Il propagandista italiano che riscrive la strage di Mariupol
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La parola «bambini» era stata dipinta in grandi lettere bianche sul piazzale del teatro di Mariupol. Il 16 marzo 2022, durante l’assedio russo alla città, un’esplosione sventrò l’edificio dove centinaia di civili si erano rifugiati. L’inchiesta dell’Associated Press, “20 Days in Mariupol”, ha contato circa seicento morti. Quattro anni dopo, sul palco del teatro ricostruito e ancora sotto il controllo russo, un documentario prova a capovolgere la storia: non sarebbe stata Mosca a colpire, ma l’esercito ucraino.
Il film si intitola “Witnesses” e lo ha girato Vittorio Nicola Rangeloni, giornalista italiano che da anni alza il volume della propaganda del Cremlino. Intervista persone che accusano il battaglione Azov impegnato nella difesa della città, altri sostengono che gli ucraini avevano nascosto esplosivi sotto il palco e li hanno fatti detonare per attribuire la strage ai russi. «Questo è stato un attacco premeditato compiuto da soldati ucraini», dice Rangeloni, definendolo una provocazione destinata a screditare Mosca. Ma non c’è uno straccio di prova in grado di sostenere l’accusa.
D’altronde, le indagini indipendenti raccontano altro. Amnesty International ha concluso che il teatro fu probabilmente distrutto da due bombe da circa cinquecento chili sganciate da aerei russi. Secondo l’Associated Press, nessuno dei presenti ha detto di aver visto militari ucraini nell’edificio. Anche Gareth Collett, ex responsabile britannico degli artificieri militari, ha giudicato i danni compatibili con una grossa munizione sganciata dall’aviazione russa.
In “Witnesses” una strage documentata si trasforma in un episodio fuori dalla logica, in cui si ribalta il rapporto tra aggressore e vittima. Il New York Times dice che il documentario ha già superato le seicentomila visualizzazioni. Il teatro, demolito alla fine del 2022 e poi ricostruito, è stato riaperto nel dicembre 2025. Per Mosca è il simbolo della rinascita dei territori occupati: sul palco restaurato, la propaganda mette in scena anche la propria versione del passato.
Rangeloni è nato a Lecco nel 1991, da padre italiano e madre ucraina russofona – come in molti casi per le persone nate durante l’occupazione sovietica dell’Ucraina. Nel 2014 si trovava a Kyjiv durante le proteste di Euromaidan, che ha descritto come «un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente» (ma non si capisce per quale ragione). L’anno successivo è andato nei territori di Donetsk e Luhansk controllati dalle milizie filorusse. Da allora si è presentato come reporter indipendente, raccontando il conflitto quasi esclusivamente dalla prospettiva russa: un assist al Cremlino dietro l’altro.
Nel 2016 ha fondato LNR Today-Italia, un’agenzia informativa legata alle autorità separatiste che dichiarava di voler combattere una «guerra dell’informazione» contro il governo e l’esercito ucraini. Ha stretto rapporti con le amministrazioni autoproclamate del Donbas – non riconosciute da nessuno a livello internazionale, se non Russia e Corea del Nord – e ha ottenuto la cittadinanza russa. Nel 2023 ha girato “Vopreki”, un documentario realizzato seguendo la brigata paramilitare filorussa Pyatnashka, associata a episodi di tortura di civili ucraini e prigionieri di guerra. Per lui l’invasione su vasta scala dell’Ucraina iniziata nel 2022 è una «guerra di liberazione».
Reporters Without Borders (Rsf) lo descrive come un propagandista che imita il giornalismo per diffondere la linea del Cremlino. L’organizzazione internazionale riferisce che dal 2019 è oggetto di un’indagine della magistratura ucraina per partecipazione a gruppi armati illegali: un’accusa, non una condanna. Mentre il Telegraph aggiunge che Rangeloni ha parlato dell’apertura di un procedimento italiano dopo una denuncia dell’ambasciata ucraina, senza fornire ulteriori dettagli.
La sua traiettoria non si è fermata in Ucraina. Nel 2024 è passato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per lavorare con African Initiative, agenzia di propaganda russa fondata a Mosca nel 2023 e finanziata da Viktor Lukovenko, già attivo nella rete di propaganda che era legata a Evgenij Prigožin (ex leader del gruppo Wagner). Ha seguito manifestazioni antiamericane e intervistato il ministro della Difesa burkinabè, mentre altri giornalisti venivano repressi o espulsi. Per Jeanne Cavelier, responsabile di Rsf per l’Europa orientale e l’Asia centrale, il suo lavoro serve a giustificare la guerra russa in Ucraina e a promuovere Mosca nel Sahel.
Il metodo è sempre lo stesso, cambia solo lo scenario: usa la parvenza di metodi e strumenti del giornalismo per propagandare una narrazione politica, con testimonianze selezionate per confermare una tesi già decisa.
Quando è stato contattato dai giornalisti del New York Times, Rangeloni ha difeso il documentario così: «Ho guardato negli occhi le persone che erano lì quel giorno. Non ho motivo di non credere a queste persone». Ma in questo modo la fiducia personale nei testimoni prende il posto di verifiche indipendenti e prove materiali, rendendo le stesse dichiarazioni dei testimoni poco credibili).
La parte peggiore di questa storia è che mentre il teatro viene usato per riscrivere una strage brutale, la vita quotidiana a Mariupol parla di una ricostruzione assai meno trionfale. Un articolo del Kyiv Independent spiega che in città persistono gravi carenze idriche, l’inesistente raccolta dei rifiuti, la carenza di risorse e personale per qualunque altro servizio essenziale. L’assenza di medici, ad esempio, rende impossibile far funzionare i centri diagnostici appena costruiti. Petro Andriushchenko, ex consigliere del sindaco di Mariupol e responsabile del Center for the Study of the Occupation, ha detto al Kyiv Independent: «Hanno costruito diversi enormi centri diagnostici a Mariupol, e ne stanno costruendo altri, ma sono lì, vuoti. Non c’è nessuno che ci lavori». Andriushchenko denuncia il collasso del sistema sanitario e la mancanza di personale disposto a trasferirsi in una città vicina al fronte.
È lo stesso Andriushchenko che, parlando al Telegraph di “Witnesses”, ha avvertito che Mosca prepara gli argomenti che qualcuno potrebbe usare domani per giustificare o attenuare l’aggressione russa. A Mariupol oggi convivono una città reale, segnata dalla distruzione e dall’occupazione, e una città di finzione, quella della narrazione del Cremlino, trasformata nel simbolo di una liberazione che cancella le responsabilità di chi l’ha bombardata.
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