Europa Radicale propone un’Offensiva di pace contro il fanatismo in Israele e Palestina
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Non c’è Board of Peace che tenga quando gli attori in campo sono dediti alle sole guerre di potere per istituire un nuovo ordine globale, in cui la superpotenza statunitense ha definitivamente smarrito la propria centralità egemonica. Dal mondo unipolare siamo scivolati in un multipolarismo instabile, che non ha perdonato agli Stati Uniti né l’invasione dell’Iraq nel 2003 – condotta al di fuori del consenso esplicito del Consiglio di sicurezza dell’Onu – né lo shock della crisi finanziaria del 2008 con il crac di Lehman Brothers. Mentre l’Occidente era impegnato ad arginare le proprie fratture interne, e con un’Unione europea che solo a fatica tenta di far pesare la propria voce come attore strategico unitario, lo spazio geopolitico è stato occupato dalle autocrazie: Russia, Cina, Iran.
Nel contesto attuale, il conflitto in Medio Oriente tra Israele e l’asse teocratico iraniano – che finanzia e arma le formazioni terroristiche a ridosso del confine – diventa una pedina cinica sacrificata su più tavoli: per i Fratelli musulmani che puntano alla distruzione dello Stato di Israele e alla destabilizzazione delle democrazie; per chi tenta di recuperare posizioni di potere scontrandosi con i capisaldi dello Stato di diritto; per la frangia estremista e messianica della destra israeliana che tenta da anni di trasformare l’unica democrazia del Vicino Oriente in una democratura illiberale.
L’Europa ha un compito storico inderogabile: sottrarsi all’agenda polarizzante dettata dai vari autoritarismi e aprire una via politica alternativa. Una via che si sostituisca all’ipocrisia dei movimenti internazionalisti che scandiscono lo slogan «dal fiume fino al mare» – formula che nei fatti decreta la distruzione di Israele e la condanna di tutti i suoi cittadini, compresi oltre due milioni di arabi israeliani – ed emargini al contempo il fanatismo della destra religiosa e nazionalista rappresentata da Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Benjamin Netanyahu. Quell’alternativa si chiama «Offensiva di pace».
Non possiamo dimenticare la tragedia del 7 ottobre, l’ondata allarmante di antisemitismo che scuote le nostre città con aggressioni e intolleranza, né le violenze sistematiche dei coloni fanatici in Cisgiordania. In Occidente molti usano questo stallo drammatico per meri calcoli di consenso elettorale domestico. La domanda da porre alla politica italiana ed europea è una soltanto: vogliamo concorrere alla risoluzione del conflitto indicando una terza via, o preferiamo continuare a scaricare sulle spalle di questi popoli il tifo cieco delle curve da stadio?
Noi di Europa Radicale siamo stati tre giorni tra Tel Aviv, Gerusalemme e la Cisgiordania per la nostra missione «Offensiva di pace». Ciò che abbiamo toccato con mano impone di rigettare le semplificazioni binarie, perché il manicheismo ideologico produce soltanto odio e sopraffazione.
Abbiamo toccato il cemento del muro di separazione. Una ferita verticale che recide il paesaggio e cristallizza l’illusione securitaria di chi pensa di cancellare l’esistenza dell’altro chiudendo gli occhi. Eppure, basta ascoltare le voci della terra per accorgersi di quanto artificiale sia questo abisso. Ebrei e palestinesi condividono la medesima matrice levantina e parlano lingue germogliate dallo stesso ceppo semitico, dove i vocaboli cardine dell’esistenza si riflettono come in uno specchio: Shalom e Salam, Bayit e Bayt, Dam e Dam. Persino il concetto di misericordia – Rachamim in ebraico, Rahma in arabo – affonda nella medesima radice primordiale dell’utero materno. Non sono nemici antropologici, ma vicini condannati a condividere lo stesso suolo, tenuti ostaggi dall’inganno nazionalista e dal fanatismo teocratico.
Lungo il nostro cammino abbiamo incontrato le realtà che mantengono accesa la fiaccola della convivenza. Abbiamo dialogato con Women Wage Peace e con il Parents Circle-Families Forum in Cisgiordania, dove madri e famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso i propri figli nella morsa degli attentati e dei bombardamenti si rifiutano di cedere alla vendetta: «Non si tratta di essere pro-Israele o pro-Palestina: si tratta di lavorare per la pace», ci dicono, ammonendo le piazze italiane che sventolano bandiere ma non hanno il tempo per spendere le loro energie nel far conoscere queste realtà.
Abbiamo incontrato Roberto Della Rocca della sinistra laica di Meretz, i rappresentanti di Hadash e con il partito antiproibizionista Green Leaf, impegnato nella tutela dei diritti civili. A Gerusalemme, città dal clima compresso e saturo di fervore religioso, abbiamo incontrato Amit Peretz della Jerusalem Open House, presidio indispensabile per la comunità LGBTI+. Lì il Pride non è una sfilata spensierata, ma una trincea di resistenza: la memoria è ancora viva per l’omicidio della sedicenne Shira Banki, accoltellata a morte nel 2015 da un fondamentalista religioso.
L’Open House risponde al clima d’odio garantendo prevenzione sanitaria, supporto psicologico e creando spazi protetti per persone transgender. E fa male constatare la solitudine politica in cui operano: boicottati e isolati da ampi segmenti della sinistra progressista occidentale per il solo fatto di operare in Israele. Un corto circuito morale che abbiamo denunciato anche al Pride di Roma, difendendo insieme a Certi Diritti la presenza della comunità ebraica queer di Keshet.
La pace non può fiorire nel vuoto dello Stato di diritto. Se in Israele gli anticorpi democratici della società civile resistono alla deriva illiberale del governo Netanyahu, sul versante palestinese la democrazia resta prigioniera: la scelta del presidente Mahmoud Abbas di rinviare ancora le elezioni, fissandole al 2027 dopo vent’anni di mandato scaduto, confisca la speranza democratica di intere generazioni e consegna le chiavi del consenso al terrorismo di Hamas. Ci si dovrà interrogare a fondo sulle ragioni di questa scelta.
La nostra proposta resta radicata nel metodo nonviolento: laicità delle istituzioni, sicurezza inalienabile per Israele, pieno e reciproco riconoscimento. Due popoli, due Stati e lo Stato di diritto. Chi ama la libertà deve smettere di tifare per la distruzione altrui e iniziare a sostenere, qui e ora, chi su quella terra ha già scelto di disarmare le parole e costruire il futuro: la nostra «Offensiva di pace» è a disposizione di tutti.
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