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Ceci, trippa e sidra, a Oviedo dove la pace si fa a tavola

22 October 2026 at 03:45

Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Oppure: sedetevi a tavola col nemico, davanti a un piatto di ceci, a uno di trippa, il tutto annaffiato da una buona dose di sidra. È la filosofia di vita che ispira il Menu della Pace, servito nei ristoranti e nelle sidrerie di Oviedo nei giorni che accompagnano il Desarme, la più antica festa gastronomica di Spagna. 

L’origine è lontana nel tempo, la battaglia di Oviedo del 19 ottobre 1836, con la vittoria della milizia locale fedele alla regina Isabella II sulle truppe carliste (dal nome dell’infante Carlo di Borbone). Per festeggiare venne organizzato un grande pranzo comunitario non solo per i soldati e la popolazione vittoriosa, ma anche per i nemici fatti prigionieri. La storia, come spesso accade, si intreccia con le leggende popolari e la più celebre racconta, invece, che la città accolse le truppe carliste affamate con una gigantesca comilona a base di ceci: un pasto così pesante da farli appisolare, permettendo al popolo di rubare le loro armi, senza spargere una goccia di sangue. Da qui il nome disarmo. 

Comunque sia andata, e con il passare del tempo, un tragico evento storico si è fatto eredità culturale, momento di convivialità, legandosi alla tradizione culinaria delle Asturie. Fino al 25 ottobre ci si può sedere a tavola e ordinare in decine di locali il Menù del Desarme (o de la Paz): ceci con baccalà e spinaci (garbanzos con bacalao y espinacas); trippa alla moda di Oviedo, cioè con piedini di maiale, pancetta e patate fritte (callos a la asturiana); riso al latte (arroz con leche). 

Lo stendardo del Desarme caratterizza le strade di Oviedo nel mese di ottobre

La spinta decisiva a quella che dall’anno scorso è Festa di interesse turistico nazionale, si deve a Miguel Ángel de Dios, sessantunenne a capo della Cofradía del Desarme (Confraternita del Disarmo), nata nel 2012 per preservare il menù tradizionale. «All’inizio eravamo sette – racconta De Dios, hostelero del Bodegón de Teatinos, un ristorante dove la madre già nel 1955 vendeva vino sfuso -. Oggi siamo in duecentoquaranta. Il menu veniva consumato solo il 19 ottobre, adesso è disponibile per dieci giorni e puntiamo a superare gli ottantamila pasti. A Oviedo, direi, abbiamo imparato che la pace si costruisce lentamente e che davanti a un buon piatto tutte le differenze si annullano». Non a caso il cavaliere effigiato nello stendardo della confraternita, esposto ovunque in città, impugna un cucchiaio al posto della spada.

La gastronomia locale non è solo quella del menu, ma rimane strettamente tradizionale, lascito di un’economia di sussistenza, della necessità antica e contadina di non sprecare nulla. La fabada, per esempio, il piatto più famoso cucinato a fuoco lento, e mangiato con più gusto il giorno dopo, mischiando le fabas (i pregiati fagioli bianchi asturiani) al compango, cioè chorizo, sanguinaccio affumicato e pancetta. Oppure tra i dolci, i frixuelos (simili alle crepes e tipici del Carnevale) e i carbayones, a base di pasta sfoglia, crema di mandorla, tuorlo d’uovo, creati negli anni Venti del secolo scorso da Camilo de Blas e subito entrati nella tradizione pasticcera del nord della Spagna. 

Da El Fartuquin (fartucu in lingua asturiana è chi ha mangiato e bevuto a sazietà) il piatto della casa è il pote. «Uno stufato di fagioli ancora più antico della fabada – dice il proprietario José Luis Suárez -, da cui si distingue per l’aggiunta delle patate e delle berzas, una varietà di cavolo nero». Suárez è un altro confratello del Desarme, i suoi genitori avevano una storica Cantina in Plaza del Fontán e oggi gestisce El Fartuquin con la moglie Mary Fernández, la figlia Seila e il genero Iván. Mary è nella ristorazione da quando aveva quindici anni ed è tra le animatrici più convinte de Le Guisanderas: un club di quaranta cuoche con almeno dieci anni di esperienza che promuove «il lavoro delle donne in cucina, con la C maiuscola» e si prefigge l’obiettivo di tramandare le ricette autentiche con l’utilizzo di prodotti locali e tecniche tradizionali. 

Le mele conferite alla sidreria Trabanco per la produzione del sidro

Nel locale di Mary e José si serve la sidra accompagnata dalle tortos de mais o con una selezione degli ottanta tipi di formaggio asturiani, ma quella della bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione delle mele è da queste parti una vera e propria cultura, tanto da aver ottenuto due anni fa dall’Unesco lo status di Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. A Nava nello stabilimento di Viuda de Angelón se ne producono un milione e mezzo di bottiglie all’anno, oltre quattro milioni in quello di Trabanco a Gijón (la seconda città del Principato delle Asturie).

Un processo che comincia tra settembre e ottobre con il conferimento del frutto per concludersi a marzo con l’imbottigliamento. Le mele devono essere delle settantasei varietà prodotte nella regione per ottenere la Dop e ne servono due chili ogni litro di sidra naturale. «Noi ne utilizziamo solo quarantotto tipi – spiega Lia Martinez Castro della sidreria Trabanco -, il mosto di mele fermenta in botti di castagno di sessant’anni per due, tre mesi e poi viene mescolato con la tecnica del trasiego per giungere a un prodotto omogeneo in acidità e grado alcolico». Oltre al sidro naturale si producono il filtrato e lo spumantizzato, mentre prendono piede versioni più esotiche e di nicchia come la sidra de hielo (ispirata ai vini di ghiaccio tedeschi), in pratica un passito che raggiunge i dodici gradi contro i sei di quello naturale, ma resta una produzione in gran parte semi-artigianale, connessa intimamente alla tradizione rurale e a una economia circolare ante-litteram. «La selezione delle mele è fatta a mano – spiega ancora Lia Martinez Castro -, ma quelle scartate tornano agli allevatori per alimentare le mucche che con i loro escrementi concimeranno i meleti». 

A Oviedo le sidrerie sono ovunque. Gli abitanti sorseggiano a ogni ora del giorno, mescolandosi ai visitatori che in questo periodo sono attratti (oltre che dal Desarme) dal Premio Principessa delle Asturie, uno degli appuntamenti culturali più attesi di Spagna con la presenza dei reali alla consegna dei riconoscimenti, ma anche ai pellegrini che per gran parte dell’anno scelgono di raggiungere Santiago di Compostela attraverso il Cammino di Salvador o di percorrere il tratto più ostico, quello del Cammino Primitivo.

Bere la sidra è di per sé un rituale che si ripete di continuo, viene chiamato escanciado: è necessario portare la bottiglia in alto, sopra la testa e col braccio ben teso, per poi colpire il bordo del bicchiere tenuto alla vita con il getto. Solo così la sidra versata si ossigena al punto giusto, per poi berla entro pochi secondi. Ogni anno un concorso premia il miglior escanciador de sidra. L’ultimo è Salvador Ondó, e a suo modo anche lui è un simbolo di pace. Ha quarantatrè anni ed è arrivato dalla Guinea Equatoriale quando ne aveva tredici. 

L’escanciado in una sidreria di Oviedo

 

 

 

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Musk è l’uomo più ricco del mondo, e anche il più tirchio

15 October 2026 at 03:45

«L’uomo più ricco del mondo disprezza la beneficenza» scrive L’Economist, che alla questione dedica un approfondimento. Una conclusione condivisibile, se si spulciano i (pochi) documenti disponibili, come hanno fatto il settimanale britannico, e prima ancora il New York Times e Bloomberg.

L’uomo più ricco del mondo, cioè Elon Musk, nonostante ciò, è a capo di una delle più grandi fondazioni benefiche d’America, e quindi del mondo. Per la precisione, la quinta. Secondo i dati più aggiornati, con un patrimonio di 14,7 miliardi di dollari, la Musk Foundation è oggi di poco più piccola della Ford Foundation e il doppio per fondi disponibili della Rockefeller Foundation, ma anche nel 2023, ma anche nel 2023, quando disponeva di “solo” 9,5 miliardi di dollari (il trentacinque per cento in meno rispetto a oggi), era già più grande di altre organizzazioni filantropiche familiari con decenni di storia alle spalle, tra cui la stessa Rockefeller Foundation, la MacArthur Foundation o la Andrew W. Mellon Foundation.

Musk ha spesso sostenuto che il suo contributo all’umanità non è nelle opere di bene, ma nelle auto elettriche di Tesla che non inquinano, nei satelliti di Starlink che permettono di comunicare più facilmente, nel dibattito politico garantito dal social X. Ritiene la filantropia «una sciocchezza», tempo fa dichiarò al podcast WTF che «è molto difficile donare denaro per fare realmente del bene», e da responsabile di Doge (la commissione per l’efficienza governativa che gli era stata affidata da Donald Trump) ha contribuito pesantemente a smantellare in quattro e quattr’otto UsAid, l’agenzia governativa fondata da John F. Kennedy nel 1961. Più di recente, il padrone di SpaceX non ha avuto remore a commentare con un «purtroppo, sì» la notizia secondo cui MacKenzie Scott, l’ex moglie di Jeff Bezos, ha donato dal 2019 in poi oltre ventisei miliardi di dollari a migliaia di associazioni. 

La contraddizione in termini è evidente, ma non tiene conto della legislazione americana in materia di donazioni e dell’uso improprio che ne fa Elon Musk. Come gran parte dei ricchi d’Oltreoceano, pianifica le sue elargizioni in modo da pagare meno tasse, ma in più – a differenza di molti di loro – la grande parte delle somme donate dalla sua fondazione va ad altre organizzazioni in qualche modo legate ai suoi interessi imprenditoriali. 

«Le donazioni più ingenti – scrive l’Economist – per circa otto miliardi di dollari in azioni Tesla, sono andate alla sua fondazione nel 2021 e nel 2022, anni in cui ha ceduto quote azionarie per miliardi di dollari e si è trovato a dover pagare maggiori tasse». L’imposta sulle plusvalenze (cioè la differenza del valore iniziale dell’azione e quello al momento della vendita) può essere ammortizzata se parte della somma viene destinata in beneficenza, richiedendo una detrazione fiscale che viene calcolata sul valore di mercato del titolo, non su quello al momento dell’acquisto. Risultato: «Alla fine del 2024, il valore contabile delle azioni detenute dalla Fondazione Musk era di circa 5,7 milioni di dollari, mentre il loro valore di mercato era stimato in quattordici miliardi di dollari». 

Qui la capacità interpretativa delle leggi americane si fa ancora più sapiente. In cambio delle agevolazioni fiscali, i filantropi si impegnano a distribuire ogni anno il cinque per cento del patrimonio, per non incorrere in sanzioni ma con una tolleranza di un altro anno in cui recuperare eventuali mancate donazioni. Ecco, secondo il New York Times, la Fondazione Musk ne ha usufruito per quattro anni consecutivi, quelli per cui è disponibile la documentazione: a fine 2024 risulterebbe un debito di quattrocento milioni di dollari. 

E non è finita qui. In base alle dichiarazioni fiscali e le stime di Candid Platform, che raccoglie e analizza dati sulle no profit americane, oltre un decimo del miliardo di dollari donato tra il 2020 e il 2024 dalla Musk Foundation sarebbe andato a Fidelity Charitable e Vanguard Charitable che gestiscono i cosiddetti DAF. Che cosa sono? Intermediari che consentono di beneficiare delle agevolazioni fiscali prima ancora che le donazioni siano davvero operative. Insomma, delle scatole cinesi della beneficenza.

Non è facile entrare in contatto con la fondazione, secondo Inside Philantropy non prende in considerazione chi si propone per essere finanziato, «pertanto, attirare la sua attenzione risulta difficile senza un legame personale con un membro della famiglia o senza acquisire visibilità all’interno delle reti in cui già fluiscono le erogazioni della Musk Foundation». Anche perché, al contrario delle altre istituzioni filantropiche che hanno decine di dipendenti, è gestita da un team di sole tre persone, che le dedicano in media due ore a settimana ciascuno: Musk; il capo del suo family office, Jared Birchall e una sua assistente, Matilda Simon.

Quel che si sa è tutto nelle dichiarazioni dei redditi, in particolare in quella del 2024, l’ultima disponibile. Il cinquantotto per cento dei fondi donati, secondo gli esperti consultati da Bloomberg e poi dall’Economist, è stato destinato a The Foundation, un altro ente benefico guidato dallo stesso Birchall, che condivide lo stesso indirizzo della Fondazione Musk e non dispone neppure di un suo sito web. The Foundation si propone di costruire scuole dedicate all’istruzione STEM. Musk ha finanziato una scuola privata chiamata Ad Astra, vicino alla precedente sede di SpaceX in California, con meno di cinquanta alunni, compresi i suoi figli. La scuola è stata poi chiusa, ed è in programma la realizzazione di un nuovo edificio, stavolta in Texas dove SpaceX ha trasferito l’immenso quartier generale.

Una delle donazioni più consistenti, ben cinquantacinque milioni di dollari risale al 2021, ed era destinata a un ospedale pediatrico per la cui raccolta fondi si era speso Jared Isaacman, il miliardario che ha poi finanziato una missione di SpaceX, a cui ha anche partecipato, prima di essere nominato da Trump a capo della Nasa. Donazioni minori hanno riguardato alcune non profit legate alla zona di Boca Chica, in Texas, dove erano precipitati i detriti del razzo Starship SN11 esploso in volo nel 2021, mentre 2,1 milioni di dollari sono finiti allo Scroll Prize, la competizione che si prefigge di  decifrare i papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio, vinta anche dall’ingegnere Luke Farritor, uno dei cosiddetti “ragazzi del DOGE”. Tutto legale, beninteso, non sempre etico.

Molti più soldi Elon Musk sembra più propenso a voler destinare alle cause politiche. Da luglio a oggi ha dirottato 276 milioni di dollari verso gruppi vicini ai repubblicani, e di questi centocinquantotto milioni al Senate Leadership Fund, il principale super PAC che sostiene i candidati del partito al Senato. Questo fa dell’uomo più ricco del mondo anche il maggior donatore in vista delle elezioni di midterm. La sua attenzione è rivolta alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale (era seduto accanto a Trump il 29 settembre in occasione del White House Accord on Super Intelligence) e al sostegno di Ken Paxton in Texas. Qui è arrivato a retribuire tremila attivisti per affiggere volantini casa per casa. Soldi veri, in questo caso. E tanti.

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