Scontri Milano, suor Anna Alfieri: “Se la politica vive di insulti, perché ci stupiamo delle violenze? Ecco come fermare la spirale”
Scontri a Milano, suor Anna Alfieri: “Per fermare la spirale della violenza stop al telefono ai giovani e più ‘no’. Famiglia e scuola tornino alleate”
Ricostruire l’alleanza tra scuola e famiglia, limitare lo smartphone nell’infanzia e nell’adolescenza, tornare a parlare di doveri e imparare a dire di no. Lo dice ad Affaritaliani suor Anna Monia Alfieri – esperta di politiche scolastiche – sugli scontri che hanno devastato Milano. L’intervista.
Proteste a Milano, giovani che scendono in piazza e devastano i centri. Che cosa spinge questi ragazzi a fare gesti simili? Non si sentono davvero ascoltati?
Io non credo che i fatti accaduti a Milano e in altre città siano legati alla mancanza di ascolto dei giovani da parte delle Istituzioni. Chiaramente, la politica tenuta negli ultimi decenni nei confronti degli stranieri – spesso ridotta alla semplice accoglienza al momento dell’arrivo nel nostro Paese, senza poi pensare e progettare una reale integrazione – ha certamente determinato squilibri nel tessuto sociale delle nostre città. Tuttavia, accanto a questa situazione inveterata negli anni, si è creato un altro tipo di abbandono che è quello educativo. Chi si è preso cura di questi giovani? Da sempre sono convinta sostenitrice della necessità che si instaurino alleanze educative tra famiglia e scuola. Le due istituzioni, però, devono essere presenti entrambe.
Spesso la scuola è lasciata da sola, spesso i docenti non hanno la possibilità di interfacciarsi con le famiglie. Pertanto i primi a doversi rendere conto del loro compito educativo sono i genitori. Chi compra il cellulare al proprio figlio? Chi è chiamato a controllarne l’utilizzo? Chi mette in tasca ai propri figli il denaro da spendere con gli amici?
Pertanto, la prima causa di quanto è accaduto è l’abbandono educativo che ha ingenerato la realtà delle periferie, che ora si spostano in modo violento verso il centro delle città. Non chiamiamo in causa responsabilità degli altri, delle Istituzioni o della politica. Ognuno ha le proprie responsabilità in quanto è avvenuto: l’importante è che ora non ci si abbandoni allo scarico e al gioco del capro espiatorio. Ora è tempo di recuperare ed intervenire: il primo intervento deve avvenire all’interno di ogni famiglia in una efficace alleanza con la scuola.
Questi gesti rischiano di oscurare invece chi scende in piazza per chiedere più uguaglianza, diritti e affitti più bassi. Come rispondere a tali esigenze reali?
Guardi, questioni complesse richiedono soluzioni complesse. Viviamo un’epoca quanto mai complicata, in cui è richiesto alla politica grande equilibrio e grande responsabilità. Abbiamo bisogno di soluzioni ottenute con il consenso trasversale di tutti i partiti, abbiamo bisogno di una prassi politica che sia di esempio per i cittadini: un esempio positivo, di un agire moderato e rispettoso della persona che ha idee diverse dalle mie. Se il dibattito politico è costruito sull’insulto, sull’accusa, sulla denigrazione dell’altro, ci stupiamo della violenza della piazza? Ci stupiamo delle violenze fra i giovani? Occorre essere consapevoli e responsabili di quanto facciamo e di quanto diciamo. Mi auguro che dalla violenza dei giorni scorsi nasca una maggior consapevolezza all’interno della classe politica affinchè, davanti al contesto delicato, nazionale e internazionale, si trovi un nuovo modo di agire a tutto favore dei cittadini.
In piazza abbiamo visto tanti minorenni e ragazzi tanto piccoli. La responsabilità è solo delle istituzioni, o va anche ricercata nelle famiglie, nella scuola ecc?
Occorre che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Troppo facile addossare la responsabilità alle Istituzioni, allo Stato: troppo vago, troppo facile. Le Istituzioni sono formate dai singoli cittadini che devono percepire l’importanza della responsabilità che esercitano per sé e per gli altri. Occorre, invece, avere tanto coraggio e tanto desiderio di incidere sulla realtà.
Quelle realtà buone del mondo giovanile, se si va a conoscere le storie dei singoli, sono sempre il frutto di un’educazione improntata al rispetto e alla responsabilità: dietro c’è la famiglia, una buona scuola, la parrocchia, un’associazione di volontariato, un sodalizio politico. Il denominatore comune di tutte queste realtà buone è dunque il rifiuto dell’egoismo, è l’apertura all’altro, ai suoi bisogni, qualsiasi essi siano. Il mondo dei giovani ha bisogno di questa apertura, ha bisogno di persone in grado di far percepire e sperimentare misure alte del vivere. Se l’unica alternativa alla noia è il cellulare, ciò significa che la nostra società ha abdicato al proprio compito di cura nei confronti dei giovani.
Le Istituzioni locali e nazionali devono, invece, sostenere l’operato della scuola, delle famiglie (riconoscendo loro innanzitutto il diritto alla libertà di scelta educativa per mettere in campo tutte le forze buone della societas), delle diverse realtà che operano nel campo giovanile. Invito tutte le realtà buone che gravitano attorno al mondo giovanile ad emergere, a far sentire la propria voce, così da offrire una prospettiva diversa al grigiore con il quale spesso si vuole deliberatamente dipingere il mondo dei giovani. Il cuore dell’alleanza è la responsabilità, per sé e per gli altri. Tutti dobbiamo tornare alle radici di una nuova consapevolezza del nostro ruolo educativo, a livello di singoli e di società. E’ necessario che la società civile, ciascuno di noi scenda in campo in modo intelligente e generoso.
Tra proteste, scioperi e tensioni sociali, siamo di fronte a una crisi più ampia di fiducia nelle istituzioni?
No, non parlerei di crisi delle Istituzioni; parlerei piuttosto di crisi degli adulti, una crisi che si protrae da almeno due decenni: crisi degli adulti nelle famiglie, nelle professioni, in fabbrica, nelle Istituzioni locali e nazionali. Io ritengo che la società di oggi sia caratterizzata da tendenze contrastanti: da una parte esempi di grande impegno e coraggio, dall’altra esempi aberranti di violenza e nichilismo. Se si guarda al secondo aspetto, io credo che si tratti di un disagio che è generato solo ed esclusivamente dalla vuotezza dei nostri giovani, che spesso sono privi di idee e di valori.
Noi adulti siamo i responsabili di questo vuoto dal momento che abbiamo smesso di educare, abbiamo smesso di avere il coraggio di opporci e di dire di no, soprattutto abbiamo lasciato i nostri giovani da soli e in balia del cellulare. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La rottura dell’alleanza tra famiglia e scuola, il venir meno dell’audacia educativa da ambo le parti, l’accontentarsi della forma priva di sostanza sono le cause della crisi educativa.
Ecco, dunque, che avverto l’assoluta necessità della ricostituzione dell’alleanza tra scuola e famiglia, un’alleanza costruita sul rispetto dei ruoli e delle posizioni ma fondata sul desiderio di offrire un’alternativa ai nostri giovani. Non voglio demonizzare il cellulare o i social: tuttavia occorre avere il coraggio di togliere il telefono ai nostri giovani, soprattutto nell’età dei bambini e degli adolescenti. Ultimo: cerchiamo di interrompere quella assuefazione alla violenza, al linguaggio volgare di cui i nostri giovani sono in balia a motivo di certi cantanti e di certi influencer. Anche questi ultimi sono responsabili dell’emergenza educativa del nostro tempo. Le famiglie hanno difficoltà a comprendere il mondo dei figli solo perché non passano tempo con loro. La scuola deve dunque intervenire facendosi promotrice di alleanze educative, innanzitutto con i genitori, primi responsabili dell’educazione dei figli. La famiglia è infatti l’agenzia socializzante primaria, la scuola è l’agenzia socializzante secondaria.
Molti giovani fermati sono extracomunitari: lei cosa pensa in merito alla seconda generazione?
L’Italia per la prima volta si misura con la questione “seconda generazione”. Alcuni Paesi europei hanno fatto i conti già da anni. Il fenomeno migratorio in Italia è venuto in seguito, e così la seconda generazione. In questi giorni, a fronte del saccheggio di negozi che vendono marche del lusso, alcuni hanno raccontato il disagio che questi ragazzi vivono, la frustrazione nel doversi misurare con i compagni che hanno molto più di loro.
Ho trovato poco produttivi alcuni dibattiti in cui politici e opinionisti si schieravano fra la giustificazione e la condanna. La violenza va condannata, senza se e senza ma. I nostri giovani hanno bisogno di adulti che, in modo coraggioso e forte, sappiano schierarsi dalla parte giusta per indicare loro la strada. Inoltre occorre anche ritornare a parlare ai giovani di doveri. Non ci sono diritti senza doveri.
Ritorniamo a dire loro che la vita è difficile e che domanda impegno, studio, sacrificio, resilienza, senso del reale. I loro genitori hanno fatto e fanno mille sacrifici. Noi abbiamo tradito questi giovani, togliendo loro le difficoltà, raccontandogli un mondo che non esiste fatto di successo facile, complici alcuni programmi televisivi; abbiamo fatto credere che tutto è dovuto, anche senza lavorare, complici alcune politiche assistenzialistiche.
Insomma, abbiamo abbassato l’asticella delle nostre aspettative, abbiamo chiesto sempre di meno. Ora la scuola, grazie alle attuali riforme, è tornata a parlare di disciplina, comportamento, rendimento, conoscenze, nonostante le critiche. Insomma occorrono azioni congiunte e diverse: al decreto ultimo che punta su una dimensione securitaria, si affianca una scuola che ritorna a formare con rigore, una famiglia che ritorna a dire dei no, sapendoli spiegare.
Per anni i meridionali hanno vissuto l’onta di essere considerati ladri, mafiosi, non si affittavano loro le case a Milano perché inaffidabili e troppo rumorosi, una certa classe politica li etichettava. Bene, io sono meridionale e non ho mai sentito la mia famiglia sentirsi in diritto di sfasciare, rubare, distruggere per avere ciò che non le spettava o gridare al razzismo e sentirsi in diritto di andare in giro con un coltello. Io ho visto la fierezza dei meridionali perbene che si sono smarcati da quel giudizio, studiando, lavorando sodo, occupando i posti alla guida del paese e delle Istituzioni.
Ora l’Italia, forse a differenza di altri Paesi, ha una marcia in più, può rispolverare quelle buone prassi che le hanno consentito di risolvere la questione meridionale, integrando e riscattando con un processo che coinvolgeva istituzioni, politica, giornali, scuole, famiglie e cittadini e così gestire con intelligenza anche il disagio di questi ragazzi. Per quanto può servire, a me ha aiutato l’insegnamento dei miei genitori, con lo studio e il lavoro sodo ci si può riscattare, sapendo che non tutto ciò che si desidera è un dovere degli altri dartelo e un tuo diritto pretenderlo. Ora è il tempo per ognuno di fare la propria parte, a livello di singoli e di Istituzioni. Buon lavoro a tutti!
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