regione costruendo ad esempio l’imponente porto di Anaklia in Georgia, nell’ambito della sua iniziativa “Belt and Road”. Proprio al fine di bilanciare l’influenza russa, Pechino ha stretto accordi di partenariato strategico e regimi di viaggio senza visto con Georgia e Azerbaijan. Inoltre le apparecchiature Huawei e ZTE sono diffuse nell’infrastruttura di telecomunicazioni georgiana, con appalti che si estendono ai servizi digitali e ai sistemi di sorveglianza.

Ma mentre la Romania ha visto diminuire la quota di componenti cinesi nella sua infrastruttura di telecomunicazioni, la Bulgaria continua ad avere una vasta rete made in Cina.

Di fatto Xi ha una propria sfera di influenza sul Mar Nero. Come se ne esce? Guardando ad altri partner. Quando Ankara ha aderito alla Convenzione di Montreux, che impedisce alle navi militari di entrare nella regione del Mar Nero in tempo di guerra, ha determinato un effetto: stemperare le ambizioni della Russia. Quindi la Turchia, in quanto attore chiave nel Mar Nero, resta un partner vitale per quell’Ue che, ad oggi, non riesce ad incidere in quelle acque.

 

Stop all’Ets e acquisti di energia centralizzati. La via europea per sopravvivere a Hormuz secondo Sommella

13 October 2026 at 13:01
ROBERTO SOMMELLA GIORNALISTA

Quando si vive in uno spazio comune, è facile prendersi un raffreddore. E qualcuno, in Europa, il raffreddore ce l’ha: la Francia, un tempo invincibile e dispensatrice di buone politiche insieme alla Germania, oggi decisamente malconcia. Viene da chiedersi, dunque, se l’Italia alle prese con l’ultima manovra del governo Meloni e travolta, come del resto un po’ tutti nel Vecchio continente, rischi di beccarsi qualche bacillo. Formiche.net lo ha chiesto a Roberto Sommella, giornalista, saggista e direttore di MF-Milano Finanza. “L’incendio francese per ora è in piazza”, spiega Sommella, “per le proteste degli studenti. Sui mercati è cresciuto però il rischio Parigi che ci deve far ricordare una cosa: quando sei nell’euro nessuno è immune dal contagio e la crescita dello spread e degli interessi sul debito francese lo dimostra. Noi italiani dovremmo stare al riparo da questo virus, a patto di tagliare il debito e abbassare le tasse per la crescita”.

Eppure, se non si ha proprio la memoria corta, ci si dovrebbe ricordare di quanto l’Italia sia stata massacrata da Bruxelles solo per l’aver sforato il deficit di qualche decimale. Mentre invece Parigi, che oggi viaggia abbondantemente sopra il 5%, è sempre stata trattata con un occhio di riguardo. Ed è lo stesso Sommella a spiegare questo paradosso. “È così, per un motivo molto semplice, le regole sul deficit al 3% le hanno fatte i francesi con la complicità dei tedeschi”. Fin qui il capitolo mercato.

L’altro focolaio è l’energia. Chi importa petrolio e gas, come l’Italia, oltre a rischiare di rimanere a secco di materia prima, sta sperimentando pericolosi aumenti in bolletta. E allora, che fare? “Lo shock energetico che va dall’Ucraina a Hormuz ha solo una possibile risposta che è quella europea: meno tasse sulle emissioni inquinanti, meno Ets, più acquisti centrali di energia ma a condizioni di mercato”, spiega Sommella, facendo sua la proposta dello stesso governo Meloni per un azzeramento, o qualcosa di molto simile, del meccanismo Ets che tassa il carbone.

La discussione si chiude poi sulla necessità per l’Europa di rimanere al passo di Cina e Stati Uniti, investendo decine di miliardi in tecnologia, transizione e Intelligenza Artificiale. In una parola, competitività. Ma come fare a generare quei denari utili alla causa? “Rilanciando l’industria europea. Con il New Green Deal abbiamo fatto regole con cui si vendono in Europa auto cinesi e non europee, ditemi se ha un senso”. E sulla manovra, dalla coperta ancora corta, nulla di nuovo sotto il sole. “Finché avremo 3 mila miliardi di debito e cento miliardi l’anno di evasione fiscale non avremo alternative, con nessun governo di qualsiasi colore politico”.

Cos’è (e come) funziona Yandex, il Google russo sotto attacco

13 October 2026 at 11:06

Quando la potenza di calcolo e l’AI diventano bersagli della guerra cinetica. L’analisi di Mele

13 October 2026 at 08:40

Tra l’8 e l’11 ottobre, tre attacchi ucraini condotti attraverso l’utilizzo di droni hanno colpito altrettanti data center di Yandex in territorio russo. Il primo ha raggiunto il polo di Sasovo, nella regione di Ryazan, dove l’impatto ha provocato un incendio e costretto la società a sospendere tutte le operazioni. Il giorno successivo, una nuova incursione – probabilmente con droni d’attacco monodirezionali FP-1 – ha danneggiato il data center di Kaluga, mettendone fuori servizio una parte. L’11 ottobre, infine, un ulteriore altro attacco sempre per mezzo di droni ha danneggiato l’infrastruttura del sito di Vladimir, determinandone la completa chiusura. In quattro giorni, in sostanza, sono stati colpiti tre dei cinque principali data center di una tra le principali e più rilevanti imprese tecnologiche russe.

Il sito di Sasovo, in particolare, ospita decine di migliaia di server e, secondo informazioni rese pubbliche in passato proprio da Yandex, anche due dei tre supercomputer utilizzati dalla società per sviluppare i propri modelli di intelligenza artificiale.

Seppure, almeno allo stato attuale, non sia possibile stabilire se quei sistemi siano stati danneggiati, né se la loro presenza abbia influito sulla scelta del bersaglio, non si può sottrarsi dall’analizzare come, in un arco temporale molto breve, questi attacchi abbiano interessato una parte consistente dell’infrastruttura fisica sulla quale poggiano il cloud di Yandex, numerosi suoi servizi digitali e alcune delle più importanti capacità russe nel campo dell’intelligenza artificiale.

Appare evidente, allora, come la capacità di calcolo di una nazione in guerra sia oggigiorno esposta in modo diretto alla dimensione cinetica di un conflitto armato.

Gli attacchi contro Yandex, peraltro, si inseriscono nella sequenza di azioni e reazioni iniziata a metà settembre scorso con la campagna russa contro le infrastrutture digitali ucraine sempre contro data center e infrastrutture tecnologiche di Kyivstar, Vodafone Ukraine, Datagroup, Cosmonova, Omega Telecom, Ukrtelecom e altri operatori. Il 27 settembre, ad esempio, sono stati danneggiati dieci data center a Kyiv e uno a Dnipro. Cosmonova ha comunicato che il proprio impianto non sarebbe più tornato operativo, mentre Omega Telecom ha riferito la distruzione delle apparecchiature del suo principale nodo tecnico.

Il ministero della Difesa russo ha sostenuto che alcune delle infrastrutture colpite fornissero capacità di comunicazione, elaborazione e conservazione dei dati alle forze armate ucraine, ma gli elementi accessibili al pubblico non permettono di verificare questa affermazione con riferimento ai singoli impianti. Ciò che appare evidente, invece, è come nella grammatica moderna di un conflitto armato sia ormai saldamente presente la volontà di colpire e incidere il più possibile su quei sistemi dai quali dipendono, allo stesso tempo, comunicazioni militari, servizi pubblici, attività economiche, pagamenti e meccanismi di allerta contro missili e droni. Peraltro, quando il presidente Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina avrebbe risposto in modo speculare agli attacchi russi e ha ricondotto a questa logica anche l’azione contro Kaluga, ha reso esplicito il significato di quella campagna, ovvero come le infrastrutture digitali private siano ormai entrate nella logica dell’azione e della risposta militare, attraverso attacchi fisici capaci di produrre sulle reti, sui sistemi informativi e sui servizi informatici effetti estesi e tempi di ripristino ben più lunghi di quelli generalmente associati a molte operazioni cibernetiche.

Le imprese tecnologiche tra proiezione di potenza e scelta del bersaglio

Un precedente altrettanto rilevante si è verificato già nel marzo 2026, quando droni iraniani hanno colpito direttamente due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti, mentre un impianto in Bahrein ha subito danni per l’esplosione di un drone nelle vicinanze. UNIDIR ha qualificato quegli episodi come il primo caso documentato di attacco deliberato contro data center commerciali. Teheran, inoltre, ha apertamente incluso AWS, Microsoft, Google, IBM, Oracle e altre imprese tecnologiche tra i possibili obiettivi della propria ritorsione, sebbene non siano emerse pubblicamente prove dell’impiego militare delle aziende colpite.

Anche la scelta iraniana riflette una valutazione politica più ampia e da non sottovalutare nei conflitti armati moderni, secondo la quale le grandi imprese tecnologiche partecipano alla proiezione di potenza del Paese di origine anche quando operano nel territorio di uno Stato terzo.

Gli attacchi contro AWS, la campagna russa in Ucraina e la recente risposta di quest’ultima su Yandex indicano come questa postura tattico-operativa non sia più una mera ipotesi eccezionale. L’Iran ha cercato di esercitare pressione sugli Stati Uniti e sui loro partner tecnologici regionali, la Russia ha tentato di degradare i servizi sui quali poggiano la società e la difesa dell’Ucraina, mentre Kyiv ha rivolto la propria risposta contro l’impresa che concentra in Russia servizi cloud, applicazioni digitali e capacità di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Pur nella diversità delle finalità, appare evidente come la scelta del bersaglio risenta – in tutti e tre i casi – della funzione attribuita all’impresa all’interno della potenza nazionale, anche quando la proprietà sia privata e gli utenti siano prevalentemente civili.

Occorre considerare, per di più, come il rapporto tra infrastrutture tecnologiche private e funzioni strategiche possa assumere forme diverse. Negli Stati Uniti, dove il contratto Joint Warfighting Cloud Capability consente al Dipartimento della Difesa di acquistare da Amazon, Google, Microsoft e Oracle servizi cloud destinati a ogni livello di classificazione e utilizzabili anche nel cosiddetto tactical edge, l’integrazione tra capacità tecnologiche commerciali e apparato militare risulta esplicita e formalizzata. Nel conflitto armato tra Russia e Ucraina, invece, la medesima integrazione si manifesta su entrambi i fronti in forme meno trasparenti e più difficili da ricostruire, poiché le infrastrutture private continuano a servire la popolazione civile, le imprese e le amministrazioni pubbliche, ma possono sostenere contemporaneamente comunicazioni, capacità di elaborazione e sistemi di conservazione dei dati rilevanti per lo Stato e per le forze armate. Questa sovrapposizione, infatti, riguarda tanto gli operatori ucraini colpiti dalla Russia quanto i data center di Yandex attaccati dall’Ucraina, che ospitano servizi cloud, applicazioni utilizzate da milioni di persone e risorse avanzate per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, senza che le informazioni pubblicamente disponibili consentano di accertare con sufficiente precisione il contributo concretamente fornito da ciascuna infrastruttura alle operazioni militari della rispettiva parte.

Considerati nel loro insieme, questi esempi mostrano come la proprietà privata e l’impiego prevalentemente civile non impediscano a una determinata infrastruttura di assumere rilevanza strategica o di concorrere, in circostanze specifiche, all’azione militare. Questo assunto, tuttavia, impone al contempo di dover evitare il ragionamento inverso, ovvero quello secondo cui il rapporto contrattuale con la difesa o l’importanza dell’impresa per l’economia nazionale siano elementi da soli sufficienti ad attribuire la medesima funzione a tutti i beni di cui si compone. La natura strategica o militare non può, in sostanza, essere estesa indistintamente all’intera organizzazione, ma deve essere accertata con riferimento alla funzione concretamente svolta da ciascun edificio, server o componente della rete.

La geografia fisica del cloud

È proprio la possibile compresenza di funzioni civili e militari nella medesima infrastruttura a rendere necessario considerare, come ulteriore approfondimento, la dimensione materiale del cloud e dell’intelligenza artificiale, troppo spesso nascosti dietro le semplificazioni giornalistiche e l’immagine di servizi accessibili ovunque. Il cloud, ad esempio, non elimina la dipendenza da luoghi e componenti fisici, ma organizza e distribuisce attraverso la rete risorse che continuano a essere concentrate in edifici identificabili e a dipendere da una catena composta da alimentazione elettrica, sistemi di raffreddamento, collegamenti in fibra, apparati di rete, forniture idriche e personale specializzato. Questa concentrazione è ancora più marcata nel campo dell’intelligenza artificiale, dove l’addestramento e l’esecuzione dei modelli più avanzati richiedono grandi quantità di energia e cluster composti da processori ad alte prestazioni (soprattutto GPU) collegati tra loro, la cui sostituzione o riallocazione non può avvenire rapidamente a causa della scarsità dei componenti, della complessità delle configurazioni e delle capacità infrastrutturali necessarie a sostenerli. La distribuzione logica dei dati e dei carichi di lavoro, quindi, può accrescere la resilienza del sistema, ma non elimina i punti di concentrazione materiale dai quali dipende la continuità delle sue funzioni.

Da questo stato di cose deriva una conseguenza operativa altrettanto rilevante: per ridurre o interrompere la capacità di calcolo dell’avversario non è sempre necessario distruggere in maniera mirata tutti i server e le infrastrutture che la producono. Il punto più vulnerabile può coincidere con il luogo che ospita gli apparati, con la sottostazione elettrica che ne garantisce l’alimentazione, con l’impianto di raffreddamento senza il quale le macchine non possono operare, così come con il collegamento in fibra o lo snodo di rete attraverso cui transita il traffico, sicché il danneggiamento di una singola dipendenza può compromettere un insieme di servizi molto più ampio rispetto all’area materialmente colpita.

La possibilità di produrre conseguenze così estese rende questi “nodi” particolarmente rilevanti per la pianificazione delle operazioni, senza che la loro utilità strategica ne determini automaticamente la qualificazione come obiettivi militari. Ciò spiega, al contempo, perché la protezione della capacità di calcolo di determinate infrastrutture tecnologiche non possa ormai essere più affidata soltanto alle misure di sicurezza informatica e di continuità operativa predisposte dalle imprese, ma richieda necessariamente il coinvolgimento dello Stato nel cui territorio esse sono situate.

Quando un data center diventa un obiettivo militare

Volendo analizzare brevemente i principali aspetti sul piano giuridico, la rilevanza attribuita a un’infrastruttura nella pianificazione delle operazioni militari o la sua importanza complessiva per il sistema tecnologico di una delle parti all’interno del conflitto non bastano da sole a qualificarla come obiettivo militare ai sensi del diritto internazionale umanitario. L’articolo 52, paragrafo 2, del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra richiede che, affinché un bene possa essere qualificato come obiettivo militare, devono concorrere due condizioni cumulative. Esso, infatti, deve offrire, per natura, ubicazione, destinazione o impiego, un contributo effettivo all’azione militare e la sua distruzione totale o parziale, cattura o neutralizzazione deve procurare, nelle circostanze esistenti in quel momento, un vantaggio militare preciso. La valutazione, quindi, deve riguardare ciascuna infrastruttura nella sua concreta configurazione e nel momento in cui l’attacco viene pianificato, senza poter essere estesa automaticamente all’intera infrastruttura tecnologica, rete o servizio informatico, così come men che meno all’intera impresa che la gestisce. Peraltro, trattandosi di infrastrutture normalmente destinate anche a usi civili, dovrebbe trovare altresì applicazione la presunzione prevista dall’articolo 52, paragrafo 3, secondo la quale, in caso di dubbio circa il loro impiego a sostegno dell’azione militare, esse devono essere considerate come non utilizzate a tale scopo.

Per di più, la reciprocità dell’attacco armato non modifica gli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario, ove l’articolo 52, paragrafo 1, del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta espressamente di fare dei beni di carattere civile oggetto di attacchi o rappresaglie, con la conseguenza che, ad esempio, l’eventuale illegittimità degli attacchi russi contro le infrastrutture civili ucraine non renderebbe lecito colpire, a titolo di rappresaglia, un data center civile in Russia.

Infine, anche qualora uno dei siti soddisfacesse i requisiti necessari per essere qualificato come obiettivo militare, ciò non renderebbe automaticamente lecito l’attacco, che dovrebbe rispettare comunque e sempre il principio di proporzionalità e gli obblighi di precauzione. L’articolo 51, paragrafo 5, lettera b), del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta gli attacchi armati dai quali possano prevedersi perdite incidentali di vite civili, lesioni ai civili o danni a beni di carattere civile eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso, mentre il successivo articolo 57 impone a chi pianifica o decide l’operazione di compiere tutto quanto sia concretamente possibile per verificare la natura militare del bersaglio, scegliere mezzi e metodi capaci di evitare o ridurre il danno incidentale e sospendere l’attacco qualora emerga che l’obiettivo non è militare o che le conseguenze previste sarebbero sproporzionate.

La capacità di calcolo come questione di sicurezza nazionale

Ad avviso di chi scrive, gli attacchi recenti contro i data center in Medio Oriente, Ucraina e Russia dimostrano che la protezione delle infrastrutture strategiche non può più essere organizzata meramente sulla base della loro titolarità pubblica o privata. Ciò, in quanto capacità essenziali per il funzionamento dello Stato, dell’economia e della difesa possono essere concentrate in beni appartenenti a operatori commerciali e, in alcuni casi, possono essere situate anche nel territorio di altri Paesi. Per comprendere quali infrastrutture debbano essere protette con maggiore priorità, lo Stato, quindi, non può più limitarsi a individuare gli operatori formalmente qualificati come critici, ma deve conoscere le funzioni concretamente sostenute da ciascun impianto, le sue dipendenze energetiche e di connettività, i punti nei quali si concentra la capacità di calcolo e le conseguenze che potrebbero derivare dalla perdita simultanea di più componenti. Soltanto una ricostruzione di questo tipo consente di stabilire quali siti debbano beneficiare di sistemi di allerta, sorveglianza fisica o protezione contro i droni, quali carichi di lavoro possano essere trasferiti in caso di attacco e quali comunicazioni debbano essere ripristinate per prime. Le imprese possiedono le informazioni tecniche indispensabili e possono rafforzare la resilienza dei propri sistemi, ma non dispongono degli strumenti militari necessari a proteggerli, né della legittimazione per bilanciare autonomamente la continuità dei servizi civili, le esigenze della difesa e i rapporti con gli Stati nei cui territori si trovano le infrastrutture. Decisioni, queste, che richiedono inevitabilmente una responsabilità pubblica chiaramente definita e meccanismi strutturati di condivisione delle informazioni.

Per l’Europa, gli attacchi contro queste infrastrutture spostano il problema oltre i termini nei quali è stato prevalentemente affrontato il tema della sovranità digitale, finora concentrato sul controllo dei dati e sulla dipendenza tecnologica dagli hyperscaler statunitensi. La questione riguarda ormai anche la protezione fisica della capacità di calcolo (così come di molto altro) e diventa particolarmente complessa quando l’impresa proprietaria, i soggetti che utilizzano i servizi e lo Stato nel cui territorio si trova l’infrastruttura appartengono a ordinamenti differenti.

La direttiva NIS 2, il regolamento DORA per il settore finanziario e la direttiva CER rafforzano, su piani differenti, la gestione dei rischi di cibersicurezza, la resilienza operativa digitale e la resilienza delle entità critiche anche rispetto a minacce ibride o di origine dolosa, ma non sono state concepite per stabilire quali impianti privati debbano beneficiare di protezione militare, come debbano essere assegnate le limitate capacità di difesa aerea e antidrone, oppure quando sia necessario separare i carichi civili da quelli militari per ridurre il rischio trasferito sulla popolazione. Non si tratta di una lacuna regolatoria in senso stretto, ma del punto nel quale la resilienza affidata agli operatori incontra la responsabilità degli Stati per la sicurezza nazionale e la difesa, rendendo necessari meccanismi di coordinamento che coinvolgano anche il Paese nel quale l’infrastruttura è materialmente localizzata.

Il sabotaggio avvenuto lo scorso 23 settembre contro una stazione terrestre Starlink nella Polonia centrale rende concreta questa esigenza, in quanto l’incendio ha colpito il sistema di alimentazione e il generatore di emergenza dell’impianto nel tentativo, secondo le autorità polacche, di interrompere servizi di connettività utilizzati anche dalle forze armate ucraine. Sebbene la responsabilità dell’azione non sia stata pubblicamente attribuita, l’episodio dimostra che la medesima funzione strategica può essere aggredita persino al di fuori del territorio nel quale si svolgono le operazioni militari, colpendo mediante strumenti clandestini non necessariamente l’infrastruttura digitale principale, ma una delle dipendenze fisiche dalle quali deriva il suo funzionamento. Il confine tra protezione delle infrastrutture critiche, contrasto al sabotaggio, risposta alle minacce ibride e difesa militare diventa così sempre meno netto, mentre resta indispensabile evitare che l’incertezza sull’autore o sulla natura dell’operazione conduca ad attribuzioni non sufficientemente dimostrate.

L’odierna vicenda Yandex conferma, in definitiva, che la dimensione fisica del potere digitale è entrata stabilmente nella guerra contemporanea. Server, sistemi di raffreddamento, collegamenti in fibra, stazioni terrestri e processori ad alte prestazioni, come le GPU, utilizzati per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale non costituiscono soltanto componenti dell’economia tecnologica, ma sostengono ormai servizi essenziali, funzioni pubbliche e capacità operative dalle quali dipende la sicurezza degli Stati. La loro protezione, quindi, non può essere affidata esclusivamente alla cibersicurezza e agli obblighi di resilienza imposti alle imprese, ma deve essere integrata nella pianificazione della difesa attraverso attività di intelligence, sistemi di allerta, protezione fisica, capacità di difesa antidrone e cooperazione con gli Stati che ospitano quelle infrastrutture.

Questa crescente rilevanza strategica non consente, tuttavia, di qualificare automaticamente come obiettivo militare ogni bene appartenente a un fornitore tecnologico, poiché la funzione concretamente svolta dal singolo impianto deve continuare a essere distinta dall’importanza complessiva dell’impresa o dal suo generico contributo alla potenza nazionale. La questione posta ai governi dagli attacchi degli ultimi mesi consiste, pertanto, nel proteggere la capacità di calcolo come risorsa essenziale per la sicurezza nazionale, preservando al tempo stesso una distinzione giuridica e operativa credibile tra le funzioni militari e i servizi civili che condividono le medesime infrastrutture.

Dalla capacità di compiere questa distinzione dipenderanno tanto la continuità dei servizi essenziali quanto la possibilità di sostenere le operazioni militari senza trasferirne in misura ancora maggiore i rischi sulla popolazione civile.

Fairford, per 32 Paesi Teheran è responsabile. C’è anche l’Italia

13 October 2026 at 08:06

C’è anche l’Italia tra i Paesi che hanno deciso di schierarsi al fianco di Londra nell’attribuzione dell’incidente avvenuto il 27 settembre a RAF Fairford all’Iran. La dichiarazione pubblicata lunedì dal governo britannico porta la firma di 32 ministri degli Esteri, dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Francia all’Australia.

L’attribuzione

I firmatari dichiarano infatti di riconoscere formalmente la valutazione del Regno Unito sul coinvolgimento iraniano nell’episodio che ha interessato la base britannica. Secondo Londra, il caso Fairford mostra ancora una volta la disponibilità dei Guardiani della Rivoluzione islamica, l’Irgc, a condurre attività ostili all’estero servendosi di “covert networks and proxy actors”, reti clandestine e intermediari.

È questo il cuore politico della dichiarazione. Non una generica denuncia delle attività iraniane, ma l’adesione di un gruppo ampio di alleati alla lettura fornita dall’intelligence britannica di un episodio avvenuto sul territorio del Regno Unito.

Da Fairford ai Guardiani della Rivoluzione

Il premier britannico Andy Burnham, intervenendo alla Camera dei Comuni, è andato ancora più avanti. Secondo la valutazione del governo, quanto accaduto a Fairford sarebbe stato con “alta probabilità” coordinato in Iran e “quasi certamente” diretto dai Guardiani della Rivoluzione.

Londra ha quindi promesso nuove misure per ridurre la capacità dell’Iran e dell’Irgc di condurre operazioni nel Regno Unito e ha annunciato un giro di vite sull’utilizzo delle reti criminali da parte di Teheran. È da tempo che i servizi occidentali osservano il ricorso iraniano a soggetti esterni agli apparati formali dello Stato: intermediari, gruppi criminali e attori locali che permettono di mantenere una distanza tra il committente e l’azione materiale. Una modalità che complica l’attribuzione, riduce l’esposizione diretta e rende più difficile stabilire dove finisca la criminalità comune e dove inizi un’operazione di Stato.

Nello stesso giorno il Foreign Office ha convocato l’ambasciatore iraniano e sanzionato due cittadini iraniani. Uno è Ruhollah Bazghandi, indicato da Londra come responsabile delle operazioni di controspionaggio dell’Irgc. L’altro è Shahram Ali Reza Tamarzadeh Jakki, descritto dal governo britannico come facilitatore della rete criminale Zindashti e coinvolto in diversi complotti contro dissidenti iraniani.

Il dossier

A giugno, 24 Paesi – compresa l’Italia – avevano firmato una dichiarazione sulle minacce riconducibili agli apparati di sicurezza iraniani. Il documento citava espressamente l’organizzazione di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, la Forza Quds e il ministero dell’Intelligence, accusandoli di aver promosso complotti e altre operazioni contro dissidenti iraniani, giornalisti e comunità ebraiche e israeliane in Europa, Nord America e Australia. Un passaggio sottolineava in particolare i rapporti, definiti di lunga data, tra i servizi iraniani e gruppi criminali locali e internazionali.

C’è poi il capitolo HAYI, Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya, noto nel Regno Unito anche come Islamic Movement of Companions of the Right. Il gruppo ha rivendicato una serie di attacchi in Europa contro obiettivi legati alle comunità ebraiche, ai media iraniani e agli interessi statunitensi. Londra lo ha sanzionato a luglio, ricordando le sette azioni che l’organizzazione aveva pubblicamente rivendicato nel Regno Unito.

La dichiarazione del 12 ottobre inserisce esplicitamente anche questa campagna nel quadro delle attività che i governi occidentali stanno osservando: assassinii, incendi dolosi, sabotaggi, attacchi informatici e altre operazioni ibride. È un modello che gli apparati di sicurezza europei incontrano sempre più spesso. Cambiano gli attori e cambiano gli obiettivi, ma il principio resta quello di operare sotto la soglia di un confronto diretto, sfruttando intermediari che rendano più opaca la catena di comando. E Fairford, nella valutazione britannica oggi condivisa anche dall’Italia, appartiene esattamente a questa zona grigia.

Il debito costa, la politica sia responsabile. L’appello di Giorgetti

13 October 2026 at 07:43

Ancora prudenza, ancora pragmatismo. E un appello. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia alla sua ultima manovra, è tornato a ribadire la filosofia che guiderà la finanziaria in fase di stesura. A dieci giorni dall’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, il titolare di Via XX settembre è intervenuto alla Camera, presso le commissioni riuniti Bilancio, rimarcando gli obiettivi del governo: ulteriore alleggerimento fiscale a mezzo taglio delle aliquote Irpef anche per i redditi fino a 60 mila euro ed ecobonus al 65% per l’efficientamento energetico. Consapevole che, nonostante la flessibilità concessa dall’Europa e accordata all’Italia che vale 28 miliardi da qui al 2028 da spendere per investimenti in energia e Difesa, non sarà possibile fare i salti mortali, visto il disavanzo ancora fermo al 3,1% e la procedura di infrazione ancora in essere. Naturalmente, gli osservati speciali rimangono l’inflazione, la crisi in Medio Oriente e i mercati, ancora piuttosto nervosi a causa della crisi francese.

Partendo proprio dai mercati, Giorgetti si è rivolto ai partiti, affinché abbiano a cuore la sostenibilità del debito italiano. “La credibilità finanziaria del Paese, ancora più in una fase come questa, è una risorsa che va assolutamente preservata con l’auspicabile più ampio consenso delle forze parlamentari. L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle nuove regole europee di bilancio e di voler mantenere un percorso di finanza pubblica sostenibile senza rinunciare tuttavia a mettere in luce alcuni nodi irrisolti della nuova governance economica che solo con la sua concreta applicazione potevano emergere”.

Parlando poi della clausola Nec per la flessibilità concessa, “le maggiori risorse per la difesa e la sicurezza energetica saranno destinate in misura significativa per spese in conto capitale, stimolando gli investimenti e l’occupazione e di conseguenza i redditi disponibili reali e i consumi delle famiglie”, ha chiarito Giorgetti, blindando così la destinazione dei maggiori fondi sbloccati proprio grazie allo spazio di manovra concesso dall’Europa. Il responsabile di Via XX Settembre ha dunque concluso, chiarendo l’orizzonte dell’esecutivo.

“Il Documento programmatico arriva in un contesto particolarmente complesso, fare previsioni diventa sempre più complicato, ciononostante confermiamo in termini programmatici il sentiero di spesa così come era stato previsto”. E dunque, “la composizione della manovra sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea che non è ancora conclusa, dovendosi attendere la formale approvazione del Consiglio: è in questo contesto e all’interno di tale procedura che deve essere letto il contenuto programmatico del Documento. La composizione della manovra  sarà quindi definita alla luce del completamento della procedura europea ed elementi saranno forniti nel Documento programmatico di bilancio che, a breve, il governo trasmetterà al Parlamento e alle autorità europee. Ma nel mentre ricordiamoci sempre che la credibilità costruita rappresenta una vera risorsa da preservare”.

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