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Caso David Rossi, le accuse a Mussari e Ceccherelli basate su due testimoni: un imprenditore vicino alla ’ndrangheta e un detenuto

19 October 2026 at 12:31

Un tentativo di intimidazione finito male. Ordinato dall’ex presidente del Monte dei Paschi Giuseppe Mussari e organizzata da un “calciante” fiorentino, Gabriele Ceccherelli, che non avrebbe però partecipato alla spedizione punitiva contro David Rossi, ma sarebbe rimasto nel vicolo. Sullo sfondo di questa vicenda, una spedizione punitiva finita male, compaiono affari opachi con la ’ndrangheta emiliana e i milioni erogati da Mps in sponsorizzazioni sportive.

È questo lo scenario ricostruito dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte del manager, e ancora tutto da dimostrare, sulla base di due testimoni: un imprenditore considerato contiguo alla ‘ndrangheta e un detenuto sentito da un consulente della commissione. I due, pur non conoscendosi, hanno riferito dettagli concordanti sul presunto omicidio di Rossi. Il presidente della commissione Gianluca Vinci e il commissario Walter Rizzetto hanno ripetuto più volte che la scelta insolita di divulgare parte delle risultanze di questi verbali, sarebbe stata dettata dalla necessità di tutelare i due soggetti chiamati in causa, per consentire loro una difesa legale. Non sembra vederla così Mussari che ha definito “una follia” le prime indiscrezioni già fatte trapelare in questi giorni da Massimo Giletti, e minacciato di querelare chiunque diffonda queste contestazioni. Né Mussari, né Ceccherelli sono indagati.

Il primo testimone, l’imprenditore legato alla criminalità calabrese, è detenuto a Bologna. Secondo la sua versione, Rossi era stato messo nel mirino dal boss Nicolino Grande Aracri, “in quanto Mps aveva bloccato lo stanziamento di soldi a una società sportiva”, “una squadra di basket”: “Vorrei precisare – dice ancora l’imprenditore – che Rossi non era “molto pulito”, sono a conoscenza del fatto che era in affari con Nicolino Grande Aracri e a persone a lui vicine (una di esse ricordo in particolare il cognome Muto); nello specifico Rossi gestiva dei conti correnti per le persone citate, avendo accesso diretto a tali conti: faceva fruttare i soldi, spostandoli da un conto all’altro, convertendoli in criptovalute, poi riconvertendo i bitcoin in denaro contante per impedire il tracciamento di tale denaro”:

Secondo questa tesi, smentita dal diretto interessato, Mussari avrebbe voluto far pressione su Rossi, per convincerlo a sbloccare quegli affari, in qualche modo proteggerlo. L’incarico di spaventarlo viene affidato secondo il testimone al capitano di una squadra di calcio fiorentina, Gabriele Ceccherini, legato “allo spaccio di cocaina”, che sarebbe rimasto nel vicolo affidando l’esecuzione del piano a due compagni di squadra: “Doveva essere un giovo da ragazzi”, ma “Rossi non si piegò”.

Dettagli sulla dinamica vengono forniti dal secondo testimone, un altro detenuto, per reati diversi: i due autori della spedizione, farebbero parte dell’ambiente del calcio fiorentino, e sarebbero passati quella notte della porta principale, dopo essere arrivati con un van: “Aggiungeva poi spontaneamente che Rossi era in grado di spostare 50 milioni con un click ed erano coinvolti ingenti flussi di denaro della ’ndrangheta”. Informazioni “sensibili” sarebbero state detenute da Rossi “in pc e chiavette”. La commissione ha annunciato che gli atti saranno inviati alle varie Procure interessate, che molto probabilmente potrebbero essere Brescia (a cui compete il filone sulla ndrangheta mantovana), e le Dda di Bologna e Firenze.

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Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia”

19 October 2026 at 10:25

Montecarlo – Si chiama Keren Ayeshod. Fondata nel 1920 con l’obiettivo di sostenere il futuro stato di Israele, è una delle più antiche e potenti organizzazioni sioniste a livello mondiale. Non ha mai smesso di raccogliere fondi destinati a Israele ed è la ragione che ci ha portato nel principato di Monaco. L’appuntamento di questa sera, domenica per chi legge, è a una cena di gala alla Sala Empire del prestigiosissimo Hotel de Paris, centralissimo albergo di lusso di fronte al casinò di Montecarlo. Si entra solo con invito privato, riservato a un parterre selezionatissimo di miliardari e persone influenti. È un evento interessante, da un punto di vista giornalistico. Per cosa si propone di finanziare, per i suoi testimonial e per chi lo finanzia, e anche per l’aura di segretezza che lo circonda: pur essendo un evento di fundraising, non esistono avvisi pubblici di alcun tipo.

Sono arrivato nella piazza centrale di Montecarlo poco dopo le 18, un’ora prima dell’inizio della serata. A presidiare i due ingressi è un servizio d’ordine impressionante. È impossibile varcare la soglia dell’albergo. Provo a mischiarmi tra la folla di turisti, consapevole di non poter passare inosservato per molto tempo. Scatto qualche foto e un paio di video, molto da lontano e poco rilevanti, anche per quello che sarebbero gli obiettivi del servizio. È così che nel giro di poco, vengo approcciato dalla prima pattuglia. Vogliono sapere cosa sto facendo, mi qualifico come giornalista. Siamo ancora nella piazza e la procedura è lunga, dura quaranta minuti, comprende la consegna del documento di identità e della tessera professionale. Richieste comprensibili, come la testata per cui lavoro, insieme ad altre che ci si aspetterebbe in contesti criminali ben più gravi di questo, come le generalità dei miei genitori, una richiesta motivata con la necessità di identificarmi e non incorrere in omonimie. Chiedo se ho commesso qualche illecito, mi viene risposto che non si possono scattare foto a un evento privato. Faccio notare che sono su una piazza pubblica. Chiedo esplicitamente se posso restare dove sono e mi viene risposto di sì, a patto che non vada a infastidire gli ospiti. Vengo però avvicinato da una seconda pattuglia, cosa che inizialmente mi lascia interdetto: spiego di essere stato appena identificato. Mi spiegano che qualcuno all’interno si è lamentato. Ora gli agenti sostengono che il problema sia che la piazza sia privata, del casinò, non più pubblica come prima, e che non si possa sostare nemmeno lì. Dopo una comunicazione con un superiore vengo portato in commissariato. Nel frattempo si sono fatte le 21.30.

Una volta in commissariato non mi è più consentito di usare il cellulare. Vengo preso in carico da due ispettrici, giovani e gentili. Comincia una radiografia dei miei dati personali e familiari. Seguono foto segnaletiche. Poi le impronte digitali complete. C’è ancora tempo per un secondo passaggio dalla celletta. Poi vengo trasferito in sala d’aspetto. Posso tornare a usare il cellulare, ma, curiosamente, non posso lasciare il commissariato, non fino alle 23, ora della fine dell’evento. Evidentemente è troppo alto il rischio che chi si è sentito disturbato, si lamenti ancora.

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