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Che cosa c’è nell’accordo Difesa-Università e quali aziende partecipano

22 October 2026 at 03:45

Difesa e università rafforzano la collaborazione sulla cultura della sicurezza, con il coinvolgimento delle principali aziende del settore. Il 20 ottobre, a margine del Forum «Defence Procurement: la prospettiva nazionale per una difesa europea», i ministri Guido Crosetto (Difesa) e Anna Maria Bernini (Università e ricerca) hanno firmato un manifesto d’intenti per avvicinare istituzioni, mondo accademico e industria.

Il documento, che Linkiesta ha visionato, individua tre obiettivi: proseguire lo studio del procurement per la difesa e la sicurezza, anche in collaborazione con gli altri Paesi europei; sviluppare percorsi formativi dedicati alla cultura della sicurezza; condividere le esperienze maturate per contribuire alla costruzione di una difesa europea. Non sono ancora indicati corsi, finanziamenti o scadenze: l’intesa definisce un quadro di collaborazione, senza entrare nel dettaglio delle iniziative da realizzare.

Il progetto coinvolge lo Stato Maggiore della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e il Centro alti studi per la difesa. Tra gli atenei figurano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Politecnico di Torino e la Luiss. Sul fronte industriale partecipano Leonardo, Fincantieri, Mbda, Rheinmetall, Argotec, Elt Group ed e-Geos, società di Agenzia spaziale italiana e Telespazio. Sono coinvolte anche Aiad, la federazione delle aziende italiane dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, e Navigo, realtà toscana della filiera nautica.

L’accordo si inserisce in un percorso avviato nel settembre 2025 con il primo Forum sul defence procurement e accompagnato da un volume pubblicato da Rubbettino. Il libro affronta le trasformazioni dello scenario geopolitico, le lezioni della guerra in Ucraina, le vulnerabilità energetiche e logistiche e lo sviluppo delle capacità militari nei domini convenzionali, spaziale e cyber, raccogliendo anche i contributi dei vertici di alcune delle principali aziende del settore.

La firma arriva mentre il rapporto tra ricerca civile e difesa è al centro di un confronto anche nelle università italiane. A maggio, il caso del Politecnico di Torino aveva riacceso il dibattito sulle collaborazioni accademiche con il comparto militare e sulle applicazioni delle tecnologie a duplice uso, civile e militare.

È proprio su questo terreno che il manifesto prova a intervenire, promuovendo una collaborazione più stretta tra formazione, ricerca e industria. La sfida sarà tradurre gli obiettivi dichiarati in iniziative concrete, mentre la competizione tecnologica e le esigenze di sicurezza rendono sempre più strategico il contributo delle università allo sviluppo delle capacità nazionali ed europee.

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La prossima campagna elettorale si giocherà anche sui chatbot

20 October 2026 at 03:45

La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.

A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.

I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.

Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.

La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.

I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.

Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.

Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.

Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.

Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.

VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.

La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.

Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

20 October 2026 at 03:45

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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Il governo non può usare la sicurezza come scudo per sé

19 October 2026 at 03:45

Gli scontri a Milano in occasione della manifestazione contro il caro vita di sabato 17 ottobre (LaPresse)

Le devastazioni di Milano non ammettono ambiguità. Chi aggredisce gli agenti, saccheggia i negozi e distrugge la città non esercita un diritto: commette reati e ne deve rispondere. La solidarietà alle forze dell’ordine viene prima di qualsiasi calcolo politico.

Ma proprio qui comincia il problema di Matteo Piantedosi. Di fronte alle critiche di Beppe Sala sulla gestione dell’ordine pubblico, il ministro dell’Interno ha scelto di liquidare il sindaco come esponente della «sinistra radical chic», incapace di condannare i violenti senza cercare colpe nello Stato. Una risposta muscolare, utile alla polemica ma assai meno a chi ha il compito di garantire la sicurezza.

Il punto non è stabilire chi abbia vinto il duello verbale tra il Viminale e Palazzo Marino. È capire se il dispositivo predisposto per affrontare le manifestazioni fosse adeguato e che cosa si possa fare per evitare che episodi simili si ripetano. Sono domande legittime, alle quali un ministro dell’Interno dovrebbe rispondere nel merito. Non sono un atto d’accusa contro la polizia, né un’assoluzione per chi ha devastato Milano.

Piantedosi sostiene che l’operato delle forze dell’ordine sarà valutato a posteriori. Bene: è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma se questa verifica è doverosa, non si comprende perché chi solleva il problema debba diventare bersaglio di attacchi personali. La fermezza non consiste nel respingere ogni obiezione; consiste nel dimostrare che le istituzioni sanno affrontarla senza perdere autorevolezza.

C’è una differenza sostanziale tra difendere le forze dell’ordine e usare le forze dell’ordine per difendere il governo. Nel primo caso si tutelano le istituzioni; nel secondo si rischia di trasformarle in un argomento di propaganda, come se discutere le scelte del ministero significasse schierarsi dalla parte dei teppisti. È una confusione che non giova né agli agenti né alla sicurezza dei cittadini.

Chi governa ha una responsabilità che va oltre la condanna, pur necessaria, dei disordini. Deve assicurare che le piazze siano gestite nel modo più efficace possibile, che gli agenti possano operare nelle condizioni migliori e che gli eventuali errori vengano riconosciuti. È per questo che esistono le responsabilità politiche: non per attribuire al ministro ogni gesto di un manifestante, ma per chiedergli conto delle decisioni prese sotto la sua autorità.

Sala, da parte sua, non è esente da critiche solo perché è stato attaccato da Piantedosi. Ma la replica del ministro non risolve le questioni sollevate: le copre con un’etichetta e le trascina sul terreno dello scontro tra maggioranza e opposizione.

La sicurezza non appartiene a una parte politica. E la credibilità di chi la governa non si misura dalla durezza delle dichiarazioni, ma dalla capacità di garantire risultati, rendere conto delle proprie scelte e correggere ciò che non funziona. A Milano servono responsabilità accertate, non bersagli politici.

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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

17 October 2026 at 03:45

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

16 October 2026 at 03:45

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

15 October 2026 at 03:45

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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Le misure attive di Mosca, e le contromisure che l’Europa vuole attivare

14 October 2026 at 03:45

Il presidente russo Vladimir Putin visita le esercitazioni militari Center-2026 al poligono di Chebarkul (AP/LaPresse)

Il capo dell’intelligence estera estone, Kaupo Rosin, esclude un attacco militare russo contro l’Estonia nei prossimi dodici mesi, a condizione che Europa e Nato mantengano credibile la deterrenza. La minaccia più concreta resta il sabotaggio, anche attraverso operazioni sotto falsa bandiera progettate per attribuire all’Ucraina la responsabilità degli attacchi e indebolire il sostegno europeo a Kyjiv. In un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Holger Roonemaa, Rosin ha invitato i servizi europei a passare dalla raccolta di informazioni all’azione, anche con misure preventive non militari sul piano informativo, psicologico e tecnico, applicando a Mosca i suoi stessi metodi. Il Cremlino punta inoltre a rallentare il riarmo europeo attraverso operazioni clandestine e influenza politica. La guerra continua intanto a pesare sull’economia russa e il malcontento interno cresce, senza che questo renda imminente una rivolta contro Vladimir Putin.

È anche per restringere il margine di manovra di Mosca che i vertici dei servizi europei hanno intensificato le loro dichiarazioni pubbliche. Lunedì, alla Camera di Praga, Michal Koudelka, direttore del servizio di sicurezza interna ceco (Bis), ha spiegato che negli ultimi mesi la Russia ha perseguito una strategia di «escalation per la de-escalation», illustrando anche le ragioni di una maggiore esposizione pubblica dei suoi colleghi (arrivata dopo la visita a Mosca di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency americana). Una linea che, secondo Koudelka, serve a rendere più difficile per Mosca negare le proprie intenzioni e conquistare consensi nell’opinione pubblica internazionale. «Se un drone o un missile russo colpisce un deposito di armi in un Paese europeo e Mosca sostiene che si sia trattato di un errore o di un problema di navigazione, noi diciamo al mondo intero: sappiamo che è proprio questo il vostro piano», ha dichiarato. Lo stesso vale, ha aggiunto, se la Russia ammassasse truppe ai confini di un Paese baltico sostenendo di essere impegnata soltanto in un’esercitazione: «Non vi crediamo e siamo pronti a difenderci e a vincere». L’obiettivo è togliere al Cremlino la possibilità di sfruttare l’ambiguità per condizionare il dibattito internazionale.

Anche Ken McCallum, direttore generale del Security Service britannico (o MI5), è intervenuto nel dibattito. Martedì, nell’annuale discorso sulle minacce alla sicurezza nazionale, ha definito la Russia «il principale aggressore» e avvertito che il suo servizio dedica alle minacce degli Stati più risorse che durante la Guerra fredda. Nell’ultimo decennio, ha spiegato, le minacce riconducibili a potenze straniere sono quadruplicate, fino a portare le attività operative contro gli Stati a un livello paragonabile a quelle antiterrorismo. L’espulsione di quasi mille diplomatici e operativi russi dopo l’invasione dell’Ucraina ha inoltre spinto il Cremlino a ricorrere sempre più a intermediari criminali per organizzare attacchi e sabotaggi. Secondo McCallum, Mosca conduce una campagna ibrida cercando di evitare azioni che provochino una risposta collettiva della Nato.

La risposta europea, però, non riguarda soltanto la comunicazione e l’intelligence. Dopo il tentato sabotaggio all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania, all’inizio di agosto, diversi media hanno indicato alcuni presunti responsabili e ipotizzato un coinvolgimento dell’intelligence militare russa (Gru), senza tuttavia fornire prove conclusive. The Insider ha identificato altri presunti operativi legati al piano, che sarebbero stati coinvolti in precedenti operazioni di sabotaggio in Polonia. Inoltre, sembra che Mosca sia pronta ad alzare la posta mettendo nel mirino anche i manager dell’industria della difesa.

Un’industria che si sta ponendo il problema della protezione delle infrastrutture. Knds, produttore franco-tedesco di armamenti i cui stabilimenti di Colleferro sono stati teatro di una sospetta esplosione ad agosto, chiede ai governi europei di autorizzare le aziende del settore ad abbattere o neutralizzare autonomamente i droni sospetti che sorvolano i loro impianti. In un’intervista a Politico, il vicepresidente Marcel Grisnigt ha sostenuto che gli attuali vincoli normativi impediscono alle imprese di reagire tempestivamente a minacce che comprendono sabotaggi, incendi e spionaggio, alcuni dei quali attribuiti dalle autorità europee alla Russia. La Francia ha già introdotto norme che consentono ai produttori di armamenti e ad altri operatori di infrastrutture critiche di impiegare sistemi antidroni; in Germania, invece, questa possibilità non è prevista. Knds intende portare la questione a Bruxelles, chiedendo che l’industria della difesa sia riconosciuta come infrastruttura critica, possa accedere alle informazioni d’intelligence e riceva finanziamenti europei per proteggere i propri impianti.

 

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La stretta europea sulla tecnologia cinese mette l’Italia tra i Paesi più esposti

14 October 2026 at 03:45

L’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi nelle infrastrutture digitali più sensibili. Ma sostituire gli apparati già installati ha un costo, e non tutti i Paesi sono esposti allo stesso modo. Secondo un’analisi di Strand Consult, Germania, Italia e Spagna concentrano oltre il 55 per cento delle apparecchiature che dovranno essere sostituite nei prossimi cinque anni. In Italia, i principali operatori coinvolti sono Vodafone e Wind Tre.

Il nodo è la proposta di revisione del Cybersecurity Act europeo, nota come Cybersecurity Act 2 (Csa2), presentata dalla Commissione europea a inizio anno per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologiche in 18 settori critici. Il provvedimento punta a limitare la presenza dei fornitori considerati ad alto rischio, tra cui Huawei, nelle infrastrutture strategiche. La società cinese ha sempre respinto le accuse secondo cui le sue tecnologie rappresenterebbero un rischio per la sicurezza.

Il 29 settembre Reuters ha riferito che i governi europei vogliono però rendere meno rigida la transizione. Una bozza negoziale elimina la scadenza fissa di 36 mesi prevista dalla Commissione per dismettere gli apparati interessati. I tempi dovrebbero invece dipendere dal livello di rischio, dal ciclo di vita delle infrastrutture, dalle esigenze di interoperabilità e dalla disponibilità di alternative adeguate. La proposta dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo prima di diventare legge.

Il problema economico resta. La valutazione d’impatto della Commissione stima che la sostituzione degli apparati ad alto rischio costerebbe tra 3,4 e 4,3 miliardi di euro all’anno per tre anni, tenendo conto anche dei normali cicli di rinnovo delle reti. Le aziende del settore prospettano una cifra molto più alta: in una lettera congiunta di settembre, il ceo di Deutsche Telekom Timotheus Höttges e altri sedici dirigenti hanno avvertito che il conto potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro, sottraendo risorse agli investimenti in fibra, 5G e 6G.

Le due cifre non sono direttamente sovrapponibili: la prima è una stima della Commissione, la seconda è la valutazione massima indicata dagli operatori. Il confronto riflette anche una diversa lettura del problema. Per Strand Consult, l’esposizione residua è concentrata in un numero limitato di reti e deriva dalle scelte di operatori che hanno continuato a usare fornitori ad alto rischio anche dopo gli avvertimenti europei e il 5G Toolbox del 2019. È una valutazione di parte, che contesta le stime dell’industria; ma mette in evidenza quanto il costo della transizione possa essere distribuito in modo diseguale tra Paesi e aziende.

La questione, però, non riguarda soltanto gli apparati da rimuovere. Bruxelles sta lavorando anche a un sistema europeo per le comunicazioni critiche, destinato a polizia, soccorritori, protezione delle frontiere e altri servizi pubblici. La proposta per l’EU Critical Communication System (Euccs) prevede di rendere interoperabili le reti nazionali, così che possano comunicare tra loro anche oltre i confini, mantenendo il controllo dei singoli Stati.

L’idea non è costruire una rete parallela riservata alle emergenze, ma utilizzare le infrastrutture commerciali già esistenti. Gli operatori potrebbero così ricavare nuove opportunità di business dagli investimenti effettuati per il 5G. In cambio, dovrebbero garantire requisiti più stringenti di sicurezza, resilienza e prestazioni, compresa la priorità del traffico critico nei momenti di congestione. Il piano prevede l’avvio del dispiegamento nel 2030 e la piena interconnessione entro il 2036.

È qui che i due dossier si incontrano. La proposta sull’Euccs prevede di escludere i fornitori ad alto rischio non soltanto dal nucleo delle comunicazioni critiche, ma anche da «qualsiasi altra risorsa ICT chiave». Una formulazione ampia, il cui perimetro dipenderà anche dall’esito dei negoziati sul Cybersecurity Act 2. Le restrizioni potrebbero riguardare componenti ulteriori rispetto alle apparecchiature di rete, fino a coinvolgere software, servizi cloud e altri elementi tecnologici necessari al funzionamento delle comunicazioni.

Anche questo progetto ha un conto da presentare. Secondo l’analisi di Strand Consult, la Commissione stima 3,571 miliardi di euro di costi diretti per l’Euccs e altri 12,667 miliardi per la più ampia transizione nazionale verso comunicazioni critiche a banda larga nell’arco di sette anni. Sono cifre riferite a un programma distinto dalla sostituzione degli apparati ad alto rischio: non vanno sommate alle stime sui costi del Csa2 come se riguardassero lo stesso intervento.

Resta soprattutto una domanda: chi pagherà per rendere le reti commerciali abbastanza sicure e robuste da sostenere anche le comunicazioni delle istituzioni? La proposta europea richiama una remunerazione degli operatori a condizioni «eque e ragionevoli», senza definire nel dettaglio come calcolarla. Tra nuovi obblighi, apparati da sostituire e investimenti da finanziare, il modo in cui Bruxelles risolverà questa questione sarà decisivo per il settore. L’obiettivo europeo è ridurre le dipendenze tecnologiche e rendere le infrastrutture più resilienti; la sfida sarà farlo senza frenare gli investimenti da cui dipende la prossima generazione di reti.

 

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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

13 October 2026 at 03:45

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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Dalle auto ai missili, l’industria europea cambia strada

10 October 2026 at 03:45

A una trentina di chilometri da Ingolstadt, nel bosco di Schrobenhausen, Mbda produce missili da crociera e sistemi per la difesa aerea. Presto, in questo distretto industriale della Baviera, potranno lavorare anche alcuni dipendenti Audi. Il programma si chiama Regionaler Personaleinsatz, letteralmente impiego regionale del personale: per due anni, su base volontaria, alcuni lavoratori potranno essere assegnati temporaneamente a imprese della difesa, mantenendo il contratto e il trattamento economico di Audi e il diritto di tornare in azienda. L’iniziativa coinvolge anche Knds, Diehl Defence e Airbus e si rivolge inizialmente a ingegneri, responsabili della qualità, project manager e personale delle aree tecniche dello stabilimento di Ingolstadt.

Il nome burocratico nasconde una trasformazione più ampia. Mentre l’industria automobilistica europea riduce i costi e la capacità produttiva, quella della difesa fatica a soddisfare una domanda in crescita. La prima dispone di competenze nella produzione in serie, nell’automazione e nel controllo della qualità; la seconda ha bisogno di trasferirle rapidamente in un settore abituato a lavorare su volumi più contenuti.

Il trasferimento, però, non è automatico. Le imprese militari devono fare i conti con verifiche di sicurezza, requisiti specifici e formazione sui prodotti. Un ingegnere abituato a progettare un’automobile non diventa dall’oggi al domani uno specialista di missili o sistemi antiaerei. Ma può portare con sé metodi di lavoro e conoscenze industriali preziosi per aumentare la produzione.

Il caso Audi è anche un riflesso della crisi che attraversa il gruppo Volkswagen. Lo stabilimento di Neckarsulm, con oltre 15.500 dipendenti, è tra i quattro siti tedeschi del gruppo per i quali non è ancora garantito un impiego produttivo competitivo a partire dal 2031. Volkswagen sta valutando utilizzi alternativi per gli impianti, mentre cerca di ridimensionare una capacità produttiva che supera la domanda.

Secondo dati riportati dalla stampa tedesca e attribuiti ad ambienti del gruppo, produrre un’automobile a Neckarsulm costa poco meno di 6.000 euro, contro circa 3.000 nei siti europei più competitivi. Il confronto va letto tenendo conto delle diverse categorie di vetture: nello stabilimento si assemblano modelli di fascia alta come A5, A6 e A8, che richiedono tempi di lavorazione maggiori. Anche al netto di queste differenze, resta un divario di costo significativo.

Il problema è trovare alternative. Volkswagen sta ridimensionando strutture e occupazione, mentre il suo amministratore delegato, Oliver Blume, ha indicato le collaborazioni con aziende cinesi e le attività legate alla difesa tra le possibili strade per salvaguardare gli impianti. Il gruppo deve trovare nuovi impieghi per capacità produttive che non riesce più a sostenere con il solo mercato dell’auto.

Da Ingolstadt a Osnabrück, il passo successivo è provare a riconvertire le fabbriche. Volkswagen ha raggiunto un accordo sui termini della possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück al fondo Aurelius e al Land della Bassa Sassonia. La produzione automobilistica dovrebbe terminare nell’estate del 2027. L’obiettivo è trasformare il sito in un centro per le tecnologie della sicurezza e della difesa, con un primo progetto sviluppato insieme all’israeliana Rafael per produrre sistemi e componenti destinati alla difesa aerea. Il progetto potrebbe coinvolgere anche tecnologie legate all’Iron Dome, il sistema antiaereo israeliano.

La vicenda mostra quanto la riconversione sia condizionata da fattori politici. Il Qatar Investment Authority, azionista rilevante di Volkswagen, aveva espresso riserve sulla collaborazione diretta tra il gruppo tedesco e Rafael. La struttura ora delineata, con il coinvolgimento di Aurelius e del governo regionale, punta a superare quell’ostacolo. Il progetto, tuttavia, non equivale ancora alla certezza che tutte le attività previste saranno realizzate nei tempi e nei modi annunciati.

Anche Mercedes-Benz sta esplorando il settore. A maggio l’amministratore delegato Ola Källenius ha dichiarato al Wall Street Journal che il gruppo sarebbe disposto a entrare nella produzione per la difesa, a condizione che l’operazione abbia senso economico. Il manager ha descritto questo mercato come una possibile nicchia in crescita, non come un’alternativa alla produzione automobilistica.

A giugno, alla fiera aerospaziale Ila di Berlino, Mercedes-Benz e la società tecnologica tedesca Tytan Technologies hanno firmato un memorandum d’intesa per valutare sistemi mobili basati sui fuoristrada Classe G e sui furgoni Sprinter. Il progetto comprende una piattaforma per contrastare i droni e un veicolo in grado di trasportarli. Mercedes mette a disposizione i veicoli, Tytan le proprie competenze tecnologiche. Per ora l’accordo riguarda la valutazione e lo sviluppo delle possibili applicazioni: non sono stati annunciati volumi e tempi definitivi di produzione.

La convergenza tra auto e difesa riguarda anche la Francia. A febbraio Renault ha confermato un progetto con l’azienda di difesa Turgis Gaillard per assemblare droni militari Chorus nello stabilimento di Le Mans. Il gruppo automobilistico è stato coinvolto su richiesta del ministero delle Forze armate, interessato alle sue capacità di progettazione industriale e produzione in serie. L’obiettivo dichiarato è sviluppare in meno di un anno una capacità produttiva fino a 600 droni al mese. Renault ha precisato che il progetto si inserisce in un’iniziativa guidata dallo Stato e che le attività sono state definite dopo la consultazione delle rappresentanze dei lavoratori.

La trasformazione non passa soltanto dalle grandi case automobilistiche. Può essere più semplice per i fornitori specializzati, le cui competenze sono già utilizzabili in altri settori. È il caso di Deutz, produttore tedesco di motori, che il 9 luglio ha annunciato un accordo per acquisire il 100 per cento di Ffg Flensburger Fahrzeugbau, azienda specializzata in veicoli militari, per un corrispettivo complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. L’operazione, che combina una componente in denaro e nuove azioni Deutz, segna un’espansione strategica nella difesa.

Anche componenti, sistemi di propulsione e tecnologie di precisione possono entrare nella filiera militare senza che l’intera fabbrica debba cambiare produzione. È una prospettiva importante perché consente di sfruttare capacità industriali esistenti, anziché costruire da zero impianti e competenze.

È qui che la questione riguarda anche l’Italia. In un’analisi pubblicata nelle scorse settimane, il Royal United Services Institute think tank britannico specializzato in sicurezza e difesa, indica Torino insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche tra i poli industriali che potrebbero contribuire allo sviluppo della robotica militare. Le competenze della filiera automobilistica — batterie, attuatori, motori elettrici, sensori ed elettronica — sono in parte sovrapponibili a quelle necessarie per produrre droni e sistemi robotici.

Il vantaggio, tuttavia, non va sopravvalutato. Le fabbriche automobilistiche sono organizzate attorno a cicli di produzione pluriennali; i sistemi senza equipaggio, soprattutto i droni, richiedono invece aggiornamenti rapidi e iterazioni che possono misurarsi in settimane. La sfida non è trasferire semplicemente una linea da un prodotto all’altro, ma adattare competenze, fornitori e processi a esigenze industriali differenti.

Il governo italiano ha introdotto un riferimento normativo con la legge 30 dicembre 2025, n. 199, la legge di bilancio per il 2026. Il comma 280 dell’articolo 1 prevede decreti del ministro della Difesa, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, per individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali di interesse strategico destinati a realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare capacità industriali della difesa. La disposizione opera nell’ambito delle risorse previste dalla legislazione vigente e non istituisce, da sola, un nuovo fondo per la riconversione. Resta da capire come sarà attuata e quali progetti verranno individuati.

Per Torino, dunque, l’opportunità non è ancora un piano industriale. Non risulta un programma pubblico paragonabile a quello avviato da Audi per trasferire temporaneamente personale alla difesa, né un censimento pubblico delle aziende locali già pronte a partecipare a programmi militari. Ma la presenza di competenze automobilistiche, meccatroniche ed elettroniche offre una base da cui partire.

Un segnale concreto è arriva proprio da Torino ieri, con Edgewing, la società partecipata da Leonardo, dalla britannica Bae Systems e dalla giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Company, ha inaugurato la propria sede italiana, la prima delle tre previste nei Paesi partner del Global Combat Air Programme (Gcap). Il centro ospiterà centinaia di ingegneri italiani, britannici e giapponesi impegnati nella progettazione del futuro aereo da combattimento di nuova generazione. La società prevede che la struttura italiana arrivi a un migliaio addetti, a cui si aggiungeranno le risorse di Leonardo coinvolte nel programma. Non è una riconversione dell’industria automobilistica, ma dimostra che Torino dispone già di un ecosistema ingegneristico e industriale su cui costruire nuove attività legate alla difesa. La sfida è capire se una parte delle competenze sviluppate nella componentistica, nella meccatronica e nell’elettronica per l’auto potrà trovare spazio anche al di fuori della filiera aerospaziale tradizionale.

La partita europea si giocherà su due piani. Il primo riguarda gli stabilimenti: se e come potranno essere riconvertiti per produrre veicoli, sistemi di supporto e componenti militari. Il secondo riguarda la filiera: quante imprese dell’auto riusciranno a diventare fornitori della difesa senza abbandonare il proprio mercato originario. Il programma Audi suggerisce anche una cautela. Se i dipendenti possono passare per due anni alla difesa conservando il diritto di rientrare, è perché il trasferimento è concepito come temporaneo e non implica una riconversione definitiva dell’azienda. La formula può aiutare a salvaguardare competenze e occupazione, ma non garantisce da sola una soluzione strutturale alla crisi dell’auto. Per l’Europa, quindi, la questione non è soltanto stabilire quali fabbriche produrranno armi. È capire se il patrimonio industriale accumulato in decenni di produzione automobilistica potrà sostenere una nuova capacità manifatturiera della difesa, senza trasformare una crisi settoriale in una semplice migrazione di posti di lavoro.

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Gli Usa mettono una taglia record sul socio dell’hacker estradato dall’Italia

9 October 2026 at 03:45

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari su Zhang Yu, uno dei protagonisti della grande campagna di cyber-spionaggio attribuita alla Cina e conosciuta come Hafnium. Il dipartimento di Stato ha inserito il suo nome nel programma “Rewards for Justice”, offrendo una ricompensa fino a 10 milioni per informazioni che possano portare alla sua identificazione o localizzazione.

Zhang, secondo le autorità americane, non sarebbe un hacker indipendente. È indicato come direttore della Shanghai Firetech Information Science and Technology e come operatore che avrebbe lavorato per conto dello Shanghai State Security Bureau (Sssb), la struttura locale del ministero cinese per la sicurezza dello Stato (Mss), ovvero l’intelligence di Pechino.

Il suo nome è legato a quello di Xu Zewei⁠, arrestato in Italia nel luglio 2025 mentre si trovava in vacanza a Milano e poi estradato negli Stati Uniti nell’aprile di quest’anno. I due avrebbero cominciato a collaborare almeno dal 2020, prendendo di mira ricercatori e istituzioni americane impegnati nello studio del Covid-19. Nel 2021 sarebbero poi passati all’attacco dei sistemi Microsoft Exchange, sfruttando le vulnerabilità del software per penetrare nelle reti di migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. La campagna venne attribuita dagli Stati Uniti al gruppo Hafnium. Secondo il Federal Bureau of Investigation, furono compromesse oltre 12.700 organizzazioni, a fronte di più di 60.000 obiettivi statunitensi.

Ma l’interesse degli hacker non sarebbe stato soltanto quello di raccogliere grandi quantità di dati. Nell’incriminazione americana vengono citate caselle di posta di università e studi legali nelle quali sarebbero state cercate parole chiave come “MSS”, “Chinese sources” e “HongKong”. Un dettaglio che mostra quanto fosse mirata la ricerca di informazioni su fonti, contatti e attività legate alla Cina.

Per Washington, inoltre, Zhang e Xu non agivano semplicemente come criminali informatici indipendenti. Secondo l’accusa, ricevevano ordini di Mss e Sssb e riferivano agli ufficiali che li supervisionavano. Il caso rientra così nella più ampia accusa americana secondo cui l’intelligence cinese utilizza una rete di società private e contractor per condurre operazioni cyber, rendendo meno evidente il coinvolgimento diretto dello Stato.

La stessa Shanghai Firetech, società diretta da Zhang, appare avere capacità tecniche che vanno oltre il semplice ruolo societario. Una ricerca pubblicata da SentinelLabs ha individuato nei registri cinesi oltre dieci brevetti dell’azienda relativi a tecnologie di raccolta dati e analisi forense, compresi strumenti per acquisire informazioni da computer Apple. Gli stessi ricercatori precisano però che non è possibile collegare automaticamente queste tecnologie alle operazioni offensive attribuite a Hafnium.

La domanda, però, è un’altra: perché Washington abbia deciso di rendere pubblica ora una ricompensa così alta?

L’incriminazione di Zhang e Xu risale al luglio 2025. Xu è già stato arrestato in Italia ed estradato negli Stati Uniti, mentre Zhang non è mai stato catturato. La taglia può naturalmente servire ad aumentare le possibilità di arrivare a lui. Ma ha anche un evidente valore di segnale: Washington vuole mostrare che il caso non è chiuso e che la pressione sugli uomini della rete cinese continua.

E lascia aperta un’altra domanda: Xu Zewei ha iniziato a collaborare con gli investigatori americani?

Non ci sono elementi pubblici per dirlo. Ma la scelta di rilanciare il caso proprio adesso, con una ricompensa fino a 10 milioni di dollari, rende la domanda inevitabile.

Xu è negli Stati Uniti. Zhang, invece, è ancora ricercato. E ora Washington ha messo un prezzo sulla sua testa.

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