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Anche in Spagna la sinistra fa fatica a stare insieme: come si stanno organizzando i partiti alleati di Sànchez per il (difficile) voto di novembre

23 October 2026 at 07:04

Il Frente Amplio che prova a riunire la sinistra spagnola alla sinistra dei socialisti, ha perso una delle sue figure più riconoscibili tre giorni dopo la presentazione. Martedì la ministra della Salute Mónica García, medico anestesista e leader di Más Madrid (la forza progressista della capitale), ha annunciato che non sarà candidata alle elezioni del 29 novembre. Il posto di numero due nella lista di Madrid andrà a una compagna di partito, la deputata Tesh Sidi, mentre lei si concentrerà sulle regionali di Madrid di maggio 2027, dove vuole togliere la presidenza della Comunità a Isabel Díaz Ayuso, la leader dei popolari (PP, centrodestra) che governa la regione.

La spiegazione ufficiale è una “profonda riflessione” e la volontà di mettere “il bene comune” prima dell’interesse personale. Il capolista di Madrid Emilio Delgado (vicecapogruppo di Más Madrid nell’Assemblea regionale) ha assicurato che García “starà dove vuole stare” e che avrà il suo sostegno. Perché una scelta così, a poche settimane dal voto? I motivi reali non li ha spiegati nessuno, ma le letture possibili sono due. La prima è che García preferisca preservare il proprio capitale politico per la sfida con Ayuso, evitando di legare il suo nome a un risultato che i sondaggi descrivono molto difficile: Sigma Dos, uno dei principali istituti privati, stima che il cartello perderebbe seggi anche a Madrid rispetto al 2023. La seconda, sostenuta soprattutto dai media di destra come Libertad Digital, è che sia stata scavalcata da Ada Colau, l’ex sindaca di Barcellona, diventata la candidata di tutta la coalizione.

Sabato scorso, in un auditorium all’aperto sulle rive del Manzanares (il fiume di Madrid), il Frente Amplio aveva aperto la sua campagna elettorale. Sul palco sette volti, alle spalle un grande striscione rosso e giallo. Doveva essere la fotografia dell’unità, ma lo scatto più eloquente era quello di chi non c’era. Il giorno prima, scaduti i termini per registrare le coalizioni, l’accordo con Podemos era definitivamente saltato.

Anche in Spagna la sinistra fa fatica a stare insieme: ecco perché

Il Frente Amplio riunisce quattro sigle. C’è Sumar, la piattaforma dell’ex vicepremier Yolanda Díaz, che fino a oggi ha governato con il Psoe (i socialisti del premier Pedro Sánchez). C’è Izquierda Unida, erede dei comunisti spagnoli. C’è Más Madrid, forza ecologista e progressista della capitale, nata in parte da una scissione di Podemos. E ci sono i Comuns, la formazione barcellonese di Ada Colau, oggi leader dell’intera coalizione e capolista a Barcellona.

Dall’altra parte c’è Podemos, il partito nato dagli indignados del 2014 e oggi molto ridimensionato, guidato da Ione Belarra e con Irene Montero, ex ministra dell’Uguaglianza ed eurodeputata, come candidata. Poi c’è Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), la sinistra indipendentista catalana, il cui volto più noto a Madrid è Gabriel Rufián, portavoce del partito al Congresso.

Fu proprio Rufián a lanciare l’idea di un fronte ampio, capace di rimettere insieme ciò che Sumar aveva lasciato in frantumi. Per mesi è stato il principale promotore del progetto, che sulla carta sembrava interessante, soprattutto considerando le frizioni tra i partiti alla sinistra del Psoe. Poi la svolta: lui e Montero hanno aperto un canale diretto tra Erc e i viola. Da lì le trattative con il Frente Amplio non sono più ripartite.

L’argomento più plausibile è che, quando è comparso il nome di Colau, Erc abbia deciso di sbarrare la strada a qualsiasi intesa. Il motivo è una ferita barcellonese. Nel 2019 Esquerra vinse le elezioni comunali con Ernest Maragall, ma Colau fu rieletta sindaca grazie ai voti della destra di Manuel Valls (ex premier francese, candidato a Barcellona), con l’obiettivo dichiarato di impedire agli indipendentisti di governare la città. Per Erc non è mai stata archiviata. Rufián, che parla di una “telenovela nefasta” e ammette il proprio fallimento, ha scelto il suo campo: sarà capolista di Erc in Catalogna, con Podemos come unico alleato. L’intesa è ormai operativa. Podemos non si presenta in Catalogna e sostiene Erc, che inserisce alcuni esponenti viola come indipendenti nelle sue liste. Rufián e Montero faranno campagna insieme in tutta la Spagna: il primo appuntamento è sabato 24 a Barcellona, nel quartiere popolare di Nou Barris, con lo slogan “Casa, Vida, Futur“.

Poche ore prima della scadenza il Frente Amplio ha messo nero su bianco l’ultima proposta: un capolista a Madrid e uno in Catalogna per Podemos, la portavoce al Congresso, risorse divise in modo equo. Diario Red, il media diretto dal fondatore di Podemos Pablo Iglesias, l’ha liquidata come una “trappola“, perché un seggio catalano ai viola avrebbe imposto di rompere con Erc. In cambio Podemos chiedeva a Izquierda Unida di fare un passo indietro nelle province più a rischio, ma i dirigenti territoriali hanno chiuso la porta, come aveva già annunciato il coordinatore Antonio Maíllo: niente accordi a pezzi. Montero e Belarra hanno poi sostenuto che le divergenze erano politiche e non di poltrone, rimproverando al Frente Amplio la vicinanza al Psoe. Un riferimento alla lista comune che le due forze presenteranno al Senato, con il nome “Senado de Progreso“.

Dal palco di Manzanares, Colau ha chiuso la questione: “Se qualcuno non vuole sedersi a un tavolo, non si può obbligarlo”. Poi ha ringraziato le 15 organizzazioni della coalizione e assicurato di aver dato “tutto”. Delgado ha scelto l’ironia: basta drammi, non siamo qui per contarci le ferite.

Perché Podemos non ha voluto l’accordo? La risposta più convincente guarda oltre il 29 novembre. I sondaggi sembrano anticipare un governo di PP e Vox (la destra radicale di Santiago Abascal), e Podemos sembra già posizionarsi sui quattro anni successivi. Presentarsi da sola, con una campagna centrata sulla critica al governo uscente, significa farsi trovare pronta a raccogliere la mobilitazione che un governo di destra produrrà quasi da sé. Il prezzo lo pagherà l’intera sinistra. L’unità si è fatta solo dove esiste un terzo attore forte. Nel País Valencià, storicamente terra di destra, Compromís (la sinistra valenciana), Podemos, Izquierda Unida ed Esquerra Republicana hanno firmato una lista unica, “Compromís-Front Valencià”, a poche ore dal limite. Alle Canarie nasce Unidad del Pueblo Canario, con Podemos; in Aragona, CHA-Frente Amplio, senza Podemos.

Cosa dicono i sondaggi: com’è messa la sinistra

Il Congresso ha 350 seggi e la maggioranza assoluta è a 176. La media degli otto principali sondaggi privati di ottobre dà il Pp al 31,9%, il Psoe al 26,5% e Vox al 18,7%: PP e Vox sommati sono in media a 201 seggi e superano la maggioranza in tutte le rilevazioni. Fa eccezione il Cis, l’istituto statistico pubblico, che a inizio ottobre (prima della rottura tra Frente Amplio e Podemos) vedeva il Psoe al 34%, il Pp al 22,2% e Vox al 17,1%.

Per la sinistra radicale le stime sono più basse di quelle che l’accordo avrebbe potuto produrre. Il Cis attribuisce al Frente Amplio il 6,1% e a Podemos il 3,1%. Sigma Dos per El Mundo lo dà al 7,2%, con 9-10 seggi: tra Frente Amplio, Podemos e alleanza valenciana si arriverebbe a 13 seggi, contro i 31 che Sumar aveva ottenuto nel 2023. Nei vari istituti l’area oscilla tra 5 e 17 seggi.

Programmi e fragilità degli alleati a sinistra di Sànchez

Sommati, Frente Amplio e Podemos metterebbero insieme il 9,2% secondo l’istituto Cis, ma divisi restano entrambi sotto soglia in gran parte delle province. La Spagna non vota in un collegio unico: sono 52 elezioni provinciali, con il sistema d’Hondt (proporzionale, ma che premia chi arriva primo). Nel 2023 il seggio più economico di Sumar costò il 9,6% (a Murcia). Dove il collegio è piccolo l’effetto diventa paradossale: a Girona, Lleida e Tarragona, con 6, 4 e 6 seggi, solo i socialisti o Erc hanno speranze realistiche di ottenerne uno a sinistra. Ogni voto dato al Frente Amplio o a Podemos non produce deputati e finisce per favorire i partiti più forti, destra compresa. E superare il 10% non basta: in Navarra e nell’Araba (Álava, nei Paesi Baschi), con oltre il 12% nel 2023, non è scattato nessun seggio. Una coalizione nata per essere «ampia» si presenta, in questo momento, come una forza di nicchia.

Il discorso del Frente Amplio punta tutto sulla casa. Colau ha ricordato il suo passato da attivista contro gli sfratti e da sindaca, rivendicando più di 1.600 abitazioni espropriate e oltre mille costruite in cessione d’uso, e ha chiesto più coraggio al Psoe. L’ex ministro Ernest Urtasun ha evocato il governo di PP e Vox come una copia del “programma della motosega” di Javier Milei, il presidente argentino. L’ex ministro Pablo Bustinduy ha promesso lo stop agli affitti turistici. A convincere dovrà essere quel 21,8% di ex elettori di Sumar che a inizio ottobre non aveva ancora deciso, mentre sullo sfondo cresce il richiamo del voto utile al Psoe. Con l’addio di García e la campagna parallela di Montero e Rufián, il Frente Amplio ha poco tempo per dimostrare di essere qualcosa di più di una somma di sigle.

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Ceci, trippa e sidra, a Oviedo dove la pace si fa a tavola

22 October 2026 at 03:45

Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Oppure: sedetevi a tavola col nemico, davanti a un piatto di ceci, a uno di trippa, il tutto annaffiato da una buona dose di sidra. È la filosofia di vita che ispira il Menu della Pace, servito nei ristoranti e nelle sidrerie di Oviedo nei giorni che accompagnano il Desarme, la più antica festa gastronomica di Spagna. 

L’origine è lontana nel tempo, la battaglia di Oviedo del 19 ottobre 1836, con la vittoria della milizia locale fedele alla regina Isabella II sulle truppe carliste (dal nome dell’infante Carlo di Borbone). Per festeggiare venne organizzato un grande pranzo comunitario non solo per i soldati e la popolazione vittoriosa, ma anche per i nemici fatti prigionieri. La storia, come spesso accade, si intreccia con le leggende popolari e la più celebre racconta, invece, che la città accolse le truppe carliste affamate con una gigantesca comilona a base di ceci: un pasto così pesante da farli appisolare, permettendo al popolo di rubare le loro armi, senza spargere una goccia di sangue. Da qui il nome disarmo. 

Comunque sia andata, e con il passare del tempo, un tragico evento storico si è fatto eredità culturale, momento di convivialità, legandosi alla tradizione culinaria delle Asturie. Fino al 25 ottobre ci si può sedere a tavola e ordinare in decine di locali il Menù del Desarme (o de la Paz): ceci con baccalà e spinaci (garbanzos con bacalao y espinacas); trippa alla moda di Oviedo, cioè con piedini di maiale, pancetta e patate fritte (callos a la asturiana); riso al latte (arroz con leche). 

Lo stendardo del Desarme caratterizza le strade di Oviedo nel mese di ottobre

La spinta decisiva a quella che dall’anno scorso è Festa di interesse turistico nazionale, si deve a Miguel Ángel de Dios, sessantunenne a capo della Cofradía del Desarme (Confraternita del Disarmo), nata nel 2012 per preservare il menù tradizionale. «All’inizio eravamo sette – racconta De Dios, hostelero del Bodegón de Teatinos, un ristorante dove la madre già nel 1955 vendeva vino sfuso -. Oggi siamo in duecentoquaranta. Il menu veniva consumato solo il 19 ottobre, adesso è disponibile per dieci giorni e puntiamo a superare gli ottantamila pasti. A Oviedo, direi, abbiamo imparato che la pace si costruisce lentamente e che davanti a un buon piatto tutte le differenze si annullano». Non a caso il cavaliere effigiato nello stendardo della confraternita, esposto ovunque in città, impugna un cucchiaio al posto della spada.

La gastronomia locale non è solo quella del menu, ma rimane strettamente tradizionale, lascito di un’economia di sussistenza, della necessità antica e contadina di non sprecare nulla. La fabada, per esempio, il piatto più famoso cucinato a fuoco lento, e mangiato con più gusto il giorno dopo, mischiando le fabas (i pregiati fagioli bianchi asturiani) al compango, cioè chorizo, sanguinaccio affumicato e pancetta. Oppure tra i dolci, i frixuelos (simili alle crepes e tipici del Carnevale) e i carbayones, a base di pasta sfoglia, crema di mandorla, tuorlo d’uovo, creati negli anni Venti del secolo scorso da Camilo de Blas e subito entrati nella tradizione pasticcera del nord della Spagna. 

Da El Fartuquin (fartucu in lingua asturiana è chi ha mangiato e bevuto a sazietà) il piatto della casa è il pote. «Uno stufato di fagioli ancora più antico della fabada – dice il proprietario José Luis Suárez -, da cui si distingue per l’aggiunta delle patate e delle berzas, una varietà di cavolo nero». Suárez è un altro confratello del Desarme, i suoi genitori avevano una storica Cantina in Plaza del Fontán e oggi gestisce El Fartuquin con la moglie Mary Fernández, la figlia Seila e il genero Iván. Mary è nella ristorazione da quando aveva quindici anni ed è tra le animatrici più convinte de Le Guisanderas: un club di quaranta cuoche con almeno dieci anni di esperienza che promuove «il lavoro delle donne in cucina, con la C maiuscola» e si prefigge l’obiettivo di tramandare le ricette autentiche con l’utilizzo di prodotti locali e tecniche tradizionali. 

Le mele conferite alla sidreria Trabanco per la produzione del sidro

Nel locale di Mary e José si serve la sidra accompagnata dalle tortos de mais o con una selezione degli ottanta tipi di formaggio asturiani, ma quella della bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione delle mele è da queste parti una vera e propria cultura, tanto da aver ottenuto due anni fa dall’Unesco lo status di Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. A Nava nello stabilimento di Viuda de Angelón se ne producono un milione e mezzo di bottiglie all’anno, oltre quattro milioni in quello di Trabanco a Gijón (la seconda città del Principato delle Asturie).

Un processo che comincia tra settembre e ottobre con il conferimento del frutto per concludersi a marzo con l’imbottigliamento. Le mele devono essere delle settantasei varietà prodotte nella regione per ottenere la Dop e ne servono due chili ogni litro di sidra naturale. «Noi ne utilizziamo solo quarantotto tipi – spiega Lia Martinez Castro della sidreria Trabanco -, il mosto di mele fermenta in botti di castagno di sessant’anni per due, tre mesi e poi viene mescolato con la tecnica del trasiego per giungere a un prodotto omogeneo in acidità e grado alcolico». Oltre al sidro naturale si producono il filtrato e lo spumantizzato, mentre prendono piede versioni più esotiche e di nicchia come la sidra de hielo (ispirata ai vini di ghiaccio tedeschi), in pratica un passito che raggiunge i dodici gradi contro i sei di quello naturale, ma resta una produzione in gran parte semi-artigianale, connessa intimamente alla tradizione rurale e a una economia circolare ante-litteram. «La selezione delle mele è fatta a mano – spiega ancora Lia Martinez Castro -, ma quelle scartate tornano agli allevatori per alimentare le mucche che con i loro escrementi concimeranno i meleti». 

A Oviedo le sidrerie sono ovunque. Gli abitanti sorseggiano a ogni ora del giorno, mescolandosi ai visitatori che in questo periodo sono attratti (oltre che dal Desarme) dal Premio Principessa delle Asturie, uno degli appuntamenti culturali più attesi di Spagna con la presenza dei reali alla consegna dei riconoscimenti, ma anche ai pellegrini che per gran parte dell’anno scelgono di raggiungere Santiago di Compostela attraverso il Cammino di Salvador o di percorrere il tratto più ostico, quello del Cammino Primitivo.

Bere la sidra è di per sé un rituale che si ripete di continuo, viene chiamato escanciado: è necessario portare la bottiglia in alto, sopra la testa e col braccio ben teso, per poi colpire il bordo del bicchiere tenuto alla vita con il getto. Solo così la sidra versata si ossigena al punto giusto, per poi berla entro pochi secondi. Ogni anno un concorso premia il miglior escanciador de sidra. L’ultimo è Salvador Ondó, e a suo modo anche lui è un simbolo di pace. Ha quarantatrè anni ed è arrivato dalla Guinea Equatoriale quando ne aveva tredici. 

L’escanciado in una sidreria di Oviedo

 

 

 

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Dove nasce la crisi della casa in Spagna

12 October 2026 at 10:09

La crisi della casa ha fatto cadere il governo spagnolo e portato il paese al voto. Ma il problema nasce a monte: la popolazione cresce più rapidamente dello stock abitativo. La risposta non è nei tetti agli affitti, ma in un aumento dell’offerta.

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Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

7 August 2026 at 09:16

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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