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Malcontento e minacce ibride, perché la crisi francese è un test per l’Europa

22 October 2026 at 15:00

La Francia attraversa una fase estremamente delicata, stretta tra il malcontento di una parte della società, la crescente sfiducia nelle istituzioni e un esecutivo chiamato a confrontarsi con una crisi politica, economica e sociale di ampia portata. Tra proteste, mobilitazioni studentesche e tensioni nelle principali città del Paese, Emmanuel Macron deve fare i conti con un quadro sempre più complesso, mentre la tenuta delle istituzioni francesi è sottoposta a una pressione significativa. A questa dimensione interna se ne aggiunge un’altra, che Parigi non può permettersi di trascurare: il rischio che attori stranieri ostili sfruttino le fratture della società per alimentare instabilità e polarizzazione, indebolendo ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.

È questo l’allarme che arriva dalla Francia e che riguarda da vicino l’intera Europa. Secondo quanto riportato da fonti francesi, le possibili attività di influenza e ingerenza sarebbero riconducibili a reti straniere di matrice russa, algerina e iraniana. Un quadro che richiama l’attenzione sulla capacità delle democrazie europee di individuare e contrastare le minacce ibride, soprattutto quando queste si innestano su tensioni sociali già esistenti. La questione non è soltanto comprendere le ragioni del malcontento francese, ma anche verificare se e in quale misura eventuali attori esterni possano sfruttarlo per amplificare le divisioni e indebolire la fiducia nelle democrazie occidentali.

Di fronte a una crisi che richiede lucidità e tempestività, il confronto sulle misure necessarie a garantire la sicurezza si intreccia con una questione più ampia: la capacità dello Stato di riconoscere e affrontare le nuove forme di minaccia asimmetrica. Non si tratta di ricondurre ogni protesta a una regia esterna, né di sottovalutare le cause interne del malcontento. Si tratta, piuttosto, di evitare che la dimensione internazionale delle possibili operazioni di destabilizzazione venga esclusa dall’analisi prima ancora di essere verificata.

Il rischio è che le tensioni sociali, sommandosi a campagne di disinformazione e operazioni di influenza straniera, diventino un moltiplicatore di instabilità e uno strumento di pressione sulle istituzioni nazionali. La cosiddetta “guerra ibrida”, del resto, non richiede necessariamente un intervento diretto sul terreno: può agire attraverso la manipolazione del dibattito pubblico, la diffusione di narrazioni divisive e la delegittimazione delle autorità. In questo contesto, distinguere il dissenso autentico dalle eventuali operazioni di ingerenza ostile rappresenta una delle sfide centrali per la sicurezza democratica.

La sfida per la République non riguarda, dunque, soltanto il mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche la tutela della sovranità nazionale e della coesione sociale. Affrontare la crisi esclusivamente come una questione interna potrebbe significare trascurarne la possibile dimensione geopolitica. Al tempo stesso, attribuire alle reti straniere la responsabilità delle proteste in assenza di riscontri solidi rischierebbe di distogliere l’attenzione dalle cause politiche e sociali del malcontento, compromettendo la qualità dell’analisi.

È in questa prospettiva che la crisi francese assume una rilevanza europea. Eventuali attività di influenza riconducibili a reti straniere, qualora documentate, non riguarderebbero soltanto Parigi, ma chiamerebbero in causa la sicurezza e la resilienza democratica dell’intera Unione. La questione investe la capacità degli Stati membri di proteggere le proprie istituzioni, salvaguardare lo spazio informativo e impedire che le vulnerabilità interne di un singolo Paese diventino strumenti di pressione nelle mani di attori esterni.

L’allarme relativo alle possibili ingerenze di reti russe, algerine e iraniane merita pertanto attenzione e una risposta coordinata da parte delle democrazie europee. Occorrono una maggiore cooperazione d’intelligence, strumenti più efficaci per contrastare la disinformazione e una strategia comune per individuare e affrontare le possibili interferenze straniere.

La crisi francese, in definitiva, non riguarda soltanto la leadership di Emmanuel Macron o la stabilità dell’esecutivo transalpino. È, soprattutto, un banco di prova per l’intera Europa. Ignorare il rischio di ingerenze esterne sarebbe un errore grave; considerarle dimostrate senza riscontri concreti lo sarebbe altrettanto. Tra questi due estremi si colloca la responsabilità strategica delle democrazie europee: riconoscere le minacce, verificarne le origini e contrastarle attraverso una risposta comune, prima che le fragilità di un singolo Paese possano ripercuotersi sulla sicurezza dell’intero continente.

Francia, il nuovo malato d’Europa?

13 October 2026 at 13:35

C’è un fil rouge che collega le tensioni sui mercati obbligazionari alle proteste che attraversano i licei e le piazze francesi. Sotto la superficie patinata della République si accumulano fragilità finanziarie, economiche e sociali che rischiano di ripercuotersi sull’intera Eurozona.

I numeri restituiscono la portata della sfida. Alla fine del 2025, il debito pubblico francese ha raggiunto i 3.460 miliardi di euro, pari al 115,6% del Pil. Per il 2026, la Commissione europea stima un ulteriore aumento al 118,1%, mentre il deficit dovrebbe attestarsi al 5,1% del prodotto interno lordo, ben oltre il limite del 3% previsto dalle regole europee. A politiche invariate, il disavanzo potrebbe salire al 5,7% nel 2027, mentre il debito è destinato a superare il 120% del Pil.

Non si tratta soltanto di una questione contabile. Da anni la Francia fatica a riportare i conti pubblici su un percorso sostenibile, in un contesto caratterizzato da una crescita debole e dalla difficoltà di costruire maggioranze parlamentari capaci di approvare misure di consolidamento fiscale. Non sorprende, quindi, che gli investitori guardino con crescente attenzione alla capacità di Parigi di correggere questa traiettoria.

Le tensioni si riflettono anche sul mercato obbligazionario. A fine settembre, lo spread tra i rendimenti dei titoli di Stato francesi a dieci anni (OAT) e quelli dei Bund tedeschi ha superato i 110 punti base. Il rendimento dei titoli francesi ha raggiunto il 4,75%, contro il 3,63% dei corrispondenti titoli tedeschi. Lo spread non segnala, di per sé, una crisi imminente: misura il premio aggiuntivo richiesto dagli investitori per detenere debito francese rispetto a quello tedesco e riflette le preoccupazioni per i conti pubblici e l’incertezza politica.

A complicare il quadro è il costo crescente del debito. Secondo le previsioni della Commissione europea, la spesa per interessi potrebbe raggiungere il 2,6% del Pil nel 2026 e il 2,8% nel 2027. Un onere che riduce progressivamente i margini di bilancio e rende sempre più difficile conciliare il risanamento dei conti con le esigenze di investimento, dalla scuola alla difesa.

La pressione sui conti pubblici, tuttavia, non esaurisce la crisi francese. Il malessere economico e sociale si manifesta anche nelle proteste che, da settembre, coinvolgono gli studenti delle scuole superiori, tra manifestazioni, blocchi degli istituti e tensioni con le forze dell’ordine. Al centro della mobilitazione ci sono la carenza di insegnanti, il deterioramento degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle classi e le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione.

Tra le rivendicazioni dei manifestanti figura un piano di investimenti da almeno 10 miliardi di euro per migliorare le condizioni della scuola pubblica. La richiesta pone il governo di fronte a un dilemma: rispondere alle esigenze dei servizi pubblici senza aggravare ulteriormente una situazione fiscale già difficile. Le proteste, tuttavia, non possono essere ricondotte esclusivamente alla crisi del debito. Riflettono anche problemi strutturali del sistema educativo e una più ampia domanda di mobilità sociale, pari opportunità e prospettive per le nuove generazioni.

A rendere più complessa la risposta istituzionale è un sistema politico frammentato e sempre più polarizzato, nel quale la ricerca di compromessi appare particolarmente difficile. La destra di Marine Le Pen insiste sulla riduzione della pressione fiscale e su una diversa allocazione della spesa pubblica; la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon propone invece una profonda revisione delle priorità economiche e sociali. Le divergenze non riguardano soltanto le ricette per affrontare la crisi, ma anche il ruolo dello Stato, la redistribuzione delle risorse e il rapporto della Francia con le istituzioni europee.

A questa frammentazione si aggiunge l’instabilità degli esecutivi, sempre più esposti alla difficoltà di trovare maggioranze parlamentari solide e durature. La successione di crisi di governo e le difficoltà nel far approvare le principali misure economiche hanno contribuito ad alimentare un clima di incertezza, indebolendo la capacità delle istituzioni di delineare una strategia di medio periodo. In questo scenario, anche la leadership di Emmanuel Macron appare ormai logorata: il presidente, alle prese con un consenso politico ridimensionato e con margini di manovra sempre più stretti, fatica a imporsi come punto di riferimento per una maggioranza frammentata e per un Paese attraversato da profonde divisioni. La crisi non è dunque soltanto fiscale, ma anche di governo e di capacità decisionale.

Il rischio è che lo scontro politico ostacoli l’adozione di misure credibili, tanto sul fronte del risanamento fiscale quanto su quello delle riforme necessarie a sostenere la crescita. La difficoltà di conciliare le esigenze sociali con la disciplina di bilancio diventa così uno dei nodi centrali della crisi francese. Senza una prospettiva politica sufficientemente stabile, anche interventi economicamente necessari rischiano di trasformarsi in terreno di scontro, anziché in parte di una strategia condivisa.

Ma le conseguenze potenziali vanno ben oltre i confini nazionali.

Le tensioni emergono anche nella cooperazione industriale con Berlino. Nel giugno 2026, Francia e Germania hanno abbandonato il programma congiunto FCAS, destinato allo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, dopo anni di contrasti tra le imprese coinvolte. Anche il progetto per il futuro carro armato MGCS procede tra ritardi e divergenze, pur restando formalmente in corso. Queste difficoltà non dipendono esclusivamente dalla situazione finanziaria francese, ma mostrano quanto sia complicato tradurre le ambizioni di autonomia strategica europea in programmi industriali condivisi.

Il quadro che emerge è quello di un Paese alle prese con una sfida su più fronti: debito elevato, crescita modesta, margini fiscali ridotti, tensioni sociali crescenti e instabilità politica, in una fase di forte polarizzazione. In questo contesto, definire la Francia il «nuovo malato d’Europa» può essere una formula efficace sul piano giornalistico, ma rischia di semplificare eccessivamente una realtà ben più ampia e articolata.

Se la crisi francese dovesse protrarsi o aggravarsi, le sue ripercussioni non si fermerebbero ai confini nazionali: investirebbero anche la stabilità finanziaria, le ambizioni strategiche e gli equilibri politici dell’intera Unione europea.

Manual de resistencia. La strategia di Sanchez letta da Di Bartolo

8 October 2026 at 13:41

“Manual de resistencia” non è più soltanto il titolo dell’autobiografia di Pedro Sánchez, ma una vera e propria dottrina politica: quella di un leader che ha costruito la propria forza sulla capacità di sopravvivere quando tutto sembra perduto. Sánchez non subisce i tempi della politica: li forza. Quando una crisi parlamentare lo stringe all’angolo, quando i sondaggi lo danno per finito, quando una valanga mediatica sembra sul punto di travolgerlo, non arretra. Rimescola le carte, alza la posta e prova a far saltare il banco.

Lo scioglimento anticipato delle Cortes e la convocazione delle urne per il 29 novembre vanno letti esattamente in questa chiave. Non sono la resa di un premier logorato da una maggioranza sempre più fragile, ma l’ennesima scommessa di un politico che preferisce scegliere il momento della battaglia piuttosto che aspettare che siano gli avversari a imporglielo. Sánchez sa di arrivare al voto in una posizione tutt’altro che comoda. E proprio per questo decide di accelerare, trasformando la propria debolezza in una partita a tutto campo.

La sua storia politica, del resto, è costellata di resurrezioni che farebbero invidia a Houdini. Dalla defenestrazione interna al partito al successivo, leggendario tour della Spagna a bordo di una vecchia Peugeot per riconquistare la segreteria, fino ai ripetuti azzardi elettorali del 2019 e del 2023, Sánchez ha dimostrato di trovarsi a proprio agio soprattutto quando la situazione precipita. Quando lo si dà per spacciato, lui alza la posta. Oggi, alle prese con le tensioni sul carovita, l’emergenza abitativa e il logoramento di un Parlamento ostaggio di equilibri fragilissimi, il premier sceglie ancora una volta di anticipare i tempi anziché subirli.

Ma la vera scommessa di Sánchez non si esaurisce nella sopravvivenza parlamentare. Dopo lo scioglimento delle Cortes, il governo può ancora adottare decreti-legge, la cui convalida passa alla Diputación Permanente. Ed è qui che i numeri raccontano una parte della strategia. L’organo è composto da 68 deputati, oltre alla presidente del Congresso: 27 del Partito Popolare, 24 socialisti, 6 di Vox, 6 di Sumar e un rappresentante ciascuno di ERC, Junts, EH Bildu, PNV e Gruppo Misto. In caso di scioglimento, la Diputación Permanente assume le funzioni del Pleno per la convalida o la deroga dei decreti-legge. E non serve una maggioranza assoluta: per convalidare un decreto è sufficiente la maggioranza semplice dei presenti.

È un dettaglio tutt’altro che secondario. Sánchez non deve più ricostruire una maggioranza di governo nel senso tradizionale del termine: può cercare, provvedimento per provvedimento, i voti necessari nella Diputación Permanente. È una partita numerica molto più stretta, nella quale ogni voto degli alleati diventa decisivo e ogni assenza può pesare. Il premier proverà così a recuperare almeno una parte del terreno perduto, ripresentando innanzitutto le misure sulla casa che il Congresso aveva bocciato. Il calcolo è semplice: se i provvedimenti passano, Sánchez potrà arrivare alle urne con un pacchetto di misure da rivendicare su affitti, edilizia sociale, aiuti alle famiglie e carovita. Se vengono nuovamente respinti, potrà trasformare la sconfitta in un’arma politica, accusando l’opposizione di aver votato contro soluzioni destinate a milioni di cittadini.

È una strategia tipicamente sanchista: trasformare un limite istituzionale in una narrazione elettorale. Il governo non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile, ma può ancora produrre provvedimenti e, soprattutto, costruire attorno a essi un racconto. Sánchez vuole arrivare al 29 novembre dicendo agli elettori non soltanto ciò che ha promesso, ma ciò che ha tentato di fare e, soprattutto, chi gli ha impedito di farlo. La casa è il terreno perfetto: un tema sociale, immediato, capace di parlare ai giovani, agli inquilini e a un ceto medio sempre più sotto pressione. La propaganda, in questo schema, non consiste soltanto nel rivendicare i decreti approvati; consiste nel trasformare ogni ostacolo parlamentare nella prova di una scelta più ampia: da una parte il governo che protegge chi fatica ad arrivare alla fine del mese, dall’altra una destra descritta come alleata degli interessi immobiliari e degli speculatori.

Il paradosso è che Sánchez può ricavare un dividendo elettorale persino da un nuovo fallimento. Se i decreti passano, potrà rivendicarne la paternità; se cadono, potrà usarli come prova della propria tesi: con questo Parlamento non era più possibile governare. In entrambi i casi, il premier porta la partita sul terreno che gli è più congeniale, quello dello scontro politico e della mobilitazione dell’elettorato progressista.

La strategia per il voto di fine autunno è dunque limpida e rischiosa al tempo stesso. Sánchez punta a polarizzare lo scontro, riducendo la scelta a un aut aut esistenziale tra il blocco progressista e l’alleanza tra il Partito Popolare e la destra radicale di Vox. Vuole costringere l’elettorato progressista e moderato a compattarsi di fronte al timore di una svolta a destra, spiazzando gli avversari con una campagna giocata sul terreno della mobilitazione sociale. Al contempo, prova a spezzare i ricatti quotidiani di quei partner esterni che in questi anni hanno logorato la maggioranza.

I sondaggi oggi lo danno in svantaggio, ma scommettere contro il “Perro Sanxe” è diventato negli anni uno sport pericoloso. Gli avversari festeggiano la fine di un ciclo, dimenticando che il capo del governo preferisce bruciare il tavolo piuttosto che lasciarsi logorare lentamente da esso. Il suo talento politico, nel bene e nel male, consiste proprio in questo: non giocare mai la partita che gli altri gli preparano.

Ancora una volta, Sánchez si presenta alle urne dopo aver trasformato la propria debolezza parlamentare in una scommessa politica: governare per decreti quando non può governare attraverso una maggioranza, rivendicare i risultati quando arrivano e trasformare gli ostacoli in munizioni quando si presentano. Non è detto che basti per vincere. Ma è esattamente il tipo di partita in cui Pedro Sánchez ha costruito la propria forza.

Il suo manuale di resistenza, del resto, non promette di non cadere. Insegna a rialzarsi proprio quando tutti hanno già cominciato a festeggiare la caduta.

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