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“The Social Reckoning” è un manifesto anti Facebook, ma Zuckerberg ha già cambiato maschera

10 October 2026 at 03:45

Il peccato capitale di Facebook, secondo Aaron Sorkin, è aver scoperto quanto fosse redditizio far arrabbiare le persone e aver continuato a guadagnarci anche dopo averne compreso le conseguenze. Il suo nuovo film “The Social Reckoning”, racconta cosa è accaduto sedici anni dopo “The Social Network”. L’azienda che prometteva di connettere il mondo si trova davanti a un bivio: correggere i propri algoritmi o conservare i profitti prodotti dalla polarizzazione. Mark Zuckerberg non porta davvero il peso di questa scelta ed è il personaggio meno interessante del film. Sorkin lo riduce a una caricatura che Jeremy Strong esegue col metodo Stanislavskij: scandisce le parole con pause innaturali, si muove come un robot umanoide ed è sprezzante con chi non riesce a tenere il passo dei suoi ragionamenti. «The debate is over», ripete almeno quattro volte in scene diverse. Con lui non si discute perché ha già preso la decisione migliore. Ma non è detto coincida con ciò che servirebbe alla società. 

È difficile riconoscere il giovane genio arrogante, logorroico e socialmente frustrato interpretato da Jesse Eisenberg nel Social Network del 2010. Allora Sorkin era interessato al paradosso di un ragazzo introverso incapace di inserirsi nelle gerarchie sociali di Harvard, che avrebbe inventato uno strumento destinato a rivoluzionare le relazioni di miliardi di persone. Era sgradevole, spesso crudele, ma conservava una vulnerabilità che lo rendeva affascinante. Quello di Strong è un uomo, se così possiamo definirlo, che sembra aver perso ogni dimensione umana. Il potere ha consumato il personaggio e Sorkin ha smesso di cercarne le contraddizioni.

Per chi cerca personaggi capaci di evolversi nel corso di una storia, è un limite. Il film resta però godibilissimo, perché Sorkin è come Arjen Robben. Il calciatore olandese faceva sempre la stessa finta, rientrando dalla destra sul sinistro, e segnava valanghe di gol anche se i difensori sapevano perfettamente cosa avrebbe fatto. Lo sceneggiatore americano ha una tecnica altrettanto riconoscibile. Prende una quantità enorme di informazioni, le mette in bocca a personaggi intelligentissimi e le fa viaggiare a una velocità incompatibile con qualsiasi conversazione normale. Ogni tanto interrompe il flusso con una battuta, una digressione personale o qualche minuto di cazzeggio. Poi riparte e chiude con la battuta lasciata in sospeso. Sappiamo che andrà a finire così, ma ci piace lo stesso.

Anche in “The Social Reckoning”, Sorkin ripropone una tecnica che ha particolarmente funzionato in “Steve Jobs”, il film del 2015 diretto da Danny Boyle, costruito intorno a tre presentazioni del fondatore di Apple. Nei minuti che precedevano l’ingresso sul palco, Jobs veniva assediato da collaboratori ed ex amici che gli chiedevano conto delle sue decisioni. Anche qui Sorkin sceglie il dietro le quinte, dove il potere, lontano dal pubblico, è costretto a rendere conto delle proprie scelte. Il conto alla rovescia prima del lancio di un computer lascia il posto alla preparazione della celebre audizione parlamentare del marzo 2021, quella in cui Zuckerberg, sudaticcio e robotico, fu chiamato a rispondere davanti al Congresso americano del ruolo di Facebook nella diffusione della disinformazione e dell’estremismo politico, dopo l’assalto al Campidoglio. Nella simulazione il ruolo del grillo parlante è affidato al comico Bill Burr, nei panni di Charlie, un ex investitore di Facebook diventato uno dei suoi critici più feroci, che smonta le risposte preparate dai consulenti e cerca inutilmente di costringere Zuckerberg ad ammettere le responsabilità dell’azienda. La differenza è che in “Steve Jobs”, attraverso quegli scontri, emergeva progressivamente la complessità del protagonista. In “The Social Reckoning” il meccanismo serve soprattutto a confermare il giudizio che il film ha già espresso su Zuckerberg.

La parte migliore è il secondo binario del film, quello che segue Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, premio Oscar per “Anora”, e Jeff Horwitz, il giornalista del “Wall Street Journal” a cui dà il volto Jeremy Allen White, protagonista di “The Bear”. Nel 2021 Haugen, un’ex dipendente di Facebook, consegnò al quotidiano americano migliaia di documenti interni che sarebbero diventati i Facebook Files. 

Sorkin costruisce un thriller d’inchiesta che non prova a scimmiottare la gravitas di “Tutti gli uomini del presidente” o l’esaltazione del giornalismo de “Il caso Spotlight”. Sceglie una strada più adatta all’opacità del mondo tecnologico, dove il problema è prima di tutto capire come funzionano le cose. Ribalta così il rapporto tradizionale fra fonte e cronista: al centro della storia c’è una donna che conosce già la verità e deve trovare il coraggio di renderla pubblica, spiegandola a un giornalista che, all’inizio e anche per un bel pezzo, non capisce quasi nulla della macchina che dovrebbe raccontare. Le loro conversazioni hanno la vitalità del primo Social Network. Si interrompono, si provocano, divagano su dettagli apparentemente irrilevanti, poi tornano a discutere di algoritmi e documenti riservati. Sorkin riesce a far convivere l’idealismo con il cazzeggio. E quando gli riesce, è difficile trovare qualcuno che lo faccia meglio. Qualcuna sì: Amy Sherman-Palladino in “La fantastica signora Maisel”.

C’è molto idealismo di “The Newsroom”, la serie in cui Sorkin affidava a una redazione il compito quasi impossibile di rimettere ordine nel dibattito pubblico americano. Ma Haugen sembra uscita soprattutto da “The West Wing”, il capolavoro televisivo dove i collaboratori del presidente Jed Bartlet credevano che la competenza e la forza degli argomenti potessero ancora piegare il potere alla ragione. Frances conserva quella fiducia quasi ostinata nelle istituzioni: è convinta che basti mettere le prove davanti alle persone giuste per costringerle ad agire. Il mondo è cambiato e gli spettatori sono diventati più cinici. Soprattutto dopo aver visto “Digger”. A circa due terzi del film, Sorkin se lo ricorda e fa dire alla sua protagonista: «Non sono mica un personaggio di Frank Capra». Il riferimento è al regista italoamericano che raccontava di cittadini onesti capaci di sfidare il potere facendo appello alla coscienza delle istituzioni. Bel tentativo di pararsi dalla critica che viene rivolta da anni a Sorkin: continuare a credere in un’America che forse non esiste più.

Il funzionamento degli algoritmi di Facebook non è materiale da cinema. Sorkin lo rende digeribile con la stessa sfacciataggine didattica di The Big Short, dove Margot Robbie spiegava i mutui subprime immersa in una vasca da bagno. Proviamo a riassumerlo, senza vasca da bagno: nel 2018 Facebook modificò il News Feed per privilegiare le interazioni sociali significative (Meaningful Social Interactions). L’algoritmo attribuiva maggiore importanza ai contenuti capaci di generare commenti e ricondivisioni. Il problema è che la rabbia produce moltissime interazioni. Le persone condividono più facilmente ciò che le indigna e discutono più a lungo di ciò che le divide. I post che fanno arrabbiare finiscono così per essere premiati da un sistema progettato per trattenere gli utenti sulla piattaforma. La disponibilità di Facebook a lasciare circolare contenuti estremisti, unita alla capacità dell’algoritmo di amplificarli, avrebbe contribuito a creare un ambiente favorevole alla radicalizzazione trumpiana

I responsabili della sicurezza propongono a Zuckerberg una modifica all’algoritmo capace di ridurre sensibilmente la diffusione dei contenuti che alimentano la radicalizzazione. Il prezzo sarebbe un calo dell’engagement dell’un per cento. Tradotto, nei suoi calcoli: 30 milioni di utenti a rischio. Per il fondatore di Facebook è un sacrificio inaccettabile. Ma ogni antieroe ha bisogno di un principio dietro cui ripararsi. Il suo è la libertà di espressione: Facebook, sostiene, è soltanto una bacheca sulla quale chiunque può pubblicare liberamente i propri messaggi. Sorkin la pensa diversamente: Facebook è un giornale che non scrive gli articoli, ma decide quali mettere in prima pagina. E se l’algoritmo premia sistematicamente quelli che fanno più arrabbiare i lettori, lasciare le cose come stanno è già una scelta editoriale. E politica.

“The Social Reckoning” sembra un messaggio in bottiglia destinato al prossimo presidente americano, possibilmente democratico di partito e anche di convinzioni. Dentro c’è un Bignami dei danni prodotti dagli algoritmi alla politica americana, accompagnato da un sermone su come rimediare. Ammesso che qualcuno raccolga la bottiglia e sappia ancora parlare la lingua di Sorkin.

C’è però un problema. Lo Zuckerberg sudato e robotico di “The Social Reckoning” appartiene ormai a un’altra epoca. Nel 2023, dopo essersi appassionato alle arti marziali durante la pandemia, ha vinto medaglie d’oro e d’argento in un torneo di Brazilian jiu-jitsu e ha persino discusso pubblicamente la possibilità di combattere contro Elon Musk. Nel 2024 si è fatto riprendere mentre cavalcava le onde in smoking, con una birra in mano e la bandiera americana nell’altra. La vecchia uniforme grigia ha lasciato il posto a capelli ricci, collane d’oro e orologi da collezione. Nel febbraio 2026 era in prima fila alla sfilata di Prada a Milano, accanto alla moglie Priscilla Chan. Il 23 settembre, presentando Muse Charm, una sorta di Tamagotchi con intelligenza artificiale, è salito sul palco con una T-shirt che recitava «Building is my love language». Costruire è il mio linguaggio dell’amore. La stessa rivendicazione con cui, sedici anni prima, aveva contestato il ritratto che Sorkin aveva fatto di lui nel primo “The Social Network”. 

Insieme a Zuckerberg è cambiata anche la sua creatura. Nell’ottobre 2021, appena sei settimane dopo le prime rivelazioni dei Facebook Files, il fondatore ribattezzò l’azienda Meta, scommettendo sul metaverso come futuro del gruppo. La scommessa si è rivelata un flop, ma la galassia Meta gode ancora di ottima salute. Facebook somiglia ormai a un camposanto digitale frequentato dai boomer, pur continuando a macinare miliardi in pubblicità. Instagram, con due miliardi di utenti quotidiani, è diventato uno dei principali arbitri della cultura visiva e dell’economia dei creator. WhatsApp è qualcosa di ancora più pervasivo: un’infrastruttura della vita quotidiana, attraverso cui si organizzano relazioni private. Complessivamente, 3,6 miliardi di persone utilizzano ogni giorno almeno un’applicazione del gruppo. Zuckerberg ora punta sull’intelligenza artificiale per costruire la prossima piattaforma tecnologica. 

Durante gli ultimi US Open è andato in onda uno spot particolarmente riuscito: mentre gli spettatori seguono uno scambio di tennis attraverso gli schermi degli smartphone, una donna lo riprende semplicemente muovendo la testa, senza distogliere gli occhi dal campo. Il messaggio è astuto. L’azienda che ha costruito la propria fortuna trattenendo le persone davanti a uno schermo ora vende un dispositivo che promette di liberarle da quello schermo. 

Zuckerberg è un animale cangiante e Sorkin ha scattato una fotografia perfetta di una vecchia versione. “The Social Reckoning” conserva la fiducia di un’America democratica nel potere correttivo del giornalismo. Haugen e Horwitz hanno trovato le prove, denunciato gli abusi e costretto Facebook a rispondere. Risultato? Cinque anni dopo, il pubblico è più consapevole, ma Meta continua a macinare miliardi con la pubblicità e il suo fondatore ha trovato un’intesa assai più conveniente con la nuova amministrazione americana. Ha persino allentato le regole sulla moderazione che il film vorrebbe rafforzare. Forse servirà un terzo capitolo.

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Perché le tensioni sui titoli di Stato europei non sono ancora una crisi del debito

10 October 2026 at 03:45

La Francia paga interessi più alti dell’Italia sui titoli di Stato, la crisi petrolifera spinge verso l’alto i tassi d’interesse e gli investitori internazionali mettono sotto pressione i paesi Ue più vulnerabili. L’Europa sta vivendo una nuova crisi del debito paragonabile a quella del 2010-2012 oppure siamo di fronte a una rivalutazione, per quanto brusca, del prezzo che i mercati chiedono per prestare denaro agli Stati? Il futuro conosce già la risposta, gli economisti non ancora perché dietro le vendite di titoli di Stato si muovono quattro fenomeni che potrebbero rafforzarsi a vicenda. Il primo è una crisi obbligazionaria internazionale, alimentata dal ritorno dell’inflazione e dalla prospettiva che le banche centrali mantengano i tassi elevati più a lungo del previsto. Gli investitori chiedono inoltre un rendimento supplementare per prestare denaro a lunga scadenza, esponendosi al rischio che nei prossimi anni l’inflazione o i tassi risultino superiori alle attese.

Il secondo fenomeno riguarda la sostenibilità del debito francese: i mercati potrebbero dubitare della capacità dei prossimi governi di stabilizzarlo, soprattutto se Marine Le Pen vincerà le elezioni presidenziali del 2027. Il terzo è la frammentazione dell’Eurozona. Se i rendimenti dei titoli dei paesi più vulnerabili aumentassero molto più di quelli tedeschi, considerati il principale riferimento del mercato europeo, le condizioni di finanziamento diventerebbero diverse all’interno della stessa unione monetaria. Le decisioni sui tassi della Banca centrale europea finirebbero così per produrre effetti differenti sulle imprese e sulle famiglie dei singoli paesi.

Il quarto scenario è il più imprevedibile e potenzialmente il più pericoloso. È il rischio di una crisi di liquidità, segnalata dalla Banca centrale europea. Un repentino ribasso dei titoli di Stato potrebbe costringere i grandi fondi speculativi che operano con denaro preso in prestito a vendere per coprire le perdite o fornire nuove garanzie ai finanziatori. A loro volta quelle vendite accentuerebbero la caduta dei prezzi, coinvolgendo altri investitori in una spirale difficile da arrestare. È così una correzione del mercato obbligazionario potrebbe trasformarsi in una crisi. I quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria non sono ancora partiti tutti al galoppo. Alcuni non hanno neppure messo la sella. Ma il primo, quello del rialzo dei rendimenti, trotterella. 

Nel frattempo, il rincaro del petrolio e del gas causato dalla guerra in Iran rischia di mantenere alta l’inflazione, riducendo lo spazio a disposizione della Bce per abbassare il costo del denaro. Se l’energia continua a rincarare, le imprese spendono di più per produrre, mentre le famiglie perdono potere d’acquisto. I governi si trovano così davanti a una combinazione particolarmente scomoda: crescita più debole e maggiori difficoltà a contenere la spesa pubblica.

Le vendite si sono concentrate sui titoli di Stato francesi, per poi estendersi anche a quelli italiani e greci. Per Roma e Atene è un film già visto. Per Parigi è un’opera prima. La Francia è stata a lungo considerata parte del nucleo più affidabile dell’Eurozona, insieme alla Germania. Ora gli investitori pretendono un interesse sensibilmente superiore per prestarle denaro. Il rendimento dei titoli francesi a dieci anni, gli OAT, è arrivato a sfiorare il 5 per cento, mentre la differenza rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi ha raggiunto circa 140 punti base. 

Per sua fortuna, la Francia non dovrà pagare da subito il 4,92 per cento su tutti i suoi 3.500 miliardi di debito pubblico. La durata media del debito francese, superiore agli otto anni, concede a Parigi un po’ di respiro. Se però i rendimenti restassero vicini al 5 per cento per anni, la spesa per interessi finirebbe per sottrarre risorse sempre maggiori al bilancio pubblico.

A prima vista, l’Italia dovrebbe trovarsi in condizioni peggiori. Il rapporto fra debito e prodotto interno lordo italiano è intorno al 135 per cento, contro circa il 116 per cento registrato dalla Francia l’anno scorso. Ma gli investitori non valutano soltanto il debito accumulato, quanto piuttosto la traiettoria futura dei conti pubblici e la capacità politica di correggerla. 

Il deficit francese dovrebbe raggiungere quest’anno il 5,4 per cento del PIL, mentre l’economia, secondo le ultime previsioni della Banque de France, crescerà appena dello 0,4 per cento. A complicare il risanamento dei conti è la frammentazione parlamentare, che rende politicamente difficile approvare i tagli alla spesa necessari a frenare l’aumento del debito pubblico. La prospettiva di una presidenza di Marine Le Pen preoccupa ancor di più i mercati. Un programma credibile, sostenuto da una maggioranza stabile, potrebbe ridurre il premio richiesto sui titoli francesi. In caso contrario, la pressione potrebbe proseguire.

Parigi conserva però un vantaggio importante: un mercato dei titoli di Stato ampio e liquido, capace di attrarre capitali internazionali anche nelle fasi di turbolenza. Non a caso, nella valutazione pubblicata a luglio, il Fondo monetario internazionale considerava ancora basso il rischio di una crisi del debito francese nel breve periodo, pur segnalando vulnerabilità crescenti nel medio termine.

La crisi francese peggiora la situazione italiana che negli ultimi quattro anni è andata piuttosto bene. Lo spread dei Btp italiani con i Bund tedeschi è sceso dai circa 250 punti base del settembre 2022 a meno di 60 a febbraio di quest’anno. Secondo il Fondo monetario internazionale, circa metà di questo miglioramento dipende dai progressi italiani nella gestione dei conti pubblici e dalla minore incertezza politica; l’altra metà dalle condizioni favorevoli dei mercati europei. Il vento sta cambiando. Le difficoltà francesi spingono gli investitori a cercare riparo nei titoli tedeschi. Così lo spread italiano è risalito a 115 punti base l’8 ottobre. Non perché i conti di Roma siano improvvisamente peggiorati, ma perché i mercati sono tornati a chiedere un premio più alto per finanziare i paesi indebitati.

Nessuno spera nel ritorno dei bond vigilantes, gli investitori che puniscono i governi quando ritengono che stiano spendendo troppo o accumulando debiti insostenibili. Non aspettano le elezioni per esprimere il loro giudizio. Vendono i titoli di Stato o pretendono interessi più alti per comprarli, facendo aumentare il costo del debito e mettendo sotto pressione i bilanci pubblici. Non sono un gruppo organizzato, ma grandi gestori, fondi pensione, compagnie assicurative e fondi speculativi che agiscono ciascuno nel proprio interesse. E quando molti di loro decidono di vendere contemporaneamente, possono trasformare la sfiducia in una crisi.

Durante quella europea del 2010-2012, la fuga dai titoli dei paesi periferici contribuì ad ampliare drasticamente gli spread. La Germania beneficiò della ricerca di investimenti sicuri, mentre l’Italia subì una pressione crescente nonostante disponesse di un avanzo primario. Non che ci volesse una scienza per capire quali economie fossero considerate sicure. La novità è che oggi la vecchia geografia del rischio europeo non funziona più come prima. Alcuni investitori stanno acquistando BTP mentre riducono l’esposizione ai titoli francesi, senza che questo significhi che siano scomparse le vulnerabilità strutturali italiane.

Non tutti, infatti, stanno vendendo. Secondo il Financial Times, Aberdeen Investments ha assunto posizioni favorevoli ai titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, mentre Schroders ha ridotto il proprio sottopeso su Italia e Spagna. Altri gestori hanno approfittato della caduta dei prezzi per acquistare obbligazioni societarie europee, comprese quelle di gruppi francesi come Axa e BNP Paribas. È una strategia definita bottom fishing: comprare attività deprezzate nella convinzione che il mercato abbia esagerato nella valutazione del rischio. Questi acquisti non equivalgono a un voto di fiducia generalizzato verso l’Europa. Gli investitori possono considerare conveniente un’obbligazione societaria francese e continuare a giudicare troppo rischioso il debito pubblico di Parigi.

Accanto a questi operatori agiscono fondi che utilizzano derivati e finanziamenti a leva per sfruttare differenze anche modeste fra i rendimenti dei vari paesi. Secondo un’analisi del Meccanismo europeo di stabilità, gli hedge fund rappresentano ormai oltre la metà dei volumi sul mercato elettronico dei titoli di Stato dell’Eurozona, contro circa un quarto nel 2018. In condizioni normali contribuiscono alla liquidità. Quando la volatilità aumenta, invece, possono essere costretti a vendere per coprire perdite o rimborsare finanziamenti, amplificando la caduta dei prezzi.

Questa turbolenza è diversa dalla crisi dei debiti sovrani anche perché allora era in gioco la sopravvivenza stessa dell’euro. Gli investitori temevano che alcuni paesi potessero abbandonare la moneta unica e ripagare i debiti in valute svalutate. Fu Mario Draghi, nel luglio 2012, a spezzare quella spirale promettendo che la BCE avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro. Bastarono quelle parole a cambiare le aspettative dei mercati. Del resto, il mercato obbligazionario non sfugge alla psicologia delle folle descritta da Gustave Le Bon: una promessa credibile può valere più di mille rapporti economici.

Oggi l’Eurozona è più attrezzata. La BCE dispone del Transmission Protection Instrument,  programma introdotto nel 2022 per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati. Ma non può intervenire ogni volta che uno spread sale. Deve distinguere la speculazione dai problemi reali dei conti pubblici. L’Ue non può garantire a uno Stato il diritto di indebitarsi a basso costo, mantenendo il deficit elevato, neanche alla Francia. Per questo la Commissione europea ha avviato una procedura per disavanzo eccessivo. Anche così si consolida la credibilità dell’eurozona.

C’è però un altro ostacolo. La BCE sta riducendo il proprio portafoglio di titoli di Stato attraverso il quantitative tightening, il contrario del quantitative easing con cui, negli anni della crisi e della pandemia, aveva acquistato enormi quantità di obbligazioni per sostenere l’economia e tenere bassi i tassi. Ora, quando quei titoli arrivano a scadenza, Francoforte non reinveste più il denaro incassato. I governi devono quindi trovare più compratori privati per finanziare il proprio debito, proprio mentre gli investitori chiedono interessi più alti.

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