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Napoli, rubati 822mila euro di farmaci oncologici al Pascale: arrestato l’Arsenio Lupin dei medicinali salvavita

22 October 2026 at 16:01

Fra i due arrestati per il furto di medicinali oncologici all’ospedale Pascale di Napoli, del valore di circa 822mila euro, ci sarebbe un ladro seriale di questo tipo di farmaci. Si chiama Ciro Sacchettino, classe 1981, l’Arsenio Lupin dei medicinali salvavita. Ha precedenti per furti simili all’ospedale di Trieste e al Sant’Orsola di Bologna. Nel 2019 era stato arrestato a Cremona per associazione a delinquere finalizzata al traffico di farmaci chemioterapici e antivirali.

A marzo Ciro Sacchettino risultava tra i 17 indagati della Procura di Napoli – procuratore Nicola Gratteri, pm Maurizio De Marco – per un traffico di farmaci antitumorali trafugati tra l’Asl Napoli 1 e l’azienda ospedaliera Federico II, del valore di circa 4 milioni e mezzo di euro. Messo ai domiciliari, liberato dal Riesame, non risulta tra i rinviati a giudizio. Ma nel frattempo le nuove indagini del pm De Marco e dei carabinieri del nucleo operativo del Vomero di Napoli hanno stretto il cerchio su di lui per quest’ultimo furto, per il quale la giudice per le indagini preliminari Rossella Grassi ne ha ordinato l’incarcerazione.

Il colpo si è compiuto il 17 settembre 2025 al Pascale e anche stavolta – come in altri casi relativi ad altri furti in altri presidi ospedalieri – determinante sarebbe stata la complicità di guardie giurate. E in particolare di chi, premendo un pulsante, ha disattivato l’allarme per una mezz’oretta, dalle 19 alle 19.30 circa. L’impianto di videosorveglianza, però, ha regolarmente funzionato e ha ritratto l’ingresso e il passeggiare di un uomo in tenuta scura, cappellino da baseball, guanti, zaino “sprayground” e attrezzi da scasso, che a un certo punto indossa una mascherina chirurgica per camuffarsi ulteriormente.

Gli investigatori ne sono convinti: è Ciro Sacchettino, accompagnato da un complice. Viene tracciata la Panda Nera entrata poco prima e utilizzata per il trasporto dei farmaci rubati, dopo che è stata forzata la sala frigorifera dove erano custoditi a temperatura controllata. La targa della Panda è clonata. Corrisponde a quella di un camper. È una delle prove che i furti vengono compiuti con metodi criminali scientifici. Il secondo arrestato è il vigilante Salvatore Abruzzo, va ai domiciliari. Inchiodato dalle telecamere che lo riprendono nel gabbiotto, mentre è da solo, negli orari di disattivazione e riattivazione dell’allarme.

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“Quale razza toy, il mio cane è diventato una pecora”: nelle intercettazioni le truffe della gang dei “barboncini pezzottati” di Napoli

22 October 2026 at 07:25

C’era chi spendeva 2700 euro per un cane di razza. E poi al telefono sbottava col venditore: “Ma hai saputo qualcosa del pedigree? E’ proprio brutto, l’ho portato anche dal veterinario, ‘signora questo cane si sta facendo bruttissimo’… e non è originale, perché devo avere un cane che non mi piace”? Dall’altra parte provavano a rassicurarla: “Signora quello fa la trasformazione tra sei otto mesi, per lo spitz è normale”. E il pedigree? “Ancora mi devono chiamare, appena so qualcosa vi chiamo”. Spesso non arrivava. O era fasullo.

Non si sa se sorridere (per le reazioni dei padroni) o arrabbiarsi per il trattamento dei poveri animali, leggendo le intercettazioni dell’associazione a delinquere accusata di aver lucrato imbrogliando sulla compravendita di cuccioli importati dall’Ungheria, prima che compissero i 60 giorni previsti dalla legge, e truccando le attestazioni sulla loro salute e sul loro status di animali di pregio.

L’indagine condotta dei carabinieri del Citas di Napoli, agli ordini del colonnello Marco Trapuzzano, e coordinata dal pm Giulio Vanacore, fa propendere per l’indignazione. Nei negozi sequestrati tra Napoli e Torre Annunziata i cagnolini arrivano malati e infetti per lo stress del viaggio e la prematura sottrazione alla madre, ammassati negli scatoloni, custoditi in condizioni igieniche precarie, e gonfiati di farmaci per farli apparire vispi e radiosi (chi lo compra un cane triste in vetrina?), sino alla vendita. Per poi morire, spesso, poco tempo dopo la cessione. Nelle intercettazioni, gli indagati la siringa la chiamavano “la bomba”. Un mix di Plasil, Ranitidina, Rocefin. “Il maltese cosa ha fatto”? “Ha fatto un po’ di sangue…”. La soluzione per rimetterlo in piedi? Iniettargli il composto. “La bomba”.

Tra le carte di una enorme ordinanza che ricostruisce querele e truffe risalenti fino al 2014, spunta la storia di un rivenditore che al telefono non nasconde di avere “40 barboncini tutti senza microchip”. E quello che dovrebbe essere un obbligo di legge, trasferire la proprietà di animali da compagnia solo se chippati, diventa un optional. “Vedi di mettere due microchip… te li pago a parte… fammi questa cortesia”. Scrive il Gip Giovanni Vinciguerra che il rivenditore “li inocula solo all’occorrenza e solo se ce n’è bisogno”. E quel bisogno, di solito, scatta soltanto quando c’è qualche controllo dell’Asl e bisogna a mettere a posto le situazioni.

Il giudice ha disposto il carcere per Giuseppe Esposito, Marco Esposito e Giuseppe Gallo, e gli arresti domiciliari per Manuel Esposito e Giovanni Marfella, accogliendo la richiesta cautelare per associazione a delinquere e altri sei dei 45 capi di imputazione relativi a una decina di indagati. Le vittime qualche volta si accorgevano di essere state raggirate perché i loro cani aumentavano di peso oltre le caratteristiche di un cagnolino di pregio. Una signora se ne lamenta di brutto: “Ma quale razza toy, che è diventato cinque volte tanto. È otto chili e mezzo, è diventato una pecora”. Truffata: aveva comprato uno Shi Tzu, esemplare per cui la variante toy non esiste.

Solo una piccola parte delle vendite veniva tracciata. Il resto, in contanti. Per non emettere ricevute. Per non contabilizzare sui registri di carico e scarico. Uno schemino riassume come hanno pagato 54 clienti, di cui alcuni che hanno denunciato. Dei 43.875 euro ricavati, solo 14.855 sono passati attraverso carte di credito o bancomat. La signora M. R. ha pagato il suo cucciolo con 1300 euro in contanti. La signora S. S. 1150 euro in contanti. La signora A. C. la sua bestiola l’ha pagata con 100 euro tracciati e 300 in contanti. Il signor F. A. 1750 euro tutti sull’unghia. Ci sono delle eccezioni: il signor P. C. ha pagato 1500 euro tracciandoli. Ha comunque denunciato. Era convinto di aver comprato un barboncino toy sano. Si è trovato in casa un meticcio con un difetto ereditario.

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Napoli, arrestata la gang dei ‘barboncini pezzottati’: imbottivano di medicine e vendevano cuccioli moribondi

21 October 2026 at 15:25

A Napoli avrebbero ‘pezzottato’ anche i chihuahua e i barboncini. Lo sostiene la procura di Napoli guidata da Nicola Gratteri nelle carte di un’inchiesta sui titolari di quattro negozi tra Napoli e Torre Annunziata di cui si erano occupati anche gli inviati di ‘Striscia la Notizia’. Negozi specializzati nella vendita di cani di razza, che tali non erano: secondo le accuse formulate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal pm Giulio Vanacore, i cuccioli di piccola taglia erano privi della certificazione sanitaria, senza il pedigree certificato dall’ENCI (unico ente titolato in Italia a certificare la razza), senza il microchip e le vaccinazioni promesse e assicurate. Al dunque, all’acquirente al massimo veniva consegnato un attestato privo di valore. Pezzotto pure quello. Oppure la promessa dell’invio del certificato, non mantenuta. I clienti venivano attirati dalle pubblicità on line e suoi social, dove i chiauaua, gli spitz, i maltese e i chow chow venivano spacciati come esemplari “di razza purezza certificata” e “mini toy”.

In realtà i cuccioli erano in condizioni malsane e molto spesso sviluppavano malattie connesse all’importazione stressante dall’estero, per lo più dall’Ungheria, alla separazione precoce dalle madri, alle condizioni igienico-sanitarie di detenzione. Maltrattati prima, durante e dopo la cessione. Per occultarne i sintomi delle infezioni e lasciarli in vetrina, i cani venivano imbottiti di antibiotici e antinfiammatori. Siringhe di farmaci per prolungarne l’agonia. E quando il cliente veniva a protestare, perché il cagnolino era malato, era meticcio, o maschio invece che femmina, o peggio ancora morto poco dopo l’acquisto, il venditore e i suoi complici avrebbero reagito con “manovre ostruzionistiche o intimidatorie”: accusavano di incompetenza i veterinari di fiducia degli acquirenti, rifiutavano i rimborsi facendo leva sull’assenza di tracciabilità della vendita, oppure proponevano la sostituzione del cucciolo deceduto con un ulteriore conguaglio in denaro. Infatti i cani venivano pagati in contanti o attraverso ricariche su schede di prestanome e senza ricevuta.

Alle indagini hanno lavorato i carabinieri di Napoli del Nucleo Cites, il corpo che tutela le specie animali e vegetali protette dalla Convenzione di Washington del 1973, un accordo internazionale nato per proteggere la flora e la fauna a rischio estinzione. Hanno calcolato una cinquantina di presunte truffe, e disposto di sequestro preventivo di 43.000 euro. I negozi sono stati sigillati, insieme agli animali in vendita, i medicinali veterinari custoditi, gli apparecchi di videosorveglianza e la documentazione sanitaria e fiscale. L’ordinanza di circa mille pagine contesta l’associazione a delinquere finalizzata a maltrattamenti, uccisione di cuccioli di cane, riciclaggio, truffa, frode in commercio e esercizio arbitrario della professione veterinaria.

Terribili le circostanze che hanno dato il via all’inchiesta: il ritrovamento di un cucciolo morente per strada. Il presidio veterinario dell’Asl acclarò gravi patologie e deficit immunitari. I carabinieri sono risaliti all’auto utilizzata per l’abbandono e hanno incrociato i dati con quelli di segnalazioni di casi simili. Le perizie degli specialisti del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Napoli Federico II sui cadaveri degli animali recuperati hanno dimostrato che i cuccioli venivano importati in tenerissima età, privi del necessario svezzamento e dello sviluppo immunitario primario. E morivano spesso per gravi forme di Parvovirosi (gastroenterite virale), Cimurro e parassitosi aggressive (quali la Giardia): vivevano giusto il tempo per essere messi in commercio.

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Omicidio Vassallo, il ricorso della procura di Salerno contro l’assoluzione del pentito Ridosso: “Confessione attendibile e coerente con i verbali delle indagini”

19 October 2026 at 16:28

“Romolo Ridosso non è un collaboratore di giustizia le cui dichiarazioni per essere credibili devono essere valutate ricercando riscontri obiettivi individualizzanti – così come sostenuto nella sentenza impugnata – ma è un imputato che ammette le sue responsabilità e altresì chiama in correità altri partecipi”. Inoltre, le prove che sia implicato nell’omicidio di Angelo Vassallo risalgono a prima delle sue confessioni del 24 e 25 marzo 2025. Erano già contenute negli atti delle indagini preliminari e dell’ordinanza di custodia cautelare del 2024.

Ecco alcuni dei punti cruciali delle 25 pagine del ricorso con cui la Dda della Procura di Salerno – procuratore Raffaele Cantone, pm Elena Guarino – proverà a smontare in Appello la sentenza di assoluzione del pentito. Ridosso è l’ex ras della camorra di Scafati che con le sue dichiarazioni aveva riaperto le indagini sull’omicidio del sindaco pescatore di Pollica. Un cold case che attende giustizia dal 5 settembre 2010.

Un comunicato a firma del procuratore Cantone ha dato notizia dell’impugnazione. Ilfattoquotidiano.it ora offre ai suoi lettori in anteprima alcuni dei passaggi di un atto cruciale per lo snodo dei processi. Se l’assoluzione di Ridosso dovesse infatti passare in giudicato, quasi certamente crollerebbero le fondamenta delle accuse a carico dei coimputati che hanno scelto il rito ordinario: l’ex brigadiere dei carabinieri Lazzaro Cioffi e l’imprenditore Giuseppe Cipriano. Mentre pende un’altra impugnazione, relativa al proscioglimento in udienza preliminare del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo. Vicende umane e giudiziarie strettamente intrecciate, che dipendono le une dalle altre.

I magistrati inquirenti avevano chiesto per Ridosso (difeso dall’avvocato Michele Avino) una condanna a sette anni e quattro mesi. E ritengono che la sentenza di assoluzione del giudice Giovanni Rossi, motivata con una serie di giudizi molto severi sulla complessiva inattendibilità delle confessioni e del narrato del criminale di Scafati al termine di un processo col rito abbreviato, “omette di valutare l’esistenza di una pletora di elementi di prova già acquisiti agli atti della richiesta di misura cautelare, trascura che Ridosso non è un collaboratore di giustizia ma un imputato che ha reso una confessione riscontrata da una serie di elementi, compie una serie di errori logico deduttivi”.

In sostanza, la Procura punta sulla circostanza che la partecipazione di Ridosso al sopralluogo del 3 settembre 2010 ad Acciaroli in Bmw bianca con Cipriano, per verificare l’esistenza di eventuali telecamere, è un dato granitico, costante e più volte ribadito nei verbali del collaboratore. Anche quelli risalenti agli anni precedenti alle confessioni. E le contraddizioni tra le varie ricostruzioni, evidenziate dal giudice sono così spiegate: “Ridosso si è comportato come spesso accade nell’esperienza ricorrente dei nostri Uffici giudiziari, come un imputato di fatti gravi che – sentito nella fase delle indagini non conoscendo le fonti di prova a suo carico – cerca di evitare il suo coinvolgimento. Successivamente, di fronte alle evidenze investigative rese note dalla lettura dell’ordinanza cautelare emessa nei suoi confronti, decide di ammettere le sue responsabilità. Questi ha reso una serie di interrogatori nel corso degli anni – circa 15 – in cui ha sempre cercato di riferire una versione dei fatti non veritiera spinto dalla necessità di tutelare sé stesso ed il figlio Salvatore (che lo accompagnava il giorno del sopralluogo ad Acciaroli) da possibili accuse circa il loro coinvolgimento”.

E quando il giudice asserisce che Ridosso è inattendibile perché si sarebbe “inventato” solo l’ultimo giorno che il sopralluogo era finalizzato a verificare l’assenza di telecamere e che si era offerto di gambizzare il sindaco per 50mila euro, “soltanto per ottenere benefici penitenziari”, i pm nel ricorso ricordano che non hanno chiesto i benefici per l’imputato, e ribattono che la questione delle telecamere era stata sollevata già il giorno prima, nell’interrogatorio del 24.3.2025. Inoltre era già stata detta dal collaboratore nel 2024. E che se l’essersi proposto come killer di una gambizzazione è stata una sua fantasia, “la logica conseguenza sarebbe stata quella di una pronuncia di condanna per concorso pieno in omicidio, e non l’assoluzione dall’accusa per concorso anomalo in omicidio”, perché la sua responsabilità penale resta connessa alla partecipazione al sopralluogo e alle attività preparatorie del delitto.

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Le presunte tangenti fotografate dall’ex moglie: così la “guerra dei Roses” sannita apre la pista dei soldi nell’inchiesta sulla corruzione a Benevento

15 October 2026 at 13:34

Di casi di corruzione scoperti per le ritorsioni di signore tradite o con il dente avvelenato coi loro consorti ne sono piene le cronache degli ultimi 30 anni, dalla ex moglie di Mario Chiesa in poi. Ne abbiamo uno, presunto, anche nella Tangentopoli di Benevento che sta facendo tremare (politicamente) Clemente Mastella, il sindaco non indagato di un Comune dove dirigenti e funzionari vicini al partito mastelliano Ndc avrebbero trasformato in prassi l’incasso di una tangente su quasi tutti gli appalti e gli affidamenti. Ed una parte di questi soldi sarebbe stata riversata nel finanziamento delle iniziative politiche ed elettorali dei mastelliani.

Il caso riguarda l’ingegnere indagato Maurizio Perlingieri, dirigente comunale del Settore Ambiente, Energia, Mobilità e Servizi Cimiteriali. Questa ‘Guerra dei Roses’ in salsa sannita non appare nei lunghi e numerosi verbali confessori di Gennaro Santamaria, l’ex responsabile del Gabinetto del primo cittadino, che fece salire Perlingieri sul palco del Teatro La Salle durante un’iniziativa elettorale per la candidatura al consiglio regionale di Pellegrino Mastella. È invece il frutto del lavoro dei Carabinieri del comando provinciale. Hanno incrociato le evidenze investigative su Santamaria e company, con una denuncia presentata dalla ex moglie di Perlingieri a febbraio.

La signora, che aveva sottoscritto un accordo di negoziazione assistita con l’ex marito dopo aver scoperto la sua relazione extraconiugale, si è recata nella seconda casa di Salerno e ci ha trovato delle fascette di denaro conservate sottovuoto coi relativi importi annotati a mano. Ha scattato tre foto delle mazzette “la cui entità appariva sin da subito palesemente incompatibile con le fonti di reddito legale del soggetto”, scrivono i carabinieri in un’informativa che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere.

In quella casa c’era anche un Nokia di vecchia generazione intestato a uno sconosciuto straniero, ma di fatto usato da Perlingieri. Lo usava come ‘telefono dedicato’ alle chiamate e ai messaggi con un imprenditore leader di un gruppo che ha ottenuto affidamenti diretti dal Comune di Benevento. La signora ha fotografato anche gli sms che l’ingegnere mandava all’imprenditore. “X tenere il punto ti fa tremare. Valuta fino a che punto ti conviene insistere. Speriamo che non sta impazzendo (…). Non si aspettava andassi avanti così”.

Nella denuncia la signora chiede spiegazioni sul tenore di vita dell’ex marito a suo dire “sproporzionato” rispetto ai redditi dichiarati. E fa l’esempio dell’acquisto di un Suv costato 67.000 euro, per il quale Perlingieri nel corso del giudizio di divorzio non avrebbe fornito riscontri sulla tracciabilità del pagamento. Opponendosi alle richieste di accertamenti tributari. Ètutto nel fascicolo dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Benevento – procuratore Nicola D’Angelo, aggiunto Gianfranco Scarfò, pm Maria Colucci – il cui prossimo step sono gli incidenti probatori fissati a partire dal 3 novembre.

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