Il cloud è il nuovo fronte della sovranità europea
![]()
L’Unione europea vuole costruire un ecosistema tecnologico meno dipendente dagli Stati Uniti, a partire dalle infrastrutture su cui poggiano l’intelligenza artificiale e i servizi digitali. È l’obiettivo del Cloud and AI Development Act (Cada), la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea il 3 giugno per rafforzare la capacità industriale del continente e introdurre criteri comuni con cui valutare la sovranità dei fornitori di cloud e intelligenza artificiale. La posta in gioco non è soltanto tecnologica: riguarda la capacità degli Stati europei di controllare infrastrutture essenziali per le amministrazioni pubbliche, le imprese e i settori strategici.
Il progetto è uno dei pilastri dell’ambizione europea di rafforzare la propria autonomia tecnologica. La diffusione dell’intelligenza artificiale aumenta la domanda di capacità di calcolo, mentre i grandi fornitori statunitensi occupano una posizione centrale nel mercato globale del cloud. Per Bruxelles, affidarsi eccessivamente a operatori soggetti a giurisdizioni extraeuropee può trasformarsi in una vulnerabilità, soprattutto quando sono coinvolti dati sensibili e servizi critici. Ma ridurre questa dipendenza richiede investimenti, infrastrutture e alternative industriali credibili: non basta cambiare le regole degli appalti.
Più centri dati, meno ostacoli agli investimenti
Il Cada interviene innanzitutto sulla capacità europea. La Commissione punta almeno a triplicare quella dei centri dati dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, accompagnando l’espansione con procedure autorizzative più rapide e un accesso più agevole a energia, terreni, acqua e finanziamenti.
La proposta prevede che ogni Stato membro individui almeno una zona in cui accelerare la realizzazione dei centri dati, facilitando i procedimenti amministrativi attraverso un punto di contatto nazionale. La Commissione potrà inoltre riconoscere alcuni progetti come strategici, consentendo loro di accedere al sostegno dei programmi e degli strumenti finanziari dell’Unione. Le infrastrutture dovranno rispondere a una domanda crescente di potenza di calcolo, necessaria per addestrare e utilizzare modelli di intelligenza artificiale e sostenere applicazioni industriali sempre più complesse.
Il secondo pilastro riguarda la ricerca e l’innovazione. Bruxelles vuole sostenere tecnologie cloud e AI di nuova generazione, dai sistemi destinati all’intelligenza artificiale avanzata a quelli per l’industria e le applicazioni fisiche. La proposta prevede strategie nazionali per cloud e AI e otto grandi sfide di ricerca, le Grand Challenges, pensate per coordinare gli sforzi europei su obiettivi di rilevanza strategica.
L’ambizione è colmare il divario non soltanto nella disponibilità di infrastrutture, ma anche nella capacità di sviluppare e adottare tecnologie europee. La crescita dei centri dati, infatti, non garantisce da sola l’autonomia: un’infrastruttura localizzata in Europa può continuare a dipendere da software, tecnologie e decisioni aziendali controllati altrove.
Quattro livelli per misurare la sovranità
È sul terzo pilastro, quello dell’autonomia, che il Cada potrebbe avere le conseguenze più delicate per il mercato. La Commissione propone un sistema europeo articolato in quattro livelli di garanzia, attraverso cui riconoscere il grado di sovranità dei servizi cloud. I fornitori potranno chiedere il riconoscimento alle autorità nazionali competenti: per il primo livello è prevista un’autovalutazione di conformità, mentre per i tre successivi servirà una verifica indipendente.
Il livello 1 richiede che i dati siano trattati e conservati su infrastrutture situate nell’Unione. Il livello 2 aggiunge requisiti di indipendenza da Paesi terzi e trasparenza sulla filiera del software. Il livello 3 richiede proprietà e controllo europei e ulteriori condizioni, anche relative alla cittadinanza del personale. Il livello 4 prevede piena trasparenza e controllo della filiera software, senza interferenze da parte di Paesi terzi.
Non si tratta di quattro categorie puramente teoriche. La proposta prevede che le amministrazioni valutino i rischi delle proprie attività e stabiliscano quale livello sia necessario. Per gli appalti relativi ad attività pubbliche che contribuiscono alla conservazione dell’ordine pubblico, compresi gli ambiti critici individuati dalla normativa europea e settori come difesa, sicurezza nazionale e forze dell’ordine, si dovranno acquistare servizi riconosciuti ai livelli 2, 3 o 4. Per gli altri appalti pubblici, il riferimento previsto è il livello 1. Anche alcune imprese private che operano in settori critici potranno essere coinvolte in valutazioni analoghe.
Il sistema non equivale a un’esclusione automatica dei fornitori americani. La valutazione d’impatto della Commissione indica che operatori statunitensi in partnership con aziende europee potrebbero soddisfare i requisiti del livello 2, mentre il livello 3 sarebbe più facilmente accessibile ai fornitori europei. Il punto è stabilire quali garanzie possano offrire le aziende straniere e quanto siano disposte a investire, localizzare attività e condividere il controllo delle proprie infrastrutture in Europa.
La partita con i giganti americani
Il modello francese di S3NS, la joint venture tra Thales e Google Cloud, è uno degli esempi più interessanti di questa ricerca di equilibrio: combina tecnologia americana e una struttura europea progettata per offrire servizi cloud sovrani. Il caso mostra che la presenza di un partner statunitense non esclude necessariamente la possibilità di soddisfare requisiti più stringenti. Ma il Cada dovrà chiarire quali caratteristiche societarie, operative e tecnologiche siano sufficienti per ottenere i diversi livelli di riconoscimento.
La proposta ha implicazioni anche per i rapporti transatlantici. In un’intervista al Financial Times, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea Andrew Puzder ha avvertito che le imprese europee potrebbero subire ritorsioni «devastanti» se Bruxelles portasse avanti misure volte a limitare l’accesso al mercato europeo per aziende americane. Le sue dichiarazioni riguardavano soprattutto un dossier distinto dal Cada: la proposta europea di riservare parte delle frequenze per le connessioni dirette tra smartphone e satelliti a operatori europei, con possibili conseguenze per SpaceX e Starlink.
Il caso mostra però il clima in cui si svolge il confronto. Washington teme che la sovranità tecnologica diventi uno strumento protezionistico; Bruxelles sostiene invece che diversificare i fornitori e rafforzare le imprese europee sia necessario per ridurre vulnerabilità strategiche. La differenza non è soltanto retorica: se i nuovi requisiti incidessero sull’accesso agli appalti pubblici più importanti, le aziende americane dovrebbero decidere quanto investire e quale grado di controllo accettare per restare competitive.
Il nodo della sicurezza atlantica
A complicare il quadro c’è la cooperazione militare. Ventitré dei ventisette Stati membri dell’Unione appartengono anche alla Nato, che continua a utilizzare tecnologie statunitensi. A fine settembre Amazon Web Services ha annunciato di essere stato approvato per gestire informazioni classificate al livello «Nato Restricted» in tutti i Paesi dell’Alleanza; a febbraio Apple ha comunicato che iPhone e iPad aggiornati erano stati approvati per trattare informazioni allo stesso livello, dopo verifiche dell’agenzia tedesca Bsi.
Il timore di dipendere dalla tecnologia americana è diffuso. E riguarda anche, per esempio i sistemi militari. Palantir ha assicurato che né l’azienda né il governo statunitense possono disattivare a distanza Maven, il sistema di intelligenza artificiale adottato dalla Nato. Louis Mosley, vicepresidente esecutivo della società per Regno Unito ed Europa, ha ribadito ieri a Reuters che il controllo operativo resta nelle mani dei clienti. La rassicurazione arriva mentre in Europa cresce la preoccupazione per le dipendenze tecnologiche dagli Stati Uniti, alimentata anche dal caso Starlink in Ucraina. Germania e Francia, non a caso, hanno scelto di non adottare Maven per le proprie forze armate.
Questi riconoscimenti non sono direttamente comparabili con i livelli di sovranità previsti dal Cada: la certificazione di sicurezza di un prodotto o servizio non coincide con la valutazione del controllo societario e delle dipendenze tecnologiche. Non c’è quindi un’incompatibilità automatica tra le due impostazioni. Resta però una questione politica e industriale: come ridurre la dipendenza europea dalle tecnologie americane senza compromettere interoperabilità e cooperazione con gli alleati?
I prossimi passi
Il Cada è ancora una proposta e il testo dovrà essere negoziato tra governi e Parlamento europeo. Le posizioni degli Stati membri sono diverse: la Francia spinge per un’autonomia più marcata, mentre altri Paesi sono più cauti rispetto al rischio di limitare l’accesso alle tecnologie e agli investimenti americani. Nel mezzo ci sono gli indecisi, tra cui Italia, Germania e Spagna. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea punta a elaborare un primo testo di compromesso entro la fine dell’anno, ma il percorso legislativo resta aperto.
La sfida, per Bruxelles, sarà trasformare la sovranità digitale in capacità industriale concreta. Più centri dati, procedure rapide e criteri comuni possono creare le condizioni per ridurre le dipendenze, ma non garantiscono che i fornitori europei riescano a competere con i giganti globali per prestazioni, prezzi e scala. Allo stesso tempo, regole troppo restrittive potrebbero aumentare i costi e rendere più difficile l’accesso alle tecnologie già disponibili.
Il Cada mette dunque l’Europa davanti a una scelta che va oltre il cloud: quanto controllo è necessario per proteggere le infrastrutture strategiche e quanto mercato si è disposti a mettere in gioco per ottenerlo? La risposta determinerà non soltanto il futuro dei servizi digitali europei, ma anche il modo in cui l’Unione intende rapportarsi agli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale.
L'articolo Il cloud è il nuovo fronte della sovranità europea proviene da Linkiesta.it.