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Il propagandista italiano che riscrive la strage di Mariupol

20 October 2026 at 03:45

Mariupol Ucraina

La parola «bambini» era stata dipinta in grandi lettere bianche sul piazzale del teatro di Mariupol. Il 16 marzo 2022, durante l’assedio russo alla città, un’esplosione sventrò l’edificio dove centinaia di civili si erano rifugiati. L’inchiesta dell’Associated Press, “20 Days in Mariupol”, ha contato circa seicento morti. Quattro anni dopo, sul palco del teatro ricostruito e ancora sotto il controllo russo, un documentario prova a capovolgere la storia: non sarebbe stata Mosca a colpire, ma l’esercito ucraino.

Il film si intitola “Witnesses” e lo ha girato Vittorio Nicola Rangeloni, giornalista italiano che da anni alza il volume della propaganda del Cremlino. Intervista persone che accusano il battaglione Azov impegnato nella difesa della città, altri sostengono che gli ucraini avevano nascosto esplosivi sotto il palco e li hanno fatti detonare per attribuire la strage ai russi. «Questo è stato un attacco premeditato compiuto da soldati ucraini», dice Rangeloni, definendolo una provocazione destinata a screditare Mosca. Ma non c’è uno straccio di prova in grado di sostenere l’accusa.

D’altronde, le indagini indipendenti raccontano altro. Amnesty International ha concluso che il teatro fu probabilmente distrutto da due bombe da circa cinquecento chili sganciate da aerei russi. Secondo l’Associated Press, nessuno dei presenti ha detto di aver visto militari ucraini nell’edificio. Anche Gareth Collett, ex responsabile britannico degli artificieri militari, ha giudicato i danni compatibili con una grossa munizione sganciata dall’aviazione russa.

In “Witnesses” una strage documentata si trasforma in un episodio fuori dalla logica, in cui si ribalta il rapporto tra aggressore e vittima. Il New York Times dice che il documentario ha già superato le seicentomila visualizzazioni. Il teatro, demolito alla fine del 2022 e poi ricostruito, è stato riaperto nel dicembre 2025. Per Mosca è il simbolo della rinascita dei territori occupati: sul palco restaurato, la propaganda mette in scena anche la propria versione del passato.

Rangeloni è nato a Lecco nel 1991, da padre italiano e madre ucraina russofona – come in molti casi per le persone nate durante l’occupazione sovietica dell’Ucraina. Nel 2014 si trovava a Kyjiv durante le proteste di Euromaidan, che ha descritto come «un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente» (ma non si capisce per quale ragione). L’anno successivo è andato nei territori di Donetsk e Luhansk controllati dalle milizie filorusse. Da allora si è presentato come reporter indipendente, raccontando il conflitto quasi esclusivamente dalla prospettiva russa: un assist al Cremlino dietro l’altro.

Nel 2016 ha fondato LNR Today-Italia, un’agenzia informativa legata alle autorità separatiste che dichiarava di voler combattere una «guerra dell’informazione» contro il governo e l’esercito ucraini. Ha stretto rapporti con le amministrazioni autoproclamate del Donbas – non riconosciute da nessuno a livello internazionale, se non Russia e Corea del Nord – e ha ottenuto la cittadinanza russa. Nel 2023 ha girato “Vopreki”, un documentario realizzato seguendo la brigata paramilitare filorussa Pyatnashka, associata a episodi di tortura di civili ucraini e prigionieri di guerra. Per lui l’invasione su vasta scala dell’Ucraina iniziata nel 2022 è una «guerra di liberazione».

Reporters Without Borders (Rsf) lo descrive come un propagandista che imita il giornalismo per diffondere la linea del Cremlino. L’organizzazione internazionale riferisce che dal 2019 è oggetto di un’indagine della magistratura ucraina per partecipazione a gruppi armati illegali: un’accusa, non una condanna. Mentre il Telegraph aggiunge che Rangeloni ha parlato dell’apertura di un procedimento italiano dopo una denuncia dell’ambasciata ucraina, senza fornire ulteriori dettagli.

La sua traiettoria non si è fermata in Ucraina. Nel 2024 è passato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per lavorare con African Initiative, agenzia di propaganda russa fondata a Mosca nel 2023 e finanziata da Viktor Lukovenko, già attivo nella rete di propaganda che era legata a Evgenij Prigožin (ex leader del gruppo Wagner). Ha seguito manifestazioni antiamericane e intervistato il ministro della Difesa burkinabè, mentre altri giornalisti venivano repressi o espulsi. Per Jeanne Cavelier, responsabile di Rsf per l’Europa orientale e l’Asia centrale, il suo lavoro serve a giustificare la guerra russa in Ucraina e a promuovere Mosca nel Sahel.

Il metodo è sempre lo stesso, cambia solo lo scenario: usa la parvenza di metodi e strumenti del giornalismo per propagandare una narrazione politica, con testimonianze selezionate per confermare una tesi già decisa.

Quando è stato contattato dai giornalisti del New York Times, Rangeloni ha difeso il documentario così: «Ho guardato negli occhi le persone che erano lì quel giorno. Non ho motivo di non credere a queste persone». Ma in questo modo la fiducia personale nei testimoni prende il posto di verifiche indipendenti e prove materiali, rendendo le stesse dichiarazioni dei testimoni poco credibili).

La parte peggiore di questa storia è che mentre il teatro viene usato per riscrivere una strage brutale, la vita quotidiana a Mariupol parla di una ricostruzione assai meno trionfale. Un articolo del Kyiv Independent spiega che in città persistono gravi carenze idriche, l’inesistente raccolta dei rifiuti, la carenza di risorse e personale per qualunque altro servizio essenziale. L’assenza di medici, ad esempio, rende impossibile far funzionare i centri diagnostici appena costruiti. Petro Andriushchenko, ex consigliere del sindaco di Mariupol e responsabile del Center for the Study of the Occupation, ha detto al Kyiv Independent: «Hanno costruito diversi enormi centri diagnostici a Mariupol, e ne stanno costruendo altri, ma sono lì, vuoti. Non c’è nessuno che ci lavori». Andriushchenko denuncia il collasso del sistema sanitario e la mancanza di personale disposto a trasferirsi in una città vicina al fronte.

È lo stesso Andriushchenko che, parlando al Telegraph di “Witnesses”, ha avvertito che Mosca prepara gli argomenti che qualcuno potrebbe usare domani per giustificare o attenuare l’aggressione russa. A Mariupol oggi convivono una città reale, segnata dalla distruzione e dall’occupazione, e una città di finzione, quella della narrazione del Cremlino, trasformata nel simbolo di una liberazione che cancella le responsabilità di chi l’ha bombardata.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

17 October 2026 at 03:45

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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La podcaster americana che sogna una sinistra uguale e contraria al trumpismo

16 October 2026 at 03:45

Jennifer Welch

All’inizio Jennifer Welch parlava solo di seccature quotidiane e di tutte quelle piccinerie da dare in pasto al pubblico annoiato sul divano. Un giorno era un gender reveal party, un altro il galateo su Instagram, altre volte i bambini maleducati. Si era ritagliata un ruolo in quel frammento di rumore mediatico che pretende di dire alla gente da che parte sta il buon senso. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca e le ha offerto un bersaglio più grosso. Anzi due: Welch insulta il presidente un giorno sì e l’altro pure, poi si gira dall’altra parte e tratta allo stesso modo i democratici che non lo combattono come vorrebbe.

Durante una puntata del suo podcast “I’ve Had It” reagisce a una dichiarazione del Segretario di Stato Marco Rubio sulle sanzioni contro la Corte penale internazionale cominciando dall’aspetto fisico. «Sembra invecchiato di venticinque anni, ecco che effetto deve fare essere Maga e commettere crimini di guerra». Poi aggiunge che Trump ha la maturità di una cheerleader dodicenne che non è riuscita a entrare nella squadra della scuola.

In un’intervista con Don Lemon definisce il vicepresidente J.D. Vance «la miglior prostituta del Paese», accusandolo di essersi lasciato trasformare in un prodotto politico dal miliardario Peter Thiel. È la sua cifra stilistica. Welch attacca da sinistra repubblicani e democratici, ma lo fa con i metodi del trumpismo. Cioè vocabolario da spogliatoio del calcetto e attacchi sul personale, attingendo a piene mani al torbido della conversazione pubblica. Una miscela di populismo e trivialità. È la versione più esasperata del woke estremo – quello che perfino Alexandria Ocasio-Cortez ha cercato di mettersi alle spalle.

“I’ve Had It” va in onda dal 2022, co-condotto da Welch con l’amica Angie Sullivan. Le due hanno raccolto milioni di follower sulle piattaforme e più di un milione di iscritti su YouTube. Gli ascoltatori sono cresciuti talmente tanto da diventare una tappa quasi obbligata per i personaggi della sinistra americana. Negli anni sono passati al microfono Barack Obama, Kamala Harris, Bernie Sanders, Zohran Mamdani.

A gennaio, intervistata da David Remnick del New Yorker, Welch ha definito la sua filosofia «dark woke», una specie di magia nera applicata alla sinistra radicale – o il contrario. La giustizia sociale come stella polare, la volgarità becera come vascello. Tutto è pensato per diventare un pezzettino virale sui social. Persino i titoli dei contenuti che posta su YouTube – principalmente spezzoni di “I’ve Had It” – sono portati all’estremo, con aggettivi roboanti in caps lock e anteprime appariscenti. «Devi sapere contro chi ti stai battendo, e devi essere spregiudicato», ha detto.

L’idea è di combattere il trumpismo con le sue stesse armi, una ricetta semplice e spietata. Se il woke tradizionale è diventato un sistema di sorveglianza morale, una disciplina dell’eloquio, il dark woke vuole conservare gli obiettivi progressisti liberandosi di ogni riguardo formale.

È un declivio pericoloso da intraprendere. E Welch ci si è tuffata di testa. Con Trump dice di non condividere nulla, ma considera il suo modo di parlare un modello di comunicazione che la politica democratica dovrebbe avere il coraggio di adottare.

Nelle biografia di Welch ci sono tutti gli elementi che l’hanno portata fin qui. È nata a Dallas, ma è cresciuta a Oklahoma City, con due genitori atei e progressisti nel cuore della Bible Belt. Intorno a lei una cultura evangelica in cui religione e identità politica spesso si sovrappongono. La distanza fra la famiglia e il mondo che la circondava ha alimentato il suo antagonismo.

Prima faceva l’interior designer e aveva successo. In tv è arrivata alla ribalta con “Sweet Home Oklahoma”, un reality dell’emittente Bravo che seguiva la sua attività e la vita di un gruppo di amiche benestanti. Il programma è stato cancellato nel 2018, dopo due stagioni.

“I’ve Had It” è nato poco dopo, senza troppe ambizioni. Welch e Sullivan hanno un’amicizia ventennale e volevano solo parlare alle persone che avevano seguito il reality, soprattutto donne della loro generazione. Già il titolo è una specie di manifesto: ne ho abbastanza. Conteneva il germe della protesta.

La virata sulla politica ha avuto diversi ostacoli, soprattutto da parte del network (PodcastOne ha acquistato i diritti del programma nel 2023) che avrebbe preferito contenuti meno divisivi. Ma il dibattito pubblico americano era incendiato da anni, il trumpismo aveva avvelenato i pozzi: più Welch e Sullivan alzavano il livello dello scontro, più gli ascolti crescevano.

Sul Washington Post, la giornalista Rachel Monroe ha descritto le due conduttrici come una coppia che difficilmente i democratici avrebbero immaginato di reclutare per trovare nuovi messaggeri: due cinquantenni dell’Oklahoma, con accento del Sud, modi bruschi e un aspetto che Welch definisce «Fox News-coded», cioè codificato sui parametri di Fox News, la tv più vicina a Trump. Monroe ricostruisce anche un momento in cui le due si sono accorte di essere arrivate molto più lontano di quanto immaginassero: il figlio di Welch le segnalò che Hasan Piker, lo streamer di sinistra seguito soprattutto da un pubblico giovane e maschile, aveva elogiato il loro programma definendolo «il podcast progressista più radicale del Nord America, il quartier generale della vera resistenza». Poi Piker è diventato un ospite ricorrente, nel più prevedibile dei crossover.

Nel 2016 Welch aveva votato Hillary Clinton contro Bernie Sanders, una scelta che in seguito avrebbe considerato un errore. Nel 2024 aveva sostenuto Kamala Harris, ma già dubitava della scelta di spostarsi verso il centro. La sconfitta elettorale ha accelerato la sua rottura con le posizioni maggioritarie del partito.

Trump resta il nemico principale, ma Welch attacca anche Chuck Schumer, che chiama «Chuckles», Hakeem Jeffries, Rahm Emanuel e tutti i democratici non estremisti. Un anno fa il senatore democratico Cory Booker si era fatto intervistare da Welch e Sullivan, che lo hanno incalzato perché definisse Benjamin Netanyahu un criminale di guerra. Booker ha contestato la formulazione della domanda; Welch ha giudicato evasiva la risposta, leggendola come l’emblema di un partito che sacrifica i propri principi alle alleanze e agli interessi politici.

James Kirchick sull’Atlantic le contesta proprio questo modo di argomentare, con accuse gravissime senza un adeguato approfondimento, in cui alla fine il suo avversario del momento emerge sempre come quello mosso da intenzioni maligne.

Il 6 ottobre Welch ha pubblicato il libro “Not Today, Fascists”, in cui ha riversato tutta la sua insofferenza. Le prime recensioni insistono sul linguaggio aggressivo, ma gli obiettivi che elenca sono concreti, come se fosse un programma politico: salari più alti, assistenza sanitaria accessibile, infrastrutture migliori, un sistema di protezione sociale più robusto e meno influenza delle aziende sulla politica. Vorrebbe una rivolta interna al Partito Democratico, con la sostituzione dei suoi vertici parlamentari e una profonda ristrutturazione della Corte Suprema a colpi di impeachment contro i giudici più conservatori. «L’unico modo per uscirne è la rivoluzione», dice. Non è un appello alla violenza, è più un rifiuto del gradualismo e della deferenza verso le istituzioni; rigetta anche l’idea che, una volta sconfitto Trump, si debba semplicemente tornare allo status quo ante. Sa che questo approccio può allontanare gli elettori, ma in fondo non è candidata per un seggio (almeno non ancora) e non ha intenzione di comportarsi come se dovesse piacere a tutti.

Il dark woke è tutto qui. Una sinistra che vuole combattere l’autoritarismo senza preoccuparsi di apparire gentile, che rivendica la giustizia sociale ma considera l’umiliazione dell’avversario un’arma legittima. Jennifer Welch ha capito che la rabbia può cementare una comunità, può diventare perfino un programma politico. Resta da vedere se possa diventare anche una strategia per governare, dal momento che Trump non sta andando granché bene. Per ora, quella che aveva cominciato dicendo di averne abbastanza delle piccole seccature quotidiane sembra averne abbastanza anche dell’obbligo di essere educata e composta mentre distribuisce patenti di democraticità. Con milioni di persone disposte ad ascoltarla mentre manda tutti al diavolo.

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La pianista filo Putin a Cagliari, e il necessario esame di coscienza delle istituzioni

13 October 2026 at 03:45

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Le note sono quelle Chopin, le mani della pianista Valentina Lisitsa, star della musica classica con oltre un milione di ascoltatori mensili su Spotify e centinaia di milioni di visualizzazioni su YouTube. Lisitsa si è esibita domenica a Cagliari, nell’Auditorium del Conservatorio, per la rassegna “Itinerari Musicali dell’Identità”. Ma i “Notturni” e “Fantaisie-Impromptu” sono passati in secondo piano. Lisitsa è nata in Ucrana, a Kyjiv, eppure si è schierata pubblicamente la Russia nella guerra contro il suo Paese. Nel 2021 ha ricevuto da Denis Pushilin, leader della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, il passaporto di quel territorio che appartiene all’Ucraina e su cui il Cremlino vuole allungare la sua sovranità – un documento riconosciuto solo da Russia e Corea del Nord, appunto. Da quel momento, parole sue, avrebbe rappresentato la Repubblica del Donetsk sulla scena internazionale. A maggio 2022 si è esibita a Mariupol dopo la conquista della città da parte dell’invasore russo, in una performance letta come un gesto di sostegno alla narrazione del Cremlino sulla «liberazione» del Donbas.

Giulio Biddau, pianista e docente al Conservatorio di Cagliari, ha contestato l’invito con una lettera alle istituzioni locali. «Qui non si parla di censura. Si parla di una scelta e di un atto politico», dice a Linkiesta. Biddau non mette in discussione il valore musicale di Lisitsa. Contesta però la decisione di ospitarla senza discutere le sue posizioni sulla guerra, tanto più quando sono coinvolte istituzioni pubbliche. «Il problema è invitare un’artista che ha una posizione così forte sull’Ucraina e farlo passare come se niente fosse», aggiunge.

Nell’intervista pubblicata dall’Unione Sarda, Lisitsa si è lamentata del fatto che alcuni suoi concerti siano stati annullati a causa delle sue posizioni politiche. Ha detto che chi entra in sala dovrebbe lasciare fuori «le proprie opinioni, i propri pregiudizi e le proprie fobie». La musica, dice la pianista, è un patrimonio comune che unisce gli esseri umani. Ma le dichiarazioni pubbliche di un’artista non si cancellano quando sale sul palco. Le figure pubbliche contribuiscono a dare visibilità alle cause che sostengono: in questo caso, a un regime autoritario. Da qui la contraddizione che Biddau vede nella richiesta di Lisitsa di separare la musica dalla politica dopo aver usato la sua notorietà per sostenere una causa politica: «Non capisco come un’artista che ha usato la sua visibilità per fare una rivendicazione possa cancellare tutto perché rivuole i concerti».

La rassegna di Cagliari è organizzata dall’associazione culturale “La Casa Rosa”, che ha ricevuto finanziamenti dal Comune e dalla Regione Sardegna. Il pianista dice di non avere elementi per definire l’invito un’operazione di propaganda di regime. Devono essere le istituzioni a valutarne il rischio: «Io non ho nessun tipo di competenza per fare un’affermazione del genere, però mi aspetto che chi ha una responsabilità politica, anche per il solo fatto di aver distribuito il denaro dei contribuenti, faccia una riflessione e un’analisi sul tema», dice Biddau, sottolineando l’amarezza per la superficialità del Conservatorio, che pure nei primi mesi della guerra si era mobilitato con concerti e iniziative di raccolta fondi per l’Ucraina. Biddau non accusa l’istituzione di simpatie filorusse o cose del genere: teme che la scelta di ospitare Lisitsa venga lasciata cadere senza discussione.

L’Italia riconosce un aggressore e un aggredito e sostiene l’Ucraina. Lo ha fatto fin dall’inizio dell’invasione, con il governo Draghi, e ha proseguito con il governo Meloni. È difficile conciliare questa linea con una presenza pubblica che sembra ignorare le posizioni della pianista. Posizioni che peraltro seguono senza profondità d’analisi la propaganda imperialista russa, annullando storia e attualità del territorio.

L’immagine di un Donbas naturalmente filorusso è una semplificazione alimentata nel tempo dalle politiche di russificazione e dalle narrazioni sovietiche e russe. All’inizio del Novecento circa il sessantacinque per cento della popolazione della regione parlava ucraino; all’inizio del Duemila la quota era scesa a circa il dieci per cento. Al referendum del 1991, inoltre, oltre l’ottanta per cento degli elettori nelle regioni di Donetsk e Luhansk votò per l’indipendenza dell’Ucraina. Prima del 2014, essere favorevoli a rapporti economici più stretti con Mosca non significava necessariamente essere contrari allo Stato ucraino. La storia del Donbas è più complessa di una contrapposizione tra una regione russa e un’Ucraina estranea – per approfondire, si può leggere il libro di Kateryna Zarembo, “Il Donbas è Ucraina” (edito da Linkiesta Books).

Biddau ha mosso la sua critica a partire dalla necessità che la vicenda non passi senza una discussione pubblica. La protesta, dice, deve partire dall’interno delle istituzioni. «Se ci giriamo tutti dall’altra parte, il rischio è che si apra un’autostrada per cose che nessuno di noi vuole. Bisogna che delle voci ci siano sempre per tenere sveglia la coscienza».

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Chi ha creato l’intelligenza artificiale non ha idea di chi potrà fermarla

10 October 2026 at 03:45

Cervello intelligenza artificiale

A settembre Jacob Coxon, un matematico britannico di ventisette anni, ha lasciato Anthropic, dove ricopriva il ruolo di capabilities researcher: lavorava cioè per rendere i modelli più potenti e autonomi. Nel comunicare le dimissioni ha scritto che non voleva più essere parte dei piani dell’azienda per gli anni successivi. Nei giorni scorsi, parlando con il New York Magazine, ha spiegato perché: guardando le capacità previste per la prossima generazione di modelli aveva pensato, molto semplicemente, di avere davvero paura del modello che Anthropic sta per addestrare.

Da mesi l’industria dell’intelligenza artificiale è al centro di un dibattito che va molto oltre la Silicon Valley. A Washington si discute se rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti, quali regole imporre alle aziende e quanto ci si possa fidare della loro capacità di controllarsi da sole. I dirigenti dei grandi laboratori si dividono tra chi chiede più prudenza e chi avverte che fermarsi significherebbe lasciare campo libero alla Cina – quindi allo sviluppo di modelli controllati dal governo di Pechino. L’opinione pubblica è forse più preoccupata dei suoi politici, e comincia a chiedere apertamente limitazioni alle nuove tecnologie.

Anche dentro le aziende che stanno costruendo questi sistemi c’è molto fermento. Alcune delle persone che hanno lavorato alla frontiera dell’intelligenza artificiale hanno iniziato a lasciare i laboratori proprio perché non si fidano più della direzione che hanno preso. Molti vanno via perché hanno visto abbastanza. Coxon è tra questi, e nelle scorse settimane è stato intervistato dal New York Magazine con altri sette ex dipendenti di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind. Le ragioni per cui se ne sono andati sono tutte diverse – il rapporto con il Pentagono, la perdita di posti di lavoro, la cultura aziendale, la convinzione che la sicurezza si possa studiare meglio fuori dai laboratori – ma nelle loro parole c’è un comune denominatore: più aumentano le capacità dei modelli, più diventa difficile per chi ci lavora mettere in discussione la direzione presa.

Per Coxon non siamo molto lontani dal momento in cui la capacità di discernimento umana diventerà obsoleta, o quasi. Oggi gli enormi modelli di Anthropic, OpenAI o Google hanno bisogno dei ricercatori umani per trovare idee e controllare i risultati, cioè per scegliere una direzione. Forse in un futuro non lontano il ricercatore dovrà semplicemente dire al modello: «Ok, fai buona ricerca», e lasciarlo lavorare. «È una situazione visceralmente spaventosa», ha detto Coxon.

Daniel Kokotajlo, che ha lasciato OpenAI nel 2024, aveva provato a cambiare le cose dall’interno. Poi ha perso fiducia nella capacità dell’azienda di autoregolarsi. «Non credo davvero che le aziende possano essere lasciate a regolarsi da sole», dice. La leadership, racconta, era molto brava ad ascoltare le critiche, dichiararsi d’accordo e poi non cambiare davvero direzione. Fuori dall’azienda, invece, parlando pubblicamente e facendo ricerca, ritiene di avere avuto più impatto.

Le aziende del settore hanno lanciato degli appelli alla regolamentazione – per paura o solo per liberarsi da alcune responsabilità morali, civili e penali – ma sono sempre annunci superficiali. Dopotutto, sono sempre società private che competono per il talento umano, la potenza di calcolo e il vantaggio sui concorrenti, proprio come tutte le società private: ogni scelta di rallentare espone alla possibilità che qualcun altro non lo faccia. E alla fine anche chi considera l’IA pericolosa ha almeno una buona ragione per continuare a svilupparla.

Anthropic è il caso più paradossale. È nata anche dalla convinzione che OpenAI stesse procedendo con troppa disinvoltura verso l’Agi (intelligenza artificiale generale, in grado di superare l’intelligenza umana). Eppure i suoi ex dipendenti la descrivono oggi una società convinta che la competizione sia inevitabile e che fermarsi significhi concedere un vantaggio alla concorrenza. Esattamente come tutte le altre. Jeff Wu, che ha lavorato sia a OpenAI sia ad Anthropic, riassume così la differenza: a OpenAI la narrazione era concentrata soprattutto sui benefici dell’AGI, mentre ad Anthropic è molto più presente quella dei rischi. Ma proprio quei rischi possono diventare una ragione per spingere ancora più forte: se OpenAI e la Cina sono irresponsabili, bisogna arrivare prima di loro.

Coxon descrive un clima di guerra in cui si parla continuamente di quello che fanno i concorrenti, della loro velocità, delle loro intenzioni. E lui ha vissuto dall’interno la quotidianità di Anthropic, cioè la società che vorrebbe sembrare moralmente più retta delle rivali. Da Dario Amodei in giù, tutti ad Anthropic si dicono sinceramente convinti che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia tpotenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritengono di dover restare tra gli attori che la sviluppano. Con un’acrobazia intellettuale che dovrebbe dar loro un’aura da santoni, o da ipocriti.

Le dimissioni dalle aziende da parte dei ricercatori sono la presa d’atto che dall’interno dei laboratori è sempre più difficile incidere sulla direzione presa. Miles Brundage, ex dirigente di OpenAI, ha fondato una nonprofit per sottoporre i laboratori a verifiche indipendenti. «Non puoi lasciare alle aziende il compito di correggere i propri compiti», dice. Le aziende hanno punti ciechi e pressioni competitive: servono dunque controlli esterni.

L’inchiesta del New York Magazine mostra il limite dell’idea che basti rendere più sicuri i modelli. L’argine andrebbe posto prima, nello stabilire chi decide quanto devono diventare potenti i modelli, e chi può decidere di fermare la corsa. Servirebbe una specie di Carta Costituzionale dell’intelligenza artificiale.

Non sappiamo se gli allarmi più estremi siano fondati. E non è impossibile che alcuni di questi ricercatori abbiano buone ragioni personali per enfatizzarli: essere tra i primi a denunciare i pericoli dell’IA è un ottimo modo per costruirsi una reputazione e trovare fuori dai laboratori nuovi incarichi e stipendi più alti. Ma per ora sappiamo che hanno denunciato ciò che hanno visto dall’interno. E forse vale la pena ascoltarli prima di scoprire se avevano ragione.

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