Sabato non sarà soltanto una prova per Meloni, ma per tutta la politica
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Si spera che non accadrà nulla di grave, ma è possibile che sabato prossimo la Repubblica italiana si troverà di fronte a una prova difficile: dovrà rispondere alla violenza con gli strumenti democratici dello Stato di diritto. Il che non significa debolezza o resa, ma esercitare l’autorità pubblica, far rispettare le leggi, proteggere i cittadini, isolare i violenti e assicurare alla giustizia chi trasforma una manifestazione in un campo di battaglia. Le leggi esistono già: vanno applicate possibilmente meglio di quanto non si sia fatto a Milano nel weekend scorso, e ancora non si sono capite le ragioni di una mezza disfatta sul campo.
Il 24 si prevede un’altra giornata pesante. C’è da augurarsi che l’intelligence sappia interpretare il tam tam informatico che “dirige” gli Incappucciati e i ragazzini malati di nichilismo per prevenire i disordini. Ieri nel capoluogo lombardo si è tenuto un vertice delle forze dell’ordine, c’erano anche Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti – una presenza quest’ultima un po’ inquietante, come a voler ergersi a ministro dell’Interno ombra.
C’è da chiedersi cosa la destra pensi di fare. Fulminati dal Quirinale i propositi più bellicosi, ma soprattutto giuridicamente insostenibili, covati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prova di sabato verrà affrontata senza misure eccezionali.
Dopodiché, dinanzi a un movimento che non è un movimento ma uno sciame di ribellismo senza obiettivi, può succedere qualsiasi cosa. Se la giornata sarà pacifica, il governo faticherà a sostenere l’esistenza di un’emergenza tale da giustificare misure eccezionali. Se invece torneranno sugli schermi immagini di cassonetti incendiati, vetrine sfondate e agenti aggrediti, Meloni potrebbe presentarsi al Paese con una spiegazione pronta: è accaduto perché non ci hanno consentito di approvare le leggi richieste. La responsabilità ricadrebbe così non solo sui violenti, ma anche su chi avrebbe impedito al governo di dotarsi di strumenti più duri. Sarebbe un gioco molto pericoloso. Si avviterebbe l’antica spirale di violenza. Riapparirebbe da una parte la debolezza di uno Stato che non sa difendere i cittadini e dall’altra l’evocazione di maniere forti al di là dello Stato di diritto.
Certo, se sabato ci saranno violenze, lo Stato dovrà intervenire con determinazione: nessuna indulgenza verso chi aggredisce gli agenti, devasta le città o usa una manifestazione come copertura. Il governo è dunque davanti forse alla sua prova più difficile.
Ma sbaglierebbero le opposizioni se pensassero che si tratta di un problema solo di Meloni. Il centrosinistra finora ha fatto i soliti discorsi sul disagio sociale per condire la scontata condanna della violenza ma poteva fare di più, per esempio organizzando subito una manifestazione contro la violenza. Nemmeno il Pd, che pure è erede di partiti prontissimi a dare una risposta civile, ha prodotto qualcosa di significativo malgrado avesse l’occasione – l’assemblea nazionale di domenica, all’indomani dei fatti di Milano – per un’analisi seria e una responsabile presa di posizione.
La vera sfida di sabato dunque riguarda la tenuta della politica. Vale per il governo in primo luogo. Ma se il gioco si fa duro, il centrosinistra deve cominciare a giocare in prima persona, a difesa delle istituzioni e della libertà nelle nostre città e anche per replicare con i fatti alla campagna della destra che già indica nelle opposizioni i sodali dei violenti. Un minimo di iniziativa, su.
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